Non è reiterabile il decreto di espulsione emesso dal prefetto nei confronti dell'immigrato clandestino

Secondo la Suprema corte l'intento della normativa è quello di garantire l'esecuzione effettiva dell'allontanamento e non quello di innescare una spirale di condanne

Non sono reiterabili , da parte del questore, i decreti di espulsione nei confronti degli extracomunitari clandestini trovati inottemperanti al primo ordine di lasciare il territorio italiano. Lo sottolinea la Cassazione - con la sentenza 20374 della Prima sezione penale, depositata il 14 giugno e integralmente leggibile tra i correlati - spiegando che non bisogna esasperare la carica criminogena della normativa sull'immigrazione clandestina . In sostanza, ad avviso di piazza Cavour che - con questa pronuncia ha rimeditato il suo precedentemente orientamento - il questore non può emanare più di un decreto di espulsione nei confronti dei clandestini. Questo per evitare che gli immigrati trovati una seconda volta senza documenti, e che non hanno obbedito al foglio di via, siano processati e condannati più volte per lo stesso reato. In proposito la Suprema Corte sottolinea che l'intento del legislatore, nel varare le norme sull'immigrazione irregolare, è quello di garantire l'esecuzione effettiva del decreto di espulsione e non quello di innescare una spirale di condanne . In questa maniera i supremi giudici danno un altolà al proliferare dei decreti di espulsione che finiscono per aggravare il lavoro dei tribunali, dal momento che si tramutano in altrettanti processi. La Cassazione, insomma, invita le autorità competenti - ossia il ministero dell'Interno - ad adoperarsi di più per far eseguire i rimpatri. Se così non fosse, osserva la Suprema Corte, si finirebbe con innescare una spirale di condanne ed esasperare la carica criminogena della normativa sull'immigrazione clandestina, la cui reale 'ratio' va identificata, piuttosto, nell'intento legislativo di assicurare l'effettività dell'allontanamento dal territorio italiano dello straniero . Questo verdetto è stato emesso in seguito al ricorso con il quale la procura della corte di Appello di Brescia ha protestato per l'assoluzione impartita, dal tribunale bresciano, a un clandestino, Fred I., che era stato sorpreso, nuovamente senza documenti, e senza aver obbedito a un precedente decreto di espulsione. A Fred il prefetto aveva 'inflitto' un nuovo decreto espulsivo per inottemperanza alla precedente intimazione del questore di Rovigo . Il tribunale, oltre ad assolvere Fred con la formula perché il fatto non sussiste aveva anche disapplicato il secondo decreto espulsivo. Senza successo la procura bresciana, in Cassazione, ha sostenuto che il tribunale aveva ingiustamente disapplicato il provvedimento amministrativo, discostandosi dalla giurisprudenza della Cassazione secondo cui l'ordine del questore è reiterabile anche nell'ipotesi in cui lo straniero privo di permesso di soggiorno sia stato già condannato e sia stato raggiunto da nuovo decreto di espulsione . Ma l'orientamento richiamato dal pm di Brescia è stato, adesso, rimeditato da piazza Cavour che ha rigettato il reclamo del pubblico ministero.

Cassazione - Sezione prima penale up - sentenza 18 maggio-14 giugno 2006, n. 20374 Presidente Silvestri - Relatore Turone Pg Favalli - Ricorrente Pg in proc. Imasuen Osserva Con sentenza dell'1 aprile 2005, il Tribunale di Brescia assolveva Imasuen Fred, con la formula perché il fatto non sussiste, dal delitto di cui all'articolo 14 comma 5ter del D.Lgs 286/98 per essersi trattenuto, senza giustificato motivo, nel territorio dello Stato in violazione dell'ordine emesso dal Questore di Brescia in data 8 gennaio 2005 a seguito di nuovo decreto Prefettizio di espulsione con accompagnamento alla frontiera adottato dopo la sentenza di applicazione della pena per l'inottemperanza alla precedente intimazione del Questore di Rovigo del 31 marzo 2004. Il Pg di Brescia proponeva ricorso per cassazione chiedendo l'annullamento della sentenza per inosservanza ed erronea applicazione dell'articolo 14 comma 5ter del D.Lgs 286/98, sull'assunto che il tribunale aveva ingiustamente disapplicato il provvedimento amministrativo, discostandosi dall'indirizzo della giurisprudenza della Corte di cassazione secondo cui l'ordine del questore è reiterabile anche nell'ipotesi in cui lo straniero privo di permesso di soggiorno sia stato già condannato e sia stato raggiunto da nuovo decreto dì espulsione. Il ricorso è infondato. Non è controverso che all'imputato, entrato clandestinamente in Italia e già espulsa con decreto prefettizio, è stata applicata la pena della reclusione per non avere osservato l'intimazione del questore datata 31 marzo 2004 di lasciare il territorio dello Stato entro il termine di cinque giorni e che, dopo quella sentenza, lo straniero è stato raggiunto da nuovo provvedimento prefettizio 8 gennaio 2005 di espulsione con accompagnamento alla frontiera, cui ha fatto seguito, in pari data un reiterato ordine del questore adottato ai sensi dell'articolo 14, comma 5bis, del D.Lgs 286/98. Dall'inosservanza di quest'ultimo ordine è derivata l'instaurazione del presente processo con la contestazione di un secondo reato ex articolo 14, comma 5bis e 5ter. Ciò posto, deve sottolinearsi che la situazione dedotta in giudizio è regolata dall'ultima parte del comma 5ter del citato articolo 14, a norma del quale, nell'ipotesi in cui lo straniero abbia già riportato una prima condanna per violazione dell'intimazione del questore, in ogni caso si procede all'adozione di un nuovo provvedimento di espulsione con accompagnamento alta frontiera a mezzo della forza pubblica . Come è stato perspicuamente osservato dal giudice di merito nella sentenza impugnata, la disposizione - inserita dall'articolo 13, comma 1, lettera b della legge 189/02 e poi sostituita dall'articolo 1, comma 5bis, del Dl 241/04, convertito, con modificazioni, nella legge 271/04 - esprime l'intenzione del legislatore di ammettere quale unica forma di esecuzione del nuovo provvedimento di espulsione adottato nei confronti dello straniero clandestino già condannato per non avere volontariamente ottemperato all'ordine del questore quella dell'accompagnamento alla frontiera a mezzo della forza pubblica. Siffatta ricostruzione della reale portata della normativa trova, anzitutto, un Preciso e solido aggancio ermeneutico nel dato testuale desunto dalla locuzione in ogni caso che non figurava nell'originaria versione della disposizione, la cui pregnanza espressiva rivela univocamente che, a fronte della condizione dello straniero presente nel territorio nazionale nonostante la Precedente condanna per il reato di cui all'articolo 14, comma 5ter, del D.Lgs 286/98, la normativa non ammette altra soluzione che quella dell'uso della forza pubblica per l'esecuzione dell'espulsione. Il risultato interpretativo è avvalorato da probanti argomenti logici, che fanno apparire indubbiamente incoerente e irragionevole la previsione della possibilità di un nuovo ordine del questore, successivo all'intervento di una condanna e di una seconda espulsione, che resti affidato alla volontaria esecuzione di un soggetto che ha già manifestato l'intenzione di non volere abbandonare il territorio italiano. Tali riflessioni inducono a rimeditare l'indirizzo giurisprudenziale secondo cui, nel sistema delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e la condizione dello straniero, la previsione, contenuta nell'articolo 14, comma 5ter, del D.Lgs 286/98, di una nuova espulsione con accompagnamento alla frontiera dello straniero che non abbia osservato l'ordine di allontanamento in precedenza impartito implica la cessazione della permanenza del reato anteriormente commesso e l'inizio della permanenza di un diverso reato, decorrente dalla scadenza del termine assegnato per lasciare il territorio dello Stato Cassazione, Sezione prima, 27 aprile 2004, Pm in proc. Cherednicenko, rv 229047 . li principio - così enunciato nella massima ufficiale e ribadito da una successiva decisione Cassazione, Sezione prima, 12 ottobre 2005, Pg in proc. Shire Karim - è giustificato nella motivazione della sentenza Cherednicenko con l'osservazione che, qualora la nuova espulsione risulti materialmente impossibile perché lo straniero già condannato non è stato identificato o perché è privo di documenti, il questore è legittimato ad emettere un nuovo ordine di allontanamento, purché siano indicate le ragioni che impediscono l'attuazione dell'espulsione a mezzo della forza pubblica. La base giustificativa di tale linea giurisprudenziale non può essere condivisa, in quanto le difficoltà di identificazione dello straniero non possono essere addotte per legittimare la reiterazione dell'ordine del questore, per la duplice ragione che l'ultima parte del comma 5ter del citato articolo 14 esclude il potere di emettere ulteriori intimazioni ai sensi 5bis, finalizzate all'abbandono volontario del territorio nazionale, e che, comunque, la legge appresta un apposito rimedio per superare dette difficoltà prevedendo il trattenimento presso un centro di permanenza, che, secondo il primo comma dello stesso articolo 14, è previsto proprio quando siano necessari accertamenti supplementari in ordine alla identità e alla nazionalità dello straniero ovvero all'acquisizione di documenti per il viaggio. E che questa sia l'unica misura adottabile in vista dell'esecuzione coattiva dell'espulsione è esplicitamente confermato dal comma 5quinquies dell'articolo 14 nella parte in cui stabilisce che al fine di assicurare l'esecuzione dell'espulsione, il questore dispone i provvedimenti di cui al comma 1 , vale a dire che nei confronti dello straniero, sottoposto a giudizio con rito direttissimo in stato di arresto o libero, il questore deve disporre il trattenimento presso un centro di permanenza in vista dell'esecuzione, dopo la condanna, dell'espulsione a mezzo della forza pubblica. Di talché, anche sotto tale profilo, mancano spazi interpretativi per sostenere che, successivamente alla condanna, allo straniero possa essere ordinato, ancora una volta, di lasciare volontariamente il territorio dello Stato in tal senso cfr. Cassazione, Sezione prima, 14 dicembre 2005, dep. 12 gennaio 2006, Shumska . A chiusura delle considerazioni che precedono, è opportuno osservare che seguire l'opposta opinione significa, nella sostanza, innescare una spirale di condanne ed esasperare la carica criminogena della normativa sull'immigrazione clandestina, la cui reale ratio va identificata, piuttosto, nell'intento legislativo di assicurare l'effettività dell'allontanamento dal territorio italiano dello straniero. Pertanto, considerato che, ai fini dell'ultima parte del comma 5ter del citato articolo 14, alla sentenza di condanna deve essere equiparata quella di applicazione concordata della pena, va riconosciuto che le linee argomentative della sentenza impugnata risultano pienamente rispondenti alla disciplina vigente, onde il tribunale ha correttamente disapplicato l'illegittimo ordine del questore pronunciando l'assoluzione dell'imputata. PQM Rigetta il ricorso.