Il portalettere che... non porta le lettere non si può offendere per un reclamo

Le critiche degli utenti sono sempre ammissibili anche se consegnate ai dirigenti dell'ufficio. A patto che non diventino attacchi alla sfera morale

È giusto presentare un reclamo ad una pubblica amministrazione per segnalare un disservizio le opinioni degli utenti, dice la Cassazione, possono aiutare a migliorare i servizi. Ma la critica, però, non deve mai sfociare in un attacco alla sfera morale delle persone cui è indirizzata perché altrimenti è diffamazione. È quanto emerge dalla sentenza 32016/06 - depositata il 28 settembre e qui leggibile tra i documenti allegati - con cui la quinta sezione penale del Palazzaccio ha esaminato il caso nato dalla querela di un portalettere di Corleone che si era sentito diffamato dalla missiva indirizzata al direttore dell'Ente poste italiane da un concittadino che lamentava che il postino agendo in mala fede, e con premeditazione non gli consegnava la corrispondenza e la faceva ritornare al mittente con la dicitura introvabile o sconosciuto . In particolare la Suprema corte ha ritenuto che il cittadino, con l'attribuire al postino il fatto di essere venuto meno ai doveri d'ufficio per mala fede, avesse travalicato il diritto di critica ed ha confermato, per questo, la condanna per diffamazione inflittagli dal giudice di pace di Corleone nel gennaio 2004 perché mancava la prova della verità del fatto che costituiva il presupposto della critica . Non solo. La Cassazione ha anche ricordato che la disciplina vigente prevede che il portalettere che rilevi un indirizzo insufficiente o che risulti comune a più persone restituisca la corrispondenza all'Ufficio postale con le ragioni della mancata consegna , utilizzando la dicitura sconosciuto o anche introvabile in casi di omonimia e di impossibilità di accertare il reale destinatario nel caso di indirizzi completi . Detto questo, però, gli ermellini colgono l'occasione per ricordare la positività della critica per aiutare a migliorare i servizi .

Cassazione - Sezione quinta penale up - sentenza 18 maggio-28 settembre 2006, n. 32016 Presidente Foscarini - Relatore Marasca Pm Cedrangolo - Ricorrente Mirabile ed altri Osserva Bruno Ignazio con una lettera indirizzata all'Ente Poste Italiane si lamentava del comportamento del portalettere Giuseppe Mirabile che, a suo dire, agendo in malafede e con premeditazione non gli consegnava la corrispondenza e la faceva ritornare al mittente con la dicitura introvabile o sconosciuto Per tale fatto il Bruno veniva condannato dal Giudice di Pace di Corleone con sentenza del 23 gennaio 2004 anche al risarcimento dei danni in favore della parte civile per il delitto di diffamazione. Investito dalla impugnazione di Ignazio Bruno, il Tribunale di Termini Imerese con sentenza emessa in data 4 novembre 2004, assolveva Bruno Ignazio dal reato ascrittogli perché il fatto non costituisce reato sia perché i due testimoni Mirabile Giuseppe e Bentivegna Accursio, direttore dell'Ufficio postale, erano inattendibili quando escludevano l'apposizione della dicitura introvabile o sconosciuto, sia perché il fatto era scriminato dalla articolo 51 Cp, sia, infine perché il mancato recapito della corrispondenza era dovuto al mancato rispetto del codice postale articolo 88 . Avverso tale sentenza proponeva ricorso per cassazione ai sensi degli articoli 576 e 577Cpp la parte civile Mirabile Giuseppe che deduceva i seguenti motivi di impugnazione 1 Violazione di legge in relazione agli articoli 51 e 59Cp perché, tra l'altro, il Tribunale aveva assolto l'imputato escludendo la offensività delle frasi pronunciate, nonostante il motivo di appello concernesse la sussistenza di una causa di giustificazione inoltre il giudice di appello aveva invertito l'onere della prova nelle cause di giustificazione 2 Vizio di motivazione e travisamento del fatto. Il ricorrente illustrava ampiamente la disciplina del codice postale concernente la corrispondenza con destinatario non sicuramente individuabile per la presenza di omonimi nella stessa strada 3 Contraddittorietà della motivazione in ordine alla pretesa apposizione dei termini introvabile e sconosciuto 4 Manifesta illogicità della motivazione in ordine alla ritenuta inattendibilità del teste - persona offesa fondata sul mancato rispetto della disciplina in caso di omonimia, normativa che però era stata abrogata da una legge del 2001 La parte civile ha proposto ricorso sia agli effetti civili che a quelli penali possibilità quest'ultima consentita dall'articolo 577Cpp alle parti lese costituitesi parti civili per i reati di ingiuria e diffamazione. Senonché l'articolo 9 della legge 46/2006 ha abrogato l'articolo 577Cpp ed ha escluso, pertanto, che le parti civili nei processi di ingiuria e diffamazione potessero proporre impugnazione - appello e ricorso per cassazione - agli effetti penali. Tale disposizione in virtù dell'articolo 10 comma 1 della legge predetta è immediatamente applicabile ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della medesima essa, pertanto, risulta applicabile anche nel caso di specie. La parte civile può, invece, proporre impugnazione agli effetti civili ai sensi dell'articolo 576 Cpp, cosi come novellato dall'articolo 6 della legge 46/2006, e, quindi, il ricorso in esame può essere preso in considerazione esclusivamente per gli effetti civili. I motivi di ricorso sono fondati perché in effetti il ragionamento del Tribunale, quale giudice di appello, risulta non facilmente comprensibile e, comunque, manifestamente errato, corretta essendo, invece, la sentenza di primo grado. Alcuni dati sono pacifici Bruno Ignazio ha inviato una lettera di reclamo all'Ente Poste Italiane sostenendo che il portalettere Mirabile, agendo in mala fede e con premeditazione restituiva la posta a lui indirizzata al mittente con la dicitura introvabile o sconosciuto. Sulla portata offensiva di siffatte espressioni non vi possono essere dubbi, come correttamente ha sostenuto il Giudice di Pace, perché non è lecito attribuire a taluno di essere venuto meno ai doveri di ufficio per mala fede anzi a ben vedere si tratta di una offesa di indubbia gravità. Il Giudice di secondo grado sembra avere assolto l'imputato per la presenza della scriminante dell'esercizio del diritto di critica di cui all'articolo 51 Cp. Il testo della motivazione non è del tutto chiaro e tuttavia la conclusione di assoluzione con la formula perché il fatto non costituisce reato sembra legittimare siffatta interpretazione. La soluzione adottata dal Tribunale non ha giuridico fondamento. È noto, invero, che debbono ricorrere alcuni presupposti perché la critica possa essere ritenuta legittima. In primo luogo il fatto presupposto deve essere vero nel senso che non si può attribuire un comportamento non vero ad una persona e poi criticarla. Ebbene nel caso di specie non vi è alcun elemento per ritenere che i fatti denunciati dal Bruno ed attribuiti al Mirabile siano veri. Non vi è, invero, alcuna prova che il portalettere abbia agito in malafede e con premeditazione e non vi è alcuna prova che le lettere senza indirizzo venissero restituite con la dicitura introvabile o sconosciuto. Intanto l'imputato non ha soddisfatto un onere di allegazione che spetta a chi invochi una causa di esclusione dalla responsabilità e di ciò il Tribunale non ha tenuto conto, come ha correttamente osservato la ricorrente parte civile. Inoltre il Tribunale ha ritenuto inattendibili il Mirabile ed il Bentivegna in ordine alla affermazione che non risultava che lettere dirette a Bruno Ignazio fossero state restituite con la dicitura sopradetta perché entrambi interessati a non rispettare la specifica normativa da osservare in caso di corrispondenza inviata senza indicazione del numero civico a destinatari omonimi. La soluzione appare davvero singolare sia perché un principio di prova poteva e doveva essere fornito dall'accusa mediante la produzione di alcune lettere con la dicitura incriminata, essendo davvero impossibile difendersi da una accusa generica e sfornita di qualsiasi principio di prova - l'imputato, peraltro, non si nemmeno voluto sottoporre ad interrogatorio, sia perché la interpretazione degli articoli 88 del codice postale e 12 del regolamento non legittimano le conclusioni alle quali è pervenuto il Tribunale sia, infine, perché il giudice ha fatto riferimento ad una normativa del codice postale superata perché abrogata dall'articolo 35 del decreto del 9 aprile 2001 del ministro delle Comunicazioni emanato in base al D.Lgs del 22 luglio 1999, che aveva dato attuazione della direttiva 97167/CE. Ebbene in base a tale ultima normativa il portalettere che rilevi un indirizzo insufficiente o che risulti comune a più persone restituisce la corrispondenza all'Ufficio con le ragioni della mancata consegna quindi la dicitura sconosciuto o anche introvabile con la nuova normativa appare certamente utilizzabile per i casi di omonimia e di impossibilità di accertare il reale destinatario nel caso di indirizzi incompleti. Da quanto detto si desume che l'unico argomento posto a sostegno della ritenuta inattendibilità dei due testimoni è destituito di fondamento, tanto più che proprio il direttore Bentivegna, come riferito dallo stesso giudice di appello, nel corso dell'interrogatorio ebbe a fare riferimento all'articolo 35 del decreto del 2001 che detta la nuova disciplina in materia. Quindi i due testi non erano inattendibili, come erroneamente ritenuto dal Tribunale, e di conseguenza quanto da loro riferito - si trattava di un problema di omonimia e le diciture incriminate non sono state utilizzate - non può essere considerato infondato manca del tutto, pertanto, la prova della verità del fatto che costituiva il presupposto della critica. Ma anche se per avventura si dovessero ritenere non errate la considerazioni del Tribunale non si riesce a comprendere in base a quali elementi è possibile ritenere che il Mirabile abbia agito in malafede e con premeditazione sul punto non vi è, infatti, alcuna prova. Infatti anche a volere seguire, per semplice amore di discussione, la non corretta interpretazione della disciplina degli omonimi fornita dal giudice di appello, non si riesce a comprendere, per effetto di un evidente salto logico nella motivazione, in base a quali elementi si è ritenuto che il Mirabile avesse agito in mala fede e non per errore interpretativo della direzione della normativa da applicare. Si può concludere, pertanto, affermando che manca qualsiasi prova della verità del fatto presupposto. Ma anche il requisito della c.d. continenza espressiva non è stato rispettato dall'imputato di tale argomento il Tribunale non ha ritenuto di doversi occupare. Affermare che un pubblico dipendente agisca in mala fede e non fornire nessun elemento per provare una affermazione cosi grave non è invero ammissibile. Si può benissimo fare un reclamo - ed è anzi giusto farlo perché le critiche degli utenti possono aiutare a migliorare i servizi - -che stigmatizzi un presunto disservizio, ma non è consentito a nessuno utilizzare un mezzo in sé lecito per attaccare la sfera morale delle persone, come la giurisprudenza di legittimità ha più volte stabilito. La sicura offensività delle espressioni utilizzate e la mancanza della scriminante di cui all'articolo 51Cp rendono evidente la fondatezza delle conclusioni del giudice di primo grado e la errata decisione del Tribunale. Le conclusioni raggiunte impongono, pertanto, l'annullamento della sentenza impugnata limitatamente, per quanto detto in precedenza, alle statuizioni civili. Secondo l'articolo 622 Cpp l'annullamento delle statuizioni civili dovrebbe comportare, anche quando venga accolto il ricorso della parte civile avverso una sentenza di proscioglimento dell'imputato - o evidentemente di assoluzione quando occorre, il rinvio al giudice civile competente per l'appello. Ma nel caso di specie non occorre rinviare, nel senso che non è necessario perché la sentenza di appello è macroscopicamente errata, mentre del tutto fondata è quella di condanna dell'imputato emessa dal Giudice di Pace anche le conseguenti statuizioni civili della sentenza di primo grado sono pertanto, da condividere e vanno perciò integralmente confermate previo annullamento senza rinvio della sentenza impugnata. L'imputato inoltre, deve essere condannato alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile spese che si liquidano in complessivi euro 2.000,00. PQM La Corte annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alle statuizioni civili, confermando quelle di primo grado condanna, inoltre, l'imputato alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile, che liquida in complessivi euro 2.000.