Immigrati, condannato il datore che si accontenta della domanda di soggiorno

Per l'assunzione in prova anche di una sola settimana bisogna prendere visione del permesso. Non vale la buona fede

Il datore di lavoro ha l'obbligo di chiedere al lavoratore extracomunitario che sta per assumere di fargli vedere il permesso di soggiorno e - anche per un breve periodo di prova di una sola settimana - non può considerare sufficiente l'esibizione della richiesta di permesso presentata dall'immigrato alle autorità competenti. Lo sottolinea la Prima sezione penale della Cassazione con la sentenza 37409, depositata il 13 novembre, che ha condannato alla pena detentiva - rifiutandogli di tramutarla in sanzione pecuniaria - il gestore di una trattoria milanese con precedenti in violazione delle norme sul lavoro, Michele G., che aveva assunto per un periodo di prova una cittadina extracomunitaria priva del permesso. Senza successo - in Cassazione - il ristoratore ha sostenuto che credeva, in buona fede, di poter assumere la donna in quanto gli aveva mostrato la richiesta per ottenere il permesso di soggiorno . A questa obiezione la Suprema Corte ha risposto che l'imputato non può invocare la sua buona fede, visto che doveva sapere che la legge richiede il permesso di soggiorno per poter assumere una cittadina extracomunitaria, e visto che anche una assunzione in prova costituisce instaurazione di un rapporto di lavoro . Con questa decisione è stato confermato il verdetto emesso dalla Corte di Appello di Milano il 20 dicembre 2005 nel quale i giudici di mErito avevano affermato che spettava al datore l'obbligo di prendere visione del permesso di soggiorno prima di assumere la cittadina extracomunitaria . Il ricorso del ristoratore è stato dichiarato inammissibile come richiesto dalla Procura della Cassazione rappresentata dal sostituto procuratore generale Consolo.

Cassazione - Sezione prima penale up - sentenza 25 ottobre-13 novembre 2006, n. 37409 Presidente Fazzioli - Relatore Piraccini Pg Consolo - Ricorrente Grimaldi Fatto e diritto La Ca di Milano confermava la sentenza di condanna emessa dal Tribunale della stessa città nei confronti di Grimaldi Michele per il reato di cui all'articolo 22 legge 286/98, per avere occupato alle proprie dipendenze una cittadina extracomunitaria priva del permesso di soggiorno. Rilevava che l'imputato aveva sostanzialmente ammesso il fatto limitandosi a sostenere che aveva ritenuto in buona fede di poterlo fare in quanto la donna gli aveva mostrato la richiesta per ottenere il permesso di soggiorno. Secondo la Corte il principio di buona fede non era invocabile da parte dell'imputato in quanto a lui incombeva l'obbligo di prendere visione del permesso di soggiorno prima di assumere la cittadina extracomunitaria, non essendo sufficiente la semplice richiesta. Inoltre il Grimaldi conosceva la situazione della donna in quanto abitava vicino alla sua trattoria, la pena appariva congrua visto che vantava precedenti penali proprio in materia di violazione delle norme sul lavoro. Contro la decisione presentava ricorso l'imputato deducendo - manifesta illogicità della motivazione nella parte in cui dava per scontato che egli conoscesse la condizione di clandestina della donna solo perché abitava vicino alla sua trattoria, e nella parte in cui non aveva valutato che l'assunzione della donna era stata limitata ad una sola settimana di prova, dopo di che, non avendo ricevuto il permesso di soggiorno, la licenziava - contrasto tra dispositivo e motivazione nella parte in cui aveva ritenuto che la pena non potesse essere convertita, mentre nel dispositivo veniva confermata la sentenza di primo grado che invece aveva concesso la conversione - intervenuta prescrizione del reato. La Corte ritiene che il ricorso debba essere dichiarato inammissibile in quanto richiede di effettuare una rivalutazione degli elementi di fatto posti alla base della decisione. La motivazione appare invece del tutto congrua e logica non potendo l'imputato invocare la sua buona fede, visto che doveva sapere che la legge richiede il permesso di soggiorno per potere assumere una cittadina extracomunitaria, e visto che anche un'assunzione in prova costituisce instaurazione di un rapporto di lavoro. Il ricorrente deve essere condannato al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 500 alla Cassa delle ammende. PQM La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 500 alla Cassa delle ammende.