Il fine commerciale non conta, è reato anche la mera utilizzazione di minori per la realizzazione di materiale pornografico

Il reato di pornografia minorile non soltanto sanziona le attività commerciali che si realizzano mediante immagini o spettacoli pornografici coinvolgenti minori, ma anche la mera utilizzazione e la mera induzione del minore a partecipare alla realizzazione di materiale pornografico.

Lo ha sottolineato la Corte di Cassazione con la sentenza n. 15332/2013, depositata lo scorso 3 aprile. Il caso. Un trentenne veniva processato e condannato per aver sollecitato e indotto delle minori di anni diciotto a realizzare fotografie di natura pornografica, facendosele inviare tramite MMS sul cellulare. Inoltre, abusando delle condizioni di inferiorità fisica e psichica, aveva indotto una delle 3 vittime a porre in essere atti sessuali su sé stessa. La pena, confermata anche in appello, era di 3 anni di reclusione e 18mila euro di multa. L’imputato ricorre però per la cassazione della sentenza, lamentando la carenza di motivazione. L’imputato non ha diffuso le immagini. I giudici di merito, a dire del ricorrente, non avevano fornito adeguata e logica risposta nel rigettare la prospettazione difensiva relativa al fatto che l’imputato non poteva essere certo dell’età delle persone offese. In più, sempre secondo la difesa, non sussisteva alcun pericolo concreto di diffusione delle immagini, né l’effettiva volontà dell’imputato di diffonderle. Ma tale tesi difensiva non è condivisa dagli Ermellini. La norma tutela la libertà ed il libero sviluppo della personalità del minore. Oltre al fatto che lo stesso imputato ha ammesso che una delle piccole vittime gli aveva riferito di avere 11 anni, non rileva se le immagini sono state o meno diffuse. Infatti, a seguito delle modifiche introdotte con la l. n. 38/2006, il reato di pornografia minorile art. 600 ter c.p. non soltanto sanziona le attività commerciali che si realizzano mediante immagini o spettacoli pornografici coinvolgenti minori, ma anche le condotte che danno origine a materiale pornografico in cui sono utilizzate persone minori di età . Il concetto di sfruttamento non è limitato a condotte con finalità commerciali. Anche le Sezioni Unite della Cassazione n. 13/2000 , in passato, si sono espresse sulla questione e hanno chiarito che il concetto di sfruttamento non può essere limitato a condotte aventi finalità imprenditoriali o commerciali , ma, in realtà, ricomprende tutte le ipotesi in cui si trae frutto o utile . In estrema sintesi, viene sanzionata, indipendentemente da finalità di lucro o di vantaggio , anche la mera utilizzazione e la mera induzione del minore a partecipare alla realizzazione di materiale pornografico.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 7 novembre 2012 3 aprile 2013, n. 15332 Presidente Mannino Relatore Rosi Ritenuto in fatto 1. Con sentenza del 23 aprile 2010, la Corte di Appello di Genova ha confermato la sentenza del GIP presso il Tribunale di Genova, che ha condannato L.G. , riconosciuto il vincolo della continuazione tra i reati contestati e concesse le attenuanti generiche, alla pena di anni tre di reclusione ed Euro 18.000 di multa, nonché al risarcimento del danno nei confronti della parte civile costituita, dichiarandolo responsabile a del reato di cui all'art. 600 ter , comma , c.p., perché utilizzava minori di anni diciotto al fine di produrre materiale pornografico, inducendo M.G. e Mo.Ga. , entrambe minori degli anni diciotto, a realizzare delle fotografie di natura pornografica e ad inviargliele tramite utenza cellulare MMS b del reato di cui agli artt. 56 e 609 bis, comma e 609 bis, comma , n. 1 , c.p., perché abusando delle condizioni di inferiorità fisica e psichica della persona offesa ed in particolare della sua giovanissima età, compiva atti idonei diretti in modo non equivoco ad indurre M.G. a compiere su di sé atti sessuali fatti commessi in omissis c del reato di cui agli artt. 81 cpv., 56 e 600 ter , comma , c.p., perché con più condotte esecutive di un medesimo disegno criminoso, poneva in essere atti idonei diretti in modo non equivoco ad utilizzare minori degli anni diciotto al fine di produrre materiale pornografico in particolare, sollecitava ripetutamente R.F. , minore degli anni diciotto, a realizzare delle fotografie di natura pornografica e ad inviargliele tramite utenza cellulare MMS fatto commesso in omissis , il omissis . 2. Avverso la sentenza, l'imputato ha proposto, tramite il proprio difensore, ricorso per cassazione lamentando la carenza di motivazione. I giudici di merito, nel rigettare la prospettazione difensiva relativa al fatto che l'imputato non poteva essere certo dell'età delle persone offese, non avrebbero fornito adeguata e logica risposta. La motivazione risulterebbe, altresì, erronea nella parte in cui ha ritenuto sussistente il reato di cui all'art. 600, comma , ter, c.p., poiché nella vicenda in esame non sussisteva il pericolo concreto di diffusione delle immagini, né l'effettiva volontà dell'imputato di diffonderle. Infine, la sentenza sarebbe illogica perché ha ritenuto responsabile l'imputato anche per il reato di cui all'art. 609 bis c.p., fattispecie che non può ritenersi integrata nel caso specifico perché non vi è stato alcun contatto fisico tra l'imputato e la persona offesa, ma solo un atto di autoerotismo. Considerato in diritto 1. Giova premettere che la censure prospettate dal ricorrente tendono a sottoporre al giudizio di legittimità aspetti attinenti alla ricostruzione del fatto e all'apprezzamento del materiale probatorio, che devono essere rimessi all'esclusiva competenza del giudice di merito, mirando a prospettare una versione del fatto diversa e alternativa a quella posta a base del provvedimento impugnato. Secondo la giurisprudenza di questa Corte cfr. Sez. 6, n. 22256 del 26/04/2006, Bosco, Rv. 234148 il giudizio di legittimità - in sede di controllo sulla motivazione - non può concretarsi nella rilettura degli elementi di fatto, posti a fondamento della decisione o nell'autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, preferiti a quelli adottati dal giudice di merito, perché ritenuti maggiormente plausibili. 2. Alla luce dei principi sopra richiamati, questa Corte ritiene che i giudici di merito abbiano correttamente illustrato le ragioni per le quali hanno ritenuto sussistente la responsabilità dell'imputato in ordine ai reati contestati, laddove i motivi di ricorso proposti dal ricorrente ribadiscono censure già puntualmente disattese dai giudici del merito, le cui motivazioni non presentano errori giuridici o manifeste illogicità. Non sussiste pertanto la lamentata carenza motivazionale. Infatti, con riferimento alla tesi difensiva secondo la quale l'imputato non poteva avere piena consapevolezza dell'età delle persone offese, i giudici di merito hanno specificato che fu lo stesso imputato ad ammettere che la piccola Giulia gli aveva riferito di avere undici anni e che l'affermazione di non avere creduto all'interlocutrice risulta giustificazione non credibile e del tutto sprovvista di supporto probatorio, a fronte di immagini inviate sul cellulare dell'imputato che ritraevano chiaramente le sembianze di ragazzine di età minore. 3. Del pari risulta infondata la censura relativa alla insussistenza del reato di cui all'art. 600 ter, comma , c.p., atteso che, come è stato chiarito dalla giurisprudenza di legittimità, a seguito delle modifiche introdotte con la Legge n. 38 del 2006, la fattispecie in esame mira a sanzionare non soltanto le attività commerciali o comunque a sfondo economico che si realizzano mediante immagini o spettacoli pornografici coinvolgenti minori, ma anche le condotte che comunque danno origine a materiale pornografico in cui sono utilizzate persone minori di età. D'altra parte, anche sotto la vigenza della L. n. 269 del 1998, le Sezioni Unite n. 13 del 5/7/2000, P.M. in proc. Bove, RV. 216337 avevano chiarito che il concetto di sfruttamento non può essere limitato a condotte aventi finalità imprenditoriali o commerciali, ma ricomprende ogni ipotesi in cui si trae frutto o utile , come dimostrerebbe l'espressione sfruttamento sessuale prevista dal testo allora vigente del successivo comma Di conseguenza, non sembra conferente al caso in esame il riferimento operato dalla difesa alla citata decisione delle Sezioni Unite, che si ricorda è anteriore alla L. n. 38 del 2006, e che può essere richiamata per un importante principio, che conserva la sua validità anche dopo le modifiche del 2006, e segnatamente, per l'affermazione che il reato previsto dall'art. 600 ter c.p. costituisce una fattispecie di pericolo concreto che predispone una tutela penale anticipata della libertà sessuale del minore sanzionando, indipendentemente da finalità di lucro o di vantaggio, anche la mera utilizzazione e la mera induzione del minore a partecipare alla realizzazione di materiale pornografico. In definitiva, la norma intende tutelare il minore a fronte di comportamenti osceni che possono pregiudicare la sua libertà ed il libero sviluppo della personalità cfr., in motivazione, Sez. 3, n. 27252 del 5/6/2007, Aquili, Rv. 237204 . 4. Da ultimo, è infondata la doglianza difensiva relativa all'insussistenza del delitto di cui agli artt. 56 e 609 bis c.p. Come è stato affermato da questa Corte cfr. Sez. 3, n. 11958 del 22/12/2010, C, Rv. 249746 , la fattispecie criminosa di violenza sessuale è integrata, pur in assenza di un contatto fisico diretto con la vittima, quando gli atti sessuali , quali definiti dall'art. 609 bis c.p., coinvolgano oggettivamente la corporeità sessuale della persona offesa e siano finalizzati ed idonei a compromettere il bene primario della libertà individuale, nella prospettiva del reo di soddisfare od eccitare il proprio istinto sessuale. Orbene, nella vicenda in esame, i giudici di appello hanno sottolineato come l'imputato aveva abusato della condizione di inferiorità fisica e psichica dovuta alla giovane età della piccola M.G. , inducendola a compiere su se stessa atti sessuali di autoerotismo, al fine di conseguire il proprio piacere sessuale. Di conseguenza, rileva il Collegio che la Corte territoriale - escludendo rilevanza alle obiezioni mosse dalla difesa - è pervenuta ad un'affermazione di responsabilità dell'imputato per il delitto contestato attraverso un percorso argomentativo ampio e della cui logicità non è dato dubitare. Pertanto, il ricorso deve essere rigettato ed il ricorrente deve essere condannato al pagamento delle spese processuali. P.Q.M. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.