Processo precedente al 2001: per ""trasferire"" i verbali non serve il rinnovo degli atti

di Francesco Puleio

Pubblichiamo, nei documenti correlati, una interessante decisione del Tribunale di Catania che ha affermato il principio secondo cui, se un procedimento è stato definito in epoca antecedente all'entrata in vigore della legge 63/2001, per la produzione dei relativi verbali e per la valenza dei relativi verbali in altro giudizio non è necessario il rinnovo degli atti con gli avvisi di legge previsti dall'attuale articolo 63 comma 3. Il tribunale ha ritenuto di seguire la tesi sviluppata nella memoria del Pm che, dunque, riteniamo opportuno e utile pubblicare integralmente. di Francesco Puleio* MEMORIA A SOSTEGNO DELLE RICHIESTE FORMULATE DAL PM - ARTICOLO 121 CPP - 1. Premessa Con istanza formulata all'udienza del 30.3.2006, questo Pm, dopo aver sentito quale testimone assistito L.M., ha proceduto, ai sensi dell'articolo 500 comma 1 Cpp, ad effettuare delle contestazioni ed indi ha richiesto, ai sensi dell'articolo 500 comma 4 Cpp, che le dichiarazioni rese in precedenza da L.M. venissero acquisite al dibattimento ed utilizzate. La difesa si è opposta all'acquisizione, ritenendo la inutilizzabilità delle dichiarazioni, in quanto non rinnovate ex articolo 26 legge 63/2001 e comunque la insussistenza, nel caso di specie, dei presupposti per l'applicazione della normativa di cui all'articolo 500 citato. 2. La questione della inutilizzabilità delle dichiarazioni Va preliminarmente sgombrato il campo dalla eccezione di inutilizzabilità delle dichiarazioni rese da L.M. nella fase delle indagini preliminari per mancato rinnovo ex articolo 26 legge 3/2001. Giova rilevare in proposito che la disciplina citata legge sul cd. 'giusto processo' ha, tra l'altro, modificato l'articolo 64 Cpp in tema di regole generali per l'interrogatorio. In precedenza, l'indagato veniva avvertito esclusivamente della facoltà di non rispondere. Con il nuovo testo, l'indagato è avvisato che, nel prosieguo del procedimento, le sue dichiarazioni potranno sempre essere utilizzate contro di lui è reso edotto del proprio diritto al silenzio ancora, è avvertito che, se renderà dichiarazioni che concernono la responsabilità di altri, assumerà in ordine a tali fatti la qualifica di testimone assistito, con i connessi obblighi di verità. Gli avvisi sono rinforzati da una sanzione di inutilizzabilità delle dichiarazioni, nell'ipotesi in cui l'autorità inquirente ometta di rivolgerli. Infine, ai sensi dell'articolo 26 legge 63/2001, se il procedimento è ancora nella fase delle indagini preliminari, il Pm provvede a rinnovare l'esame dei soggetti indicati negli articoli 64 e 197bis Cpp, come modificato dalla novella e secondo le forme ivi previste. All'evidenza, le previsioni di che trattasi sono ispirate dall'esigenza di conciliare diversi interessi costituzionalmente riconosciuti, quali il diritto al silenzio spettante all'imputato-accusatore ogni qual volta le sue dichiarazioni possono ritorcersi contro di lui, il diritto al confronto riconosciuto al coimputato accusato e l'esigenza di accertamento dei fatti. Netta quindi, la distinzione tra il diritto al silenzio sul fatto proprio ed il diritto al silenzio sul fatto altrui. I primi due avvertimenti utilizzabilità contra se delle dichiarazioni facoltà di non rispondere ruotano intorno alle dinamiche del diritto al silenzio sul fatto proprio e riprendono gli avvisi già fissati dal sistema previgente l'ammonimento previsto dalla lettera c dell'articolo 64 riguarda invece il diritto al silenzio sul fatto altrui e costituisce la significativa novità apportata dalla legge sul giusto processo. La regola, tradizionale nel nostro sistema, della incompatibilità con la qualifica di teste dell'imputato di reato connesso o in procedimento collegato viene dunque ridimensionata e derogata con riferimento ai soggetti che, avendo reso dichiarazioni su fatti concernenti la responsabilità di altri, abbiano ricevuto l'avviso di cui alla lettera c dell'articolo 64 comma 3 Cpp ovvero con riferimento ai soggetti nei cui confronti è stata emessa sentenza irrevocabile, i quali possono sempre essere chiamati a testimoniare. 3. In particolare l'eccezione all'incompatibilità alla testimonianza per i soggetti giudicati in via definitiva Soffermiamoci adesso, per quanto qui specificatamente interessa, sulla eccezione generale all'incompatibilità, stabilita dall'articolo 197 lettera a e b , quando nei confronti degli imputati connessi o collegati è stata emessa sentenza irrevocabile di proscioglimento, condanna o patteggiamento. Prima di scendere nel merito, è bene ricordare quali siano le ragioni da sempre sottese all'incompatibilità a testimoniare dell'imputato. Da un lato, la preclusione mirava a tutelare il diritto al silenzio di un soggetto, il quale avrebbe potuto subire un pregiudizio se fosse stato costretto a deporre secondo verità. Da un altro lato, l'interdetto aveva la funzione di evitare la testimonianza di persone inaffidabili, o comunque non imparziali. Il legislatore si è mostrato consapevole delle due anime dell'istituto, non limitandosi a ridurne l'ambito applicativo, ma predisponendo al contempo speciali garanzie che tengono conto dei rischi ai quali vanno incontro gli imputati che diventano testimoni. Se a costoro si applicano le regole generali sulla testimonianza articoli 194 e segg. Cpp , essi godono di particolari garanzie, stabilite dall'articolo 197bis Cpp Anzitutto, sono affiancati da un difensore in secondo luogo, sono tutelati dalla inutilizzabilità contra se delle loro dichiarazioni nel procedimento di revisione o in qualunque giudizio relativo al fatto oggetto del giudicato inoltre, ai sensi dell'articolo 198 comma 2 Cpp, godono del privilegio contro l'autoincriminazione su fatti ulteriori rispetto a quello oggetto della sentenza emessa nei loro confronti. Situazione diversa è invece quella degli imputati in procedimenti connessi teleologicamente o collegati articolo 12 lettera c e 371 comma 2 lettera b , i quali divengono testimoni se hanno reso dichiarazioni su fatti concernenti la responsabilità di altri ai sensi dell'articolo 64 comma 3 lettera c . in tal caso, la qualifica di teste viene assunta esclusivamente in ordine ai fatti oggetto delle precedenti dichiarazioni. Riassumiamo, dunque. Gli imputati assolti o condannati irrevocabilmente diventano sempre testimoni, sia pure assistiti, ai sensi degli articoli 197 comma 1 lettera a e 197bis comma 1 Cpp gli imputati in procedimenti ancora in corso possono testimoniare solo sul fatto altrui e solo se hanno ricevuto l'avviso di cui all'articolo 64 comma 3 lettera c , ex articoli 197 comma 1 lettera b e 197bis comma 2 Cpp. Conferma di ciò si ritrae altresì dalla previsione dell'articolo 210 comma 6 Cpp il quale, nel disciplinare l'esame di persona imputata in un procedimento connesso teleologicamente o collegato probatoriamente, dispone che costoro, se non hanno in precedenza reso dichiarazioni concernenti la responsabilità dell'imputato, non hanno obbligo di rispondere agli stessi è dato tuttavia l'avvertimento previsto dall'articolo 64 comma 3 lettera c e se essi non si avvalgono di tale facoltà, 'assumono l'ufficio di testimone'. Dunque la formulazione degli avvisi di cui all'articolo 64 Cpp non è condizione imprescindibile per la deposizione testimoniale in dibattimento, potendo l'una avvenire anche indipendentemente dall'altra, purché il soggetto sia disposto a rispondere. 4. La situazione di L.M. Ora, secondo la difesa, poiché L.M. è stato sentito nel corso delle indagini preliminari nelle date 7 gennaio 1998 e 15 luglio 1998, antecedenti all'introduzione della legge e non si è provveduto al rinnovo delle dichiarazioni, ex articolo 26 legge cit., pur essendosi proceduto al rinvio a giudizio in data successiva all'entrata a regime della riforma, le sue dichiarazioni sarebbero inutilizzabili. Va a questo punto osservato che L.M., imputato nel corso del procedimento penale n. 1796/1997 R.g.n.r., relativo ad infiltrazioni mafiose da parte del clan Santapaola in alcune cooperative operanti all'interno della base militare americana di Sigonella, ha chiesto ed ottenuto l'applicazione di pena ex articolo 444 Cpp ed è stato condannato, con sentenza passata in giudicato, per associazione mafiosa. Egli pertanto non è stato sentito nel presente procedimento, ma nell'ambito del citato n. 1796/1997 R.g.n.r. Le sue dichiarazioni, ritualmente raccolte nel perimetro di quella vicenda processuale, sono state poi acquisite nel presente procedimento. Nessuna necessità vi era pertanto di una rinnovazione degli avvisi e nei suoi confronti trova applicazione non già la previsione dell'articolo 197bis comma 2 Cpp, che subordina l'ammissibilità della testimonianza dell'imputato di reato connesso alla effettuazione degli avvisi, ma quella fissata dal comma 1 della stessa norma, che ammette sempre l'audizione quale teste dell'imputato di reato connesso già giudicato con sentenza irrevocabile. Ancora, appare opportuno soggiungere che L.M. è già stata esaminato quale imputato in dibattimento e, dopo aver ricevuto gli avvertimenti di rito, ha confermato nel corso delle udienze in data 13 giugno 2001 e 18 luglio 2001 successive all'entrata in vigore della legge 63/2001 le dichiarazioni rese nella fase delle indagini preliminari e relative ai fatti dai quali discendeva la sua responsabilità. Inconcepibile ed iniquo, alla luce della ratio della disciplina sin qui descritta, appare allora escludere la possibilità di recuperare le dichiarazioni rese nei confronti di altri soggetti e dalle quali L.M., comunque già condannato con sentenza passata in giudicato, più nulla ha da temere. A conferma di ciò, si osservi che l'articolo 210 comma 6 Cpp cit. prevede che l'obbligo di testimonianza sorge, per l'imputato di reato connesso o in procedimento collegato, in corso di procedimento non appena ricevuto l'avviso tale avviso non va più ripetuto in futuro, in quanto l'assunzione dell'ufficio comporta il conseguimento di uno status che non può più essere dismesso allo stesso modo, la conclusione definitiva del procedimento connesso, comporta l'acquisizione della qualifica di teste assistito. Invero, il diritto al silenzio presenta un limite intrinseco, in quanto la Costituzione lo riconosce nella misura in cui sia funzionale all'esercizio del diritto di difesa una tutela più ampia è inutile e nuoce al perseguimento delle esigenze contrapposte, anch'esse costituzionalmente rilevanti. Da ultimo, non è poi vano rimarcare che, secondo la dottrina e la giurisprudenza formatasi al riguardo, al fine dell'accertamento indicato dall'articolo 500 comma 4 Cpp non debbono applicarsi le norme che disciplinano la formazione della prova in dibattimento e la conseguente sanzione di inutilizzabilità, dovendosi il giudice limitare a verificare che gli atti e la documentazione raccolta siano stati legittimamente acquisiti. 5. La modifica legislativa in tema di utilizzabilità delle dichiarazioni predibattimentali Venendo adesso alla questione relativa all'utilizzabilità delle dichiarazioni predibattimentali, va osservato che, sempre con l'entrata in vigore della legge 63/2001, è stata inoltre riscritta la disciplina relativa alla formazione della prova orale nel dibattimento, in ossequio ai principi enunciati nell'articolo 111 della Costituzione. Per quanto interessa sotto tale profilo, va rilevato che il Legislatore, nel perseguire il risultato della più piena attuazione del principio del contraddittorio come regola di formazione della prova, è intervenuto sul contenuto dell'articolo 500 Cpp depurandolo della previsione che consentiva l'utilizzazione delle dichiarazioni predibattimentali utilizzate per le contestazioni in presenza di altri elementi di prova a conforto della loro attendibilità. Il nuovo testo, infatti, arresta la valenza delle dichiarazioni rese al di fuori del contraddittorio alla valutazione sulla credibilità di chi le ha rese, con la conseguenza della loro assoluta inutilizzabilità sia nel caso di successive dichiarazioni testimoniali difformi, sia di rifiuto del teste di sottoporsi all'esame delle parti. Uniche due eccezioni a questo sbarramento sono rappresentate dal consenso dell'imputato alla utilizzazione contra se delle dichiarazioni rese ad altra parte o dalla sussistenza delle condizioni descritte dal comma quarto della norma in commento. In questo secondo caso, recita la disposizione, quando, anche per le circostanze emerse nel dibattimento, vi sono elementi concreti per ritenere che il testimone sia sottoposto a violenza, minaccia, offerta o promessa di denaro o di altra utilità, affinché non deponga ovvero deponga il falso, le dichiarazioni contenute nel fascicolo del Pm precedentemente rese dal testimone sono acquisite al fascicolo del dibattimento e quelle previste dal comma 3 possono essere utilizzate . L'eccezione in parola si pone essa stessa, a ben vedere, come diretta attuazione del dettato costituzionale contenuto nell'articolo 111, secondo cui la legge regola i casi in cui la formazione della prova non ha luogo in contraddittorio per effetto di provata condotta illecita. Essa peraltro, pur atteggiandosi a deroga, non risulta in contrasto con l'enunciato fondamentale del cosiddetto giusto processo che esclude la possibilità di provare la colpevolezza dell'imputato sulla base di dichiarazioni di un soggetto che poi, per una libera scelta, volontariamente si sottragga all'interrogatorio della parte da lui accusata. In altri termini, l'accertata sussistenza di una condizione di subornazione del teste impedisce di interpretare il suo silenzio come espressione di una libera scelta e consente, quindi, di allargare il giudizio di colpevolezza sino a ricomprendere nel suo alveo anche quelle dichiarazioni rese in assenza del contraddittorio che, per effetto della condotta illecita esercitata sul teste, non vengono dallo stesso ribadite in dibattimento. Questa soluzione è, peraltro, in linea con il fondamento che sottende all'intero articolato dell'articolo 111 Costituzione in cui il legislatore ha dato atto della pari dignità riconosciuta dal nostro ordinamento, accanto al principio del contraddittorio, a quelli di ragionevole durata del processo, di non dispersione delle prove e dell'accertamento della verità come finalità del processo. In particolare, il fine di accertamento della verità rende sicuramente costituzionalmente orientati quei meccanismi di recupero delle dichiarazioni predibattimentali che, intervenendo in situazioni in cui appare pregiudicata libera formazione della prova nel contraddittorio delle parti, tendono ad assicurare al patrimonio decisionale del processo contributi di conoscenza dei fatti di causa non più riproducibili attraverso la testimonianza dibattimentale. I suesposti principi vengono poi, con gli opportuni adattamenti, trasposti anche in sede di interrogatorio dell'imputato e del testimone assistito. 6. Il contenuto del giudizio incidentale. La valutazione del dato letterale Chiarito l'inquadramento ed il rapporto tra le norme richiamate, occorre a questo punto compiere l'ulteriore passaggio ermeneutico riguardante l'indicazione del contenuto del giudizio incidentale affidato al giudice dal comma 5 della stessa disposizione, vale a dire all'individuazione del materiale sul quale debba formarsi il convincimento del giudice circa la sussistenza di una minaccia che sia causa del rifiuto a deporre del teste o del coimputato, giudizio in cui la novità del dettato normativo priva la valutazione dell'interprete del conforto di una consolidata prassi giurisprudenziale sul punto. Nondimeno, appare possibile trarre, mediante il ricorso a criteri di logica ermeneutica, significativi spunti dalla stessa lettera dei commi 4 e 5 dell'articolo 500 Cpp. Tre sono i passaggi che impongono una specifica riflessione. 6.1. Le circostanze emerse 'anche' nel dibattimento Il primo è rappresentato dall'inciso in apertura del comma 4 della norma in commento anche per le circostanze emerse nel dibattimento . In proposito, ciò che va posto in evidenza è l'espressione anche , qui adoperata nella sua funzione sintattica di avverbio, che chiarisce che le circostanze sintomatiche di una subornazione in atto possono ricavarsi non soltanto da dati emersi nel corso del dibattimento e dal contegno tenuto dal dichiarante innanzi al giudice, ma altresì da situazioni ad esso esterne, portate alla conoscenza del decidente per iniziativa di una delle parti. Dunque, l'attivazione del procedimento d'indagine incidentale previsto dall'articolo 500 comma 5 Cpp può essere ugualmente sollecitata nell'ipotesi in cui nel corso del dibattimento non sembrano evidenziarsi i segnali di un'attività diretta ad inquinare la genuinità di una prova o ad impedirne la sua formazione. La possibilità di calare nel dibattimento elementi di valutazione estranei all'oggetto del processo permette, al solo fine descritto dalla norma, di allargare il panorama di conoscenze del giudice consentendogli, dunque, di interpretare pure alla luce di quelle circostanze il contegno processuale del teste o della parte. 6.2. Gli elementi concreti Il secondo passaggio concerne l'individuazione dell'esatta portata dell'espressione elementi concreti , su cui si appunta il limite di valutazione del giudice in ordine alla sussistenza della condizione di minaccia. Appare evidente al riguardo che il legislatore della riforma aveva in mente, come tipica, la situazione di stretta concomitanza temporale tra la condotta diretta ad influire sulla dichiarazione ed il comportamento tenuto dal teste o, come si disse, dal coimputato in sede di esame. Pertanto, la contingenza tra i due momenti considerati impedisce logicamente di richiedere alla parte, che intenda evidenziare che la dichiarazione resa dal soggetto non è genuina o che il rifiuto alla sottoposizione ad esame non è frutto di una scelta difensiva, la prospettazione al giudice di una vera e propria prova della minaccia. Ciò che invece è ritenuto sufficiente è che la parte interessata offra alla valutazione elementi dotati del carattere della concretezza. Dunque, non una prova, ma un seme di prova che tuttavia abbia in sé le qualità della precisione, obiettività e significatività. A ben vedere, peraltro, ciò di cui sembra fatto onere alla parte interessata non è nemmeno la prospettazione di elementi che manifestino già completamente i requisiti sopra richiamati. Infatti, il comma 5 dell'articolo 500 Cpp esplicita che su richiesta di parte il giudice svolge gli accertamenti che ritiene necessari ai fini della verifica della situazione di subornazione, prevedendo semplicemente la possibilità non l'onere per la parte di fornire gli elementi utili a tale dimostrazione. In conclusione, gli elementi concreti della minaccia o vengono offerti direttamente dalla parte oppure questa può richiedere al giudice di compiere, in relazione alle circostanze dedotte, gli accertamenti necessari a verificarne la concretezza e la qualità. 6.3. Gli accertamenti da svolgere senza ritardo Terzo dato letterale da prendere in considerazione, a conferma del fatto che oggetto del procedimento incidentale non sia una prova - stricto sensu intesa - della minaccia, è offerto dalle espressioni senza ritardo ed accertamenti , utilizzate dal comma 5 dell'articolo 500 Cpp In esse si evidenzia lo spessore della verifica affidata al giudice che, compiendo sulle deduzioni della parte un riscontro non avente i caratteri di rigore richiesti nella formazione della prova, proprio per questo si pronuncia sull'acquisizione delle dichiarazioni predibattimentali senza ritardo. Queste due precisazioni sono tra di loro estremamente coerenti e si spiegano solo considerando il carattere di delibazione meno approfondita della valutazione giudiziale richiesta in proposito. Dalla lettera della norma si desume così che il materiale acquisito su istanza o d'ufficio del giudice non deve fornire una prova analoga a quella richiesta per pronunciare sentenza di condanna, atteso che il comma 4 utilizza una formula, la sussistenza di elementi concreti che inducano a ritenere la violenza, la minaccia o l'offerta di denaro, che è certamente un minus rispetto a quanto richiesto per formulare il giudizio di colpevolezza. Indubbiamente non è agevole definire in astratto quali elementi siano richiesti al giudice per accertare la sussistenza della minaccia, potendosi solo affermare che il grado probatorio è diverso rispetto a quello della valutazione di penale responsabilità, apparendo sufficiente che le circostanze emerse al dibattimento e gli altri elementi introdotti dalla parte o acquisiti dal giudice, delineino un quadro di fatto adeguato a ritenere che il dichiarante sia stato sottoposto a minaccia o violenza o subornazione . Quindi, non è necessaria la prova rigorosa della condotta della minaccia, ma sono sufficienti elementi caratterizzati dalla concretezza, cioè precisi nella loro consistenza materiale, univoci nel significato, tali da rendere indubbio che l'atteggiamento reticente o falso è stato indotto da un'azione esterna alla libera scelta del dichiarante avente le caratteristiche definite nella disposizione. 7. Segue. La concretezza del dato normativo Se questo è il limite superiore del parametro di valutazione enunciato dall'articolo 500, comma 4 Cpp, il suo limite inferiore può essere definito nella non concretezza degli elementi forniti dalla parte o acquisiti dal giudice. In questo ambito occorre delineare parametri più specifici e solo l'applicazione giurisprudenziale consentirà di dare concretezza al dato normativo. Così, anche i primi commentatori della legge hanno evidenziato che, in alcuni tipi di processi celebrati ad esempio, in zone soggette ad un penetrante controllo del territorio da parte di associazioni mafiose , determinati comportamenti non potranno che essere interpretati come elementi concreti di una condotta illecita diretta a condizionare la genuinità della testimonianza e la prova della minaccia potrà desumersi anche solo dalle modalità di assunzione della stessa, rilevando come, in tali casi di ritrattazione, l'introduzione nel processo del precedente difforme quale elemento di valutazione della responsabilità indotto dall'accertamento della minaccia sulla base di quegli elementi concreti, sia non solo corretto, ma persino auspicabile. Peraltro, come in precedenza si accennava, anche per la giurisprudenza le circostanze emerse in dibattimento possono essere di per sé sufficienti ad integrare la prova richiesta dalla norma, senza che siano necessari ulteriori elementi di prova. 8. Le indicazioni utilizzabili Concludendo sul punto, va qui rimarcato, in termini generali, che se non sono sufficienti meri sospetti di intimidazione o di subornazione, in concreto potranno essere utilizzate indicazioni tratte dalle modalità della deposizione, quali la mancata giustificazione della ritrattazione dibattimentale, l'assenza di qualsiasi fondamento delle affermazioni dibattimentali in contrasto con quelle rese in indagini, la falsità accertata della ritrattazione. Queste circostanze potranno da sole delineare un quadro che rende inevitabile ricollegare quei comportamenti ad un intervento intimidatorio o di subornazione, anche tenendo conto della specifica tipologia del processo nel quale la ritrattazione avviene. In simili ipotesi non è necessario l'accertamento di un intervento diretto ad indurre il dichiarante a modificare la propria deposizione, ben potendolo desumere da quegli elementi che rappresentano l'effetto dell'intimidazione o della subornazione. Se all'accertamento degli effetti tipici di un intervento inquinatorio si aggiunga la sussistenza di condotte poste in atto nei confronti del dichiarante, finalizzate alla ritrattazione delle dichiarazioni smentite in dibattimento, il quadro non può che essere inequivoco nel ricollegare i primi alle seconde. 9. Il comportamento di L.M Analisi delle sue dichiarazioni Le dichiarazioni testimoniali rese in fase di indagini da L.M. vanno acquisite e valutate ai sensi del comma 4 dell'articolo 500 Cpp, sussistendo, a giudizio di questo Pm, elementi concreti indicativi di subite intimidazioni, desunti dal comportamento processuale dell'interessato e dall'incongruità delle sue affermazioni in sede dibattimentale voler diversamente ritenere implica valutare in maniera assolutamente non condivisibile il complesso dei dati fattuali desumibili dal materiale di causa. Come si accennava in precedenza, tali elementi, in quanto inerenti non alla prova del fatto, ma ad eventi extraprocessuali incidenti sulla genuinità della prova raccolta - di regola non direttamente rilevabili proprio perché volti ad influenzare illecitamente ed occultamente i testi - sono per loro natura di carattere essenzialmente indiziario e neppure soggiacciono alle regole di acquisizione tipiche del processo, potendo essere liberamente accertati dal giudice o forniti dalla parte, secondo quanto previsto al comma 5 dell'articolo 500 citato in particolare, a tale circoscritto fine ben potranno essere esaminati verbali di atti di indagine del Pm o della difesa non ancora formalmente acquisiti . La relativa valutazione non va cioè confusa con un giudizio incidentale su reati di minaccia, violenza o subornazione nei confronti di individuati responsabili. Neppure può sostenersi che i dati indiziari acquisiti siano irrilevanti in un ambiente già permeato dalle regole dell'omertà questa presuppone infatti una reale forza intimidatrice di persone o gruppi malavitosi, e il condizionamento che ne deriva può essere anche implicito, quando chi lo subisce ne percepisca il collegamento con il proprio ruolo processuale attraverso segnali concreti. Al proposito va chiarito che - per pacifica giurisprudenza - la provata condotta illecita in ordine alla quale devono sussistere elementi concreti non deve essere necessariamente realizzata dall'imputato, o con il suo concorso le previsioni normative sono infatti dichiaratamente ed esclusivamente rivolte a tutelare la formazione della prova nella sua oggettiva valenza di oggetto dell'apprezzamento e fonte del convincimento del giudice nel giusto processo, e non già ad accertare la responsabilità di chi ne abbia turbato il procedimento formativo. 10. Le dichiarazioni rese nel corso delle indagini I superiori presupposti appaiono certamente ricorrenti nella fattispecie che qui si esamina. Nel corso delle indagini preliminari relative al procedimento penale n. 1796/97 R.G.N.R., L.M. , imprenditore che aveva a lungo lavorato presso la base militare americana di Sigonella, raggiunto da ordinanza di custodia cautelare in carcere per i reati di associazione di tipo mafioso articolo 416bis Cp ed illecita concorrenza con minaccia o violenza articolo 513bis Cp chiedeva, attraverso l'Ufficio Matricola della Casa Circondariale di Catania Piazza Lanza, di conferire con magistrati della Procura di Catania senza la presenza dei propri difensori. Durante le dichiarazioni, rese il 7.1.1998, L.M. chiariva innanzitutto di non essere e di non voler 'fare il pentito', con ciò evidenziando il timore di poter essere comunque considerato come un delatore dai pericolosi criminali raggiunti dalle sue propalazioni al di là delle questioni nominalistiche, rendeva poi delle significative ammissioni in ordine a circostanze riguardanti il processo in relazione al quale era stato tratto in arresto circostanze tutte puntualmente verificate e confermate nel corso di quella vicenda giudiziaria ed in particolare riferiva di aver conosciuto Pippo ERCOLANO, Eugenio GALEA, Enzo AIELLO, Franco CRISAFI tutti noti pregiudicati, condannati con sentenza definitiva per la partecipazione al citato clan mafioso Santapaola, appartenente a Cosa Nostra di aver dato lavori in subappalto a CRISAFI, nipote di Pippo ERCOLANO di aver ricevuto richieste nell'anno 1991 da parte di GALEA ed AIELLO, affinché quest'ultimo entrasse in società con lui sui suoi rapporti con Franco PESCE e la società TRASPORIENTAL, nonché con la società cooperativa BOSCO del cognato. Dopo aver reso tali dichiarazioni, di per sé già significative, ma che riguardavano vicende pregresse, L.M. manifestava delle forti preoccupazioni nel fornire altri particolari di maggiori attualità e sentiva il bisogno di dire espressamente alla A.G. I soggetti sono persone interne alla BOSCO mi sono reso conto che la Giustizia ha fatto piazza pulita di tante situazioni! Però sento che loro hanno sempre quel pensiero in mente Dottore, io parlo! Però, mi creda, se mi mettete nei guai Se mi mettete nei guai, è meglio che mi ammazzate voi stessi! Lo giuro perché io convivo con una ragazza tedesca, suo padre è un dottore, lei è laureata, abbiamo un bambino di 18 mesi. Quando lei ha saputo la faccenda ha abortito . Quindi L.M., vincendo le sue preoccupazioni, aggiungeva Me lo disse AIELLO assieme a GALEA. Io ho accettato questa situazione ed è da allora che io ogni mese mando loro i soldi. E ho il contatto con chi gli manda i soldi. Tuttora loro si comportano da amici con me Poi quando loro sono stati arrestati, un certo S. ha chiesto di lavorare alla BOSCO è lui che tiene i contatti, che ogni mese mi manda sempre i saluti, dicendo Ma guarda che GALEA è tuo amico, non prenderla in questo modo S. era l'amministratore della BOSCO E' stato amministratore nella società di Enzo AIELLO La S.A.C.E.S. Qualche mese fa S. mi ha detto che se volevo, potevo mettere i miei mezzi in lavorazione, scavatrici, E mi ha detto che c'è un certo PIPPO U NIURU, che è in grado di far prendere lavori per l'Ospedale, di cui stanno facendo le gare adesso, questo genere di cose PIPPO U NIURU sarebbe in grado di farmi prendere dei lavori, sia dove hanno fatto il Palazzetto dello Sport, che è già finito, continuando dei lavori lì, sia altri grossi lavori io secondo loro GALEA, AIELLO, INTELISANO , non essendo controllato, potevo fare una società per prendere tutti questi grossi lavori . L.M. proseguiva dicendo che, qualche settimana prima del suo arresto, avvenuto in data 10 dicembre 1997, S. Giuseppe della BOSCO e GRAVAGNA Francesco - entrambi inseriti nell'organizzazione SANTAPAOLA - avevano chiesto ed ottenuto, su indicazione di Pippo INTELISANO, la sua disponibilità ad effettuare dei lavori in sub appalto, mettendolo così in contatto con S. Mario della C.G.P. Costruzioni Generali di Milano Circa due settimane prima che mi arrestassero la gara dell'Ospedale, quella da 60 miliardi, che è stata vinta dalla società di La stessa società che ha fatto la piscina olimpica. Dottore, adesso sto dicendo quello che volevo dire! Se viene pubblicato io lo dico è meglio che mi teniate in carcere in isolamento e non mi facciate più vedere nessuno Questa società è di Milano ha gli uffici in Viale Africa, e io ci sono andato. Domanda E questa società è controllata da qualcuno, che lei sappia? Risposta Credo da Pippo U NIURU Io, a dire il vero, ci sono andato, da un certo S Si chiama S. anche questo qua. E lui mi ha detto Va bene se me lo dice Pippo U NIURU di darti i lavori, io non ho problemi! . L.M. precisava poi che le richieste da parte dell'organizzazione non gli provenivano soltanto da GALEA, ma anche da Natale DI RAIMONDO, così confermando quanto già emerso sul conto del vecchio capo del gruppo di Monte Po il quale, seppure ristretto in carcere, attraverso i cognati Piero e Francesco GRAVAGNA, teneva le fila dell'Organizzazione in nome e per conto dei responsabili storici della stessa, primo fra tutti Nitto SANTAPAOLA. Informazioni riguardo questi grossi lavori che, se io voglio prenderli, sono a loro disposizione. Questa cosa avevo dimenticato di riferirla. Me lo manda a dire sempre con il S., che cammina sempre con un certo Francesco, di cui non ricordo il cognome, che è il cognato di DI RAIMONDO. Lui è a Monte Po . In data 15 luglio 1998, L.M. veniva nuovamente interrogato su richiesta del suo difensore ed in quella sede confermava il contenuto delle dichiarazioni già rassegnate il 7 gennaio 1998, fornendo ulteriori precisazioni Il S. mi ha detto guarda che c'è la possibilità di prendere l'ospedale, se vogliamo fare dei lavori devono fare una parte del movimento terra vicino la piscina e poi c'è la possibilità cfr. pagg. 78-79 del citato interrogatorio . 11. Le dichiarazioni dibattimentali Sentito in dibattimento, L.M. ha operato una modifica della versione resa nella fase delle indagini preliminari giocando sulla parziale omonimia di due dei protagonisti della vicenda, S. Giuseppe inteso Nuccio, responsabile della ditta BOSCO, e l'odierno imputato S. Mario, incaricato della C.G.P. di ROMAGNOLI, L.M. ha affermato, sfidando non solo ogni regola sintattica e grammaticale, ma anche lo stesso buon senso, di aver dichiarato in precedenza che S. Giuseppe inteso Nuccio lo condusse all'incontro con S. Mario che S. Giuseppe inteso Nuccio, gli propose di lavorare con i suoi escavatori per conto della C.G.P. e che sempre S. Giuseppe inteso Nuccio pronunciò la frase Va bene se me lo dice Pippo U NIURU di darti i lavori, io non ho problemi! . Le precisazioni vorrebbero sminuire la portata delle dichiarazioni limitarle, perimetrarle, ma, in dibattimento, la ritirata si trasforma in rotta così completa, totale, irragionevole, da risultare catastrofica e paradossalmente pregiudizievole per l'interesse degli imputati, le cui sorti pure L.M. sembra aver tanto a cuore. Come in modo ineccepibile fa notare lo stesso Presidente, è assolutamente illogico che la stessa persona prima proponga e presenti il L.M. come esecutore dei lavori e poi, come in una immaginaria commedia dell'assurdo, cambiando cappello o passando dall'altra parte del tavolo, dica va bene, se lo dice Pippo u niuru posso darti il lavoro! Lo stesso L.M. si rende conto dell'assurdità che uno stesso soggetto faccia la domanda e dia la risposta, formuli la proposta e conceda lo sta bene, ed allora cerca di rifugiarsi nel tempo trascorso ed osserva, sia pure timidamente, perché capisce che anche questa osservazione è improponibile sono ormai passati dieci anni, non ricordo forse allora è stato scritto male a questo punto gli si fa notare che l'interrogatorio è stato registrato e L.M., che non si arrende nemmeno di fronte all'evidenza, dice allora forse è stato registrato male! Ogni ulteriore commento è superfluo. 12. Le conclusioni in punto di fatto Tale comportamento non poteva e non può fondarsi su alcuna ragionevole opzione le dichiarazioni accusatorie di L.M. possedevano una valenza probatoria non scalfibile da successive scelte improntate al ripristino delle regole omertose. Se a ciò si aggiunge la considerazione dei timori espressi da L.M. Dottore, io parlo! Però, mi creda, se mi mettete nei guai Se mi mettete nei guai, è meglio che mi ammazzate voi stessi! Lo giuro perché io convivo con una ragazza tedesca, suo padre è un dottore, lei è laureata, abbiamo un bambino di 18 mesi. Quando lei ha saputo la faccenda ha abortito Dottore, adesso sto dicendo quello che volevo dire! Se viene pubblicato io lo dico è meglio che mi teniate in carcere in isolamento e non mi facciate più vedere nessuno dei suoi rapporti con esponenti del clan SANTAPAOLA, certificati dalla condanna riportata da L.M. per concorso esterno in associazione mafiosa delle palesi titubanze ed omertà mostrate da L.M. che ha cercato di smentire con imbarazzato timore quanto già dichiarato al Pm dei contrasti tra la versione dei fatti di L.M. nella fase delle indagini preliminari e quella resa in dibattimento emerge evidente il quadro di intimidazione nel quale ha avuto luogo anche la ritrattazione delle dichiarazioni di L.M. ed il suo successivo ripensamento. Alla luce di quanto si qui osservato si impone, ad opinione di questo Pm, il recupero, ai sensi dell'articolo 500 comma 4 Cpp, delle dichiarazioni rese da L.M., con la conseguente utilizzabilità nel dibattimento. *Sostituto Procuratore della Repubblica

Tribunale di Catania - Sezione prima penale - ordinanza 23 maggio 2006 Presidente ed estensore Camilleri In merito alla questione relativa alla produzione dei verbali di interrogatori resi da L.M. nell'ambito del procedimento n. 1796/97 registro notizia di reato, cosiddetto processo Saigon di cui il Pm ha chiesto la produzione ai sensi dell'articolo 500 comma 4 Cpp, ritiene il Collegio che i medesimi debbano effettivamente acquisirsi sussistendo i requisiti previsti da tale norma. Va preliminarmente rilevato che non trova applicazione nei confronti di tali dichiarazioni il disposto di cui all'articolo 26 comma 2 legge 63/2001 relativo alla rinnovazione delle dichiarazioni con gli avvertimenti previsti dalla nuova formulazione dell'articolo 64 comma III Cpp, norma invocata dalla difesa nella memoria che ha depositato nei termini assegnati dal Tribunale alla scorsa udienza. Infatti il procedimento nei confronti del L.M. che costituisce stralcio del procedimento citato n. 1796/97 R.G.N.R. è stato definito il 20 gennaio 2000 con sentenza emessa ex articolo 444 Cpp. Tale dato si evince dalla stampa del sistema informatico RE.GE. che il Tribunale ha curato tramite cancelleria di acquisire e che viene allegato all'odierno verbale. Quindi il procedimento era stato definito in epoca antecedente all'entrata in vigore della legge 63/2001 onde per la produzione dei relativi verbali e per la valenza dei relativi verbali non era necessario rinnovarli con gli avvisi di legge previsti dall'attuale articolo 63 comma III. Nel merito della questione relativa alla sussistenza dei presupposti di cui all'articolo 500 comma IV Cpp si rileva che già all'epoca delle dichiarazioni il L.M. aveva rappresentato al Pm il proprio timore di rappresaglie da parte di esponenti della criminalità organizzata tanto da affermare che sarebbe stato meglio per lui morire piuttosto che apparire come un collaborante. Secondo la giurisprudenza più recente della Sc la sussistenza degli elementi concreti sulla base delle quali può ritenersi che il testimone sia stato sottoposto a minaccia o violenze al fine di essere costretto a non deporre o a deporre il falso può essere suffragata da un sufficiente quadro indiziario non essendo necessaria la certezza oltre ogni ragionevole dubbio. In proposito confrontare la sentenza, la massima della Cassazione sezione sesta, 33951/05 udienza 8 luglio 2005 imputati Garacci ed altri. Nella specie, anche tenuto conto della palese incongruità delle dichiarazioni rese da L.M. in questo dibattimento, nonché della notoria e comprovata forza intimidatrice dell'organizzazione criminale di stampo mafioso, devono ritenersi sussistenti significativi elementi indiziari da cui desumere che le dichiarazioni del teste non sono state rese liberamente, bensì condizionate quanto meno da timori di rappresaglia contro la sua persona ovvero contro la persona dei suoi familiari. In proposito si rammenta che nel corso di uno degli interrogatori il L.M. aveva raccontato dell'estrema preoccupazione della sua convivente per la sua collaborazione. Pertanto si acquisiscono i verbali degli interrogatori resi da L.M. nell'ambito del separato procedimento n. 1796/97 R.G.N.R., nonché la documentazione allegata dal Pm all'udienza del 28 aprile 2006.