""Porci con le deleghe""... quando i volantini diffamano: anche la critica sindacale incontra il limire della continenza

di Lucio Giacomardo

di Lucio Giacomardo* Nel momento in cui un illustre giurista, sin dal titolo del suo volume, giunto peraltro in maniera forse inaspettata alla sua terza edizione, si interroga sul ruolo delle organizzazioni rappresentative dei lavoratori nel futuro cfr. Ichino A che cosa serve il sindacato, Mondadori 2005 , la sentenza che si annota, proprio a partire dalla concreta fattispecie esaminata, sembra far emergere una situazione delle relazioni sindacali che riporta l'orologio indietro nel tempo. Non vi è dubbio, infatti, che a leggere quanto riportato dai Giudici della Corte di Appello di Napoli nel caso concreto non si era in presenza di una comprensibile attività di proselitismo, di una pur legittima concorrenza tra diverse sigle sindacali, ma di una vera e propria battaglia, senza esclusione di colpi e volantini , che non aveva al centro quello che poteva apparire la naturale controparte di una organizzazione sindacale dei lavoratori, ossia il datore, ma altri rappresentanti degli stessi interessi da tutelare. In particolare, sul punto specifico, illuminante appare quanto può rinvenirsi nella stesa decisione dei Giudici napoletani, laddove nel riassumere l'atto di gravame proposto, riportano l'indicazione fornita dallo stesso Sindacato appellante secondo il quale i comunicati si inquadravano in una fase di aspra contrapposizione tra lo SNATER e i sindacati confederali, i quali avevano aderito ad un contratto collettivo che, nella realtà, peggiorava le condizioni dei lavoratori . E dunque, posto che la reale materia del contendere che doveva e deve considerarsi alla base della distribuzione dei volantini, ritenuti diffamatori in sede giudiziaria, è il ruolo delle organizzazioni sindacali nell'ambito della contrattazione collettiva, non appaia superfluo rinviare alle riflessioni contenute nel volume prima citato, risultando evidente la necessità di una approfondita riflessione su tutta la materia delle relazioni industriali. In ogni caso, deve pure evidenziarsi come la sentenza, proprio per i temi affrontati, fornisca lo spunto per una più generale disamina della esistenza e dei connessi limiti di un diritto di critica sindacale e, dal punto di vista processuale, della legittimazione ad agire delle persone giuridiche in tema di diffamazione. Critica sindacale e continenza formale - Quanto al primo punto, deve riferirsi che, per quanto è stato possibile riscontrare, non risultano precedenti editi riferibili a due diverse organizzazioni sindacali, a maggior ragione rappresentative della stessa categoria di lavoratori. Più diffusamente, viceversa, si è parlato di un diritto di critica sindacale in relazione a posizioni contrapposte tra soggetti nell'ambito dei rapporti di lavoro. In una prima decisione della Suprema corte, ad esempio, è stato esaminato il profilo della continenza delle espressioni adoperate da un lavoratore nei confronti dell'Azienda, anche laddove lo stesso ricoprisse cariche sindacali, ai fini di una complessiva valutazione delle sussistenza di cause legittimanti un licenziamento cfr. sul punto Cassazione 25 Febbraio 1986 numero in Foro It., 1986, I, col.1877 ed ivi nota di Mazzotta . Tra le pronunce di merito, inoltre, va in primo luogo segnalata la decisione adottata a seguito del rinvio disposto dai Giudici di legittimità con la sentenza da ultimo ricordata. In particolare, nel caso concreto, è stato ritenuto che non configurasse giusta causa di licenziamento il comportamento di due dipendenti di una casa di cura privata che avevano diffuso notizie di indubbio discredito del datore, accusato di inefficienza, sperperi e, soprattutto, di mettere in pericolo la salute degli ammalati, in considerazione del fatto che risultavano accertati sia la veridicità dei fatti sia l'assenza di una volontà diffamatoria. Nella fattispecie, inoltre, è stato posto l'accento anche sul perseguimento di un interesse giuridicamente rilevante come la tutela della salute, con conseguente liceità dell'attività di divulgazione delle notizie ad opera degli stessi dipendenti cfr. Tribunale Frosinone 8 Settembre 1986 in Foro It., 1987, I, col.948 .Di diverso avviso, deve altresì ricordarsi, appare una successiva pronuncia di merito, laddove non solo è stato ritenuto giustificato il licenziamento del lavoratore in presenza di affermazioni lesive dell'interesse del datore, ma lo stesso dipendente è stato condannato per il reato di diffamazione. In particolare, nella circostanza, è stato affermato che per quanto ampia possa riconoscersi l'estensione del diritto di critica, anche aspra su tematiche politiche, economiche e sindacali inerenti alla gestione dell'azienda, esula certamente dal lecito esercizio di critica e integra gli estremi del delitto di diffamazione l'affermazione di fatti di notevole gravità e penalmente rilevanti, lesive dell'altrui reputazione, che potrebbero ammettersi solo quando fosse dimostrata la verità dei fatti attribuiti cfr.Tribunale di Catania in Or.Giur.Lav., 1995, pag. 327 . Successivamente, una ulteriore decisione della Suprema corte ha ulteriormente chiarito i limiti della critica sindacale nell'ambito del rapporto di lavoro, ponendo gli stessi in diretta relazione con il vincolo fiduciario e con l'eventuale sussistenza di una causa giustificatrice di un licenziamento. È stato così affermato che l'esercizio da parte del lavoratore, anche se investito della carica di rappresentante sindacale aziendale, del diritto di critica nei confronti del datore di lavoro, con modalità tali che, superando i limiti del rispetto della verità oggettiva, si traducono in una condotta lesiva del decoro dell'impresa datoriale, suscettibile di provocare con la caduta della sua immagine anche un danno economico in termini di commesse e di occasioni di lavoro, è comportamento idoneo a ledere definitivamente la fiducia che sta alla base del rapporto di lavoro, integrando la violazione del dovere scaturente dall'articolo 2105 Cc, e può costituire giusta causa di licenziamento cfr. Cassazione 16 Maggio 1998 numero in Mass. Giur. Lav., 1998, 663 ed ivi nota di Failla Diritto di critica sindacale o diritto di offesa ? Ancora sul chiaro confine fra la critica e l'attacco personale. . Ancora più di recente, inoltre, sullo stesso specifico tema, i Giudici di legittimità hanno posto l'accento non solo sulla continenza formale circa le espressioni adoperate ma, più in generale, sul rapporto che deve intercorrere tra esercizio dell'attività sindacale e adempimento degli obblighi scaturenti dal rapporto di lavoro. È stato così sottolineato che in tema di licenziamento per giusta causa di lavoratore sindacalista, il giudice del merito, nel valutare se le espressioni usate dal lavoratore in un contesto di conflittualità aziendale oltrepassino i limiti di un corretto esercizio delle libertà sindacali - e quindi siano lesive del rapporto di fiducia con il datore di lavoro - deve accertare se le stesse non costituiscano la forma di comunicazione ritenuta più efficace ed adeguata dal sindacalista in relazione alla propria posizione in quel contesto in tal caso, infatti, le suddette espressioni non si prestano, in quanto manifestazione di una lata responsabilità politicosindacale, ad essere valutate con il parametro dell'inadempimento nei confronti del datore di lavoro, dovuto a lesione dell'altrui sfera giuridica nell'esercizio di un diritto di rilevanza costituzionale cfr. Cassazione 9743/02 in Juris data , dvd Giuffré . Di particolare interesse, inoltre, proprio in relazione alla concreta fattispecie esaminata, appare un'altra pronuncia della Suprema Corte, nella quale è stato affrontato il tema con riferimento alla satira ed alla valutazione della continenza formale proprio a proposito di volantini sindacali. In particolare, secondo i Giudici di legittimità, in relazione al lavoratore -sindacalista, deve tenersi conto di un duplice e distinto rapporto. Da un lato, in ragione del rapporto di lavoro, è soggetto allo stesso vincolo di subordinazione degli altri dipendenti dall'altro, in relazione all'attività sindacale, egli si pone su un piano paritetico con il datore di lavoro, perché la sua attività è espressione della libertà garantita dagli articoli 21 e 39 della Costituzione, ed in quanto diretta alla tutela degli interessi collettivi dei lavoratori nei confronti di quelli, contrapposti, del datore, non può essere in alcun modo subordinata alle determinazioni di quest'ultimo cfr. Cassazione 24 Maggio 2001 numero in Riv.It.Dir.Lav., 2002,2, pag. 258 ed ivi nota di Merlini Attività di volantinaggio e ricorso alla satira nell'esercizio della libertà di critica del sindacato . Sulla base di queste considerazioni, pertanto, la Suprema Corte ha affrontato il tema dei limiti all'esercizio della critica sindacale, ossia delle concrete modalità di espressione del pensiero, evidenziando che non è necessario ancorare la condotta del rappresentante sindacale alla precisa violazione dell'articolo 595 del Cp, tenuto conto che in presenza di norme costituzionali di tutela della dignità della persona, è possibile la configurazione di un illecito in termini civilistici ex articolo 2043 Cc, integrabile anche con comportamento meramente colposo ed al di fuori dal dolo generico richiesto dalla norma penale. Pure interessante, inoltre, risulta il riferimento alla valutazione della continenza formale degli scritti - e nella fattispecie dei volantini - in ragione dell'esercizio del diritto di critica attraverso la satira. I Giudici di legittimità, infatti, sottolineano come pur in presenza di un linguaggio colorito o il ricorso ad immagini forti ed esagerate, tipiche della satira, deve comunque tenersi conto del limite della continenza formale, in considerazione del fatto che la satira, pur essendo intesa come manifestazione dagli accenti caricaturali, dissacratori, allo smascheramento di errori o vizi di una o più persone non deve comunque recare pregiudizio all'onore, alla reputazione ed al decoro di chi ne è oggetto cfr. più in generale, sul tema della satira, Balestra La satira come forma di manifestazione del pensiero, Giuffré 1998 e, da ultimo Bevere -Cerri Il diritto di informazione e i diritti della persona , Giuffré 2006, pagg. 265 e seguenti . Giova aggiungere, per completezza espositiva, che proprio di recente, sulla stessa vicenda, la Suprema Corte sembra aver posto fine al contenzioso che ha originato la pronuncia da ultimo citata , sottolineando come l'esistenza di un pregiudizio vada verificata alla luce e nel contesto del linguaggio usato dalla satira, il quale è essenzialmente simbolico e paradossale cfr. Cassazione 21 Settembre 2005 numero in D& G ? oppure Juris data, cit., laddove può testualmente leggersi, tra l'altro, che l'espressione simbolo del c usata per definire il nuovo logo aziendale in forma di spirale termine volgare, peraltro non esplicitato ma lasciato all'intuizione del lettore attraverso i puntini di sospensione, è ormai usato diffusamente, anche in programmi televisivi e sui giornali, e che nel contesto in esame è usato in un significato traslato, diretto ad indicare le scarse qualità di un determinato oggetto . Alla luce di quanto sin qui riportato, pertanto, meritevole di essere sottolineata appare la motivazione della Corte di appello di Napoli che, puntando decisamente a valorizzare l'elemento della continenza formale, esclude che, sul piano delle giustificazioni a comportamenti illeciti, possa esistere nel nostro ordinamento un diritto di critica sindacale sganciato dai limiti di cui all'articolo 21 della Costituzione. In particolare, proprio con riferimento alla norma costituzionale, i Giudici napoletani osservano che a nessuno può essere negato il diritto di esprimere il proprio pensiero, ma la norma non va intesa nel senso che sussiste per ognuno la facoltà di dire o scrivere tutto ciò che pensa, trovando pur sempre un limite il diritto de quo nell'esigenza del rispetto di beni immateriali quali il decoro, l'onore e la reputazione, del pari tutelati dall'ordinamento giuridico . Nello specifico, inoltre, proprio in relazione al rispetto della correttezza formale, i Giudici con la sentenza in commento chiariscono che detto elemento deve ritenersi prevalente anche in presenza di una presunta veridicità dei fatti, attesa la preminenza del rispetto dei limiti di una critica civile. Viene così evidenziato che può darsi che i fatti esposti o accennati nei volantini fossero veri ma per denunziarli alla generalità dei lavoratori non era affatto necessario definire porci i collaboratori della SLC CGIL, tacciare la stessa di metodi da camorristi , rivolgere l'epiteto di topi ai suoi iscritti e dirigenti . Dette considerazioni, pienamente condivisibili, si inseriscono del resto in un orientamento giurisprudenziale che già in passato, proprio in relazione a competizioni di carattere politico e/o sindacale, aveva rimarcato la necessità di rispettare il requisito della continenza formale, sottolineando che nelle competizioni politiche e sindacali, dove è consentita maggiore libertà di linguaggio, l'asprezza e la vivacità di polemica non possono giungere all'aggressione della reputazione e alla denigrazione dell'avversario cfr. Cassazione 16 Maggio 1975 in Foro it., 1976, II, 304 o, ancora, che la critica sindacale e/o politica per quanto aspra possa essere, non può giammai trasmodare nell'attacco alla sfera privata o al patrimonio morale dell'interlocutore degradando in gratuiti personalismi e nella mera denigrazione . cfr. in particolare Cassazione 18 Dicembre 1997 n. 11905 in Juris data, cit. . Onore e reputazione delle persone giuridiche - Di particolare interesse appare altresì l'ulteriore argomento affrontato dalla sentenza in commento, in relazione alla legittimazione ad agire di una Organizzazione Sindacale, al pari di tutti gli Enti collettivi, a tutela della propria onorabilità e reputazione. In questa sede, appare superfluo soffermarsi sul dibattito dottrinario e giurisprudenziale relativo alla indicazione, ritenuta più o meno tassativa, contenuta nell'ultimo comma dell'articolo 595 Cp cfr. a tale proposito, pur se risalenti nel tempo, tra gli altri, Biondi ancora sul soggetto passivo del delitto di diffamazione in Giust. Pen., 1953, II, pag.90 e Cuomo Gli enti collettivi come soggetti passivi del delitto di diffamazione in Foro Pen. , 1955, pag.136 e seg. , risultando utile, viceversa, riferire come attraverso una continua evoluzione si è pervenuti a riconoscere, in maniera da ritenersi ormai concorde, la legittimazione ad agire di un soggetto collettivo per la tutela dell'onore e della reputazione. È stato così affermato che Le persone giuridiche e gli enti collettivi possono assumere la qualità di soggetti passivi dei delitti contro l'onore o della reputazione delle singole persone che dell'ente fanno parte così, tra le altre, Cassazione 24 Novembre 1987, in Riv. Pen., 1989, pag. 96 . In particolare, ad esempio, soggetti passivi di delitti contro l'onore sono stati considerati il sindacato autonomo COBAS cfr. a tale proposito Tribunale Trieste 11 Febbraio 1988 in Foro It., 1988, II, col.458 o le comunità religiose israelitiche cfr. Cassazione 16 Gennaio 1986 in Dir. Inf. e Inform. 1986, pag. 458 . In una particolare circostanza, inoltre, è stato altresì affermato che uno Stato estero è titolare del diritto alla reputazione ed all'onore e può quindi richiedere in giudizio la protezione contro i fatti lesivi dei terzi cfr. Pretura Roma 30 Marzo 1984, in Giur. It., 1984, I, 2, col. 728 . Dunque, sul tema specifico, condivisibile appare l' affermazione di chi sostiene che per riconoscere in capo ad un soggetto collettivo la titolarità di un diritto all'onore non bisogna considerare se l'ente in quanto tale sia in grado di percepire offese alla reputazione o se esso possiede quel sostrato di elementi di stima e di prestigio che lo qualificano all'interno della società come soggetto altro , diverso dai suoi componenti, ma piuttosto occorre verificare se gli individui che lo compongono debbano e possano essere tutelati non soltanto nella loro individualità - tra i cui connotati può esserci quello di appartenente al gruppo - ma in quanto componenti di un insieme che li pone in relazione con gli eventi lesivi uti universi cfr. Fusaro I Diritti della personalità dei soggetti collettivi , Padova 2002, pag.77 . Insomma, a ben vedere, come pure è stato mirabilmente sottolineato, non si tratta, in realtà, di tutelare il diritto all'onore d'un soggetto ulteriore rispetto alle persone dei membri, bensì di riconoscere l'esistenza, in capo alle persone stesse dei membri, d'una forma ulteriore che il diritto all'onore può assumere cfr. Galgano Struttura logica e contenuto normativo del concetto di persona giuridica in Riv. Dir. Civ., 1965, I, pag. 591 . In guisa che, perfettamente aderente a tale posizione appare la decisione della Corte di Appello di Napoli che ha ritenuto sussistente la legittimazione ad agire dell'organizzazione sindacale che si era ritenuta lesa dai volantini sindacali oggetto del giudizio, atteso che soggetti passivi del reato di diffamazione possono essere anche le persone giuridiche e persino le associazioni . Quanto al riconoscimento del risarcimento dei danni, come operato dal primo Giudice e confermato con la sentenza in commento, deve sottolinearsi come sia da ritenersi ormai consolidato l'orientamento che lo ammette anche in favore degli Enti collettivi. È stato puntualmente osservato, infatti, che anche le persone giuridiche possono subire e conseguentemente agire per il ristoro di un danno non patrimoniale, potendo questo ben configurarsi in effetti pregiudizievoli che - a prescindere dalla sensibilità e percezione psicologica del danneggiato - comunque si risolvono in una aggressione a beni immateriali onore, reputazione, identità personale ecc. di cui anche l'ente non personificato può essere titolare cfr. Cassazione, 10 Luglio 1991, n. 7612, in Giust Civ., 1991, I, pag. 955 . Con l'ulteriore precisazione, fornita dagli stessi Giudici di legittimità, che il danno non patrimoniale comprendendo anche gli effetti lesivi che prescindono dalla personalità psicologica del danneggiato, è riferibile anche ad entità giuridiche prive di fisicità . cfr. Cassazione 3.3.2000 n. 2367 in Juris data, cit. . Sul punto, del resto, vale la pena ricordare il risarcimento del danno morale riconosciuto ad un Comune a seguito di un disastro ambientale, sul presupposto che nell'occasione l'Ente Locale aveva subito una lesione alla propria identità storica, culturale, politica ed economica cfr. Cassazione 15 Aprile 1998 numero in Giur.It., 1999, pag. 3270 e seg. ed ivi nota di Suppa Disastro del Vajoint inapplicabilità della compensatio lucri cum damno e via libera alla risarcibilità dei danni morali all'ente esponenziale . Proprio recentemente, infine, i Giudici di legittimità sono tornati ad occuparsi, sia pure in una diversa fattispecie, della possibilità di riconoscere il risarcimento dei danni non patrimoniali ad una persona giuridica. E, con una decisione che ha mutato un orientamento ritenuto ormai consolidato, sulla base di quanto più volte affermato dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, hanno riconosciuto ad una Società il diritto alla riparazione economica conseguente alla irragionevole durata del processo. In particolare, nella circostanza la Suprema Corte ormai accertato che le persone giuridiche hanno una soggettività meramente transitoria e strumentale, in quanto le situazioni giuridiche ad esse imputate sono destinate a tradursi, secondo le regole dell'organizzazione interna, in situazioni giuridiche riferite e questa volta definitivamente ad individui persone fisiche, e che, quindi, nella personalità giuridica non deve essere ravvisato lo statuto di un'entità diversa dalle persone fisiche, ma una particolare normativa avente pur sempre ad oggetto relazioni tra uomini ha concluso che non sembrano esistere nel nostro ordinamento ostacoli normativi insuperabili al riconoscimento del diritto delle persone giuridiche di ottenere la riparazione del danno non patrimoniale secondo i criteri stabiliti dalla Corte Europea e, quindi, anche nelle ipotesi in cui tale danno sia correlato a turbamenti di carattere psicologico cfr.Cassazione 30 Agosto 2005 numero in Diritto e Giustizi@, 12 Ottobre 2005 . Sulla scorta di simili argomentazioni, pertanto, pienamente condivisibile appare quanto evidenziato con la sentenza in commento, laddove i Giudici della Corte di appello di Napoli hanno precisato che nella pronunzia di giudizi negativi contro collaboratori di un'organizzazione, relativamente ad attività svolta per la stessa, è implicito l'addebito all'organizzazione di avvalersi dell'ausilio di persone indegne di stima arrivando così all'ovvia conseguenza che con simili pronunzie si esprime quindi un giudizio negativo anche nei confronti dell'organizzazione . Il che, non solo dal punto di vista strettamente processuale, ma sul piano generale della titolarità dei diritti da tutelare, non può che comportare il riconoscimento, come nella fattispecie concreta è stato fatto, alla legittimazione ad agire in capo all'organizzazione sindacale. * Avvocato - Contrattista di Istituzioni di Diritto Privato Università Federico II di Napoli ?? ??

Corte d'appello di Napoli - Sezione quarta civile - sentenza 30 marzo-30 giugno 2005 Presidente Annunziata - Relatore Marotti Motivi della decisione A sostegno dell'eccezione di inammissibilità che per il suo carattere preliminare va esaminata in via prioritaria la SLC-CGIL ha dedotto che l'appello, sostanziandosi in una nera riproposizione delle tesi difensive già esposte in 1 grado, non contiene puntuali impugnative della pronuncia e, peraltro, non è articolato in distinti capi. Al riguardo osserva la Corte che il dissenso ad una pronunzia non deve necessariamente assumere la forma di una critica frontale, specificamente rivolta ai vari convincimenti espressi dal giudice, ma può anche concretizzarsi nella riproposizione, ed illustrazione, di argomenti che siano idonei, secondo l'autore, a dar sostegno ad una diversa statuizione. Peraltro nella specie il gravame contiene, nella 3 pagina, tre denunzie di errore. È esatto che ai sensi dell'articolo 342 Cpc la citazione in appello deve contenere oltre all'esposizione sommaria dei fatti i motivi specifici dell'impugnazione sicché l'affastellamento in un solo capo di tutte le contestazioni e deduzioni non è certo rituale. Ma siffatta anomalia non è sanzionata da nullità, improcedibilità o inammissibilità e non compromette neppure le facoltà difensive della controparte. Si ritiene, dunque, di dover disattendere l'eccezione de qua e, per l'effetto, procedere all'esame dell'appello. Al riguardo è necessario premettere che nella sua sentenza il Giudice del Tribunale di Napoli - ha innanzitutto reputato per certo, in mancanza di contestazioni, che i volantini descritti dall'attrice sono opera dello S.N.A.T.E.R. - ha affermato che l'offesa all'onore e alla reputazione è configurabile anche in relazione agli enti e ai sindacati - ha riconosciuto, in dissenso ad una deduzione del convenuto, che la legittimazione attiva spetta, nella specie, al sindacato e non ai singoli sindacalisti - ha affermato che sono applicabili i principi elaborati, dalla giurisprudenza, in tema di diffamazione a mezzo stampa e di diritto di critica, che il secondo, se esercitabile anche con toni fortemente polemici, no può risolversi in offesa all'altrui sfera giuridica e morale e, ancora, che il diritto alla manifestazione del pensiero e i diritti fondamentali della persona umana hanno pari dignità - ha evidenziato che la genericità delle offese, anche perché rende impossibile ogni difesa, può essere più grave dell'attribuzione di fatti determinati. Ha poi esaminato il contenuto dei volantini e, riportandone le espressione usate, ravvisato carattere diffamatorio in tre di essi, precisamente in quelli del 2 luglio 1999 e del 28 ottobre 1999 e in quello dal titolo comunicato per i lavoratori DTD . Ha osservato, ancora, che i volantini si sono risolti in un'organizzata aggressione al sindacato attore, in violazione delle regole che devono reggere ogni contesa democratica . Ha perciò riconosciuto all'attore il diritto al risarcimento del danno, valutandolo equitativamente in lire 20.000.000. All'iter logico sopra riassunto, e alla conseguente statuizione, l'appello contrappone una nutrita serie di deduzioni riassumibili nei seguenti punti a è erroneo far riferimento ai canoni giurisprudenziali relativi alla diffamazione a mezzo stampa, anziché aver riguardo ai limiti entro cui deve esercitarsi il diritto di critica sindacale b è in contrasto ad univoco orientamento giurisprudenziale riconoscere pari dignità ai diritti di cui all'articolo 2 e ai diritti di cui all'articolo 21 della Costituzione c è priva di supporto probatorio l'affermazione secondo cui lo S.N.A.T.E.R., con i suoi comunicati, avrebbe posto in essere una strategia di aggressione continuata, laddove si sarebbe dovuto considerare che i comunicati si inquadravano in una fase di aspra contrapposizione tra lo S.N.A.T.E.R. e i sindacati confederali, i quali avevano aderito ad un contratto collettivo che, nella realtà, peggiorava le condizioni dei lavoratori d lo S.N.A.T.E.R. ha esercitato il diritto di critica sindacale riconosciuto dall'articolo 21 della Costituzione , esponendo fatti di estremo interesse sociale, e si è limitato ad esprimere giudizi fortemente critici, senza giungere ad attacchi personali contro sindacalisti, né contro l'organizzazione sindacale e il diritto di manifestare il proprio pensiero prevale sui beni protetti dall'articolo 2 della Costituzione, purché si rispettino i limiti della verità e dell'interesse sociale, f nella specie i fatti esposti erano veri, come chiesto di dimostrare con prova testimoniale g i toni aspri, usati nella specie, sono stati determinati dall'ira indotta dal comportamento degli altri sindacati e dall'esigenza di offrire ad ogni lavoratore la possibilità di formarsi un'opinione h i comunicati in questione non facevano riferimento a persone nominativamente indicate, senza neppure offrire la possibilità di individuare le persone contro cui l'offesa era diretta, e non contenevano l'attribuzione di fatti determinati, sicché in relazione agli stessi non è configurabile la diffamazione i peraltro, pur in presenza della possibilità di individuare i destinatari dell'offesa, legittimati all'azione sarebbero stati i singoli sindacalisti, e non l'associazione sindacale. Tanto premesso, preme innanzitutto evidenziare che il tema fondamentale della causa consiste solo nel verificare se i descritti volantini contengano, o meno, offese alla reputazione della SLC-CGIL, sicché si appalesa superfluo stabilire se gli stessi siano stati anche espressione di una preordinata, e continuata, strategia di attacco. Pertanto è da reputarsi del tutto inconferente la deduzione sopra riportata sub lett. c . Nella restante parte l'appello si muove, sostanzialmente, in quattro direzioni - afferma l'esistenza di un diritto di critica sindacale, attribuendogli un contenuto amplissimo - sostiene che lo S.N.A.T.E.R., con i comunicati in questione, ha esercitato solo il diritto suddetto, esponendo fatti veri su questioni di estremo interesse sociale ed è stata indotto a toni apri da stato d'ira, determinato dalle posizioni assunte dagli altri sindacati, e dall'esigenza di informare i lavoratori - nega la configurabilità del reato di diffamazione - ripropone la contestazione sulla legittimazione attiva. Per il suo carattere preliminare l'ultima questione va esaminata in via prioritaria. Al riguardo tralasciando per il momento di stabilire se contenevano o meno frasi offensive è d'uopo evidenziare che - il comunicato del 2 luglio 1999 sottoponeva a sarcasmo persone fisiche, non nominativamente specificamente, ma genericamente indicate come galoppini CIGL-CISL-UIL , in relazione ad attività svolta per conto, e comunque, nell'interesse di dette organizzazioni, precisamente 1'acquis z one di deleghe - lo scritto del 28 ottobre 1999 criticava la scelta di indire uno sciopero, effettuata congiuntamente dalla CIGL, dalla CISL e dalla UIL, e le modalità con cui era stato gestito - il volantino contraddistinto dal titolo comunicato per i lavoratori D.T.D. denunciava, a chiari note, privilegi nei trasferimenti a favore degli appartenenti alla SLC-CGIL, indicandone la contropartita in connivenze della stessa con la Telecom. Tanto precisato, deve osservarsi che nella pronunzia di giudizi negativi contro collaboratori di un'organizzazione, relativamente ad attività svolta per la stessa, è implicito l'addebito all'organizzazione di avvalersi dell'ausilio di persone indegne di stima. Con simili pronunzie, quindi, si esprime un giudizio negativo anche nei confronti dell'organizzazione. Per tale considerazione si ritiene di dover affermare che lo scritto del 2 luglio 1999, sia pure in via indiretta, investiva anche la SLC-CGIL. È di tutta evidenza che il volantino del 28 ottobre 1999 riguardava direttamente scelte e comportamenti del sindacato suddetto oltre che della CISL e della UIL . L'ultimo investiva, sempre direttamente, la politica sindacale della SLC-CGIL. Reputa dunque la Corte di dover ribadire che sussiste la legittimazione dell'associazione sindacale attrice. Passando al merito in senso stretto deve escludersi, senza tentennamenti, che sia ravvisabile nel nostro ordinamento un diritto di critica sindacale. Vero è invece che 1'articolo 21 della Carta Costituzionale garantisce a tutti, ivi compresi gli esponenti sindacali, il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero. Tale norma va intesa nel senso che a nessuno può essere negato il diritto di esprimere il proprio pensiero, e non nel senso che sussiste per ognuno la facoltà di dire, o scrivere, tutto ciò che pensa, trovando pur sempre un limite il diritto de quo nell'esigenza del rispetto di beni immateriali, quali il decoro, l'onore e la reputazione, del pari tutelati dall'ordinamento giuridico. Anche quando il pensiero sia espresso su questioni di interesse sociale o su persone che rivestano rilievo pubblico, ed al fine di fornire informazioni alla generalità dei cittadini o agli appartenenti a determinate categorie, il suo esercizio deve rispettare i canoni della verità e della correttezza formale. Può darsi che i fatti esposti, o accennati, nei volantini fossero veri ma per denunziarli alla generalità dei lavoratori non era affatto necessario definire porci i collaboratori della SLC-CGIL, tacciare la stessa di metodi da camorristi , rivolgere l'epiteto di topi ai suoi iscritti e dirigenti. Perciò, mentre appare del tutto superflua l'assunzione della prova testimoniale proposta peraltro infarcita di valutazioni e, come tale, inammissibile , va senz'altro riaffermato che lo S.N.A.T.E.R. è andato ben oltre i limiti di una critica civile e, senza neanche fermarsi ai toni aspri, è scivolato in triviali offese all'altrui reputazione. Devono disattendersi le deduzioni relative alla configurabilità del delitto di diffamazione, in quanto soggetti passivi di tale reato possono essere anche le persone giuridiche, e persino le associazioni, e l'attribuzione di fatti determinati non costituisce elemento costitutivo dello stesso, ma solo un'aggravante. Né può ravvisarsi l'esimente dello stato d'ira, non essendosi dedotta l'esistenza di un fatto oggettivamente contra jus, perpetrato a danno dello S.N.A.T.E.R In conclusione l'appello si appalesa del tutto infondato e va respinto. Le spese del presente grado seguono la soccombenza, si liquidano d'ufficio, per mancanza di notula, negli importi esposti in dispositivo e vanno distratte in favore del procuratore costituito, Avv. Bernardino Davide, che ha reso la dichiarazione di cui all'articolo 93 Cpc. PQM La Corte di appello di Napoli -4 Sezione Civile-, definitivamente pronunziando, così provvede 1 rigetta l'appello proposto con atto del 21-6-2002 dallo S.N.A.T.E.R. avverso la sentenza emessa dal Tribunale di Napoli il 17-9-2001, contrassegnata dal n 10924/01 2 condanna lo S.N.A.T.E.R. a rifondere alla SLC-CGIL le spese relative al presente grado di giudizio, che liquida nel complessivo importo di Euro 3.171,75= di cui 60 per anticipazioni borsuali, 766 per diritti di procuratore, 2.000 per onorari d'avvocato e 345,75 per spese generali , e a rimborsarle l'IVA e il CPA nella misura di legge, il tutto distraendo in favore del difensore anticipante Avv. Bernardino Davide