Cessata materia del contendere e condanna al pagamento delle spese di lite: un felice connubio

di Angelo Buscema

di Angelo Buscema La sentenza 86/2006 della Commissione Tributaria Regionale qui pubblicata tra i documenti correlati , in tema di condanna alle spese nell'ipotesi di cessata materia del contendere per avvenuta autotutela del fisco, così recita Sostiene l'appellante, in relazione all'articolo 46 del D.Lgs 546/92, che la sentenza impugnata sarebbe errata laddove dispone la condanna dell'Amministrazione comunale al pagamento delle spese di giudizio, pur essendo venuta meno la questione contenziosa per cessata materia del contendere. Il caso in esame, non rientra nelle fattispecie tipiche individuate da leggi ad esempio condoni fiscali o concordato fiscale , ma esso trova giustificazione in un errore del Comune, il quale ha preteso una debenza d'imposta assolutamente non dovuta, e che solo il ricorso della Società gli ha impedito di portarla a conclusione. Ciò, logicamente, ha comportato un'attività dispendiosa per la Società a fronte della quale va riconosciuta una giusta rifusione delle spese sostenute. In ogni caso, va ricordato con riguardo all'articolo 46 in discorso, che la Corte Costituzionale con sentenza 274/05, ha dichiarato l'illegittimità del comma 3, nella parte in cui si riferisce alla ipotesi di cessazione della materia del contendere diverse dai casi di definizione delle pendenze tributarie previsti dalla legge La disposizione del comma 3 dell' articolo 46 del D.Lgs 546/92, secondo cui in caso di estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere comporta che non si faccia luogo a liquidazione di spese a favore di una parte o dell'altra, ma che si disponga la compensazione delle spese, è stata oggetto di diverse pronunce della Corte di cassazione.In esse la Corte ha sempre ritenuto la logicità e congruenza della norma rispetto all'ordinamento tributario e più volte ha respinto per manifesta infondatezza questioni preliminari di costituzionalità.La stessa Corte costituzionale, in sentenze ed ordinanze risalenti, aveva ritenuto la norma conforme a Costituzione. Tuttavia recentemente con sentenza 274/05 la Corte costituzionale è giunta a conclusioni diametralmente opposte, dichiarando che è costituzionalmente illegittimo l'articolo 46, comma 3, del D.Lgs 656/92 nella parte in cui, anche in riferimento alle ipotesi di cessazione della materia del contendere diverse dai casi di definizione delle pendenze tributarie previste dalla legge, esclude la facoltà del giudice di pronunciarsi sulla condanna alle spese di lite. Nel caso di estinzione per cessata materia del contendere trova, alla luce della sentenza 274/05, applicazione il principio della soccombenza virtuale , elaborazione di natura giurisprudenziale, ovvero la prosecuzione della causa allo scopo di accertare a quale delle parti imputare la responsabilità del procedimento ovvero chi è tenuto a sopportare le spese di giudizio. Il tabù della peculiarità del processo tributario nei confronti di quello amministrativo e di quello civile, in cui è applicabile la cd. soccombenza virtuale,è abbandonato o disconosciuto dal giudice delle leggi per ricondurre, alla luce del principio di ragionevolezza, la cessata materia del contendere nel processo tributario nel diritto comune. Il giudice tributario ad esempio potrà imputare le spese di lite, sostenute dalla controparte pubblica, a carico del contribuente qualora questi abbia rinunciato al suo gravame salvo diverso accordo tra le parti ex articolo 44 del D.Lgs 546/92 oppure abbia fatto acquiescenza alla pretesa tributaria si pensi al contribuente che provveda al pagamento integrale del dovuto .La cessazione della materia del contendere che sopravvenga nel corso del processo tributario non esime il giudice tributario a provvedere sulle spese dell'intero giudizio, anche in difetto di istanza di parte, valutando al riguardo se sussistono giusti motivi di totale o parziale compensazione,ovvero addossando dette spese all'una o all'altra secondo il criterio della soccombenza virtuale. La compensazione automatica ope legis delle spese per la cessata materia del contendere è stata cancellata dal processo tributario, in virtù del principio costituzionale di ragionevolezza, che non tollera una differente disciplina normativa in tema di cessata materia del contendere tra processo tributario e processo amministrativo. Per ciò che riguarda la ripartizione delle spese è necessario che il giudice tributario accerti a quale delle parti del giudizio deve imputarsi la responsabilità di aver causato lo stesso. Il giudice tributario dovrà effettuare,caso per caso, una valutazione sul regime processuale delle spese da applicare senza essere vincolato ad operare la compensazione automatica nell'ipotesi di cessata materia del contendere. La compensazione ope legis delle spese nel caso di cessazione della materia del contendere, rendendo inoperante il principio generale di responsabilità per le spese di giudizio, si traduce, ormai, in un ingiustificato privilegio per la parte che pone in essere un comportamento il ritiro dell'atto, nel caso dell'amministrazione, o l'acquiescenza alla pretesa tributaria, nel caso del contribuente di regola determinato dal riconoscimento della fondatezza delle altrui ragioni, e, corrispondentemente, in un del pari ingiustificato pregiudizio per la controparte, specie quella privata, obbligata ad avvalersi, nella nuova disciplina del processo tributario, dell'assistenza tecnica di un difensore e, quindi, costretta a ricorrere alla mediazione onerosa di un professionista abilitato alla difesa in giudizio . A seguito dell'importante pronuncia della Corte costituzionale, pertanto, ai casi di definizione delle pendenze tributarie previste dalla legge es. condono , continuerà ad applicarsi la compensazione delle spese, così come previsto dall'articolo 46 del D.Lgs 546/92, senza che vi sia alcuna deroga al principio di responsabilità per le spese. Viceversa, nei casi di estinzione del giudizio per ipotesi di cessazione della materia del contendere, diverse dai casi di definizione delle pendenze tributarie previsti dalla legge, ed in particolare in quella determinata dal ritiro dell'atto impugnato da parte del suo autore per esempio, gli uffici fiscali , operando in tal caso il principio di responsabilità per le spese di giudizio, il giudice dovrà pronunciarsi al riguardo.Da parte del fisco, alla luce della sentenza citata della Consulta, si richiede una più oculata attenzione alla fondatezza della pretesa fiscale evidenziata negli atti impositivi, un sicuro impulso all'istituto deflattivo dell'accertamento con adesione e alla conciliazione giudiziale e soprattutto l'annullamento in autotutela degli atti impositivi infondati o illegittimi prima della notifica del ricorso del contribuente e comunque prima del deposito dello stesso ricorso, ciò al fine di evitare ulteriori aggravi di oneri a carico dell'erario . La decisione sull'an debeatur delle spese a carico del fisco appare giustificata laddove la determinazione in autotutela è stata comunicata al contribuente tardivamente es.solo in sede di udienza costringendo il ricorrente ad espletare attività difensiva ed a sostenere spese ingiustificate dinanzi ad un evidente errore del fisco in tal senso CT Regionale di Roma 8 sentenza 77/2006 Spetta al fisco l'onere di dimostrare che il fatto estintivo del diritto azionato dal ricorrente era avvenuto prima della notifica del ricorso. Il fisco in relazione all'esercizio della potestà di annullamento in via di autotutela,deve procedere, alla luce del principio di economicità e di efficienza dell'azione amministrativa ed in una prospettiva di analisi costi benefici senza alcun indugio alla valutazione delle istante di autotutela prodotte dai contribuenti, provvedendo a dare risposta in senso positivo per le pretese erariali infondate o illegittime, al fine di evitare l'instaurazione di un dannoso ed inutile contenzioso tributario, anche sotto il profilo della condanna alle spese processuali. L'inerzia può comportare per l'Amministrazione maggiori oneri patrimoniali e la conseguente responsabilità amministrativa per danno indiretto del funzionario preposto all'autotutela ovvero al rimborso a favore del contribuente.

Commissione tributaria regionale di Roma - Sezione ottava - sentenza 11 aprile-25 maggio 2006, n. 86 Presidente Varrone - Relatore Panzini Ricorrente Opo Srl in liquidazione La Società Opo in liquidazione, con sede in Genova, si opponeva agli avvisi di accertamento nn. 8907/1-8912/01-8911/01-8909/01-8908/01 e 8906/00, con i quali il Comune di Roma intimava il pagamento di somme a titolo di imposta sulla pubblicità, sanzioni, interessi e spese di notifica con riferimento all'anno 2000. L'adita Ctp di Roma con sentenza 58/11/04 pronunciata il 24 febbraio 2004, previa riunione dei sette gravami, considerato l'avvenuto annullamento degli avvisi impugnati da parte dello stesso Comune di Roma, ha dichiarato estinti i giudizi per cessata materia del contendere, con condanna dell'Ente locale al pagamento delle spese di lite liquidate in complessivi euro 500. Il Comune di Roma, rappresentato e difeso del dirigente pro tempore della Uo Affissioni e Pubblicità, dott. Andreina Marinelli, propone appello avverso la sentenza di primo grado, osservando che la comminata condanna al pagamento delle spese e in contrasto con l'articolo 46 del D.Lgs 546/92, il quale, appunto, prevede espressamente - al comma 3 - la conservazione delle spese del giudizio estinto a carico della parte che le ha anticipate . È evidente, sostiene, l'errore in cui sono incorsi i primi giudici, e quindi sollecita la parziale riforma della sentenza disponendo la compensazione delle spese del primo giudizio, con condanna dell'odierna appellata al pagamento delle spese processuali di questo giudizio. La Società, nelle persone dei liquidatori signori Federico Olcese e Roberto Olcese, rappresentata e difesa dall'avvocato Renato Speciale, contesta diffusamente le argomentazioni dell'appellante, per cui sollecita la conferma della sentenza di primo, con vittoria delle spese di giudizio. Osserva Le doglianze del Comune di Roma non trovano motivo di accoglimento e di conseguenza va confermato il giudizio di primo grado. Sostiene l'appellante, in relazione all'articolo 46 del D.Lgs 546/92, che la sentenza impugnata sarebbe errata laddove dispone la condanna dell'Amministrazione comunale al pagamento delle spese di giudizio, pur essendo venuta meno la questione contenziosa per cessata materia del contendere. Il caso in esame, non rientra nella fattispecie tipiche individuate da leggi ad esempio condoni fiscali o concordato fiscale , ma esso trova giustificazione in un errore del Comune, il quale ha preteso una debenza d'imposta assolutamente non dovuta, e che solo il ricorso della Società gli ha impedito di portarla a conclusione. Ciò, logicamente, ha comportato un'attività dispendiosa per la società a fronte della quale va riconosciuta una giusta rifusione delle spese sostenute. In ogni caso, va ricordato con riguardo all'articolo 46 in discorso, che la Corte costituzionale con sentenza 274/05, ha dichiarato l'illegittimità del comma 3, nella parte in cui si riferisce alla ipotesi di cessazione della materia del contendere diverse dai casi di definizione delle pendenze tributarie previsti dalla legge. In conclusione, vanno disattese le doglianze del Comune. Sussistono giusti motivi per compensare le spese del presente giudizio. PQM Rigetta l'appello del Comune. Spese compensate.