Detrazioni, inammissibili per le operazioni elusive

Una società di capitali non può chiedere il beneficio quando la pratica serve soltanto per aggirare il pagamento del tributo

Niente detrazioni Iva su operazioni elusive. Infatti una società di capitali non può chiedere il beneficio quando l'operazione fatta serva soltanto per aggirare il pagamento del tributo. Anche perché, ha spiegato la Corte di cassazione con le sentenze n. 10352 e 10353 del 5 maggio scorso, non esiste una presunzione assoluta per cui qualunque operazione documentata da impresa riveste necessariamente il carattere della regolare operazione imponibile . In altri termini, un'operazione singola non è certo indice di una attività commerciale o imprenditoriale. A dare conforto a questa soluzione le norme e la giurisprudenza comunitaria, più volte richiamata dal Collegio nelle motivazioni. La Corte di giustizia delle comunità europee, con la sentenza C-419-2002, del 21 febbraio scorso, ha chiarito che la VI direttiva Cee, la n. 388 del 1977, direttamente applicabile nell'ordinamento nazionale, aggiunge alla tradizionale bipartizione dei comportamenti tenuti dai contribuenti in tema di Iva, fra quello fisiologico e quello patologico proprio delle frodi fiscali , il primo idoneo a consentire una piena detraibilità dell'imposta assolta ed il secondo la sua assoluta indetraibilità, una sorta di tertium genus, in dipendenza del comportamento abusivo ed elusivo del contribuente, comportante il recupero dell'Iva detratta e l'eventuale rimborso in favore del soggetto che abbia posto in essere l'operazione elusiva . Quindi tanto nell'ordinamento interno quanto in quello europeo vige il principio secondo cui l'Iva è indetraibile se assolta in corrispondenza di comportamenti abusivi, volti cioè a conseguire il solo risultato del beneficio fiscale, senza una reale ed autonoma ragione economica giustificatrice delle operazioni medesime, solo formalmente corrette ma in realtà elusive. La copertura, fra l'altro, è a trecentosessanta gradi. Sia dal punto di vista territoriale sia dal punto di vista temporale. Infatti, anche prima dell'entrata in vigore dell'articolo 37-bis del d.p.r. 600 del 1973, introdotto nel 1997, pur non esistendo nell'ordinamento fiscale italiano una clausola generale antielusiva, c'era l'emergenza, la stessa Cassazione lo aveva già affermato sentenza n. 22932 del 2005 , di un principio tendenziale , desumibile dalle fonti comunitarie e dal concetto di abuso del diritto elaborato dalla giurisprudenza d'oltralpe. Il caso nasce da un avviso di rettifica con cui l'ufficio Iva di Torino ha negato a una società le detrazioni dell'imposta dal momento che, a parere dell'amministrazione finanziaria, non era stato raggiunto l'oggetto sociale. Che, in realtà, è stato acquistato un solo immobile per essere poi rivenduto. Circostanza insolita se si pensa a una società immobiliare. Così la contribuente ha impugnato l'atto di fronte alla commissione tributaria provinciale. Sia in primo sia in secondo grado il ricorso è stato respinto. Stessa sorte in Cassazione. Deb.Alb.

Cassazione - Sezione quinta civile - sentenza 21 febbraio-5 maggio 2006, n. 10352 Presidente Prestipino - Relatore Genovese Ricorrente Lete Mobile Co Srl - Controricorrente ministero delle Finanze Rilevato che l'Ufficio Iva di Torino ha notificato, per l'anno di imposta 1990 un avviso di rettifica con cui sono state negate le detrazioni dell'Iva pagata dalla società Lete Mobil Co. Srl sugli acquisti, sulla base dell'articolo 19 Dpr 633/72, considerando che la società non aveva realizzato lo scopo sociale che la società ha proposto ricorso davanti alla Commissione tributaria provinciale che la società ha sostenuto di essersi costituita nel 1990 sull'onda. del vertiginoso aumento dei prezzi degli anni 1988/90 che fin dal 1990 aveva cominciato ad interessarsi di vari possibili acquisti di immobili, concretizzatisi con la compravendita di uno posto in Bottigliera Alta, per il quale aveva chiesto la concessione finalizzata alla ristrutturazione che tale immobile venne poi venduto a tale signor Andrea Corona e la società venne posta in liquidazione, nel luglio 1993, e cessò ogni attività il 31 dicembre 1994 che con l'avviso di rettifica l'Ufficio ha sostenuto il carattere elusivo dell'attività di acquisto e vendita dell'immobile, in quanto dirette a portare in detrazione l'Iva assolta con la ristrutturazione dell'immobile che la società ha contestato l'accertamento sostenendo, tra l'altro, che la pretesa in tanto avrebbe potuto essere legittima in quanto all'epoca fosse stata già vigente la modifica all'articolo 19 Dpr 633/73, introdotta dall'articolo 10, comma 4, Dl 323/96 conv. nella legge 425 che la Ctp ha respinto il ricorso, dichiarando non dovute le pene pecuniarie ex articolo 8 D.Lgs 546/92 che la società ha proposto appello che la Ctr del Piemonte ha respinto il gravame con la motivazione che nella specie sussisterebbe l'elusione fiscale, atteso che in cinque anni l'attività della società si sarebbe limitata all'acquisto di un solo immobile che, dopo la ristrutturazione, sarebbe stato ceduto ad un socio che non sarebbe stata fornita la prova della residenza del socio cessionario ai fini del godimento delle aliquote agevolate che non vi sarebbe stata incertezza ai fini applicativi delle sanzioni che avverso tale pronuncia la società ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi che con il primo mezzo con il quale lamenta la violazione e falsa applicazione degli articoli 4 e 19 Dpr 633/72 e omessa, insufficiente ed erronea motivazione la contribuente invoca, a fronte dell'articolo 19 Dpr 633/72, l'articolo 4 dello stesso testo che, secondo la ricorrente, l'articolo 4 cit. disporrebbe una presunzione assoluta di soggettività Iva da parte delle società di capitali nelle operazioni da loro compiute a debito o a credito che l'Ufficio non avrebbe mai invocato la norma antielusiva ex articolo 10 comma 1, legge 408/90 che non sarebbe esatto che il socio Corona, al momento dei fatti rilevati, sarebbe stato residente in Torino, anziché in Bottigliera e perciò, stante il beneficio dell'essere egli un potenziale acquirente di prima casa, avrebbe dovuto corrispondere solo il 4% per Iva per una somma addirittura inferiore a quella assolta dalla società che in tal senso sarebbe orientata la giurisprudenza comunitaria decisioni 110/96 e 753/95 che, contrariamente opinando, si perverrebbe all'assurdo di far incassare due volte l'Iva su medesimo bene che con il secondo mezzo con il quale lamenta la violazione e falsa applicazione degli articoli 8 D.Lgs 546/92 e 3 e 6 D.Lgs 472/97 e omessa, insufficiente ed erronea motivazione la contribuente invoca la non debenza delle pene pecuniarie che la sentenza di appello avrebbe escluso in modo apodittico l'incertezza sulla portata e sull'ambito applicativo della legge che nella specie ricorrerebbe proprio un caso di comportamento incolpevole, meritevole di essere scriminato che l'Amministrazione delle finanze ha resistito con controricorso che il Pg della Corte di cassazione, richiesto di rendere le sue conclusioni, ai sensi dell'articolo 375 Cpc, ha concluso per la reiezione del ricorso che la società contribuente ha depositato memoria illustrativa e insistito nelle sue deduzioni. Considerato che il ricorso è infondato e deve essere respinto che il primo motivo contiene diverse prospettazioni, che sono in parte inammissibili e in parte infondate che non può trovare riscontro in questa sede di legittimità la doglianza, diretta contro la sentenza di merito e relativa all'errore sulla località di residenza del socio cessionario dell'immobile, atteso che la stessa non è autosufficiente poiché non indica né se, né come, né dove sarebbe stato fornito un adeguato supporto probatorio all'attenzione dei giudici del gravame i quali l'hanno respinta come infondata che non hanno pregio, in questa sede, le argomentazioni, involgenti un riesame dei fatti storici, non aventi diritto di ingresso in sede di legittimità, con le quali la società tende a dimostrare la non convenienza economica delle operazioni svolte ove le stesse fossero state - come affermato dai giudici dell'appello - preordinate all'elusione fiscale che sono infondate le affermazioni con le quali la contribuente tende a postulare una presunzione assoluta di soggettività ai fini applicativi dell'Iva, da parte delle società di capitali, onde tutto quanto da esse svolto e documentato rivestirebbe necessariamente il carattere della regolare operazione imponibile che, infatti, questa Corte ha affermato, in un caso non molto lontano da quello esaminato dai giudici di merito, che - in tema di Iva - un'operazione economica isolata, compiuta da una società commerciale, non diretta al mercato, quand'anche l'atto costitutivo o lo statuto sociale prevedano che il sodalizio possa compiere operazioni di acquisto, ristrutturazione, vendita e locazione d'immobili, di per sé sola non può valere a dare consistenza ad un'attività imprenditoriale capace dì giustificare l'inerenza dell'operazione passiva all'attività svolta, salvo che la società dimostri o che l'operazione, apparentemente singola, non sia isolata e che sia inserita in una specifica attività imprenditoriale, oppure che essa s'inserisca in una attività immobiliare vera e propria, cosi che - in ambedue i casi - sia destinata, almeno in prospettiva, a generare un lucro in proprio favore che, nell'affermare tale principio, e dare conferma alla sentenza dì merito. la Corte di cassazione - con questa pronuncia - ha escluso che una società, a cui 1 Amministrazione Finanziaria aveva negato un rimborso d'imposta in relazione all'acquisto di un complesso immobiliare concesso in locazione ad altra società socia, pressoché totalitaria, della locatrice e avente la stessa residenza anagrafica e la medesima ristretta base societaria, potesse fruire del rimborso fiscale Iva per l'operazione passiva, non avendo né sostenuto e né dimostrato di essere un,impresa immobiliare o un'impresa operante in un altro settore che aveva posto in essere, eccezionalmente, un'operazione di carattere immobiliare, funzionale all'attività svolta nel proprio settore operativo che tale principio va confermato nonostante le critiche svolte dalla società contribuente che, infatti, non ha pregio la critica sostanzialmente incentrata sulla pretesa mancanza di una clausola antielusiva, all'epoca dei fatti oggetto della controversia, nel nostro ordinamento giuridico che, infatti, questa Corte ha affermato sentenza 22932/05 che, nella disciplina anteriore all'entrata in vigore dell'articolo 37bis del Dpr 600/73, introdotto dall'articolo 7 del D.Lgs 358/97, pur non esistendo nell'ordinamento fiscale italiano una clausola generale antielusiva, non può negarsi l'emergenza di un principio tendenziale, desumibile dalle fonti comunitarie e dal concetto, di abuso del diritto elaborato dalla giurisprudenza comunitaria, secondo cui non possono trarsi benefici da operazioni intraprese ed eseguite al solo scopo di procurarsi un risparmio fiscale che, peraltro, con riferimento all'ordinamento comunitario, con la recentissima pronuncia del 21 febbraio 2006, nella causa C-419-2002, la Corte di Giustizia delle Comunità europee ha chiarito che la VI direttiva CEE n. 77/388/CEE, direttamente applicabile in quello nazionale, aggiunge alla tradizionale bipartizione dei comportamenti tenuti dai contribuenti comportante il recupero dell'Iva detratta e l'eventuale rimborso in favore del soggetto che abbia posto in essere l'operazione elusiva che, pertanto, nell'ordinamento comunitario e, quindi, anche in quello interno deve considerarsi vigente il principio di indetraibilità dell'Iva articolo 17 della citata direttiva n. 77/388/CEE assolta in corrispondenza di comportamenti abusivi, volti cioè a conseguire il solo risultato del beneficio fiscale, senza una reale ed autonoma ragione economica giustificatrice delle operazioni economiche che, perciò, risultano eseguite in forma solo apparentemente corretta ma, in realtà, sostanzialmente elusiva che la valutazione del carattere abusivo ed elusivo dell'operazione economica svolta dal contribuente è giudizio spettante al giudice del merito il quale è tenuto a darne conto con una motivazione adeguata e logica che nella specie, al di là della esatta qualificazione giuridica del caso esaminato, il giudice di merito ha, con motivazione in cui non si. ravvisano vizi logico-giuridici, dimostrato il carattere abusivo delle operazioni economiche volte a conseguire la detraibilità dell'Iva assolta in relazione alla ristrutturazione dell'unico immobile compravenduto dalla società e destinato al suo socio che, pertanto, il ricorso della società contribuente deve essere respinto che, giusta il principio di soccombenza, la ricorrente va condannata al pagamento delle spese processuali, liquidate come da dispositivo. PQM Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio che liquida in complessivi Euro 700,00, di cui Euro 100,00 per spese, oltre quelle generali ed accessori, come per legge.

Cassazione - Sezione quinta civile - sentenza 21 febbraio-5 maggio 2006, n. 10353 Presidente Prestipino - Relatore Genovese Ricorrente Lete Mobile Co. Srl - Controricorrente ministero delle Finanze Rilevato che l'Ufficio Iva di Torino ha notificato, per l'anno di imposta 1991, un avviso di rettifica con cui sono state negate le detrazioni dell'Iva pagata dalla società Lete Mobili Co. Srl sugli acquisti, sulla base dell'articolo 19 Dpr 633/72, considerando che la società non aveva realizzato lo scopo sociale che la società ha proposto ricorso davanti alla Commissione tributaria provinciale che la società ha sostenuto di essersi costituita nel 1990 sull'onda del vertiginoso aumento dei prezzi degli anni 1988/90 che fin dal 1990 aveva cominciato ad interessarsi di vari possibili acquisti di immobili, concretizzatisi con la compravendita di uno posto in Bottigliera Alta. per il quale aveva chiesto la concessione finalizzata alla ristrutturazione che tale immobile venne poi venduto a tale signor Andrea Corona e la società venne posta in liquidazione, nel luglio 1993, e cessò ogni attività il 31 dicembre 1994 che con l'avviso di rettifica l'Ufficio ha sostenuto il carattere elusivo dell'attività di acquisto e vendita dell'immobile, in quanto dirette a portare in detrazione l'Iva assolta con la ristrutturazione dell'immobile che la società ha contestato l'accertamento sostenendo, tra l'altro, che la pretesa in tanto avrebbe potuto essere legittima in quanto all'epoca fosse stata gia vigente la modifica all'articolo 19 Dpr 633/73, introdotta dall'articolo 10, comma 4, 323/96 conv. nella legge n. 425 che la Ctp ha respinto il ricorso, dichiarando non dovute le pene pecuniarie ex articolo 8 D.Lgs 546/92 che la società ha proposto appello che la Ctr del Piemonte ha respinto il gravame con la motivazione che nella specie sussisterebbe l'elusione fiscale, atteso che in cinque anni l'attività della società si sarebbe limitata all'acquisto di un solo immobile che, dopo la ristrutturazione, sarebbe stato ceduto ad un socio che non sarebbe stata fornita la prova della residenza del socio cessionario, ai fini del godimento delle aliquote agevolate che non vi sarebbe stata incertezza ai fini applicativi delle sanzioni che avverso tale pronuncia la società ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi che con il primo mezzo con il quale lamenta la violazione e falsa applicazione degli articoli 4 e 19 Dpr n. 633 del 1972 e omessa, insufficiente ed erronea motivazione la contribuente invoca, a fronte dell'articolo 19 Dpr 633/72, l'articolo 4 dello stesso testo che secondo la ricorrente, l'articolo 4 cit. disporrebbe una presunzione assoluta di soggettività Iva da parte delle società di capitali nelle operazioni da loro compiute a debito o a credito che l'Ufficio non avrebbe mai invocato la norma antielusiva ex articolo 10, comma 1, legge 408/90 che non sarebbe esatto che il socio Corona, al momento dei fatti rilevati, sarebbe stato residente in Torino, anziché in Bottigliera e perciò, stante il beneficio dell'essere egli un potenziale acquirente di prima casa, avrebbe dovuto corrispondere solo il 4% per Iva per una somma addirittura inferiore a quella assolta dalla società che in tal senso sarebbe orientata la giurisprudenza comunitaria decisioni 110/96 e 753/95 che, contrariamente opinando, si perverrebbe all'assurdo di far incassare due volte l'Iva su medesimo bene che con il secondo mezzo con il quale lamenta la violazione e falsa applicazione degli articoli 8 D.Lgs 546/92 e 3 e 6 D.Lgs 472/97 e omessa, insufficiente ed erronea motivazione la contribuente invoca la non debenza delle pene pecuniarie che la sentenza di appello avrebbe escluso in modo apodittico l'incertezza sulla portata e sull'ambito applicativo della legge che nella specie ricorrerebbe proprio un caso di comportamento incolpevole, meritevole di essere scriminato che l'Amministrazione delle finanze ha resistito con controricorso che il Pg della corte di cassazione, richiesto di rendere le sue conclusioni,,ai sensi dell'articolo 375 Cpc, ha concluso per la reiezione del ricorso che la società contribuente ha depositato memoria illustrativa e insistito nelle sue deduzioni. Considerato che il ricorso è infondato e deve essere respinto che il primo motivo contiene diverse prospettazioni, che sono in parte inammissibili e in parte infondate che non può trovare riscontro in questa sede di legittimità la doglianza, diretta contro la sentenza di merito e relativa all'errore sulla località di residenza del socio cessionario dell'immobile, atteso che la stessa non è autosufficiente poiché non indica né se, né come, né dove sarebbe stato fornito un adeguato supporto probatorio all'attenzione dei giudici del gravame i quali l'hanno respinta come infondata che non hanno pregio, in questa sede, le argomentazioni, involgenti un riesame dei fatti storici, non aventi diritto di ingresso in sede di legittimità, con le quali la società tende a dimostrare la non convenienza economica delle operazioni svolte ove le stesse fossero state - come affermato dai giudici dell'appello - preordinate all'elusione fiscale che sono infondate le affermazioni con le quali la contribuente tende a postulare una presunzione assoluta di soggettività ai fini applicativi dell'Iva, da parte delle società di capitali, onde tutto quanto da esse svolto e documentato rivestirebbe necessariamente il carattere della regolare operazione imponibile che, infatti, questa Corte ha affermato, in un caso non molto lontano da quello esaminato dai giudici di merito, che - in. tema di Iva - un'operazione economica isolata, compiuta da una società commerciale, non diretta al mercato, quand'anche l'atto costitutivo o lo statuto sociale prevedano che il sodalizio possa compiere operazioni di acquisto, ristrutturazione, vendita. e locazione d, immobili, di per sé sola non può valere a dare , consistenza ad un'attività imprenditoriale capace di giustificare l'inerenza dell'operazione passiva all'attività svolta, salvo che la società dimostri o che l'operazione, apparentemente singola, non sia isolata e che sia inserita in una specifica attività imprenditoriale, oppure che essa s'inserisca in una attività immobiliare vera e propria, cosi che - in ambedue i casi - sia destinata, almeno in prospettiva, a generare un lucro in proprio favore che, nell'affermare tale principio, e dare conferma alla sentenza di merito, la Corte di cassazione - con questa pronuncia - ha escluso che una società, a cui 1 Amministrazione Finanziaria aveva negato un rimborso d'imposta in relazione all'acquisto di un complesso immobiliare concesso in locazione ad altra società socia, pressoché totalitaria, della locatrice e avente la stessa residenza anagrafica e la medesima ristretta base societaria, potesse fruire del rimborso fiscale Iva per l'operazione passiva, non avendo né sostenuto e né dimostrato di essere un'impresa immobiliare o un'impresa operante in un altro settore che aveva posto in essere, eccezionalmente, un'operazione di carattere immobiliare, funzionale all'attività svolta nel proprio settore operativo che tale principio va confermato nonostante le critiche svolte dalla società contribuente che, infatti, non ha pregio la critica sostanzialmente incentrata sulla pretesa mancanza di una clausola antielusiva, all'epoca dei fatti oggetto della controversia, nel nostro ordinamento giuridico che, infatti, questa Corte ha affermato sentenza 22932/05 che, nella disciplina anteriore all'entrata in vigore dell'articolo 37bis del Dpr 600/73, introdotto dall'articolo 7 del D.Lgs 358/97, pur non esistendo nell'ordinamento fiscale italiano una clausola generale antielusiva, non può negarsi l'emergenza di un principio tendenziale, desumibile dalle fonti comunitarie e dal concetto di abuso del diritto elaborato dalla giurisprudenza comunitaria, secondo cui non possono trarsi benefici da operazioni intraprese ed eseguite al solo scopo di procurarsi un risparmio fiscale che, peraltro, con riferimento all'ordinamento comunitario, con la recentissima pronuncia del 21 febbraio 2006, nella causa C-419-2002, la Corte di Giustizia delle Comunità europee ha chiarito che la VI direttiva CEE n. 771388/CEE, direttamente applicabile in quello nazionale, aggiunge alla tradizionale bipartizione dei comportamenti tenuti dai contribuenti in tema di Iva, fra quello fisiologico e quello patologico proprio delle frodi fiscali , il primo idoneo a consentire una piena detraibilità dell'imposta assolta ed il secondo la sua assoluta indetraibilità, una sorta di tertium genus, in dipendenza del comportamento abusivo ed elusivo del contribuente, comportante il recupero dell'Iva detratta e l'eventuale rimborso in favore del soggetto che abbia posto in essere l'operazione elusiva che, pertanto, nell'ordinamento comunitario e, quindi, anche in quello interno deve considerarsi vigente il principio di indetraibilità dell'Iva articolo 17 della citata direttiva n. 77/388/CEE assolta in corrispondenza di comportamenti abusivi, volti cioè a conseguire il solo risultato del beneficio fiscale, senza una reale ed autonoma ragione economica giustificatrice delle operazioni economiche che, perciò, risultano eseguite in forma solo apparentemente corretta ma, in realtà, sostanzialmente elusiva che la valutazione del carattere abusivo ed elusivo dell'operazione economica svolta dal contribuente è giudizio spettante al giudice del merito il quale è tenuto a darne conto con una motivazione adeguata e logica che nella specie, al di là della esatta qualificazione giuridica del caso esaminato, il giudice di merito ha, con motivazione in cui non si ravvisano vizi logico-giuridici, dimostrato il carattere abusivo delle operazioni economiche volte a conseguire la detraibilità dell'Iva assolta in relazione alla ristrutturazione dell'unico immobile compravenduto dalla società e destinato al suo socio che, pertanto, il ricorso della società contribuente deve essere respinto che, giusta il principio di soccombenza, la ricorrente va condannata al pagamento delle spese processuali, liquidate come da dispositivo. PQM Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio che liquida in complessivi Euro 1.500,00, di cui Euro 100,00 per spese, oltre quelle generali ed accessori, come per legge.