L'effetto devolutivo dell'impugnazione

di Alberto Macchia

L'effetto devolutivo dell'impugnazione di Alberto Macchia Nelle ricostruzioni definitorie, si annida sempre il rischio tipico di qualsiasi operazione di tipo selettivo vale a dire quello di prescegliere come elementi qualificanti taluni aspetti a scapito di altri, che magari finiscono per essere indebitamente negletti. È questa, forse, la ragione per la quale i sistemi processuali rifuggono dall'idea di somministrare definizioni normative del concetto stesso di impugnazione , lasciando alla fenomenologia dei singoli istituti, quale positivamente disciplinata, il compito di tracciarne la funzione, la dinamica e la relativa inquadrabilità all'interno della ordinata sequenza che compone il processo. Vale forse quindi la pena di volare basso e limitarsi a riproporre il più che tradizionale insegnamento secondo il quale per impugnazioni penali si intendono tutti quei rimedi giuridici che l'ordinamento appresta per determinati soggetti, allo scopo di eliminare le conseguenze pregiudizievoli derivanti da una decisione che si assume essere erronea. Parlo di soggetti e non di parti, perché taluni rimedi, generalmente qualificati di tipo impugnatorio, sono attivabili da persone che non rivestono la qualità di parte in senso tecnico-processuale tale, ad esempio, il ricorso per cassazione che può essere proposto della persona offesa in tema di archiviazione le impugnazioni che, in materia di sequestro e di cautele reali, possono essere legittimamente esperite dai soggetti sequestratari o da quanti vantino un diritto alla restituzione i ricorsi, in appello e in cassazione, che possono essere proposti dai terzi interessati in materia di misure di prevenzione patrimoniali i prossimi congiunti del condannato in sede di revisione i soggetti interessati in sede di incidenti di esecuzione. A ben guardare, e quanto meno in linea di principio, non può neppure ritenersi ontologicamente insito nel concetto stesso di impugnazione il carattere giurisdizionale del provvedimento oggetto di reclamo, potendo il rimedio attenere anche provvedimenti del pubblico ministero, ove siano stati a tale organo riconosciuti i corrispondenti poteri , ed il sistema abbia stimato opportuno prevederne la relativa reclamabilità fenomeno, questo, ampiamente conosciuto sotto la vigenza del vecchio codice non a caso, infatti, v'era chi aveva parlato, per talune ipotesi, di funzioni quasi-giurisdizionali del pubblico ministeroi , ma forse neppure totalmente ignoto anche nel nuovo codice di rito, se si conviene nell'attribuire, ad esempio, natura impugnatoria alla opposizione al decreto del pubblico ministero che dispone la restituzione delle cose sequestrate o respinge la relativa richiesta, a norma dell'articolo 263, comma 5, Cpp. Accedendo ad una nozione ampia di impugnazione, ci si avvede subito, quindi, della estrema varietà degli istituti alcuni iscritti nominatim nel panorama dei mezzi tipici che lo stesso codice etichetta come impugnazioni appello, cassazione, ricorso straordinario, revisione, nonché le impugnazioni in materia cautelare, personale e reale altri disseminati nel codice, nell'ordinamento penitenziario o in leggi speciali v., ad es, a quest'ultimo riguardo, gli articoli 36-39 del D.Lgs 274/00, in tema di impugnazioni delle sentenze del giudice di pace, e gli articoli 71-73 del D.Lgs 231/01, in merito alle impugnazioni delle sentenze relative alla responsabilità amministrativa dell'ente . A ben guardare, al concetto di impugnazione non può neppure dirsi coessenziale l'esigenza - tutta ordinamentale - che la cognizione del giudizio impugnatorio sia affidato ad un giudice superiore rispetto all'organo che ha adottato il provvedimento impugnato aspetto, questo che, evidentemente, si lega a fil doppio proprio col tema della devoluzione. Basti pensare alle opposizioni in tema di provvedimenti de plano adottati dal giudice della esecuzione articoli 676 e 667, comma 4, Cpp , al tribunale del riesame, che giudica anche su provvedimenti adottati da organi superiori , alla corte di appello, giudice del rescindente e del rescissorio in tema di revisione, e tanti casi ancora, al punto che, da parte di alcuni, si è ritenuto che nell'odierno sistema delle impugnazioni la devoluzione, sia al più indice della attivazione di una competenza funzionale connessa al progredire del processo, e non sia quindi, necessariamente segno del trasferimento della cognizione della causa ad un'autorità giurisdizionale superiore o diversa ii. Eppure, se si ammette, nel quadro della distribuzione delle funzioni e dei poteri processuali fra gli organi dotati di iurisdictio - a prescindere dal fatto che tale distribuzione avvenga, sul piano strettamente ordinamentale, per linee verticali, orizzontali o in forma eccentrica - l'esistenza di un munus comunque demolitorio di provvedimenti adottati da quello stesso o da altri organi, a seguito di un nuovo giudizio avente ad oggetto proprio quei provvedimenti, è difficile sottrarsi alla tentazione di individuare il rapporto che lega l'organo che ha adottato il provvedimento e quello che ne deve decidere le sorti secondo uno schema, lato sensu, di supremazia speciale. Da qui, e proprio per la varietà dei confini entro i quali si colloca la devoluzione, la corrispondente esigenza di comporre gli organi controllanti secondo schemi di garanzia maggiori anche in termini di effettiva terzietà e non prevenzione in rapporto alla specificità del controllo ad essi affidato mantenendo invece snello lo schema impugnatorio, quando sia il medesimo organo che ha adottato il provvedimento ad esser sollecitato ad un riesame dello stesso come avviene nelle già segnalate ipotesi di opposizione avverso i provvedimenti de plano in sede esecutiva . La matassa, se vogliamo, si complica ulteriormente nelle ormai non più rare ipotesi in cui il processo penale diviene occasione per un ulteriore e delicato contenzioso, quale è quello - di rango costituzionale - che può ingenerarsi in sede di conflitto tra poteri dello Stato i casi in cui atti giurisdizionali abbiano dato luogo a conflitto fra enti , a norma dell'articolo 39 della legge 87/1953, sono, infatti, statisticamente trascurabili, pur se oltremodo significativi su altri versanti . Sostanzialmente scomparsa, infatti perchè travolta dai fatti una antica opinione che negava connotazioni di tipo impugnatorio al giudizio per conflitto di attribuzioneiii, la interferenza che può venirsi a determinare tra rimedio impugnatorio endoprocessuale e ricorso per conflitto sono del tutto evidenti, giacché, in entrambi i casi - e sia pure attraverso sfere di devoluzione evidentemente diversificate, sul piano soggettivo ed oggettivo - si insta per la demolizione di atti riguardati, nell'un caso come ingiusti , e, nell'altro, come invasivi della sfera di attribuzioni spettante ad altro potere. Vengono ovviamente in discorso i numerosissimi conflitti derivanti dalla pretesa violazione, da parte della autorità giudiziaria, della prerogativa della insindacabilità delle opinioni e dei voti espressi dai parlamentari, ex articolo 68, primo comma, Costituzione - tematica, questa, ormai normativamente recepita e disciplinata dall'articolo 3 della legge n. 140 del 2003, sulla cui legittimità costituzionale la Corte si è già pronunciata con la sentenza n. 120 del 2004 - ovvero sulle frizioni che possono determinarsi tra autorità giudiziaria e Parlamento, a proposito degli impegni parlamentari degli imputati la problematica sarebbe ovviamente identica, ove consimili impedimenti fossero evocati dai difensori che rivestissero lo status di membro del Parlamento . Proprio a quest'ultimo riguardo v., anche, le sentenze 225/01, 263/03 e 284/04 , la recentissima sentenza 451/05, ha ribadito l'obbligo per il giudice di bilanciare fra loro le esigenze - entrambi costituzionalmente presidiate - di assicurare la celere prosecuzione del processo, da un lato, ma di non compromettere, dall'altro, lo svolgimento delle attribuzioni inerenti alla attività parlamentare. La Corte ha in particolare ribadito come, fra l'esigenza di speditezza dell'attività giurisdizionale e quella di tutela delle attribuzioni parlamentari, può determinarsi una interferenza suscettibile di incidere sulle attribuzioni costituzionali di un soggetto estraneo al processo penale e, in particolare, sull'interesse della Camera di appartenenza a che ciascuno dei suoi componenti sia libero di regolare la propria partecipazione ai lavori parlamentari nel modo ritenuto più opportuno . Da ciò il corollario secondo cui il giudice non può limitarsi ad applicare le regole generali del processo in tema di onere della prova del legittimo impedimento dell'imputato, incongruamente coinvolgendo un soggetto costituzionale estraneo al processo stesso, ma ha l'onere di programmare il calendario delle udienze in modo da evitare coincidenze con i giorni di riunione degli organi parlamentari . Dalla violazione di tali principi è derivata la dichiarazione di non spettanza alla autorità giudiziaria del potere di disattendere l'esistenza del legittimo impedimento del parlamentare sulla base di determinate motivazioni, ed il conseguente annullamento, per alcune ordinanze addirittura parziale , delle decisioni giurisdizionali, con la devoluzione ed è proprio questo l'aspetto che in questa sede va rimarcato al giudice penale del compito di rilevare, alla stregua delle norme che disciplinano il processo, l'eventuale esistenza di ulteriori effetti derivanti dai vizi accertati . Quindi, abbiano o meno le parti di quello specifico processo penale proposto impugnazione deducendo i medesimi vizi riscontrati e censurati dalla Corte costituzionale, il devoluto è, in parte qua, direttamente tracciato dalla stessa sentenza della Corte. Anomala integrazione esterna , sembrerebbe potersi osservare a tutta prima, ma che in realtà non può stupire, proprio in considerazione della supremazia speciale , che - come innanzi si è accennato - deve essere nella specie riconosciuta alla Corte regolatrice dei conflitti tra poteri. D'altra parte, il risalto per così dire biunivoco che il tema della devoluzione presenta nelle ipotesi in cui il giudizio per conflitto entri in contatto con il processo, è ben presente nella stessa giurisprudenza della Consulta. Anche di recente, infatti, la Corte - in un giudizio per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato promosso da una autorità giudiziaria nel confronti della deliberazione della Camera dei deputati che aveva affermato la insindacabilità ex articolo 68 Costituzione, delle opinioni espresse da un deputato nei confronti di altra persona, oggetto di procedimento civile per risarcimento danni a causa della loro asserita natura diffamatoria - ha respinto la eccezione preliminare di inammissibilità e improcedibilità del ricorso sollevata dalla Camera sul presupposto che, poichè il giudice di primo grado si era puntualmente conformato alla delibera camerale di insindacabilità, addivenendo per conseguenza ad una sentenza dichiarativa di improcedibilità della domanda risarcitoria avanzata nei confronti del parlamentare , si dovesse ritenere che il potere di attivare un conflitto di attribuzione nei confronti della delibera menzionata non fosse più esercitabile da parte dell'autorità giurisdizionale , perchè definitivamente consumato a seguito della decisione del giudice di primo grado di conformarsi alla delibera di insindacabilità intervenuta nelle more di tale giudizio . Tale eccezione, infatti - ha osservato la Corte - muoveva dall'erroneo presupposto che il potere di sollevare il conflitto da parte del giudice, ove non esercitato, si consumi in primo grado. Un assunto, questo, da respingere, perchè in contrasto proprio con il principio secondo cui il giudice di appello, in forza dell'effetto devolutivo della impugnazione, ha rilevanti poteri di cognizione e di decisione, e, quindi, ha il potere di porsi ogni questione non preclusa che ritenga rilevante ai fini del decidere. Da tale principio - ha concluso la Corte - e dalla assenza nella legge 87/1953, di un termine decadenziale per la proposizione dei conflitti interorganici, se ne è tratto il corollario che anche il giudice di appello è competente ad esprimere in via definitiva la volontà del potere cui appartiene ed è legittimato, pertanto, a proporre un conflitto non sollevato dal giudice di primo grado v. sentenza 235/05 . D'altra parte, se come quasi sempre avviene nei casi in cui sia parte del conflitto l'autorità giudiziaria il conflitto tra i poteri direttamente coinvolge il diritto di azione delle parti private o i poteri conferiti alla parte pubblica, è evidente che tra devoluzione ed area oggettiva del conflitto finiscano per stabilirsi delle correlazioni che si spiegano, anche, con la esigenza di non pretermettere la salvaguardia di quelle posizioni soggettive, altrimenti pregiudicate dalla paralizzante vindicatio di un potere dello Stato. Sotto questo profilo non è quindi un caso che la stessa Corte costituzionale abbia a sua volta ritenuto ammissibile, nel giudizio per conflitto di attribuzione sollevato da una Regione per pretesa violazione dell'articolo 122, quarto comma, Costituzione, l'intervento spiegato dalla parte civile costituita nel procedimento penale a carico di un consigliere regionale per il reato di diffamazione a mezzo stampa, in quanto - ha affermato la Corte - ove si ritenesse precluso tale intervento nel giudizio costituzionale, finirebbe per risultare in concreto compromessa la stessa possibilità per la parte di agire in giudizio a tutela dei suoi diritti v. sentenza 76/2001 iv. La varietà delle situazioni evocate, ma, soprattutto, il ben diverso assetto che hanno finito per subire tanto la dinamica che gli equilibri secondo i quali si è venuto a cadenzare l'iter dei procedimenti quello principale di merito, quelli incidentali, quello di esecuzione, quello di sorveglianza ecc. , inizialmente a seguito della riforma del processo penale e poi in occasione dei vari interventi di novellazione, primo fra tutti quello costituzionale e di legge ordinaria sul giusto processo , avrebbero forse richiesto un più deciso processo di revisione degli strumenti di impugnazione, e, soprattutto, una ricalibratura dei relativi modelli. Ma nè l'una nè l'altra delle occasioni indicate la riforma del 1989 e quella attuativa del nuovo articolo 111 Costituzione è stata sfruttata appieno, forse nella preoccupazione di sconfessare un impianto di antica tradizione, che, pure, si presentava ormai idealmente lontano dal sistema accusatorio specie con riferimento agli ibridismi che caratterizzano l'appello . Allo stesso modo, poteva reputarsi scelta strutturalmente opinabile quella di aver mantenuto come previsione di rango costituzionale - pur nel fortemente rinnovato contesto dell'articolo 111 Costituzione - l' antica disposizione che sancisce la ricorribilità in cassazione per violazione di legge di tutte le sentenze e dei provvedimenti sulla libertà personale previsione, questa, sicuramente spiegabile alla luce della tavola dei rimedi e delle garanzie che assistevano gli imputati e le statuizioni de libertate all'epoca in cui la Carta fondamentale era stata elaborata, ma che certo si presentava in una luce profondamente diversa, quando, nel 1999, il nuovo legislatore costituzionale vi ha posto mano. In tanta fedeltà alla tradizione - rispetto alla quale, però, si registrano gli squilibri tipici di un tronco vecchio innestato su radici completamente rinnovate - continuano dunque a poter essere evocati gli storici modelli della azione di annullamento, detta anche querela nullitatis - nella quale l'obiettivo perseguito attraverso il rimedio impugnatorio era quello di conseguire una pronuncia totalmente o parzialmente rescindente del provvedimento reclamato, con devoluzione circoscritta ai motivi dedotti - e del gravame - mezzo invece destinato ad una devoluzione integrale della causa, e, quindi, inteso a sollecitare il giudice della impugnazione, tributario dell'identico munus già spettante al giudice di prime cure, ad una nuova valutazione della regiudicanda secondo tale modello di impugnazione, si è osservato, la decisione anteriore scade a precedente storico, dissolta dall'impugnante il caso va risolto ex novo v . Così, si è soliti inquadrare, fra le impugnazioni riconducibili al modello dell'azione di annullamento, la revisione, stante il carattere rescindente che l'accoglimento della relativa domanda comporta per la sentenza di condanna o per il decreto penale divenuti ormai irrevocabili al punto che il giudicato si dissolve attraverso una pronuncia che lo revoca, sostituendo ad esso una statuizione di proscioglimento. Ma a ben guardare, lo schema impugnatorio unitario tracciato dal codice vigente - e che consente di qualificare la revisione come mezzo di impugnazione straordinario, non sospensivo, parzialmente devolutivo ed estensibilevi - non è neppure coessenziale al modulo della azione di annullamento, considerato che, forse con maggiore aderenza teorica rispetto all'archetipo, il codice abrogato scandiva la fase rescindente da quella rescissoria, addirittura attraverso una devoluzione differenziata fra Corte di cassazione e giudice del rinviovii. Ispirata, invece, al modello del gravame, è l'opposizione a decreto penale, posto che alla relativa formulazione segue comunque la rimozione del decreto opposto. Struttura e funzione devolutiva tipiche del gravame, sembrano caratterizzare anche l'opposizione prevista dall'articolo 32, comma 3, del Dpr 448/88 in tema di processo minorile, nel caso di condanna pronunciata a norma del comma 2 dello stesso articolo v. articolo 32bis, comma 2 viii così come al medesimo schema è informata la disciplina del riesame delle misure cautelari, ove non è richiesta la formulazione di specifici motivi e il giudizio di impugnazione non soffre limiti dipendenti dagli argomenti svolti dall'impugnanteix. Sogliono invece essere qualificati come ibridi , tanto l'appello che il ricorso per cassazione il primo, infatti, pur collegandosi alla figura del gravame, si caratterizza, però, quale rimedio pazialmente devolutivo - vale il brocardo tantum devolutum quantum appellatum - giacchè la cognizione del giudice dell'appello è circoscritta ai punti della decisione ai quali si riferiscono i motivi proposti articolo 597, comma 1 il ricorso per cassazione, invece, è riconducibile allo schema della azione di annullamento, deducendosi errores in procedendo o in iudicando inquadrati nella rassegna dei casi operata dall'articolo 606, con conseguente richiesta di annullamento del provvedimento impugnato peraltro, in determinate ipotesi, la Corte opera ultra petita, quando, ad esempio, l'imputato debba essere prosciolto articolo 129 , o sia chiamata ad effettuare, anche al di là dei motivi, un sindacato di merito articolo 620, lettera a ed l x. Al di là, comunque, della maggiore o minore fedeltà agli antichi modelli del gravame o della querela nullitatis, resta il fatto che sono proprio gli elementi di scostamento dai modelli - e, quindi, la segnalata ibridizzazione degli istituti - ad aver contribuito ad appiattire appello e ricorso per cassazione pur fra loro tanto diversi all'interno di un unitario iter impugnatorio quasi a contrassegnare le scontate tappe di una sequenza procedimentale che, invece, avrebbe dovuto ammettere epiloghi strutturalmente e teleologicamente differenziati sul piano dei rimedixi. Alla estrema attenzione posta dal legislatore nel creare modelli alternativi di giudizio in primo grado - così da realizzare un sistema modulare che consentisse di prescegliere il tipo di giudizio più adatto per quella determinata vicenda - non ha quindi corrisposto altrettanta fantasia nel creare meccanismi di efficace controllo, che non finissero però schiavi di un loro abusivo impiego. In una prospettiva così statica e, se vogliamo, tanto fedele alla tradizione, possono quindi tornar comode le definizioni, per così dire classiche, in tema di effetto devolutivo delle impugnazioni. Quella più risalente e maggiormente accreditata, era solita intendere per devoluzione il trasferimento della cognizione del procedimento ad un giudice diverso, avente competenza superiore a quella del giudice che ha emanato il provvedimento impugnatoxii. Altri hanno invece ricondotto la devoluzione ad un fenomeno di struttura del processo, vale a dire come espressione denotativa di una mera traslazione di competenza funzionale a decidere della causaxiii. Il che, però - si è osservato - ove si prescinda dal mutamento dell'organo giurisdizionale xiv, finisce per ricondurre all'interno di un unico filone di progressività del processo, non soltanto gli epiloghi impugnatori, ma anche il mero passaggio dei vari stadi del procedimento, anche nell'ambito della stessa fase del giudizio ad es., nel succedersi tra il predibattimento ed il dibattimento così facendo perdere ad un siffatto concetto di devoluzione, qualsiasi connotazione di specificità delle impugnazionixv. Si è quindi discusso molto, specie in passato, se devoluzione e impugnazione rappresentassero i termini di un inscindibile binomio o se, invece, la tipizzazione di rimedi impugnatori in passato sconosciuti o il rimodularsi di quelli antichi, finissero per suggerire percorsi alternativi, quanto meno sul piano definitorio. Così - è stato rilevato - la competenza funzionale della corte di appello a rescindere il provvedimento sottoposto a revisione , e l'inquadramento tra i mezzi di impugnazione del riesame in tema di cautele, starebbero a dimostrare come - e di ciò si è già fatto cenno - nel moderno sistema delle impugnazioni la devoluzione tutt'al più sia indice della attivazione di una competenza funzionale connessa al progredire del processo , senza necessariamente denotare, quindi, il passaggio della competenza sulla causa ad un giudice superiore o diverso xvi. Esisterebbero, quindi, vari livelli di devoluzione, ciascuno dei quali definibile all'interno dello specifico rimedio attraverso e in dipendenza del quale si trova ad essere positivamente disciplinata per l'appello e la cassazione, in aderenza ai paradigmi offerti dagli articoli 597, comma 1, e 609, Cppxvii per i riesami, le opposizioni, i reclami e i ricorsi in sede incidentale, esecutiva, di sorveglianza o di prevenzione, nel quadro dei limiti propri di ciascun istituto. Il tutto contrassegnato da una sequenza che vede, come caratteri essenziali, una statuizione motivata, una richiesta di parte tendente a rimuovere, modificare o sostituire quella statuizione per realizzare un effettivo interesse del richiedente, ed un giudizio su tale richiesta, nei limiti dei poteri che l'ordinamento affida all'organo cui tale giudizio è devoluto. La griglia delle alternative è evidentemente variegata, anche se la assonanza tra i modelli può determinare una sorta di osmosi tra le varie logiche devolutive. Così, ad esempio, si è affermato che anche nel giudizio di appello nel procedimento di prevenzione vale il principio dell'effetto limitatamente devolutivo del gravame, sancito in via generale dall'articolo 597 Cpp, derivandone da ciò la conclusione per la quale al giudice di appello - chiamato a valutare l'attualità della pericolosità del proposto - è attribuita la facoltà di prendere in considerazione anche elementi, rilevabili di ufficio, su cui non si sia concentrata l'attenzione del primo giudicexviii. Allo stesso modo, si è ritenuto che anche nel giudizio di appello in materia di misure cautelari reali operi il principio devolutivo, in virtù del quale è attribuita al giudice la cognizione del procedimento nei limiti segnati dai motivi posti a sostegno dell'impugnazionexix e parimenti al rispetto dei confini tracciati dal devolutum si è soliti far riferimento anche per ciò che attiene all'appello proposto in tema di cautele personali xx. Situazione ben diversa viene invece prospettata in relazione ai rimedi integrati da una opposizione, e, in particolare, alla configurazione che può assumere il devolutum nella opposizione a decreto penale. Si afferma, infatti, che, una volta proposta, la opposizione sarebbe priva di effetto devolutivo, in quanto il processo non viene trasferito ad un giudice superiore ma al giudice di primo grado inoltre, l'opponente non deve indicare i motivi su cui si radicano le proprie doglianze, giacchè, ai fini della ammissibilità della opposizione, basta che egli indichi gli estremi del provvedimento di condanna. Pertanto, anche ove fosse corredata di motivi, la opposizione attribuirebbe comunque al giudice del gravame piena cognizione su tutti i punti della decisione impugnata, e non solo su quelli toccati dagli eventuali motivixxi. Peraltro, più che aspetti definitori, interesano i profili contenutistici del fenomeno, vale a dire le ragioni per le quali ad un giudizio alternativo il cui epilogo è rappresentato da una pronuncia di condanna, suscettibile di divenire irrevocabile, ne succede altro, in virtù di una semplice dichiarazioni di volontà, che dissolve il precedente , evocando l'intervento di un nuovo giudice per un altro giudizio. In una simile prospettiva, ci si avvede, allora, che, oggetto della opposizione, non è tanto il decisum del decreto penale, in sè e per sè considerato - non ci si lamenta della condanna, postulandone una qualche ragione di ingiustizia - quanto, piuttosto, il modello procedimenale che ha prodotto quella pronuncia nel senso che, attraverso il rimedio, si intende sollecitare un giudizio che si fondi sulla ordinaria dialettica probatoria e, dunque, sul valore del contraddittorio, invece assente nel rito monitorio. Si tratta, dunque, a ben guardare, di una devoluzione funzionalmente orientata , nel senso che il rimedio impugnatorio assicurato all'opponente gli conferisce il potere di trasferire in capo ad altro giudice l'esercizio dell'ordinario munus processuale, in ordine alla stessa regiudicanda, già delibata, inaudita altera parte, dall'organo che ha emesso il decreto. In tale prospettiva, il costante - e tralaticio - insegnamento giurisprudenziale secondo il quale deve ritenersi legittima la rinuncia alla opposizione proposta avverso il decreto penale di condanna, in quanto l'opposizione va ricompresa tra i mezzi di impugnazione e, come tale, è disciplinata dall'articolo 589 del codice di ritoxxii, può forse ricevere una diversa lettura in funzione del più generale principio di disponibilità del contraddittorio, e della stessa base costituzionale offerta al riguardo dall'articolo 111, quinto comma, Costituzione a norma del quale la legge regola i casi in cui la formazione della prova non ha luogo in contraddittorio, enunciando fra questi - e dovendola, quindi, il legislatore prevedere - proprio l'ipotesi del consenso dell'imputato xxiii. Considerazioni non dissimili, quanto meno sul piano del sistema, sembrano formulabili anche in relazione alla opposizione prevista nel processo minorile dall'articolo 32, comma 3, del Dpr 448/88, pur se la gamma delle problematiche specifiche che l'istituto coinvolgexxiv è tale da consentire di tracciare solo labili parallelismi rispetto alla opposizione a decreto penale. C'è, comunque, una identità strutturale fra i diversi atti di opposizione, così come tra i diversi rimedi riconducibili al modello del gravame, quale è, ad esempio, il riesame. In essi, infatti, l'assenza di motivi fa identificare l'atto di impugnazione con una dichiarazione di volontà intesa a rimuovere o riesaminare il provvedimento oggetto di reclamo con la conseguenza che la semplice domanda di giudizio finisce per coincidere con l'esercizio della azione di impugnativa il perimetro del giudice ad quem non soffre, quindi, limitazioni in rapporto alla specificità dell'oggetto che quella domanda comporta, giacchè lo spazio di delibazione è tracciato dalla regiudicanda già devoluta al giudice che ha adottato il provvedimento, rispetto al quale l'opposizione funge da negozio processuale risolutivo o che il riesame mira a far rivalutare. Semmai, la enunciazione di motivi - prevista come facoltativa per il riesame dall'articolo 309, comma 6, Cpp - anzichè circoscrivere, per certi aspetti ampia le potenzialità di delibazione da parte dell'organo del gravame, essendo questi chiamato ad esaminarne, tanto le prospettazioni argomentative, che gli eventuali petita posti a base della richiesta di riesame, eventualmente in aggiunta , ma non certo ad esclusione del più generale compito di rivalutazione delle statuizioni de libertate che quel rimedio comportaxxv. Ben diverso è, invece, come si è accennato, il raccordo che viene a crearsi tra l'atto di impugnazione e l'oggetto del relativo giudizio nei rimedi a devoluzione circoscritta, quali appello e ricorso per cassazione. In simili ipotesi, infatti, la decisione impugnata non si dissolve, come nel caso della opposizione, nè viene ad essere integralmente replicata , come nella ipotesi del riesame, ma costituisce l'oggetto dello scrutinio che è chiamato a compiere il giudice della impugnazione, nei limiti della domanda che esprime l'atto propulsivo di quello specifico mezzo. Al di là dei poteri officiosi che l'ordinamento gli riconosce, il giudice della impugnazione opera perchè evocato da una domanda di parte, ed è su quella domanda - e nei limiti della stessa - che le sue attribuzioni sono calibrate. Considerata la disponibilità del giudizio di impugnazione, derivante dalla rinunciabilità allo stesso, è evidente che la domanda della parte e l'interesse che essa esprime rappresentino, salvo deroghe espresse, non soltanto la premessa processuale del nuovo grado - rappresentando, per così dire, l'atto di esercizio della azione di impugnativa - ma anche il naturale confine entro il quale deve svolgersi il sindacato del giudice ad quem, nell'ambito, ovviamente, delle specificità del tipo di impugnazione che venga in discorso. Al rispetto del principio della domanda sembra quindi potersi ricondurre tanto la regola sancita dall'articolo 597, comma 1, in tema di cognizione del giudice di appello L'appello attribuisce al giudice di secondo grado la cognizione del procedimento limitatamente ai punti della decisione ai quali si riferiscono i motivi proposti , che l'articolo 609, comma 1, relativo alla cognizione della corte di cassazione Il ricorso attribuisce alla corte di cassazione la cognizione del procedimento limitatamente ai motivi proposti , giacchè non avrebbe molto senso attribuire alle parti il potere di articolare specifici petita - per di più riunciabili - ed affidare al giudice una dimensione di sviluppo cognitivo officioso, integrale ed esorbitante rispetto all'oggetto per il quale ne è stato sollecitato l'intervento. Per questo, anche, sembra potersi affermare che le deroghe all'effetto devolutivo e gli interventi officiosi siano da configurare alla stregua di previsioni di carattere eccezionale e, come tali, di stretta interpretazione. Avuto riguardo, quindi, alla diretta interdipendenza che viene di regola a stabilirsi tra lo spettro delle censure su cui si radica l'atto di impugnazione ed il perimetro cognitivo riservato al giudice ad quem, ben si comprendono le ragioni di tante deprecabili superfetazioni dei motivi, spesso confezionati come pletorico e ridondante tentativo di allargare, quanto più possibile, proprio la sfera del devoluto. Al punto da spiegare perchè, al fondo del patteggiamento in appello di cui all'articolo 599, comma 4, Cppxxvi, stia l'esigenza di fornire strumenti negoziali tendenti a stimolare la concentrazione delle doglianze sugli aspetti realmente avvertiti come centrali, espungendo dall'area della devoluzione motivi pretestuosi o di mero tuziorismo di stampo squisitamente curiale. Il cuore della devoluzione, comunque, sta tutto - come d'altra parte è ovvio che sia - nella formulazione della domanda è il quesito che si rivolge al giudice della impugnazione a delineare l'oggetto della sua investitura e a calibrarne i poteri a motivi liberamente enunciabili, corrisponderà una serie, indeterminabile ex ante, di questioni e di petita sui quali può essere evocato l'intervento giurisdizionale che soddisfi, in concreto, l'interesse impugnatorio a motivi legalmente circoscritti, come nel giudizio di legittimità, non potrà che conformarsi una devoluzione del medesimo tipo , nel senso che al riconoscimento del vizio denunciato, la Corte di cassazione non potrebbe giustapporre una nuova statuizione di merito. L' area attinta dalla impugnazione si identifica, quindi, soltanto attraverso la scomposizione del relativo enunciato, il quale, a norma dell'articolo 581 del codice di rito, consta, come è noto, dei capi o dei punti della decisione impugnata ai quali l'impugnazione stessa si riferisce delle richieste, vale a dire delle specifiche pronunce di cui si sollecita l'adozione e dei motivi, infine, con l'indicazione specifica delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta xxvii. Tutto ciò, ovviamente a prescindere dal non trascurabile bagaglio di questioni officiose o conseguenze estensive che l'impugnazione ammissibile trasferisce con sè sul tavolo del giudice ad quem. Ma il profilo maggiormente problematico, per quel che al momento interessa, è rappresentato dalla individuazione della parte della pronuncia impugnata che si intende contestare e rispetto alla quale deve scrutinarsi, al tempo stesso, interesse, legittimazione e pertinenza del rimedio attivato, in vista della devoluzione del merito dei petita, con tutto ciò che ne consegue. Ciò perchè, da un lato, il codice ha mutuato espressioni e lessico da una tradizione fin troppo antica, ma forse non più del tutto adeguata alla platea, qualitativamente e quantitativamente assai più estesa, dei rimedi impugnatori mentre, sotto altro profilo, sono state mantenute locuzioni variegate alle quali continuano ad annettersi significati non sempre univoci. Così, l'articolo 581 fa riferimento ai capi o punti della decisone impugntata l'articolo 597, comma 1, come si è già ricordato, attribuisce al giudice di secondo grado la cognizione del procedimento limitatamente ai punti della decisione ai quali si riferiscono i motivi l'articolo 609, a sua volta, attribuisce alla Corte di cassazione la cognizione del procedimento limitatamente ai motivi che, a norma dell'articolo 606, sono stati proposti, mentre il comma 2 dello stesso articolo 609, devolve alla Corte il compito di decidere anche le questioni rilevabili di ufficio in ogni stato e grado del processo e quelle che non sarebbe stato possibile dedurre in appello l'articolo 624, infine, in tema di annullamento parziale della sentenza da parte della Corte di cassazione, fa riferimento, nel comma 1, alle disposizioni della sentenza non annullate, ed alle parti della sentenza stessa che non hanno connessione essenziale con la parte annullata. Punti, capi, disposizioni, parti, questioni, sono, dunque, termini che possono assumere - ed hanno storicamente assunto - caratteristiche denotative differenziate, non soltanto con riferimento al significato proprio di ciascuno di essi e nelle reciporoche interferenze, quanto anche in relazione alla variegata tipologia di provvedimenti cui essi possono accedere giacchè non è problema di secondo momento quello di verificare se, ed in quale misura, espressioni e concetti tradizionalmente coniati soltanto per le sentenze, possano trovare applicazione anche in riferimento ad altri provvedimenti, ugualmente suscettibili di impugnazione ancora una volta, si pensi al procedimento in executivis, al vasto settore dell'ordinamento penitenziario, alle misure di prevenzione, ecc. . Sempre con i limiti propri di qualsiasi tentativo definitorio, è generalmente accolto l'assunto secondo il quale per capo del provvedimento debba intendersi ogni singola entità della decisione che potrebbe, di per sè, formare oggetto di una autonoma sentenza, e che quindi, come tale, è suscettibile di divenire irrevocabile. Tale è l'ipotesi, ad esempio, della pluralità di imputati o di reati o la presenza di una domanda civile. La distinguibilità per capita, sembra quindi risentire della diversità ed autonomia delle azioni. Per punto , invece, si intende, di massima, ogni singola statuizione che, nell'ambito di ciascun capo , sia suscettibile di autonoma valutazione e si presenti come idonea a divenire irrevocabile, nel senso di processualmente preclusa, così da essere autonomamente impugnabilexxviii. Con specifico riferimento all'appello - ove i punti tracciano i limiti del devolutum e dei corrispondenti poteri cognitivo-decisori del giudice xxixsi è peraltro rilevato come il concetto di punto non vada confuso con quello di questione , potendo ogni punto ricomprendere in sè una molteplicità di questioni. Deriverebbe da ciò, quindi, che al giudice di appello è demandato il compito di decidere in ordine a tutte le questioni astrattamente ipotizzabili in relazione al punto attinto dal gravame, dal momento che oggetto del giudizio di appello non sono i motivi, come nel giudizio di cassazione, ma i punti della decisione cui i motivi si riferiscono. Il giudice dell'appello non sarebbe quindi vincolato dalle argomentazioni sviluppate dall'appellante, essendo invece chiamato a verificare se - in ordine al punto devoluto - la decisione di primo grado sia o meno corretta, a prescindere dalla questione prospettata e svolta nel motivo di appello. Circoscritta alla singola questione, si è rilevato, l'appello si trasformerebbe in un mezzo rescindente, perdendo la flessibilità dei gravami xxx. Tra le due posizioni estreme, quella che tende ad ampliare il concetto di punto fino a farlo sostanzialmente corrispondere con quello di capo , e l'altra, che, disarticolando la struttura unitaria della sentenza secondo una opzione per certi aspetti atomistica, tende a far coincidere la nozione di punto con quella di questione, si colloca tutta una gamma poliedrica di posizioni intermedie, tendenti a sviluppare, piuttosto che categorie di ordine generale, singole rassegne casistiche. Dal canto suo, la giurisprudenza - secondo una linea di enunciati pressochè costante - ha avuto modo di affermare che, ai fini dell'individuazione dell'ambito di cognizione attribuito al giudice di secondo grado dall'at. 597, comma 1, Cpp, per punto della decisione deve ritenersi quella statuizione della sentenza che può essere considerata in modo autonomo, non anche le argomentazioni esposte in motivazione, che riguardano il momento logico e non già quello decisionale del procedimento. Ne deriva da ciò che, in ordine alla parte della sentenza suscettibile di autonoma valutazione che riguarda una specifica questione decisa in primo grado, il giudice della impugnazione può pervenire allo stesso risultato cui è pervenuto il primo giudice, anche sulla base di considerazioni e argomenti diversi da quelli considerati da quello stesso giudice o alla luce di dati di fatto non valutati in primo grado, senza, con ciò, violare il principio dell'effetto parzialmente devolutivo dell'impugnazionexxxi. L'area della devoluzione, d'altra parte, può presentare margini di fluidità contenutistica in rapporto alla concreta articolazione dei singoli petita, giacchè è principio incontroverso quello secondo il quale al giudice ad quem deve essere riconosciuto il potere di esaminare - nei limiti dello stesso effetto parzialmente devolutivo - i punti che si trovino in connessione qualificata con quelli specificamente attinti dal gravame situazione, questa, che si verifica - secondo gli approdi cui era pervenuta la giurisprudenza già sotto l'impero del vecchio codice - rispetto ai punti che si trovino in rapporto di pregiudizialità, di dipendenza, di inscindibilità o di connessione essenzialexxxii, oltre alla ipotesi in cui il tema non enunciato o non sviluppato si trovi, per implicito, necessariamente compreso in quello svolto. La tematica, anche se da tempo ampiamente scandagliata, presenta ovviamente profili senz'altro problematici e si presta, come è ovvio, a soluzioni applicative non poco variegate. Forse, uno spunto di riflessione ulteriore può cogliersi nella necessità che qualsiasi riflesso estensivo della cognizione del giudice della impugnazione tenga conto del valore del contraddittorio, giacchè la partecipazione al giudizio di impugnazione anche delle altre parti, cointeressate o controinteressate che siano rispetto allo specifico tema evocato dalla domanda di chi ha introdotto il rimedio, non avrebbe molto senso ove il giudice eccedesse dalla cornice devolutagli, e, quindi, si autoinvestisse di un munus decisiorio praeter o ultra petita, al di fuori dei casi in cui ciò gli è consentito. Comunque, accanto alle questioni rilevabili di ufficio, che operano in deroga all'effetto parzialmente devolutivo dell'appello,xxxiiidue altri profili paiono introdurre connotazioni quanto meno peculiari a proposito della più che tradizionale regola del tantum devolutum quantum appellatum. Il primo, si riferisce all'appello del pubblico ministero. In linea, infatti, con quanto affermato pure in dottrina, la giurisprudenza, anche in tempi assai recenti, ha avuto modo di affermare che l'appello del pubblico ministero contro la sentenza di assoluzione emessa all'esito del dibattimento, fatta salva l'esigenza di contenere la pronuncia nei limiti della originaria contestazione, ha effetto pienamente devolutivo, attribuendo al giudice ad quem gli ampi poteri decisori previsti dall'articolo 597, comma 2, lettera b , Cpp. Ne consegue che - si è detto - da un lato, l'imputato è rimesso nella fase iniziale del giudizio e può riproporre, anche se respinte, tutte le istanze che attengono alla ricostruzione probatoria del fatto ed alla sua consistenza giuridica dall'altro, il giudice dell'appello è legittimato a verificare tutte le risultanze processuali ed a riconsiderare anche i punti della sentenza di primo grado che non abbiano formato oggetto di specifica critica, non essendo vincolato alle alternative decisorie prospettate nei motivi di appello e non potendo comunque sottrarsi all'onere di esprimere le proprie determinazioni in ordine ai rilievi dell'imputatoxxxiv. Peraltro, nel caso di appello del pubblico ministero avverso una sentenza di proscioglimento, più che di una devoluzione integrale, sembra ravvisarsi un fenomeno idealmente riconducibile ad una scansione tra rescindente e rescissorio, nel quale ad una prima delibazione - potenzialmente favorevole all'accoglimento della azione di impugnativa - ne consegue l'altra, ove il giudizio viene ad essere integralmente rielaborato , con le parti poste in grado di svolgere le contrapposte deduzioni ed il giudice chiamato ad apprezzarne il fondamento. È infatti evidente che il trasferimento critico di una pronuncia assolutoria al giudice del grado superiore, non può che trasferire anche la possibile rimozione di quella pronuncia, e la sua integrale sostituzione con una decisione in sfavor evenienza, questa, che le parti sono in grado di prevedere e sulla quale, pertanto, sono sollecitate a sviluppare il contraddittorio. Altro profilo che sembra derogare alla regola dell'effetto parzialmente devolutivo dell'appello, deriva dalla più recente rivisitazione che le Sezioni unite della Corte di cassazione hanno operato su un tema delicato e controverso vale a dire, quali siano le conseguenze che possono derivare, sul piano della azione civile, dall'appello del pubblico ministero, necesariamente concentrato solo sui capi penali. Nel mutare, infatti, l'orientamento espresso in precedenza Cassazione, Su, 25 novembre 1998, Loparco, in Cassazione pen., 1999, p. 2084 , le Sezioni unite, facendo essenzialmente leva sulla posizione accessoria che contraddistinguerebbe, anche nel nuovo codice, la figura della parte civile, e sul carattere immanente che ha la relativa costituzione, hanno di recente avuto modo di affermare che il giudice di appello, quando, in seguito all'impugnazione del pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento, emette una pronuncia di condanna, ha il dovere di decidere sulla domanda di risarcimento del danno proposta dalla parte civile, anche se questa non ha impugnato la sentenza di proscioglimentoxxxv. Può indubbiamente destare perplessità l'assunto che compare in sentenza, secondo il quale l'impugnazione sulla responsabilità si rifletterebbe automaticamente sui capi civili, con la conseguenza che essi formerebbero oggetto di una devoluzione di diritto . Ciò soprattutto perchè finisce per attribuire - ci sembra - alla parte civile, il riconoscimento della fondatezza di una azione, esercitata ma dissolta in primo grado, senza che a quella pronuncia sia stato frapposto l'ostacolo della impugnazione pur proponibile così alterando la parità fra le parti del processo, giacchè si attribuisce soltanto ad una di esse la facoltà di fruire della decisione in appello, senza aver formulato la relativa domanda di impugnazione e senza aver subito alcun tipo di effetto estensivo della impugnazione da altri proposta tale non potendosi a nostro avviso qualificare l'effetto che scaturisce dall'appello del pubblico ministero . Ancor più dubbia è, poi, la saldatura del contraddittorio, giacchè se è vero che la parte civile non appellante è comunque citata nel relativo giudizio, è altrettanto vero che sul capo civile non vi è doglianza relativa al pregresso proscioglimento da cui l'imputato-convenuto debba difendersi. Esaurita la sfera delle questioni devolute e di quelle rilevabili di ufficio, sorge la delicata problematica inerente ai limiti entro i quali sopravvivono le parti non impugnate delle sentenze e quelle che, ancorchè impugnate, non siano state annullate dalla Corte di cassazione. Ciò in funzione del controllo relativo alla osservanza dell'ordine dei gradi di giudizio non deducibilità in cassazione di vizi deducibili in appello e, soprattutto, della rilevanza che possono avere nel corso del giudizio le cause di estinzione del reato, in particolare, la prescrizione. La tematica è quella della formazione progressiva del giudicato e dell'annullamento parziale. La giurisprudenza della Cassazione, infatti, raccogliendo le fila di una nutrita serie di pronunce, rese anche a sezioni unite, ha affermato che, poichè la cosa giudicata si forma sui capi della sentenza - nel senso che la decisione acquista il carattere della irrevocabilità soltanto quando sono divenute irretrattabili tutte le questioni necessarie per il proscioglimento o per la condanna dell'imputato rispetto ad uno dei reati attribuitigli - e non sui punti di essa, che possono essere unicamente oggetto della preclusione correlata all'effetto devolutivo del gravame ed al principio della disponibilità del processo nella fase delle impugnazioni, in caso di condanna la mancata impugnazione della ritenuta responsabilità dell'imputato fa sorgere la preclusione su tale punto, ma non basta a far acquistare alla relativa statuizione l'autorità di cosa giudicata, quando con quello stesso capo l'impugnante abbia devoluto al giudice l'indagine riguardante la sussistenza di circostanze e la quantificazione della pena sicchè - si è concluso - la res iudicata si forma solo quando tali punti siano stati definiti e le relative decisioni non siano censurate con ulteriori mezzi di gravame. Ne consegue che l'eventuale causa di estinzione del reato in quel caso, la prescrizione deve essere rilevata finchè il giudizio non sia esaurito integralmente in ordine al capo di sentenza concernente la definizione del reato al quale la causa stessa si riferisce. Tale è la massima ufficiale ma la sentenza chiarisce anche che deve ritenersi confermata la costanze giurisprudenza delle stesse sezioni unite, nella parte in cui hanno affermato che, in caso di annullamento parziale ex articolo 624 Cpp, il giudicato formatosi sull'accertamento del reato e della responsabilità dell'imputato rende definitive tali parti della sentenza, con la conseguenza che il giudice di rinvio, investito della decisione sulla determinazione della pena, non può applicare le cause estintive del reato sopravvenute alla pronuncia di annullamento. Ciò in quanto - hanno chiarito le stesse sezioni unite - l'articolo 624, comma 1, Cpp, che indubbiamente riconosce l'autorità del giudicato sia ai capi che ai punti della sentenza, non rappresenta, tuttavia, l'espressione di un principio applicabile al di fuori della specifica situazione dell'annullamento parziale, dato che la disposizione detta una regolamentazione particolare, attinente unicamente ai limiti obiettivi del giudizio di rinvio, e, dunque, è legata indissolubilmente alle peculiari connotazioni delle sentenze della Corte di cassazione ed alla intrinseca irrevocabilità connaturata alle statuizioni dell'organo posto al vertice del sistema giurisdizionale .xxxvi In tale contesto, diviene quindi significativo il discrimine tra giudicato, parziale o progressivo che sia, e preclusione processualexxxvii, intendendosi per quest'ultima quell'istitutoxxxviii attinente all'ordine pubblico processuale che, pur manifestandosi attraverso forme differenti, conduce all'unico risultato di inibire l'esercizio di un potere o di una facoltà processuali ed il compimento di determinati atti per il giudice o le parti, a seguito del mancato rispetto di determinate forme o modalità prescritte dalla legge, o dal pregresso compimento di atti che appaiono incompatibili con l'esercizio di quei poteri o facoltà, oppure in dipendenza del precedente esercizio di tali facoltàxxxix. In tale ultimo caso, si è affermato, potrà parlarsi di consumazione di quel potere o facoltà, e si è sottolineato, in una recente pronuncia delle sezioni unite, come sia proprio la figura della preclusione-consumazione ad offrire la chiave per risolvere la questione relativa all'applicabilità della regola del ne bis in idem alle situazioni di litispendenza, in fasi o gradi diversi, di procedimenti dinanzi ad uffici della stessa sede giudiziaria xl, evocandosi, in proposito, la preclusione conseguente alla consumazione del potere di azione . Secondo questa linea ricostruttiva - che, per la verità, affonda le sue radici già nella elaborazione giurisprudenziale formatasi sotto la vigenza del vecchio codice, in parte qua sostanzialmente riprodottoxli - le preclusioni processuali che derivano dagli articoli 597, comma 1 e 609, comma 1, Cpp, sono volte a garantire l'ordinato svolgimento logico delle questioni devolvibili, impedendo che, una volta definite, possano essere riproposte senza limiti, così da assumere, quindi, una connotazione tipicamente endoprocesuale, che permette - ove permangano altre questioni sub iudice - il riconoscimento di cause di non punibilità, a norma degli articoli 129 e 609, comma 2, Cppxlii Ricondotta, quindi, la fenomenologia della formazione progressiva del giudicato nell'esclusivo ambito delineato dall'articolo 624 Cpp - con la conseguenza che soltanto con riferimento alla pronuncia della Corte di cassazione potrà riconnettersi l'intangibilità della res iudicata in riferimento tanto ai capi che ai punti della sentenza non attinti dalla pronuncia rescindentexliiiassume tutto il suo risalto il problema relativo alla individuazione di quali siano le parti della sentenza che non hanno connessione essenziale con la parte le cui disposizioni sono state attinte dalla declaratoria di annullamento in sede di giudizio di legittimità. Problema, questo, rispetto al quale le posizioni della dottrina appaiono non poco diversificate. Secondo alcuni, infatti, il concetto di parte della sentenza dovrebbe essere correlato alla decisione sulla singola azione, e cioè a quell'insieme di statuizioni che avrebbero potuto formare oggetto di una sentenza a sè stante, e come tale idonea, quindi, ad assumere il carattere della irrevocabilità, nonostante l'annullamento di altre disposizioni della stessa pronuncia con ciò finendo per far coincidere quel concetto con quello di capo della sentenzaxliv. Altri, invece, partendo dalla premessa per la quale la disposizione in esame sarebbe del tutto superflua se il legislatore, facendo riferimento alla autorità di cosa giudicata per le parti non annullate della sentenza, avesse semplicemente inteso riaffermare che in ipotesi di pluralità di regiudicande - imputati o imputazioni - l'annullamento di una di esse non escluderebbe il passaggio in giudicato delle altre, reputano che per parti della sentenza devono intendersi anche i singoli punti di cui si compone ogni capoxlv. Dove, però, si registrano i maggiori contrasti è sull'effettivo significato da annettere alla espressione autorità di cosa giudicata con la quale viene qualificata la forza e l'efficacia della parte di sentenza non annullata dalla Corte di cassazione, perchè, a seconda della opinione cui si intenda aderire, ne derivano, come si è già accennato, effetti di non poco momento sul piano della applicabilità, in sede di rinvio, dell'articolo 129 Cpp Se, infatti, si esclude che sui punti non annullati si formi, non una semplice preclusione processuale, ma un vero giudicato, ne deriva che, malgrado la pronuncia di annullamento abbia preso in considerazione punti diversi da quelli concernenti la responsabilità dell'imputato o la sussistenza del fatto - l'ipotesi paradigmatica è che l'annullamento sia stato circoscritto a profili inerenti il trattamento sanzionatorio o l'applicazione di benefici - in sede di rinvio è possibile applicare cause estintive del reato - essenzialmente la prescrizione - sopravvenute alla sentenza di annullamentoxlvi. Ove, invece, si reputi che sui punti non attinti dalla pronuncia demolitoria si formi il giudicato, la declaratoria di cui all'articolo 129 Cpp, ancorchè iscrivibile in ogni stato e grado del processo, sarebbe inibita, nel giudizio di rinvio, proprio dal formarsi del giudicatoxlvii. Al di là delle opzioni dogmatiche, si potrebbe forse rilevare che se il punto deciso, ma non annullato, genera comunque una preclusione, resta difficile intravedere una distiguibilità teorica tra preclusione e giudicato ove la decisione su quel punto provenga dall'organo di vertice della piramide giurisdizionale e non possa, quindi, essere comunque ridiscusso . In questa prospettiva, ci sembra possibile comprendere perchè, ove il punto irretrattabilmente risolto attenga alla ritenuta sussistenza di responsabilità penale in ordine ad una determinata fattispecie, le vicende del reato e della sua riferibilità all'imputato si cristallizzano , con la ragionevole conseguenza di rendere il reato stesso ormai processualmente insensibile rispetto al sopravvenire di vicende in ipotesi estintive, come la prescrizione. In altri termini, accertata la responsabilità, con sentenza ormai irrevocabile sul punto , quest'ultimo - ci sembra - cessa di essere semplicemente un aspetto intangibile della futura condanna in sede di rinvio come tale rimuovibile per l'intervento di cause estintive , per divenire, invece, una porzione qualificante della sentenza non annullata, che diventa, essa stessa, un giudicato appunto, di responsabilitàxlviii. Meno problematico si rivela invece il concetto di connessione essenziale che, sempre a norma dell'articolo 624 Cpp, vale a circoscrivere la portata del giudicato progressivo e ad estendere corrispondentemente i poteri cognitivi del giudice del rinvio le parti della sentenza che si collegano con quel vincolo a quelle annullate subiscono anch'esse gli effetti della pronuncia rescindente, con l'ovvio epilogo di contribuire a delineare il perimetro entro il quale deve svolgersi la disamina rescissoria xlix. Si tratta, come è ovvio, di locuzioni necessariamente aperte giacchè è la stessa struttura logica e argomentativa di cui si compone la sentenza a non poter sopportare definizioni normative rigorose tra le parti resecate e quelle che, in assenza delle prime, non possono vivere di luce propria . Da qui, la enunciazione, in giurisprudenza, di approcci definitori piuttosto ovvi, quale quella secondo la quale sussiste il nesso che viene qui in discorso quando la parte annullata costituisca una premessa indispensabile rispetto ad un'altra parte o statuizione, cosicchè la parte non annullata si ponga in tale concatenazione logica rispetto a quella annullata da esserne necessariamente dipendente per rapporto di causalitàl. È ovvio che, in tale prospettiva, è la casistica a dimensionare nel concreto l'ampiezza della formula normativa, ma, tenuto conto delle finalità cui si ispira la disposizione e della stessa tendenziale rigidità funzionale che deve collegare fra loro le parti espressamente e implicitamente da devolvere al giudice del rinvio, ne deriveranno spazi operativi necessariamente ristrettili. i M. PISANI, Giurisdizione penale, in Enc. dir., vol. XIX, Milano, 1970, p. 389 e nota 41 . ii cfr. M.MENNA, Il giudizio d'appello, Napoli, 1995, p. 105 v. anche C. VALENTINI, in Le impugnazioni penali, Trattato diretto da A. Gaito, Torino, 1998, I, p. 237 s. iii A proposito dello scarso contributo offerto dai lavori svoltisi in seno alla Assemblea costituente, della incertezza che ivi regnava in merito della nozione di potere dello Stato e sulla conseguente inevitabile vaghezza della indicazione offerta dall'articolo 134 Costituzione, che configura una norma aperta , v. G. SILVESTRI, La separazione dei poteri, Milano, 1984, p. 238 s. R. BIN, L'ultima fortezza. Teoria della Costituzione e Conflitti di attribuzione, Milano, 1996, p. 7 s. A. PISANESCHI, I conflitti di attribuzione fra i poteri dello Stato. Presupposti e processo, Milano, 1992, p. 28 s. Non è un caso, quindi, che la prima sentenza con la quale la Corte ha giudicato nel merito un conflitto fra poteri sia intervenuta soltanto nel 1975 sentenza n. 13 , a distanza di ben 19 anni dalla sua entrata in funzione ed è anche singolare la circostanza che, gran parte dei primi ricorsi, riguardasse proprio il potere giurìdiziario, quale uno dei due poteri in conflitto a testimonianza del fatto che i conflitti tra gli altri organi costituzionali tendessero a comporsi o svilirsi essenzialmente per via politica v., al riguardo, F. SORRENTINO, L'equilibrio istituzionale fra i poteri e la sua garanzia giurisdizionale, in L'equilibrio tra i poteri nei moderni ordinamenti costituzionali, Torino, 1994, p. 62 s. iv A questo riguardo sono di estremo rilievo i principi affermati dalla CEDU nella sentenza Ielo c. Italia del 6 dicembre 2005, nella quale è stata ritenuta la violazione dell'articolo 6, comma 1, della Convenzione, che sancisce il diritto ad un giusto processo per la tutela dei propri diritti, a seguito, proprio, della sentenza n. 417 del 1999, con la quale era stata dichiarata la insindacabilità ex articolo 68, primo comma, Costituzione delle dichiarazioni - in assunto diffamatorie - rese da un parlamentare nei confronti del magistrato ricorrente. Sullo spinoso terreno, si inserisce, quindi, una sorta di ulteriore istanza impugnatoria avente seri riflessi sul piano istituzionale. v F. CORDERO, Procedura penale, 7^ ed., Milano, 2003, p. 1097. vi A. PRESUTTI, Revisione del giudicato penale, in Enc. giur. Treccani, vol. XXVII, 1991. vii A proposito dei rapporti tra vecchia e nuova revisione, v. Corte Costituzione sentenza n. 311 del 1991. Sull'argomento v. A. MANZIONE, Revisione e regole di giudizio un'opzione obbligata per la Corte costituzionale, in Cassazione pen., 1992, I, p. 572, nonchè L. RAVAGNAN, Sulla disciplina transitoria della revisione, in Ind. penale, 1992, p. 421. viii Di recente, e sempre in tema di opposizioni , la Corte costituzionale ha avuto modo di sottolineare come la fase della opposizione alla sentenza dichiarativa di fallimento assuma certamente valore impugnatorio con contenuto sostanziale di revisio prioris instantiae , derivandone da ciò l'obbligo di astensione a norma dell'articolo 51 n. 4 cod. proc. civ. v. Corte Costituzione, sentenza n. 460 del 2005 . ix Cassazione, Sez. un., 5 ottobre 1994, Demitry Cassazione, Sez. IV, 23 maggio 2000, Rosi. x L'origine della distinzione tra legittimità e merito è antica. Nell'epoca post-classica ogni decisione non appellata o emessa in appello, esente da vizi procedurali, costituisce res iudicata., anche se vìola lo ius litigatoris , purchè applichi nome positive, bene o male quando le neghi, offende lo ius constitutionis consumano un attentato al monopolio imperiale della produzione legislativa allora nasce morta F. CORDERO, op. cit., p. 1137 . xi La tendenza contraria è invece dimostrata dal fatto che, ora, anche le sentenze di patteggiamento possono formare oggetto di revisione, dopo la modifica apportata all'articolo 629 Cpp, ad opera dell'articolo 3, comma 1, della legge 12 giugno 2003, n. 134. V. P. FERRUA, Patteggiamento allargato, una riforma dai molti dubbi, in Dirito e Giustizia, 2003, n. 8, p. 111. xii U. FERRANTE, L'effetto devolutivo delle impugnazioni penali, Milano, 1962, p. 26 s., in quale, nel ricordare come vi fossero due opinioni, secondo le quali l'effetto devolutivo comportasse il trasferimento della regiudicanda, per alcuni, ad un giudice superiore e, per altri, ad un giudice funzionalmente diverso, segnalava - a favore della prima tesi - che il giudice della impugnazione, per la sua stessa funzione, viene a trovarsi in una posizione di preminenza ed in una situazione di superiorità, essendo legittimato a sottoporre a critica l'operato del primo giudice ed a confermare, riformare o annullare il suo provvedimento . V., anche, O. VANNINI, Manuale di diritto procesuale penale, Milano, 1956, . 289 G. LEONE, Sistema delle impugnazioni penali parte generale, Napoli, 1935, p. 40 s. xiii U. ALOISI, Manuale prativo di procedura penale, III, Milano, 1952-53, p. 163 V. MANZINI, Trattato di diritto processuale penale, IV, Torino, 1956, p. 467 C. DEL POZZO, L'appello nel processo penale, Torino, 1957, p. 176 F. CARNELUTTI, Lezioni sul processo penale, Roma, IV, 1949, p. 133. Sempre facendo leva sulle connotazioni per così dire oggettive della devoluzione, intesa quindi come semplice trasferimento della regiudicanda, si è ritenuto che non esistano mezzi di impugnazione non devolutivi, potendosi al limite distinguere se la devoluzione sia parziale o totale v. G. FOSCHINI, Studi sulle impugnazioni penali, Milano, 1955, p. 139. xiv E financo nelle ipotesi in cui esso sia diverso, come nel passaggio tra l'udienza preliminare ed il giudizio. xv G. TRANCHINA, Impugnazione dir. proc. pen. , in Enc. dir., vol. XX, Milano, 1970, p. 741. xvi M. MENNA, op. cit., p. 104 s. xvii C. VALENTINI, op. cit. nota 176 , rileva che il c.d. effetto devolutivo non è previsto - in quanto tale - da alcuna disposizione del codice ma la circostanza che la rubrica delle disposizioni citate non sia mutata rispetto alle corrispondenti norme del codice del 1930, non vuol dire che esse non descrivano proprio quell'effetto della impugnazione. D'altra parte, nella Relazione al Progetto preliminare, si chiarì espressamente come l'articolo 609 fosse proprio diretto a fissare l'effetto devolutivo del ricorso per cassazione ed i suoi limiti, recependo i risultati di una ormai copiosa elaborazione giurisprudenziale della materia . xviii Cassazione, Sez. VI, 30 gennaio 1998, Gulli Cassazione, Sez. I, 12 novembre 2002, Riccardi. xix Cassazione, Sez. VI, 5 febbraio 2004, Montalto. xx Le Sezioni unite hanno, infatti, di recente affermato che, nel procedimento conseguente all'appello proposto dal p.m. contro l'ordinanza reiettiva della richiesta di misura cautelare personale, è legittima la produzione di documentazione relativa ad elementi probatori nuovi , preesistenti o sopravvenuti, sempre che, nell'ambito dei confini segnati dal devolutum, quelli prodotti dal p.m. riguardino lo stesso fatto contestato con l'originaria richiesta cautelare e in ordine ad essi sia assicurato nel procedimento camerale in contraddittorio delle parti, anche mediante la concessione di un congruo termine a difesa, e quelli prodotti dall'indagato, acquisiti anche all'esito di investigazioni difensive, siano idonei a contrastare i motivi di gravame del p.m. ovvero a dimostrare che non sussistono le condizioni ed i presupposti di applicabilità della misura cautelare richiesta. V. Cassazione, Sez. un., 31 marzo 2004, Donelli, in Cassazione pen., 2004, p. 2746 s., con nota di P. SPAGNOLO, I poteri cognitivi e decisiori del tribunale della libertà investito dell'appello de libertate del pubblico ministero i confini tra devolutum e novum, ove si sottolineano, in generale, le peculiarità dell'appello de libertate rispetto al suo omologo nel giudizio di cognizione, e, in specie, le caratteristiche atipiche che presenta l'appello del pubblico ministero avverso l'ordinanza con la quale il giudice ha respinto la richiesta di misura cautelare. A proposito delle problematiche relative all'appello del pubblico ministero contro le sentenze di proscioglimento, v. F. COPPI, No all'appello del p.m. dopo la sentenza di assoluzione, in Il giusto processo, 2003, n. 3, p.27 T. PADOVANI, Doppio grado di giurisdizione appello dell'imputato, principio del contraddittorio, in Cassazione pen., 2003, p. 40 23, nonchè le proposte emendative formulate da Sez. un., 30 ottobre 2003, Andreotti - ove espressamente si auspica una modifica volta a qualificare l'appello, ove non confermativo della assoluzione in primo grado, come giudizio di natura meramente rescindente, cui debba seguire un rinnovato giudizio di primo grado sul merito della responsabilità dell'imputato, modulato sui binari tracciati dalla sentenza di annullamento - in Cassazione pen., 2004, p. 811 s., con nota di D. CARCANO, Brevi note sulle regole decisiorie che governano il processo penale. xxi R. ORLANDI, in CONSO - GREVI, Compendio di procedura penale, Padova, 2003, p. 624. V. anche R. BONSIGNORI, Procedimento per decreto, in Dig. disc. pen., vol. X, Torino, 1995, p. 117 P. SECHI, Opposizione al decreto penale di condanna, in Le impugnazioni penali, trattato diretto da A. Gaito, cit., vol. II, p. 844 s. F. CORDERO, op. cit., p. 1081, osserva che è tipico dei gravami che il provvedimento impugnato, giusto o no, decada avviene anche a proposito delle misure cautelari non convalidate l'ha risolto l'impugnante e l'intero caso sarà ri-giudicato . V. anche A. SCALFATI, Le nuove prospettive del decreto penale, in Il nuovo processo penale dopo la riforma del giudice unico a cura di F. Peroni, Padova, 2000, p. 531. xxii Tra le tante, e più di recente, Cassazione, Sez. IV, 21 gennaio 2004, p.m. in proc. Rossi Cassazione, Sez. IV, 25 giugno 2004, Bianconi. xxiii Sulla compatibilità costituzionale del procedimento per decreto come rito a contraddittorio eventuale e differito, v. Corte Costituzione ordinanza n. 432 del 1998 e sentenza n. 504 del 2000. Circa la più generale compatibilità con il diritto di difesa di modelli processuali a contraddittorio eventuale e differito, v., da ultimo, Corte Costituzione ordinanza n. 291 del 2005. xxiv V. C. PANSINI, L'attuazione del giusto processo nell'udienza preliminare minorile, in Giusto processo, a cura di P. Tonini, Padova, 2001, p. 575 s. xxv Si è affermato, in giurisprudenza, che la richiesta di riesame della misura cautelare, a differenza dell'appello, è integralmente devolutiva dei presupposti della misura ed il richiedente non può limitare tale potere ad uno solo degli aspetti, quali, ad esempio, le esigenze cautelari, precludendo con una rinunzia ai motivi l'esame dei gravi indizi Cassazione, Sez. VI, 28 marzo 2003, Sabatelli . A proposito del risalto che i motivi del riesame assumono ai fini della delibazione e della motivazione che il giudice del gravame è chiamato a svolgere, v. Cassazione, Sez. un., 26 novembre 2003, Gatto, in particolare il punto 4 del Considerato in diritto . xxvi Si è osservato, al riguardo, che il tratto originale dell'istituto consiste, appunto, nella previsione di una selezione consensuale dei motivi di impugnazione ritenuti obiettivamente fondati, alla quale può accompagnarsi la rinuncia, eventualmente multilaterale, degli altri motivi di appello cfr. E. M. CATALANO, L'accordo sui motivi di appello, Milano, 2001, p. 6 s. xxvii Nella Relazione al Progetto preliminare, si è puntualizzato come attraverso tale previsione, resa necessaria dalla confluenza, in un unico atto, della dichiarazione e dei motivi di impugnazione, a differenza di quanto prevedeva l'articolo 197 del codice previgente, si fosse anche inteso sottolineare, allo scopo di evitare impugnazioni generiche o dilatorie, l'opportunità di consentire in sede di legittimità la verifica della non manifesta infondatezza del ricorso ed in appello della serietà della eventuale richiesta di rinnovazione del dibattimento, nonchè permettere la verifica dell'interesse ad impugnare . Ecco dunque svelarsi una devoluzione, per così dire, ante portas quella relativa alla ammissibilità formale dell'atto di impugnazione, giacchè il mancato rispetto delle disposizioni stabilite dallo stesso articolo 581 condice proprio, a norma dell'articolo 591, comma 1, lettera c , alla inammissibilità della impugnazione. xxviii C U. DEL POZZO, op. cit. p.195 V. MANZINI, op. cit., IV, p. 547 G. PETRELLA, Le impugnazioni nel processo penale trattato teorico-pratico, Vol. II, p. 140 M. PISANI, Il divieto di reformatio in peius nel processo penale, Milano, 1967, p. 33 G. SPANGHER, Appello nel diritto processuale penale, in Dig. disc. pen., Vol. I, Torino, 1987, p. 206 M. MENNA, op. cit. p. 142 s. M. BARGIS, in Compendio, cit., p. 808. F. CORDERO, op. cit., p. 1131. xxix Si è osservato che il principio ora sancito dall'articolo 597, comma 1, Cpp del tutto analogo all'articolo 515, primo comma, del codice abrogato delimita così i poteri di cognizione che quelli di decisione, essendo i due suddetti poteri correlativi, inscindibili e logicamente collegati e non potendo, l'uno, sussistere se non preceduto dall'altro e non avendo, questo, ragione di sussistere se non in funzione di quello U. FERRANTE, op. cit., p. 95, il quale definisce - v. pag. 51 - punto , qualsiasi statuizione, implicita o esplicita, risolutiva di una questione sorta nel corso del procedimento, fino al dispositivo. xxx Quest'innaturale metamorfosi - si è aggiunto - genera motivi fluviali, perchè all'appellante conviene dedurre l'intero deducibile, dalla quaestio facti alla pena, contestando una a una le aggravanti e invocando ogni possibile attenuante, incluse le generiche . V. F. CORDERO, op. cit., p. 1131. xxxi Cassazione, Sez. I, 25 giugno 1999, Gusinu, in Cassazione pen., 2000, p. 2077, con nota di M MERCONE, Ancora ammissibili le contestazioni alternative dopo il giusto processo? Cassazione, Sez. VI, 21 maggio 2003, Pasciuti. A proposito della distinzione tra punti e motivi, si è in particolare sottolineato che il giudicato si forma sui profili decisori - capi e punti della sentenza - e non sulla motivazione per quest'ultima la regola è quella della rivalutabilità degli elementi di causa da parte del giudice della impugnazione, al fine di individuare la più corretta motivazione. Pertanto, gli elementi logico-argomentativi riferiti a circostanze di fatto o a valutazioni di diritto, possono essere utilizzati ai fini della motivazione della decisione in ciascun grado del giudizio senza che l'opinione di un giudice, nell'argomentare la sua decisione, possa condizionare quello del successivo, funzionalmente preposto a rivedere e riconsiderare, nei limiti dei punti e dei capi attinti dall'impugnazione della parte, la decisione del giudice che lo ha preceduto Cassazione, Sez. IV, 15 dicembre 1999, Corcione . xxxii V. S. RAMAJOLI, Le impugnazioni penali appello, cassazione, revisione, Padova, 1994, p. 90 C. FIORIO, in Le impugnazioni penali, Trattato diretto da A. Gaito, cit., Vol.I, p. 315 G. SPANGHER, Appello dir proc. pen. , in Enc. giur, Vol. II, p. 4. M. BARGIS, in Compendio, cit. p. 809, osserva come si possa al riguardo considerare applicabile il criterio della connessione essenziale enunciato dall'articolo 624, comma 1, per il giudizio di cassazione, ma riferibile pure all'appello come espressione di un principio base, sicchè al giudice del secondo grado di merito sarebbe attribuito il potere di decidere anche in ordine ai punti della sentenza che, pur non impugnati, siano legati a quelli impugnati da un rapporto di pregiudizialità, di interdipendenza o, comunque, di connessione essenziale . Da ciò ne desume che, ove sia stata acculta la richiesta di una qualificazione giuridica meno grave, il giudice dell'appello dovrà ridurre corrispondentemente la pena, anche se l'appellante non abbia devoluto il punto concernente la misura della pena stessa . xxxiii Per una rassegna v. C. FIORIO, op. cit., p. 314 s. G. SPANGHER, op. ult. cit. p. 5 s. M. BARGIS, op. cit. p. 810. xxxiv Cassazione, Sez. un., 12 luglio 2005, Mannino. V. anche, in tema di novum devolvibile in sede di appello cautelare proposto dal pubblico ministero, Cassazione, Sez. un., 31 marzo 2004, Donelli, in Dir. pen. e processo, 2005, p. 49, con nota di D. ZIGNANI, Poteri cognitivi, istruttori e decisori del Tribunale della libertà quale giudice d'appello, nonchè in Giur. it., 2005, p. 128, con nota di M. ANSELMI, Sull'ammissibilità dei nova nei procedimenti d'appello avverso ordinanze de libertate. xxxv Cassazione, Sez. un., 10 lglio 2002, Guadalupi, in Riv. it. dir. proc. pen., 2003, p. 550, con nota critica di A. PENNISI, Ingiustificati ripensamenti giurisprudenziali in tema di impugnazioni della parte civile. V. anche la nota critica di M. NOFRI, Nuovi spazi alla parte civile nel giudizio di appello, in Cassazione pen., 2003, p. 1977. xxxvi Cassazione, Sez. un. 19 gennaio 2000, Tuzzolino, in Cassazione pen., 2000, p. 2967. xxxvii Per la nozione del giudicato come somma preclusione v. G. CHIOVENDA, Principii di diritto processuale civile, Napoli, 1965, p. 859. xxxviii Va notato che l'istituto della preclusione ha trovato nel nuovo codice per la prima volta,a quanto consta, espresso richiamo, giacchè proprio alla preclusione fa riferimento l'articolo 491. Si vedano, a tal proposito, i chiarimenti forniti nella Relazione al Progetto definitivo. xxxix V. al riguardo G. LOZZI, PreclusioniII Diritto processuale penale, in Enc. giur., Vol. XXIII, Roma, 1990, p. 1 s. xl V. Cassazione, Sez. un., 28 giugno 2005, p.g. in proc. Donati ed altro. xli V., da ultimo, Cassazione, Sez. un., 23 novembre 1990, Agnese, in Cassazione pen., 1991, I, p. 728, nonchè in Foro it., 1991, II, 376. xlii Cassazione, Sez. un., 26 marzo 1997, Attinà, in Giur. it., 1998, p. 780, con nota di R. VANNI, Giudicato progresivo e limiti all'applicabilità dell'articolo 129 Cpp nel giudizio di rinvio v. anche D. ARRIGO, Il giudicato parziale e le cause estintive del reato, ivi, 1999, p. 607. xliii Va infatti rammentato che la pronuncia ugualmente rescindete con la quale il giudice di appello dichiari la nullità della sentenza di primo grado a norma dell'articolo 604 Cpp, e disponga la trasmissione degli atti al pubblico ministero, ha natura meramente processuale ed è ricorribile per cassazione v., ex multis, Cassazione, Sez. V, 18 dicembre 2002, p.g. in proc. D'Angelo. xliv G. CIANI, sub articolo 624 in Commento Chiavario, Vol. VI, p. 305 G. PETRELLA, op. cit. p. 547 F. R. DINACCI, Il giudizio di rinvio nel processo penale, Padova, 2002, p. 39. xlv G. LOZZI, Lezioni di procedura penale, 6^ ed., Torino, 2004, p. 706 M. BARGIS, in Compendio, cit. p. 877. xlvi V. in tal senso F. CORDERO, op. cit., p. 1163, il quale rileva che non esiste giudicato sul punto e tanto meno sulla questione . I giudicati nascono sull'intera res iudicanda B. LAVARINI, La formazione del giudicato penale, in Riv. dir. proc., 2002, p. 1196 M. BUSETTO, Annullamento parziale e declaratoria della prescrizione nel giudizio di rinvio, in Cassazione pen., 1997, p. 2480 s. F. R. DINACCI, op. cit., p. 197. Esclude che sui punti non annullati si formi il giudicato, generandosi soltanto una preclusione, anche A. BARGI, Il ricorso per cassazione, in Le impugnazioni penali, cit. p. 648. xlvii V. G. LOZZI, op. cit. p. 706 P. P. PAULESU, Sui limiti di applicabilità dell'articolo 152 c.p.p. 1930 nel giudizio di rinvio conseguente ad annullamento, in Giur. it., 1994, II, p. 471 R. LI VECCHI, Annullamento parziale con rinvio ed inapplicabilità della estinzione del reato a statuizioni non impugnate, in Riv. pen., 1994, p. 243 G. SPANGHER, Bis in idem delle Sezioni unite sui limiti di applicabilità dell'articolo152 c.p.p. 1930 nel giudizio di rinvio con annullamento parziale, in Cassazione pen., 1993, p. 2505 s., il quale peraltro sottolinea come il dato normativo non intenda fare riferimento nè al giudicato in senso sostanziale nè all'intrinseca idoneità della decisione parziale ad essere posta in esecuzione, bensì all'esaurimento del potere decisiorio del giudice di cognizione in quella parte della sentenza non oggetto di annullamento . xlviii In giurisprudenza si afferma addirittura che, attesa la regola generale della formazione progressiva del giudicato, consacrata dall'articolo 624 Cpp, deve ritenersi che quando la decisione divenga irrevocabile in relazione alla affermazione della responsabilità penale e contenga già l'indicazione della pena minima che il condannato deve comunque espiare, la stessa vada posta in esecuzione v. Cassazione, Sez. V, 2 luglio 2004, Pipitone Cassazione, Sez. I, 20 marzo 2000, Soldano Cassazione, Sez. VI., 20 agosto 1997, Maddaluno. xlix V. al riguardo G. CIANI, op. cit., p. 307 F. R. DINACCI, op. cit. p. 52. l Cass, Sez. un., 19 gennaio 1994, Cellerini. li Sul tema v., fra le altre, Cassazione, Sez, I, 18 gennaio 2001, Picone Cassazione, Sez. I, 1 giugno 2000, D'Agostino Cassazione Sez. V, 27 ottobre 1999, Kardhiqi Cassazione, Sez. I, 22 febbraio 1999, El Achari. ?? ?? ?? ?? 1