Bacio sulle labbra a una bambina: è violenza sessuale

A inchiodare l’uomo sono le parole della vittima. Ella ha permesso di ricostruire il comportamento, repentino, improvviso e caratterizzato anche dall’utilizzo della lingua.

Bacio repentino e improvviso alla bambina ospitata a casa in qualità amica del figlio. Il padre del ragazzino è inchiodato dal racconto della vittima. Decisivo il fatto che egli l’abbia baciata sulle labbra, provando addirittura ad usare la lingua. Logica, e non contestabile, la condanna per violenza sessuale Cassazione, sentenza n. 23099/2017, Sezione Quarta Penale, depositata l’11 maggio 2017 . Sorpresa. Si chiude dopo anni, caratterizzati da un lungo processo con due giudizi in Appello e due giudizi in Cassazione, la triste vicenda che ha visto una bambina di 9 anni vittima dell’approccio sessuale da parte di un uomo adulto. Tutto si è verificato quando la piccola era ospitata dalla famiglia dei vicini di casa per giocare col loro figlioletto. All’improvviso il padrone di casa si è avvicinato, l’ha stretta a sé e le ha dato un bacio sulla bocca . L’episodio ha sconvolto la bambina, che l’hai poi raccontato ai propri genitori. Logico passaggio successivo è stato la richiesta di chiarimenti al vicino di casa, ma l’insistenza della figlia ha poi spinto la coppia a chiedere un processo per violenza sessuale . Oggi i magistrati della Cassazione chiudono definitivamente questa triste storia, e lo fanno confermando la condanna dell’uomo per la violenza sessuale perpetrata ai danni della figlia dei vicini di casa. Decisive le parole della vittima, ritenute pienamente credibili. Significativa, peraltro, anche la valutazione del gesto compiuto dall’uomo. Su questo fronte viene ribadito che il repentino bacio non solo ha colto di sorpresa la bambina, ma è stato caratterizzato anche dall’ inserimento della lingua . Evidente, quindi, il carattere sessuale di quel bacio che ha rappresentato per la vittima una vera e propria violenza .

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 8 febbraio 11 maggio 2017, n. 23099 Presidente Blaiotta Relatore Savino Considerato in fatto La Corte di appello Milano, con sentenza emessa in data 30.4.2012, confermava la sentenza del Tribunale di Busto Arsizio del 2.2.2011, con la quale era stata dichiarata la penale responsabilità di G.A. per il reato di cui all’art. 609 bis co. 3 c.p. ai danni della minore T.G. , di anni nove. Come risulta dalla ricostruzione della vicenda riportata nelle sentenze di merito, i genitori di T.G. , nel fare rientro a casa dopo una breve uscita, avevano trovato la figlia in stato di forte agitazione, che gridava no, no non posso . Alla loro richiesta di spiegazioni, la bambina aveva riferito ai genitori che, mentre si tratteneva nell’abitazione dei vicini di casa a giocare col figlioletto di questi, il padre, G.A. , l’aveva avvicinata col pretesto di farle vedere delle fotografie sul suo cellulare e, dopo averle fatto dei complimenti sulla sua bellezza, le aveva dato un bacio la piccola, spaventata si era subito allontanata facendo ritorno alla propria abitazione. Alla richiesta di ulteriori delucidazioni da parte dei genitori - i quali le aveva prospettato la possibilità che si trattasse di una manifestazione di affetto - G. aveva precisato che il bacio le era stato dato sulla bocca e con l’uso della lingua. I coniugi T. , a quel punto, si erano recati presso l’abitazione del vicino chiedendogli spiegazioni e lui, pallido ed agitato, aveva negato l’accadimento senza dare altre spiegazioni, mentre G. , che aveva accompagnato i genitori, incalzava confermando in sua presenza l’accaduto. La Corte di appello aveva fondato il convincimento della responsabilità del G. sulla base delle dichiarazioni della minore parte offesa, ritenute attendibili in quanto connotate da spontaneità, immediatezza del racconto, scevro da animosità nei confronti dell’autore dell’abuso, nonché riscontrate dalla deposizione dei genitori, che avevano raccolto le sue confidenze nella immediatezza dei fatti, trovandola molto turbata ma in grado di precisare, di fronte alla loro prudenza nel valutare una possibile, diversa natura del gesto riferito dalla figlia, le caratteristiche del bacio, aventi una valenza chiaramente sessuale. Inoltre, i giudici di appello sgombravano il campo da possibili implicazioni di carattere psichico e/o psicologico rilevando che il modesto deficit cognitivo accertato dalla consulenza psicodiagnostica della dott.ssa R. non influiva sulla capacità di rappresentazione della realtà da parte della bambina, in grado di percepire e di restituire gli eventi esterni nella loro obiettiva portata, con un linguaggio semplice ma adeguato all’età. Peraltro, da altra consulenza svolta dalla dott. C. , risultava che G. avesse intelligenza nella norma, pensiero orientato nel concreto, capacità di rappresentazione della realtà, priva di tratti istrionici. Proposto ricorso per Cassazione, la Suprema Corte, con sentenza in data 18.4.013, annullava con rinvio la sentenza di appello, ritenendo che le valutazioni svolte dai giudici di seconde cure in merito alla attendibilità della parte offesa non tenessero adeguatamente conto di una serie di elementi, pure evidenziati dalla difesa nei motivi di appello, rimasti privi di adeguata risposta, tali da innescare ragionevolmente il dubbio sulla attendibilità della minore a cominciare dalla pluralità di versioni dello stesso fatto date dalla minore parte offesa, con particolare riguardo alle modalità del bacio se accompagnato o meno dalla lingua . Pur non essendo risultato chiaro in quale contesto la bambina avesse parlato di bacio dato con la lingua, la Corte di appello ha ritenuto accertata tale modalità per il solo fatto che essa sarebbe stata riferita dai genitori, testi de relato, che avevano raccolto la descrizione delle modalità dell’approccio del G. dalla figlioletta, nella immediatezza dei fatti. Ciò senza tenere conto che, nel corso dell’esame dibattimentale, la minore parte offesa avrebbe riferito solo di un bacio sulla bocca. A questo si aggiunga la mancata considerazione delle argomentate deduzioni difensive volte ad evidenziare l’esistenza di una serie di patologie della minore tali da influire negativamente sulla sua capacità di corretta percezione e rappresentazione dei fatti e, dunque, sulla sua capacità di testimoniare, di fornire una versione aderente all’effettivo accadimento delle cose. I giudici di seconde cure, secondo la Corte remittente, si sarebbero riduttivamente accontentati di alcuni dati emersi dalla consulenza psicodiagnostica della dott.ssa R. circa il buon livello percettivo della minore, in grado di interpretare correttamente i dati provenienti dall’esterno e di rappresentarli con linguaggio semplice ma adeguato all’età, benché affetta da un lieve deficit cognitivo, valutazioni fatte proprie dalla Corte di merito, che avrebbero potuto essere esaustive se non fossero state contrastate da una pluralità di considerazioni della difesa, che i giudici di seconde cure hanno del tutto ignorato . Trattandosi di obiezioni articolate, avrebbero dovuto quanto meno richiedere da parte dei giudici di merito l’esame del dubbio che la minore potesse avere equivocato il gesto affettuoso del vicino. I giudici di appello hanno, invece, del tutto pretermesso l’esame delle varie ipotesi alternative prospettate dalla difesa, omettendo di pronunciarsi sulla incidenza dei disturbi della sfera psichica presentati dalla minore sulla corretta percezione dei fatti e sulla esistenza di un disturbo edipico patologico precoce come prospettato dal CT della difesa. Tali disturbi - evidenziano i giudici di legittimità - comportano un uso inconsciamente distorto, manipolatorio ed egocentrico della realtà in funzione dell’acquisizione di gratificazioni affettive solitamente frustate. La Corte remittente rileva, infine, la mancata considerazione da parte dei giudici di seconde cure della obiettività e gravità delle deposizioni di testimoni, estranei, quali i vicini di casa, circa l’atteggiamento non sereno della minore e le dinamiche relazionali all’interno del suo nucleo familiare. La descrizione inquietante delle relazioni familiari da parte di detti testi, del tutto neutri, presenta una specifica rilevanza con riferimento all’ipotesi sostenuta dalla difesa che la minore, inserita in un nucleo familiare poco attento alle sue richiesta di attenzione, per di più resa gelosa dalla nascita del fratellino, possa aver potuto anche solo equivocare un gesto di affetto del vicino, padre dei suoi compagni di giochi, per cercare di attrarre su di sé l’attenzione dei genitori che l’avevano lasciata sola. Ancora la Corte lamenta l’omessa valutazione della contraddittorietà delle dichiarazioni della minore. I Giudici di appello traggono dal dato della pluralità degli esami cui la bambina è stata sottoposta la conclusione di un’esaustiva indagine sulla sua attendibilità tralasciando di considerare che, in tutte le tre volte in cui è stata sentita, la stessa ha reso dichiarazioni discordanti circa l’accadimento dei fatti. Evidenzia la Corte come, avendo la minore fornito in dibattimento una versione diversa da quella inizialmente fornita ai genitori subito dopo il fatto - ovvero che l’imputato l’aveva baciata sulla bocca senza usare altro accorgimento - sarebbe stato utile in quella sede far chiarezza sulle differenti versioni fornite e chiedere alla stessa minore quale fosse quella corrispondente al reale andamento dei fatti. La Corte di appello, in sede di rinvio, con sentenza in data 2.5.2016, ha confermato la sentenza del Tribunale di Busto Arsizio. Avverso tale pronuncia l’imputato, per il tramite del proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione deducendo i seguenti motivi 1 Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione al mancato rispetto delle indicazioni contenute nella sentenza di annullamento, in particolare in ordine agli elementi indicati come rilevanti dalla Suprema Corte. In particolare la difesa sottolinea come la Cassazione in sede di annullamento avesse evidenziato che un bacio può anche non avere connotazioni sessuali ed essere dettato da ragioni ben più nobili. Di conseguenza, la vicenda in esame richiedeva un vaglio ben più approfondito rispetto a quello effettuato dai giudici del rinvio i quali si sono limitati - ignorando del tutto il monito del giudice di legittimità - a ripercorrere pedissequamente i medesimi argomenti della sentenza annullata ritenendo non sussistenti profili idonei ad inficiare il racconto della minore la cui attendibilità sarebbe stata corroborata da plurime, convergenti, convincenti risultanze probatorie . A detta della difesa, i giudici del rinvio non hanno considerato come dalla consulenza tecnica disposta dal PM emergesse un profilo cognitivo della minore ai limiti inferiori della norma la bambina, insomma, era affetta da disturbi della sfera affettiva legati ad una immaturità relazionale che la portavano a cercare di adeguarsi agli altrui risultati sentendosi inadeguata. Ebbene, prosegue la difesa, il tentativo di adeguarsi agli altrui risultati implica, sotto il profilo processuale, il concreto rischio di un’acritica adesione alle suggestioni dei genitori, prima, e del PM poi. Peraltro, si legge nel ricorso, pur ammettendo che G. fosse effettivamente in grado di descrivere la realtà, tale capacità non può costituire l’unico dato sul quale fondare una pronuncia di condanna dal momento che si tratta di una capacità descrittiva non della realtà oggettiva ma di un fatto - il bacio - come soggettivamente percepito e, quindi, che potrebbe essere stato equivocato. Inoltre, secondo la difesa, anche i risultati della perizia - ampiamente riportata nell’impugnata sentenza - sembrano confermare, se letti attentamente, il pericolo che la bambina abbia finito per assecondare suggestioni esterne e che, una volta innescato il meccanismo accusatorio a carico dell’odierno imputato, non abbia più avuto la forza per ricostruire in maniera oggettiva l’accaduto adeguandosi, piuttosto, agli stimoli che le venivano trasmessi dai propri interlocutori. Né si possono ritenere dirimenti i profili evidenziati dai giudici del rinvio a sostegno della ritenuta attendibilità del racconto della persona offesa. A detta della Corte di appello in sede di rinvio, infatti, l’attendibilità delle dichiarazioni della bambina troverebbe riscontro nel racconto dei genitori e, in particolare, nel fatto che la stessa è rimasta ferma nel ribadire le proprie affermazioni anche in presenza del ricorrente e dei genitori dai quali si sarebbe sentita protetta. Ebbene, nota la difesa, la predetta circostanza nulla dice sull’attendibilità della dichiarante. Invero proprio la presenza dei genitori - dei quali ricercava le attenzioni sentendosi trascurata dopo la nascita del fratellino - avrebbe potuto indurre la minore ad accusare l’imputato di una fatto mai avvenuto o, comunque, a percepire un fatto di per sé innocuo in maniera difforme dal reale. In altri termini la presenza dei genitori avrebbe potuto indurre G. a mantenere ferma una versione dei fatti inverosimile e data al solo fine di attirare a sé le attenzioni dei propri cari. In conclusione, precisa il difensore, i giudici del rinvio, obliterando le considerazioni svolte sia dal consulente del PM sia dal perito, si sono attestati su due dati che rivelano assai poco sull’attendibilità di una testimonianza. La capacità di narrare, infatti, non implica di per sé la veridicità di quanto riportato e la valenza traumatica dell’episodio - più volte richiamata nella sentenza impugnata - descrive solo la reazione della presunta vittima derivante da una sua percezione soggettiva e non l’effettiva dinamica della vicenda o la sua connotazione sessuale. 2 Violazione di legge e vizio di motivazione in ordine alla formazione della prova in dibattimento con particolare riguardo all’esame della persona offesa minorenne. La difesa sostiene che alla minore siano state poste delle domande suggestive, in grado di inficiare la sincerità delle risposte con conseguente inattendibilità di quanto riportato dalla minore. Aspetto questo rilevato dalla difesa e riguardo al quale la motivazione dell’impugnata pronuncia appare del tutto carente. Secondo l’assunto difensivo, il giudice del rinvio ha omesso di considerare che i pochi ed insufficienti elementi sui quali si fonda la condanna del G. sono radicati in una evidente violazione degli artt. 498-499 c.p.p. essendo state poste alla minore - nel corso dell’istruttoria dibattimentale - domande sulla condotta dell’imputato con modalità tali da inquinare la spontaneità e genuinità delle risposte. 3 Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’art. 192 c.p.p. per omessa indicazione dei criteri assunti per la valutazione della testimonianza della persona offesa. La difesa evidenzia che i procedimenti penali - come quello in esame - che hanno ad oggetto violenze sessuali sono connotati da una particolare problematica inerente la deposizione della persona offesa spesso, infatti, il racconto di quest’ultima costituisce l’unico resoconto dell’avvenuto mancando normalmente la figura del testimone diretto. La deposizione della persona offesa dal reato di abuso sessuale, però, è mezzo di prova assai difficile da valutare. Si tratta, si, di una prova testimoniale ma - come più volte sottolineato dal giudice di legittimità - che richiede un attento ed approfondito vaglio in punto di credibilità oggettiva e soggettiva. Ebbene, secondo la difesa, un simile vaglio non è stato mai compiuto dalla Corte di appello in sede di rinvio la stessa si è limitata a confermare acriticamente il giudizio di attendibilità formulato dai giudici di merito che l’avevano preceduta, senza considerare in alcun modo i rilievi difensivi. 4 Violazione di legge e vizio di motivazione quanto alla sussistenza degli elementi costitutivi della condotta di cui all’art. 609 bis c.p La difesa ritiene che la ricostruzione del fatto riportata in motivazione dal giudice del rinvio risenta negativamente dell’errata applicazione delle norme poste a presidio della genuina formazione della prova. In particolare, la narrazione della persona offesa risulta tutt’altro che univoca avendo la stessa fornito tre versioni diverse ed avendo sempre dimostrato una certa difficoltà nel ricostruire con precisione l’accaduto. A ciò si deve aggiungere il significativo condizionamento della testimone-persona offesa ad opera del PM. In ogni caso, ciò che è emerso è un bacio a stampo, rapido ed immediato, senza contatto e senza alcuna coercizione. Tale gesto, a detta della difesa, non corrisponde alla condotta penalmente rilevante ai sensi dell’art. 609 bis c.p. nell’interpretazione costantemente data dalla giurisprudenza di legittimità. Il bacio o la carezza non possono ritenersi in sé espressione di un impulso sessuale, di un desiderio erotico che viene soddisfatto. Di conseguenza, la condotta del G. non può considerarsi abuso sessuale ma - continua la ricorrente difesa - l’unica valenza attribuibile a questo bacio, peraltro non dimostrato, è quello dell’innocua manifestazione di affetto. 5 Violazione delle norme processuali stabilite a pena di inutilizzabilità con riguardo alle dichiarazioni rese dalla persona offesa prima del dibattimento. Violazione degli artt. 228 co. 3, 392 co. I bis e 398 co. 5 bis c.p.p La Cassazione nel pronunciare l’annullamento della prima sentenza di appello aveva osservato che se l’affermazione di essere stata baciata con la lingua è stata fatta dalla bambina solo in sede di audizione da parte del consulente del PM si dovrebbe pervenire alla inutilizzabilità di detta dichiarazione. Difatti, secondo consolidata giurisprudenza, le dichiarazioni rese al consulente tecnico del PM dai minori, per l’accertamento della loro credibilità, sono utilizzabili solo ai fini della conclusione dell’incarico di consulenza e non ai fini della ricostruzione del fatto stante il divieto di cui all’art. 228 co. 3 c.p.p. ed il disposto di cui agli artt. 392 co. 1 bis e 398 co. 5 bis c.p.p Ebbene, secondo la difesa, il giudice del rinvio, confermando la pronuncia di condanna ha dimostrato di aver posto a fondamento della decisione l’asserzione secondo la quale il bacio sarebbe avvenuto con l’introduzione della lingua da parte dell’imputato nella bocca della minore ossia un’asserzione smentita da quanto poi dichiarato dalla stessa persona offesa in dibattimento. In altri termini, il predetto giudice ha posto a fondamento dell’impugnata pronuncia un elemento non utilizzabile ai fini della decisione. 6 Violazione di legge per l’inosservanza dell’art. 533 c.p.p A detta della difesa gli elementi a carico dell’imputato non avrebbero consentito di affermarne la responsabilità al di la di ogni ragionevole dubbio. Nel confermare la condanna, quindi, il giudice del rinvio ha palesemente violato il disposto dell’art. 533 c.p.p Considerato in diritto Il ricorso è infondato e deve, pertanto, essere rigettato. Quanto al primo motivo con il quale la difesa sostiene che il giudice del invio non abbia approfondito i profili segnalati dalla Cassazione in sede di annullamento - con conseguente violazione dei principi che reggono il giudizio di rinvio - occorre precisare come ciò non corrisponda al vero essendosi la Corte di appello di Milano ampiamente soffermata sulle carenze rilevate nella prima sentenza di appello. I giudici del rinvio, infatti, hanno risposto ai rilievi della Cassazione sulle lacune motivazionali della prima sentenza analizzando le relazioni del CT del PM dott.ssa R. e del perito nominato dal GUP Dott.ssa C. . Tali relazioni sono state riportate testualmente nella sentenza attualmente impugnata nella parti più salienti contenenti le risposte ai rilievi della difesa sulla esistenza di disturbi della sfera psichica ed affettiva della minore incidenti sulla sua capacità a testimoniare. Sulla base di questi contenuti la Corte di appello è legittimamente giunta alla conclusione che la bambina ha fornito una versione dei fatti veritiera e non indotta da distorte percezioni della realtà o da comportamenti inconsciamente manipolatori volti ad attirare l’attenzione su di sé. I giudici del rinvio hanno evidenziato la convergenza delle conclusioni delle due relazione psicodiagnostiche sulla minore, le quali, pur dando atto di un lieve deficit cognitivo della bambina, hanno precisato che esso non spiega alcuna influenza sulla capacità di percezione dei dati provenienti dall’esterno, di rappresentazione della realtà e sulla capacità di estrinsecazione del proprio vissuto. Capacità da ritenersi - contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa - del tutto nella norma, priva di tratti istrionici, connotata da un linguaggio semplice ma adeguato all’età. I giudici del rinvio hanno condivisibilmente osservato che la struttura cognitiva della minore non era compatibile con una narrazione traumatica inventata - ipotesi sostenuta dalla difesa dell’imputato - in quanto i bambini con profili cognitivi semplici come G. hanno una minore capacità di ideazione degli eventi non verificatisi e di narrazione degli stessi. Peraltro, come emerso dagli accertamenti medici, la minore ha mostrato una totale capacità di narrare il proprio vissuto non inquinata da fantasticherie, priva di disturbi percettivi e della sfera emozionale-affettiva, che potessero contaminare il ricordo. Dalle descrizione coerente con il dato di realtà e dalla modalità lucida ed orientata nel riferire le sua attività quotidiane e nell’esprimere i suoi desideri/aspirazioni è emerso il quadro di un soggetto capace di narrare fedelmente, con concretezza e linearità le proprie esperienze. Viceversa la Corte di appello non ha condiviso le osservazioni del CT della difesa sulla esistenza di un disturbo edipico che possa avere indotto G. a manipolare la realtà per catturare l’attenzione dei genitori, rilevando in proposito che tale conclusione è sostenuta senza aver proceduto all’esame diretto della minore esame diretto effettuato invece dal consulente del PM e dal perito nominato dal GUP . Il consulente della difesa, infatti, si è fondato solo su considerazioni astratte e teoriche mutuate dai riferimenti in letteratura arrivando alla predetta ricostruzione in modo sostanzialmente avulso dal caso concreto. Evidenziano, inoltre, i giudici di appello il carattere non decisivo delle deposizioni dei vicini di casa indotti dalla difesa, in quanto basate su valutazioni delle relazioni familiari del tutto personali. In relazione all’attendibilità delle dichiarazioni rese dalla persona offesa - fermo restando i principi più volte affermati da questa Corte in materia di credibilità della persona offesa e di utilizzabilità della sua deposizione quale fondamento della decisione in punto di responsabilità per reati di abuso sessuale come quello in esame - merita precisare che la bambina fin dall’inizio è stata ferma nel ribadire le proprie affermazioni anche in presenza del G. ed anche di fronte al suo diniego. Questo profilo è stato evidenziato dai giudici del rinvio che hanno poi osservato come, a fronte dell’atteggiamento deciso seppur impaurito della bambina, non vi sia stata una reazione forte da parte dell’imputato il quale si è limitato ad affermare senza troppa convinzione che non aveva fatto nulla alla minore e che durante il pomeriggio si era dedicato alla pulizia della propria automobile. Circostanza quest’ultima smentita dal fatto che - come affermato dal padre della bambina - la pavimentazione antistante il parcheggio era perfettamente asciutta. Quanto alle lamentate discrasie nei racconti di G. , sentita in tre diverse occasioni, la Corte di appello ha correttamente osservato che in realtà la bambina ha mantenuto sempre la medesima versione. Poco rileva che sentita in dibattimento non abbia affermato che il bacio era avvenuto con l’introduzione della lingua, in quanto dietro approfondimento del PM e del presidente la stessa ha dichiarato che il G. la baciò sulle labbra, dopo averla attirata a sè tirandola per il fondoschiena, e che si trattò di un bacio simile a quello che si danno due persone adulte quando si amano . Poi interrogata sullo specifico profilo dell’introduzione della lingua da parte del G. la bambina ha dato risposta positiva. Quindi proprio sulla base delle dichiarazioni rese dalla persona offesa in dibattimento i giudici del rinvio hanno ricavato il carattere sessuale, repentino e contrario al consenso della vittima della condotta posta in essere dal G. . Si è trattato di un bacio che ha colto di sorpresa la bambina e che ha visto l’inserimento della lingua tale condotta costituisce indubbiamente un atto a valenza sessuale. Del resto, come più volte statuito da questa Corte, atti sessuali sono tutti quelli che risultano idonei a compromettere la libera determinazione della sessualità del soggetto passivo invadendone la sfera sessuale con la precisazione che il contatto tra corpi non deve necessariamente interessare gli organi genitali ma comprende, più in generale, tutte le così dette zone erogene cioè idonee a stimolare l’istinto sessuale quindi anche le labbra. In altri termini la condotta di cui all’art. 609 bis c.p. ricomprende ogni atto finalizzato ed idoneo ad incidere sulla libertà sessuale dell’individuo tramite la eccitazione/soddisfacimento dell’istinto sessuale dell’agente. Dunque acanto si tratta di atti connotati da un requisito soggettivo - la finalizzazione all’appagamento di un impulso sessuale - che si innesta nel requisito oggettivo della concreta idoneità dell’atto a compromettere l’altrui libertà sessuale. Quanto alla censura inerente le supposte domande suggestive rivolte alla minore durante l’audizione dibattimentale, trattasi di questione già affrontata dalla precedente sentenza di questa Corte che nel pronunciare l’annullamento ha rigettato la relativa censura. Come già evidenziato in detta pronuncia, infatti, l’esame della minore in dibattimento non è stato condotto tramite domande che, in qualche modo, contenessero una risposta in maniera tale da indirizzare la teste. A ben vedere, infatti, non possono considerarsi tali le domande che pur se insistenti sono volte soltanto ad approfondire/mettere a fuoco una questione che il dichiarante non è stato in grado di spiegare con la dovuta chiarezza. Del resto più volte questa Corte ha precisato come non possano considerarsi suggestive le domande del giudice volte a vincere la reticenza/ritrosia del testimone minore soprattutto quando si tratta di reati attinenti la sfera sessuale Cass. Sez. III RV 239966 . Al pari infondata risulta la successiva doglianza tramite la quale la difesa lamenta la mancata indicazione degli elementi in base ai quali il giudice del rinvio ha valutato attendibile le dichiarazioni della bambina. Invero la Corte di appello in sede di rinvio ha evidenziato come la ricostruzione di G. risultasse in sé lucida, intrinsecamente coerente e confermata dalla deposizione dei genitori - che ne raccolsero per primi le confidenze - nonché dall’atteggiamento impaurito e poco deciso nel discolparsi tenuto dall’imputato. Priva di rilevanza risulta anche la censura inerente l’utilizzabilità delle dichiarazioni rese dalla bambina in sede di audizione da parte del consulente del PM dal momento che, come già accennato in precedenza, il giudice del rinvio ha fondato il proprio convincimento sulla versione fornita da G. in dibattimento. Versione che, contrariamente alle prospettazioni della difesa, non presenta reali discrasie rispetto alle dichiarazioni precedentemente rese. Le considerazioni sopra svolte rendono evidente l’infondatezza anche del sesto ed ultimo motivo di ricorso tramite il quale la difesa lamenta il mancato rispetto del disposto dell’art. 533 c.p.p In particolare, merita evidenziare come la Corte di appello in sede di rinvio abbia logicamente ed adeguatamente indicato gli elementi sulla base dei quali ha ritenuto dimostrata la responsabilità del G. in merito al reato contestatogli al di la di ogni ragionevole dubbio. Sotto tale profilo, quindi, l’impugnata sentenza non appare censurabile in sede di legittimità. Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali. Si dispone inoltre l’oscuramento dei dati personali. P.Q.M. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Dispone l’oscuramento dei dati personali.