Inappellabilità, proseguono le eccezioni

Sotto esame la modifica dell'articolo 593 Cpp che non consente il ricorso del pubblico ministero contro le sentenze di proscioglimento

Anche la Corte d'assise appello di Caltanissetta si aggiunge alla lista dei numerosi Palazzi di giustizia che hanno rinviato alla Consulta la Pecorella , la legge che ha introdotto il divieto per la pubblica accusa di presentare appello contro le sentenze di proscioglimento. Con l'ordinanza depositata il 30 marzo e qui integralmente leggibile tra i documenti allegati, infatti, la Corte territoriale siciliana ha dichiarato rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità dell'articolo 593, secondo comma, Cpp come modificato dall'articolo 1 della legge 46/2006. In sostanza le novità inserite dalla legge Pecorella nel codice di rito penale, anche per i giudici del capoluogo dell'isola, contrasterebbero con gli articoli 3, 24, 25, 111 e 112 della Costituzione. Per un quadro completo delle eccezioni di incostituzionalità finora sollevate in molte Corti territoriali d'Italia, si veda negli arretrati del 10, 11, 18 e 25 marzo 2006.

Corte di assise di appello di Caltanissetta - ordinanza 30 marzo 2006 Presidente ed estensore Caruso Giunta Vincenzo, Varelli Sebastiano e Savoca Mario erano imputati in concorso tra loro e con Vinciguerra Maurizio e Leonardo Angelo, questi ultimi separatamente giudicati, dell'omicidio premeditato di Minacapilli Giovanni, ucciso in Aidone il 24 gennaio 1998 da due killer che esplodevano al suo indirizzo numerosi colpi di pistola cal .22 e cal 7,65, attingendolo in varie parti del corpo. Varelli e Giunta erano indicati come mandanti del delitto. Savoca, Leonardo e Vinciguerra esecutori materiali. A tutti erano contestate le aggravanti del numero delle persone concorrenti quella di cui all'articolo 7 legge 203/91, per avere commesso il fatto avvalendosi delle condizioni previste dall'articolo 416bis Cp, essendo il delitto maturato nell'ambito di una contrapposizione tra gruppi rivali, operanti nell'ambito della cellula ennese di Cosa nostra. A Giunta Varelli e Savoca era pure contestato la detenzione ed il porto delle armi utilizzate per il delitto il delitto aggravato di lesioni gravi nei confronti di Di Franco Orazio, ferito involontariamente in modo grave dal complice, per errore nell'esecuzione dell'omicidio nei confronti del Minacapilli. Di Maira Salvatore era invece imputato di favoreggiamento del Savoca. Il giudizio, celebrato con rito abbreviato, era definito all'udienza dell' 8 aprile 2005. Il giudice assolveva Giunta e Varelli dai reati ascritti per non avere commesso i fatti. Condanna invece Savoca e Di Maira alle pene di giustizia. Contro l'assoluzione di Varelli e Giunta presentavano appello il Procuratore Generale ed il Procuratore della Repubblica. Quest'ultimo impugnava pure nei confronti di Savoca che sua volta proponeva appello. Anche Di Maira impugnava la sentenza chiedendo l'assoluzione. All'udienza del 21 marzo 2006 le posizioni di Savoca e Di Maira erano separate e immediatamente definite con concordato sui motivi di appello per il primo e ai sensi dell'articolo 129 Cpp per il secondo. Il 24 gennaio 1998 poco dopo le 20 in Aidone nella via Tenente Cuciuffo, Giovanni Minacapilli veniva colpito da numerosi colpi di pistola calibro 7,65 e 22. L'uomo in fin di vita era ricoverato nell'ospedale di Piazza Armerina, dove riusciva a parlare con i carabinieri senza riuscire a dare però utili indicazioni per individuare chi gli aveva sparato. Il Minacapilli cessava di vivere alle ore 11,20 del 25 gennaio 1998. Contestualmente all'uccisione di Minacapilli si verificava la scomparsa di Di Franco Orazio, compartecipe del delitto. All'accusa nei confronti degli imputati si perveniva a seguito di indagini che permettevano di individuare in Vinciguerra Maurizio e Leopardi Angelo, figlio del noto boss mafioso ennese Leonardo Gaetano, due degli autori del delitto. Sulla base delle indagini relativi ai movimenti degli indiziati e delle contraddizioni emerse dagli interrogatori di tutti costoro, Leonardo e Vinciguerra veniva arrestati, processati e condannati per l'omicidio del Di Franco soppresso dai complici perché rimasto ferito nell'azione mentre venivano assolti dall'omicidio Minacapilli. Nel corso del giudizio di appello Leonardo Angelo iniziava a collaborare con la giustizia confessava la partecipazione ad entrambi i delitti per il Di Franco si era trattato di un caso di aberratio ictus , rivelando le responsabilità di altri soggetti. Vinciguerra, latitante in Marocco, veniva arrestato ed estradato. All'arrivo in Italia decideva anch'egli di collaborare con la giustizia. Sulla base delle prove fornite dai collaboratori e delle risultanze probatorie di altri procedimenti paralleli connessi e collegati, definiti con sentenze irrevocabili, in particolare il procedimento per il processo c.d. Piazza Pulita, era possibile definire il contesto nel quale era maturato il delitto. Il GUP affermava che l'omicidio Minacapilli doveva essere inquadrato in un contesto di guerra di mafia tra due fazioni della cosca mafiosa ennese, aderenti a Cosa nostra, facenti capo in ambito provinciale da un lato a Privitelli Gaetano e Mattiolo Giovanni e dall'altro a Varelli Sebastiano e Selvaggio Alessandro. Mililli Giuseppe e Minacapilli Giovanni, attivi nel settore delle estorsioni nell'intera provincia ennese, facevano capo al Mattiolo. Il contrasto tra i due gruppi emergeva anche dalle interecettazioni ambientali, eseguite su un'autovettura nella quale tali Abate e Lo Bartolo della famiglia di Piazza Armerina discutevano apertamente della soppressione degli avversari, chiamando in causa il Varelli come esponente della fazione alla quale essi appartenevano. Nelle conversazioni intercettate erano espliciti i riferimenti alla soppressione fisica di Mililli e Minacapilli, per la loro ingerenza nell'attività estorsiva gestita dal gruppo Lo Bartolo-Abate-Varelli, e alla necessità di fare presto per prevenire un imminente attacco degli avversari. Le intercettazioni erano avvenute prima del delitto, nella primavera-estate del 1997. Su tali premesse il giudice passava ad esporre le dichiarazioni di Angelo Leonardo e di Maurizio Vinciguerra, esecutori materiali, rei confessi e chiamanti in correità quali mandanti nei confronti di Varelli e Giunta. Entrambi con le loro dichiarazioni avevano tradotto in prove dirette quelle che fino a quel momento erano state ricostruzioni indiziarie degli avvenimenti. Ciononostante il giudice assolveva gli imputati, ravvisando nelle dichiarazioni dei due collaboratori di giustizia tre fondamentali punti di contrasto attinenti l'individuazione dei mandanti del delitto. Il giudice ricorda come in sede di indagini il Pm avesse effettuato un confronto tra i due collaboratori, in esito al quale le divergenze tra i due si erano appianate, riuscendosi, al di là delle parzialmente contrastanti iniziali versioni, a trovare una sostanziale convergenza nei rispettivi racconti. Le dichiarazioni dei collaboratori inducevano il giudice a condannare il Savoca come autore del delitto ma le riteneva insufficienti per l'affermazione di responsabilità del Varelli e del Giunta. Il Procuratore della Repubblica, in particolare, censurava la sentenza per illogicità contrasto tra premesse e conclusioni ed errore nelle stesse premesse in fatto. Criticava il metodo ed il merito della valutazione delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. La censura concerneva quindi tanto il travisamento del fatto, quanto il travisamento delle prove, che in generale l'illogicità e l'inadeguatezza della complessiva ricomposizione dei risultati dell'ampio materiale probatorio disponibile. Gli appellanti criticavano la sentenza per avere ritenuto che la convergenza tra le dichiarazioni dei collaboratori, verificatasi dopo il confronto tra gli stessi, non desse garanzie di affidabilità All'udienza fissata per la discussione degli appelli del Pm, dopo la stralcio delle altre posizioni, i difensori degli imputati ed il Procuratore generale chiedevano che la fase processuale d'appello fosse immediatamente definita con pronuncia di ordinanza di inammissibilità dell'impugnazione, a norma degli articolo 1 e 10 della legge 46/2006 nel frattempo entrata in vigore, applicabile ai processi in corso. In base a tali nuove disposizioni legislative il Pm non può appellare contro tutte le sentenze di proscioglimento, emesse in qualunque tipo di giudizio. Tale regola, in forza dell'art 10 secondo comma della legge, si applica agli appelli pendenti che devono essere dichiarati inammissibili, salva la facoltà di proporre ricorso per cassazione nei 45 giorni successivi alla notifica dell'ordinanza di inammissibilità. Questa Corte si trova quindi nella condizione di dovere pronunciare l'ordinanza prevista dal secondo comma dell'articolo 10. È quindi evidente la rilevanza della questione di legittimità costituzionale che questa Corte ritiene di dovere sottoporre d'ufficio allo scrutinio della Corte costituzionale, giudicando non manifestamente infondato il dubbio di incostituzionalità della norma che elimina il potere di appello del Pm contro le sentenze di proscioglimento, applicabile retroattivamente anche ai giudizi di appello non ancora definiti. I profili di illegittimità costituzionale della norma articolo 1 legge 46/2006 che ha modificato l'articolo 593 Cpp ed in particolare, per quanto qui rileva, il suo secondo comma, applicabile nella nuova formulazione al processo in corso in forza dell'articolo 10 secondo comma della menzionata legge, appaiono plurimi e vanno di seguito esposti. Va premesso che le considerazioni che si esporranno hanno carattere generale e valgono indiscutibilmente anche per gli appelli avverso sentenze di proscioglimento emesse con rito abbreviato posto che, a parte il diverso modo di formazione delle prove sulla base delle quali il GUP decide, l'appello di dette sentenze sottostà nella sostanza alle stesse regole valevoli per le sentenze emesse a seguito di rito ordinario. 1. Violazione degli articolo 3 e 111 comma 2 della Costituzione ed in particolare del principio del contraddittorio nel giusto processo e della garanzia della parità delle armi tra accusa e difesa. Nel processo de quo il giudice di primo grado, a seguito di giudizio abbreviato, ha accolto la domanda di assoluzione degli imputati e respinto la richiesta del Pm di condanna degli stessi per il delitto di omicidio premeditato, aggravato dall'essere stato commesso avvalendosi delle condizioni previste dall'articolo 416bis Cp e reati connessi. Il giudizio, meramente cartolare perché svoltosi appunto con rito abbreviato, pur concernendo reati di assoluta gravità si è concluso con sentenza emessa da giudice monocratico, a seguito di contraddittorio sugli atti. Orbene ritiene questa Corte che l'inappellabilità sopravvenuta della sentenza vulnera il principio del contraddittorio come metodo per l'accertamento della verità nel processo penale. Privare il legittimo portatore dell'interesse a fare valere la responsabilità penale dell'imputato del diritto a ottenere la riforma della sentenza per vizi della decisione e della motivazione, potere che rimane invece all'imputato nel caso specularmene inverso, significa assegnare alla regola del contraddittorio non il valore oggettivo di mezzo per raggiungere la verità e la correttezza della decisione processuale con il metodo del confronto dialettico tra le parti ma la portata minima di strumento per consentire al solo imputato il diritto di fare valere le proprie ragioni. Ciò non sembra conforme alla lettera e allo spirito dell'articolo 111 comma 2 della costituzione. Il principio del contraddittorio tra le parti in condizioni di parità è criterio informatore del metodo che presiede alle attività di ricerca, acquisizione, formazione, valutazione delle prove. Qualunque attività processuale va compiuta rispettando il pari diritto delle parti di fare valere le proprie ragioni. Non vi è motivo ragionevole per escludere il processo penale e l'attività del Pm al suo interno da una parte del campo di applicazione del principio. Il processo deve avere un risultato giusto e se l'appello è garanzia contro gli errori commessi dal giudice di primo grado, tale garanzia va assicurata anche al Pm le cui funzioni hanno rilievo costituzionale. La difesa dell'imputato va salvaguardata assegnando diritti e garanzie, non privando l'altra parte di mezzi e strumenti, consentiti dalla Costituzione, per dimostrare la responsabilità dell'imputato al di là di ogni ragionevole dubbio. Il principio del contraddittorio in condizioni di parità non esclude affatto sul piano logico la possibilità di assicurare anche all'accusa un secondo giudizio di merito. La regola decisoria dell'al di là di ogni ragionevole dubbio, espressamente introdotta dalla nuova legge, non restringe ora rispetto al passato i limiti entro cui può essere pronunciata condanna nel processo penale. Essa sancisce sul piano normativo ciò che era già noto in dottrina e giurisprudenza essere l'accertamento del processo penale sottoposto a logica argomentativa e non a logica dimostrativa sicché l'affermazione di responsabilità non richiede un'impossibile certezza ma soltanto un'elevatissima probabilità della fondatezza dell'accusa. Ciò significa che la responsabilità può essere affermata anche in presenza di residuali dubbi purchè di questi si possa postulare la non ragionevolezza per l'assenza di prove contrarie rispetto all'ipotesi d'accusa fondata su un robusto e attendibile quadro probatorio, per la mancanza di ipotesi alternative o per la loro implausibilità in assenza di qualsiasi elemento di supporto . Ne consegue che il giudice che fondasse la sua decisione su dubbi irragionevoli sulla possibilità teorica di un diverso svolgimento delle cose in totale contrasto con l'evidenza probatoria produrrebbe un decisione ingiusta e irragionevole. Non vi è ragione per negare al Pm il potere di fare valere un tale evidente errore davanti allo stesso giudice d'appello avanti al quale l'imputato può far valere l'errore inverso una condanna in presenza delle condizioni previste dall'articolo 530 commi 1 e 2 Cpp. La funzione fondamentale e irrinunciabile del secondo giudizio di merito è di assicurare l'oggettiva veridicità dell'accertamento che non può essere garantito dal solo giudice di primo grado che, avendo partecipato alla ricostruzione processuale dell'addebito, potrebbe non avere lo stesso spassionato distacco di fronte ai nudi fatti oggetto di giudizio. Un successivo intervento argomentativo delle parti sulla decisione e sulle ragioni di essa assicura, assai più che una mera facoltà per far valere ragioni e interessi, un approfondimento critico della conoscenza dei fatti processuali attraverso la critica a tutto campo dei motivi sui quali si basa l'accertamento in fatto e del ragionamento attraverso cui il giudice ha valutato le prove pervenendo alla decisione. Nel nostro sistema la decisione giudiziaria non è soltanto un modo per risolvere e definire il caso. La Corte costituzionale ha più volte insegnato che il sistema costituzionale non è indifferente ai risultati del processo penale. Bandita la concezione agonistica del processo, e stabilito che il processo deve mirare a verità e giustizia, la scelta di sottoporre ad un controllo di merito la decisione di primo grado non può essere limitata solo all'interesse di garantire l'innocente ma mira ragionevolmente ad assicurare anche l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e l'affermazione del principio di legalità. Non vi è ragione dunque per limitare il principio del contraddittorio in condizioni di parità solo alla fase precedente l'emanazione della sentenza. Come sarebbe inammissibile negare al Pm il suo diritto di concludere e argomentare le sue richieste finali in condizioni di parità con le atre parti così come il suo diritto ad interloquire in tutte le fasi del processo, prodromiche ad attività processuali di qualsiasi genere , così deve escludersi la possibilità di negargli il potere di critica argomentata della decisione finale, consentita alle altre parti, quando le sue richieste siano state disattese ovvero quando la decisione possa essere ex post considerata oggettivamente errata ed ingiusta. E ingiusta può essere non soltanto la sentenza che condanna ma anche quella che assolve. La necessità di tenere conto nella disciplina dei poteri delle parti nel processo penale della diversità di posizione sostanziale e processuale tra il Pm e l'imputato comporta soltanto che il principio di parità deve essere adeguato alla natura dell'interesse sotteso alla specifica disciplina processuale e che eventuali disparità possano essere giustificate da altri interessi meritevoli di tutela, preminenti sul piano costituzionale, in un'ottica classica di contemperamento che non sacrifichi irrimediabilmente uno dei valori eventualmente in conflitto. Se tra le parti del processo penale non vi deve e non può esservi parità assoluta di posizione e di poteri, e se il principio deve essere letto nel senso di garantire un ragionevole equilibrio tra le parti in ogni fase processuale, non vi è dubbio che mentre può ritenersi legittimo disciplinare più rigorosamente termini modi e condizioni dell'esercizio del diritto d'appello da parte del Pm, privo di qualsiasi ragionevolezza deve ritenersi lo squilibrio assoluto prodotto dalla nuova norma nella posizione delle parti, destinato a ripercuotersi a catena sul complessivo assetto processuale, che così perde coerenza ed armonia, senza che sia tutelato in cambio alcun valore costituzionale alternativo. Non solo il diritto di difesa in appello del prosciolto in primo grado era adeguatamente tutelato avanti al Giudice di appello, secondo quanto si legge in Cassazione, Su, 33748/05, ma in ogni caso, ove fossero residuati dubbi, una lettura costituzionalmente orientata dell'articolo 595 Cpp, avrebbe potuto consentire anche al prosciolto con formula piena di mantenere intatto il proprio diritto di difendersi in grado d'appello con pienezza di facoltà, mediante presentazione di appello incidentale per avversare le richieste e le conclusioni del Pm appellante. Sarebbe stato assicurato in tal modo il diritto di fare valere e articolare ragioni, di chiedere nuove prove, di rinnovare richieste disattese di prove, di sollecitare la rivalutazione di quelle trascurate dal giudice di primo grado. L'appello del Pm sarebbe stato causa sopravvenuta di interesse ad impugnare la decisione assolutoria nel suo complesso, considerandosi parte integrante della stessa anche la motivazione, eventualmente insufficiente nella prospettiva dell'imputato di vedere consolidato il dispositivo. Il principio del contraddittorio in condizioni di parità di cui al comma secondo dell'articolo 111 sembra debba avere carattere indefettibile in ogni processo penale e civile, implicando sostanziale parità negli strumenti disponibili per contestare la decisione di merito a tutela dell'interesse perseguito da ciascuna parte. Nel processo penale il principio del contraddittorio non può fermarsi al momento della formazione della prova né la sua area semantica può farsi dipendere dalla regola sancita nel quarto comma dell'articolo 111. Un principio generale, espresso in termini così netti ed assoluti, con la ricchezza di significati che è in grado di esprimere, non può essere svalutato e reso sostanzialmente irrilevante, interpretandolo come se si riferisse soltanto al contraddittorio sulle prove precostituite. Esso sancisce il diritto all'intervento dialettico delle parti in ogni fase del giudizio che implica anche il diritto alla critica in condizioni di parità della decisione finale del giudizio che appaia insoddisfacente per l'una o per l'altra parte. In questo senso, ove il legislatore ritenga che la decisione possa essere sottoposta ad un controllo critico da parte di un giudice sovraordinato, finalizzato ad assicurare legalità ed esattezza della decisione, tale diritto non può essere assicurato ad una sola delle parti in conflitto. E ciò anche nel processo penale nel quale, a fronte della presunzione di innocenza dell'imputato, devono essere assicurati mezzi e modi al Pm per fornire la prova contraria, non potendosi intendere quel principio in senso talmente pervasivo da garantire l'impunità per effetto di errore giudiziario. Le garanzie del giusto processo assicurate all'imputato tranquillizzano contro il rischio di condanne di innocenti già prosciolti in primo grado. L'appello del Pm contro il proscioglimento ingiusto rispecchia un'esigenza reale proprio per la grande accortezza tecnica richiesta per l'affermazione di responsabilità dell'imputato in regime di giusto processo, a fronte del minore impegno richiesto dalla decisione assolutoria, è una garanzia fondamentale di tenuta del sistema e di effettività dell'ordinamento. In questa prospettiva non sembra discutibile che tale istituto abbia la copertura costituzionale dell'articolo 111 comma 2 della Costituzione che la disciplina normativa impugnata ha quindi manifestamente violato. 2. Violazione dell'articolo 111 commi primo sesto e settimo in relazione all'articolo 3 della Costituzione Le disposizioni di legge della cui costituzionalità si dubita violano il principio di motivazione dei provvedimenti giurisdizionali. Tale principio presuppone implicitamente il controllo giurisdizionale sulla motivazione, la cui ragion d'essere è la prevenzione di errori di giudizio, il cui accertamento ha senso in quanto ad essi possa porsi rimedio. È facile osservare come il sistema derivante dalla nuova formulazione dell'articolo 593 Cpp in combinato disposto con il nuovo regime del ricorso per cassazione introdotto dall'articolo 8 della legge 46/2006, rischia da un lato di trasformare la Cassazione in giudice di merito e dall'altro di escludere qualsiasi controllo di merito per una parte dei giudizi di primo grado, escludendo quel controllo di merito della motivazione che non possa farsi rientrare in uno dei casi previsti dall'articolo 606 lettera d ed e Cpp. In sostanza il legislatore della novella sulle impugnazioni penali ha da un lato ampliato l'area dei giudizi di merito della Cassazione, dimostrando così di ritenere necessario un controllo penetrante della motivazione della sentenza sia relativamente alla giustificazione delle decisioni concernenti l'ammissione delle prove sia per quanto concerne la corrispondenza della motivazione alle effettive risultanze del processo, introducendo uno specifico vizio della motivazione consistente nel travisamento della prova dall'altro soppresso il controllo generalizzato di merito sulle sentenze di proscioglimento che, per una consistente parte saranno ora sostanzialmente insindacabili, non potendosi far passare tutti gli errori di decisione attraverso le maglie dell'articolo 606 Cpp. Il sistema che ne risulta appare, inoltre, indeterminato e come tale privo di ragionevolezza. La Corte di cassazione vede ampliati i suoi poteri di esame del merito del processo in violazione del suo ruolo istituzionale di garante della legittimità delle decisioni. Non vi è dubbio che la possibilità ora concessa di denunciare in cassazione la contraddittorietà della motivazione, sotto il profilo della non corrispondenza del dato probatorio riportato in sentenza alle risultanze processuali, comporterà inevitabilmente un'attività di interpretazione del risultato probatorio attraverso il quale la cassazione potrà fare passare una sua propria valutazione del dato stesso, anche in assenza di un'effettiva illegittimità della valutazione sotto il profilo della manifesta illogicità, coerenza e completezza di essa. Tanto più ove la denuncia di contraddittorietà, mancanza e illogicità della motivazione con riferimento a specifici atti del processo, in assenza di limiti definiti ad un tale profilo di impugnazione, si estenda ad una pluralità indeterminata di atti processuali ed in potenza a tutti gli atti del processo, ciascuno singolarmente e specificamente rivalutato, con il risultato di esigere da giudice di legittimità una rivalutazione della decisione nel suo insieme, deducendosi contraddittorietà della motivazione rispetto ad una diversa lettura di parte dell'insieme del quadro probatorio, con una diversa organizzazione, ponderazione e selezione dei dati probatori rilevanti. L'evanescenza dei criteri selettivi del ricorso per cassazione rende i casi di ammissione del motivo di impugnazione sostanzialmente indefinibili lascia in ultima istanza al giudice dell'impugnazione, secondo variabili ed indeterminati criteri atti ad alimentare una casistica infinita, non riconducibile ad unità razionale e prevedibile, la decisione di ultima istanza se ed in che misura procedere ad esaminare il contenuto dell'impugnazione, se ed in che misura estendere e attuare il controllo sulla motivazione, se ed in che misura sindacarla in una parola se valutare o meno il merito della decisione. L'evidente necessità di assicurare un minimo di controllo sul merito della decisione di proscioglimento, imposta dal sesto comma dell'articolo 111 della Costituzione, comporta lo stravolgimento delle funzioni e del ruolo del supremo organo di giustizia, la sua sostanziale distruzione , come denunciato dal suo Primo Presidente e come rilevato dal Capo dello Stato nel suo messaggio di rinvio alle camere del testo della legge nella sua prima formulazione, rimasta sostanzialmente invariata. Con una serie di effetti a catena sul principio di legalità della legge processuale che comporta tassatività e prevedibilità delle fattispecie processuali, a fronte dell'evidente indeterminatezza delle norme, per nulla ridotta dal richiamo ad atti del processo specificamente indicati nei motivi di appello , disposizione che aggiunge un onere ma che non limita in alcun modo l'ampiezza dei motivi di ricorso per cassazione sul principio costituzionalmente fissato per cui la cassazione è giudice di legittimità e non di merito e i suoi sconfinamenti nel merito possono avvenire solo nei limiti del controllo dell'applicazione delle regole legali di motivazione e di giudizio alla stregua degli articolo 190, 192, 526 e 546\2 Cpp che fondano i criteri per valutare la correttezza di una razionale motivazione in fatto. Per altro verso, la persistenza di limiti alla sindacabilità del merito della motivazione in fatto rende privo di effetti il principio di obbligatorietà della motivazione con riferimento alle sentenze di proscioglimento, potendosi enucleare aree della motivazione non suscettibili di controllo in cassazione e quindi non assoggettabili ad alcun controllo. Viene quindi violato, in modo incoerente e contraddittorio, quel principio di ragione secondo cui il doppio grado di giurisdizione nel merito rappresenta il frutto di antica e costante esperienza, consolidata nella nostra tradizione giuridica, la quale insegna che una sufficiente approssimazione delle decisioni alla realtà o alla verità ed un più pieno rispetto della legalità molto spesso non si può conseguire dai giudici di merito se non progressivamente, per correzione dei risultati ottenuti in un primo esperimento primo grado in cui si siano già cimentati le parti e il giudice . Avendo il legislatore ritenuto fondate tali esigenze con riferimento alla sentenza di condanna, nessuna plausibile ragione consente di disattenderle con riferimento alle sentenze di proscioglimento che, se errate, possono attentare alla fiducia nell'operato del giudice non meno delle errate sentenze di condanna. La soppressione dell'appello del Pm squilibra e impoverisce il sistema perché rende irrimediabili vaste aree di possibili errori giudiziari non maggiormente tollerabili per il solo fatto di essere in favore dell'imputato. Il sistema complessivo confligge, quindi, con i parametri costituzionali indicati. I limiti del giudizio di cassazione sono indeterminati. Se comunque essi debbono essere individuati per non trasformare la Cassazione in integrale giudice di merito, resta una ingiustificata menomazione dell'esigenza di controllo dell'argomentazione in fatto del giudice di primo grado, tanto più pressante in quanto errori di giudizio possono non risultare né da illogicità della motivazione, né da mancata assunzione di prova decisiva, né da contraddittorietà della motivazione ma dipendere da profonda incomprensione del valore e del significato delle prove, dall'appiattimento sulle risultanze del contraddittorio tra le parti in violazione del principio per cui nel nostro processo il giudice ha comunque il dovere di ricercare la verità e di stimolare ulteriormente il contraddittorio a questi fini, da mancata estensione delle indagini imposta dai risultati della prova, dalla mancata esplorazione di altri percorsi cognitivi che i risultati della prova avrebbero consentito, dal mancato approfondimento dell'attendibilità della prova, al di là dei consueti schemi di valutazione che non costituiscono certamente numero chiuso, e così via seguitando lungo una casistica che potrebbe essere infinita come infinite, sebbene non conosciute, sono le strade della conoscenza umana, chiudere le quali nel processo, senza necessità, appare profondamente irrazionale. 3. Violazione dell'articolo 3 primo comma della Costituzione per intrinseca irrazionalità della disciplina risultante dalla nuova formulazione dell'articolo 593\2 Cpp. Il legislatore della riforma consente l'appello del Pm contro le sentenze di proscioglimento solo nelle ipotesi dell'articolo 603 comma 2 Cpp, se la nuova prova è decisiva. L'irrazionalità di una tale regola è stata immediatamente colta nelle prime ordinanze di rimessione alla Corte costituzionale. Se è già discutibile limitare l'appello alle sole prove sopravvenute decisive, la fondamentale irrazionalità del sistema emerge dalla previsione di una eccezione alla regola dell'inappellabilità, fondata su un'esigenza di indiscutibile valore etico e sistematico, impedire il formarsi di un giudicato di proscioglimento in presenza di nuove prove idonee a dimostrare la colpevolezza, che però finisce con l'essere confinata nel praticamente irrilevante. La ristrettezza e l'arbitrarietà del termine entro cui la sopravvenienza può giustificare la presentazione dell'appello, appunto quello già previsto per presentare l'appello di merito, nega di fatto ciò che si è ritenuto giusto affermare in linea di principio. La contraddizione e la sproporzione tra mezzo e fine appaiono manifeste e rappresentano un caso di scuola di irrazionalità della legge. Non considera il legislatore che la nuova prova decisiva potrebbe sopravvenire anche nel caso in cui il caso fosse tuttora aperto, per presentazione del ricorso per cassazione contro la sentenza di primo grado. Pur non potendosi, quindi, addurre nella sede di legittimità, presso cui pende il ricorso del Pm, la questione della nuova prova sopravvenuta, la Cassazione si troverebbe nella condizione di dovere valutare il ricorso, sapendo di fatto dell'esistenza di una nuova prova decisiva ma dovendo ignorare il novum, sicchè il destino dell'imputato finisce in ultima istanza per dipendere dalla fondatezza del motivo di ricorso e dalla discrezionalità incontrollabile della cassazione nel valutare la fondatezza del ricorso, con palese violazione del principio di uguaglianza poiché in due diverse fattispecie processuali la prova nuova decisiva sopravvenuta potrebbe determinare l'affermazione di responsabilità a seconda di come la cassazione, di volta in volta, potrà orientarsi sul ricorso del Pm. Il caso e non la ragione sarebbero quindi alla base della condanna o del proscioglimento di soggetti ugualmente raggiunti da prove decisive di colpevolezza sopravvenute. Ma l'irrazionalità del sistema deriva anche dall'arbitraria e irragionevole elisione della possibilità di un secondo giudizio di merito giustificato dalla mancata assunzione in primo grado, per qualunque causa, di prove note non ammesse o non richieste e non disposte ex officio ai sensi dell'articolo 507 Cpp. L'impossibilità di assumere dopo il giudizio di primo grado una nuova prova decisiva, di cui è comunque nota l'esistenza, rende irrazionale la disciplina processuale che nega i suoi scopi. Ma allo stesso modo è irragionevole negare un secondo giudizio in presenza di nuove prove soltanto utili ad una diversa valutazione del compendio probatorio, specie quando il sopravvenire di nuove prove comunque utili faccia emergere l'insufficienza del quadro probatorio preesistente, finendo con il rendere il giudizio emesso dal primo giudice non più compatibile con il quadro consolidato e quindi non compatibile con lo stato degli atti risultante dalle nuove emergenze probatorie, salvo sempre il contraddittorio. Irragionevole è altresì privare il caso di un nuovo giudizio di merito ove dovesse emergere l'insufficienza dell'attività istruttoria di primo grado, l'inadeguatezza tecnica e l'incompletezza dell'esame e del controesame, la mancata assunzione di prove ritenute irrilevanti o non pertinenti ma idonee, in una diversa prospettiva ricostruttiva, a rivalutare i risultati di prova, il mancato esercizio dei poteri officiosi ex articolo 508, 507 e 506 Cpp. È noto come il mancato o inadeguato ricorso ad affidabili competenze tecnico-scientifiche renda largamente parziale il patrimonio conoscitivo del giudice anche in relazione ai possibili criteri di valutazione delle prove già assunte, la cui attendibilità e valore cognitivo può radicalmente mutare in funzione dei contributi offerti dalla scienza. Altrettanto irragionevole è privare il giudizio di merito della possibilità di rinnovare in appello l'istruzione di primo grado, ogni qual volta si ha motivo per ritenere l'incompletezza del quadro gnoseologico per la necessità di effettuare confronti, ricognizioni, di ricercare prove nuove di cui è ragionevole ritenere la imminente emersione anche in conseguenza degli esiti del giudizio di primo grado, e via seguitando secondo l'esperienza complessa ma misconosciuta dei giudizi di appello. È noto come difficili processi di criminalità organizzata, nei quali si era verificata in primo grado una sistematica attività di inquinamento delle prove, si siano risolti in appello grazie alla resipiscenza, nel corso del giudizio, di testi e collaboratori che in precedenza si erano avvalsi della facoltà di non rispondere o avevano ritrattato o avevano negato e taciuto il vero per effetto di minaccia, violenza, corruzione, offerta di denaro promessa di favori e utilità o grazie all'avvio di nuove collaborazioni, in stretto collegamento con gli esiti del giudizio di primo grado. Un sistema caratterizzato dall'estrema difficoltà di conciliare i principi garantisti del giusto processo con una diffusione massiccia sul territorio di organizzazioni di stampo mafioso, in grado di condizionare largamente gli esiti conoscitivi del processo, in forza del loro potere corruttivo ed intimidatorio, non può ragionevolmente rinunciare ad un secondo grado di merito, specie se si considera che reati punibili con la pena dell'ergastolo possono essere oggi giudicati da giudici monocratici di limitata esperienza, in contraddizione oltretutto con gli orientamenti del legislatore in materia di carriera dei magistrati. Con queste osservazioni non si intende chiedere alla Corte costituzionale di sindacare la discrezionalità del legislatore ma soltanto di verificare se le scelte compiute presentino quel minimo di ragionevolezza, coerenza e razionalità, atto a superare lo scrutinio di legittimità costituzionale affinché la delicatissima disciplina del processo penale possegga sempre un senso riconoscibile, precondizione indispensabile perché di essa possa farsi efficiente applicazione. Vanno per completezza richiamati quelli che appaiono essere ulteriori profili di intrinseca irrazionalità della nuova disciplina l'insignificante mantenimento del potere del Pm di impugnare la condanna per chiedere una sanzione più gravosa l'impossibilità di appellare contro le sentenze che modificano il titolo di reato, posto che in relazione alla qualifica del fatto il quadro probatorio può ritenersi più o meno sufficiente per l'affermazione di responsabilità, disciplina irragionevole se si considera che la disciplina del giudizio abbreviato sembra essere rimasta invariata la disciplina dell'impugnazione della parte civile se interpretata nel senso del ripristino della facoltà di appello potrebbe condurre ad una reintroduzione surrettizia dell'appello del Pm, limitato, senza ragionevole motivo solo ai casi in cui può esservi e vi è impugnazione della parte civile il ricorso in tal caso si convertirebbe in appello altrimenti, ad una affermazione di responsabilità civile dell'imputato in esito ad un nuovo giudizio calibrato sulle regole dell'appello penale, e quindi sulla base di prove che giustificherebbero una condanna penale, farebbe da contraltare il rigetto dell'impugnazione del Pm che malgrado la conversione in appello non potrebbe avvalersi dei risultati della nuova istruzione sollecitata dalla parte civile il regime della conversione del ricorso in appello ai sensi del novellato 580 nel quale, alla intrinseca irrazionalità del limite, si aggiungono i complessi problemi derivanti dalle nuove prove a carico del condannato appellante, emerse a seguito di rinnovazione dell'istruzione per tale imputato, rilevanti anche per la prova della responsabilità del prosciolto. Eventuali diverse ricostruzioni sul piano interpretativo, ammissibili rispetto ad una disciplina i cui tempi accelerati di approvazione si riflettono nella sua approssimazione tecnica, non impediscono di affermare, in conclusione, che si tratta di un sistema irriducibile a coerenza e razionalità, a conferma del giudizio formulato anche da chi non è contrario a limitare in astratto il potere d'appello del Pm 4. Violazione degli articolo 3 e 111 comma 2 ultima parte della Costituzione per irragionevolezza del novellato articolo 593 Cpp, in relazione al principio costituzionale che impone al legislatore di assicurare la ragionevole durata del processo penale. Nel suo messaggio alle camere del 20 gennaio 2006, il Capo dello Stato sottolineava i numerosi punti di incostituzionalità della legge in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento, approvata il 12 gennaio 2006. Le modifiche successivamente apportate dal Parlamento al testo della legge non hanno eliminato, per le considerazioni sopra illustrate, i profili di incostituzionalità riscontrati dal Presidente della Repubblica con riferimento alla violazione del principio del contraddittorio in condizioni di parità tra accusa e difesa e alla posizione costituzionale della Cassazione. Ma il momento più significativo del messaggio presidenziale alle Camere stava nella denuncia della lesione del bene costituzionale dell'efficienza del processo che la nuova disciplina dell'articolo 593 produce per la necessità consequenziale di trasformare la Cassazione da giudice di legittimità in giudice di merito e di legittimità. Scriveva nel suo messaggio il Capo dello Stato che il sistema delle impugnazioni può essere ripensato alla luce dei criteri ispiratori del codice vigente del 1989. Tuttavia il carattere disorganico e asistematico della riforma approvata è proprio ciò che sta alla base delle rilevate palesi incostituzionalità una delle finalità della legge avrebbe dovuto essere quella della deflazione del carico di lavoro della giustizia penale, mentre, come si è più sopra posto in luce, la legge approvata provocherà invece un insostenibile aggravio di lavoro, con allungamento certo dei tempi del processo. La funzione compensativa attribuita all'ampliamento delle ipotesi del ricorso per cassazione ha un effetto inflattivo superiore di gran lunga a quello deflattivo derivante dalla soppressione delle sentenze di proscioglimento. Soppressione che, a causa della disorganicità della riforma, fa sì che la stessa posizione delle parti nel processo venga ad assumere una condizione di disparità che supera quella compatibile con la diversità delle funzioni svolte dalle parti stesse nel processo . Il rilievo del Capo dello Stato appare pertinente. Sotto la previgente disiciplina delle impugnazioni, tutti gli errori dei giudici di primo grado non comportavano necessariamente la riforma della decisione. La sentenza impugnata, che avrebbe potuto essere confermata in appello, dopo un'eventuale rinnovazione del dibattimento con rafforzamento e conferma delle acquisizioni di primo grado o con una diversa e più convincente lettura del materiale probatorio o con una più esauriente, completa e coerente motivazione, dovrà ora passare attraverso il vaglio della Corte di cassazione che, date le caratteristiche del giudizio avanti al giudice di legittimità, non potrà che prendere atto del vizio della sentenza impugnata e annullarla con restituzione degli atti avanti al giudice di primo grado il quale dovrà procedere ex novo, pronunciando un sentenza contro la quale potranno essere proposti ancora una volta o appello e successivo ricorso o nuovo ricorso per cassazione che in ipotesi potrebbe risultare ancora una volta fondato, pur in presenza di una decisione sostanzialmente giusta. Mentre in passato la sentenza di merito riusciva a trovare una sua soddisfacente progressiva formazione attraverso l'intervento suppletivo ed integrativo del giudice di secondo grado, sollecitato dall'atto d'appello del Pm e dalle deduzioni difensive, ora il rischio è di una macchina che gira a vuoto e che comunque per assestarsi su una linea di convincente coerenza della motivazione e della decisione richiederà un numero sproporzionato ed ingiustificato di giudizi che un sistema processuale spossato non può assolutamente sostenere. Se un sistema costituzionale a verdetto motivato, quale è il nostro, impone implicitamente un controllo processuale sulla motivazione che altrimenti non avrebbe senso imporre, non si sfugge alle seguenti alternative, con riferimento al controllo sulle sentenze di proscioglimento che ora è affidato solo alla Corte di cassazione o motivazione e decisione sono grandezze correlate per cui attraverso il controllo sulla correttezza della motivazione si opera un controllo sulla fondatezza della decisione ed in questo caso la Cassazione dovrà diventare a tutti gli effetti giudice di merito ovvero, si tratta di grandezze irrelate per cui il controllo sulla motivazione nulla ha a che vedere con la fondatezza della decisione. Ma se si vuole continuare a conservare questa tradizionale impostazione del ruolo della Cassazione, ne segue che la stessa dovrà continuare a confermare sentenze ingiuste perché il Pm ricorrente non sarà riuscito a fare passare tra le maglie dei casi di annullabilità della sentenza i profili della sua sostanziale ingiustizia. Al contrario, aspetto essenziale sotto il profilo dell'irragionevole durata del processo, la Cassazione dovrà continuare ad annullare sentenze mal motivate la cui decisione è tuttavia sostanzialmente giusta. L'annullamento opererà in quei casi nei quali era il giudice di appello ad operare la correzione della motivazione. Il che nel sistema attuale comporta, invece, l'inevitabile regressione di una tale sentenza avanti al primo giudice, ricreandosi così, senza necessità, per l'imputato quella condizione di ulteriore sottoposizione agli effetti stigmatizzanti e negativi del processo che il legislatore si prefiggeva di evitare. Se obbiettivo del sistema deve essere di far corrispondere a motivazioni corrette decisioni giuste, ne segue che l'attuale disciplina delle impugnazioni penali, chiamando direttamente in causa la Suprema corte come organo che insieme a motivazioni corrette dovrà garantire la giustezza delle decisioni, produce un inutile prolungamento della durata del processo, uno spreco di risorse ed energie. Il generale ampliamento dei casi di ricorso per cassazione e la possibilità per la Corte di cassazione di muoversi con ampia discrezionalità nel verificare se la sentenza abbia tenuto conto di tutte le prove rilevanti e che queste non siano state travisate potranno produrre un notevole ampliamento dei casi di annullamento di sentenze di proscioglimento, con conseguente riavvio integrale del ciclo processuale, senza alcuna garanzia che alla fine si produrranno decisioni giuste, posto che la Corte non potrà comunque effettuare un'autonoma selezione del materiale probatorio, non potrà censurare il merito ed il contenuto dell'istruzione probatoria, non potrà autonomamente organizzare il materiale probatorio in una trama argomentativa completa e coerente, non potrà adottare una decisione propria, con la conseguenza che potranno passare in giudicato in modo casuale decisioni di proscioglimento obbiettivamente errate. L'effetto di sistema è dunque un processo irragionevolmente lungo e complessivamente inefficiente e inidoneo a produrre decisioni corrette e giuste. Resta da affrontare la questione se la palese irragionevolezza delle norme impugnate, sotto il profilo della loro incapacità di assicurare la ragionevole durata del processo, integri un profilo di illegittimità costituzionale denunciabile dal giudice ordinario avanti alla Corte costituzionale. Questa Corte ritiene di dovere dare risposta affermativa al quesito. Non si chiede alla Corte costituzionale di verificare la compatibilità con la Costituzione di una singola norma fra le tante che possono determinare la maggiore o minore durata del processo. Si chiede di voler verificare se la norma che vieta l'appello del Pm contro le sentenze di proscioglimento possa produrre un complessivo effetto di sistema incompatibile con il principio della ragionevole durata del processo. Le scelte del legislatore in tale prospettiva appaiono, come detto manifestamente irragionevoli. Esse non solo non riducono la durata dei processi nei quali l'imputato è stato prosciolto in primo grado ma, a fronte di una limitata possibilità di proscioglimento irrevocabile a seguito della prima sentenza di merito, si espone la maggior parte degli imputati, il cui proscioglimento deriva da una sentenza per qualsiasi motivo errata e sindacabile dalla Cassazione, ad una nuova trafila di processi all'esito dei quali possono essere o condannati dopo una serie di traversie giudiziarie o ancora una volta assolti ma dopo un annullamento in cassazione dell'originaria sentenza di proscioglimento ed il riavvio di un nuovo iter processuale. Esito complessivo tanto più irrazionale nel caso in cui il ciclo debba concludersi con un proscioglimento per prescrizione, effetto dell'ondivago sistema processuale introdotto, che al danno dello spreco di ingenti energie e risorse materiali aggiunge la beffa della sostanziale ingiustizia. Non si tratta di inconvenienti di fatto derivanti dalla concreta applicazione della norma censurata ma di un allungamento certo dei tempi del processo , secondo quanto rilevato dal Presidente della Repubblica, derivante direttamente dall'assetto normativo che vieta l'appello del Pm e produce come conseguenza l'esplosione dei ricorsi per cassazione e l'annullamento di sentenze di proscioglimento che avrebbero potuto essere o corrette dal giudice di appello ad esito decisorio invariato, o riformate in peius con un iter processuale assai più breve ma altrettanto garantito. 5. Violazione degli articolo 3 25 e 112 Costituzione per l'ineguale e irragionevole trattamento riservato al Pm, privato del potere di appellare le sentenze di condanna in contrasto con il suo ruolo di garante del principio di legalità e di uguaglianza nell'applicazione della legge penale. È nota l'evoluzione della giurisprudenza della Corte costituzionale sul contenuto del principio dell'obbligatorietà dell'azione penale con riferimento al potere di impugnazione del Pm. Con la sentenza 177/91 la Corte costituzionale sostenne essere il potere d'impugnazione del Pm estrinsecazione ed aspetto dell'azione penale sia pure negli stessi limiti decisori e con le stesse regole sostanziali di giudizio che presiedono alla decisione di promuovere l'azione penale , un atto dovuto concretantesi nella richiesta al giudice superiore di emettere una diversa decisione, più conforme alla pretesa punitiva, e di rimuovere il pregiudizio che la precedente decisione abbia arrecato ala realizzazione di essa. La giurisprudenza si è successivamente evoluta fino a negare ancora di recente che il principio di obbligatorietà comprenda anche il potere di impugnazione. La Corte costituzionale ha da ultimo escluso che specifiche norme limitative del potere di appello del Pm possano costituire violazione del principio di cui all'articolo 112 C. sentenza 46/2004 in materia di eccepita incostituzionalità della norma che negava al Pm l'appello incidentale contro le sentenze di condanna nel giudizio abbreviato . Nella specie ha affermato che il limite normativo all'appello della parte pubblica trova giustificazione nell'obbiettivo primario della rapida e completa definizione dei processi svoltisi in primo grado con il rito abbreviato. L'affermazione che il potere d'impugnazione del Pm non trova copertura nel principio di obbligatorietà dell'azione penale è stato sempre accompagnata nella giurisprudenza della Corte dal contestuale rilievo che ogni eventuale disparità tra i poteri processuali del Pm e quelli dell'imputato debba essere ragionevolmente giustificata dalla diversa posizione in cui vengano a trovarsi i due soggetti processuali nell'ambito del giudizio speciale ovvero in relazione ad un singolo aspetto dell'istituto delle impugnazioni o in relazione allo specifico contenuto delle pronunce di primo grado, in ogni caso in situazioni che è consentito definire di minore rilevanza sentenza 288/97 e 206/95 . In precedenza la Corte sentenza 280/95 aveva escluso in via generale che il potere di appello del Pm potesse riportarsi all'obbligo di esercitare l'azione penale, essendone proiezione necessaria ed ineludibile . Tuttavia nella stessa sentenza la stessa Corte parla dell'appello del Pm come di un dovere riconducibile ai generali doveri che competono al Pm, in relazione alle funzioni ad esso demandate, che nell'ordinamento giudiziario vigente sono indicate con riferimento alla vigilanza sull'osservanza delle leggi. Per la Corte sussiste quindi il dovere del Pm di proporre appello tutte le volte in cui sono in gioco gli interessi generali della giustizia. Tali interessi non possono essere evidentemente diversi da quelli per i quali è posto il principio di obbligatorietà dell'azione penale assicurare la costante applicazione della legge penale in condizioni di uguaglianza tra tutti i cittadini. Se dunque non può parlarsi di un obbligo del Pm di impugnare le sentenze di proscioglimento, fondato sullo stesso obbligo che gli ha imposto di esercitare l'azione penale, entrambi ugualmente derivanti dall'articolo 112 della Costituzione, resta che le scelte del Pm in materia di impugnazione non sono libere ma eventualmente discrezionali e vincolate al contemperamento degli stessi interessi generali che sono alla base della decisione di promuovere l'azione penale. L'appello del Pm contro il proscioglimento non può essere ricondotto al principio di obbligatorietà dell'azione penale perché egli deve tenere conto anche della situazione processuale venutasi a creare dopo la sentenza di primo grado che può indurre a ritenere inopportuna la decisone di impugnare una decisione pur ritenuta non conforme alle sue aspettative di giustizia tempi processuali, difficoltà di ottenere una modifica del quadro probatorio, difficoltà di ottenere diverse valutazioni in fatto o in diritto, intervenuta conciliazione tra le parti private, acquiescenza della persona offesa, tempo trascorso dalla data del fatto che rende inattuale ed esosa la pretesa punitiva, e così via esemplificando. In sostanza, alle ragioni che sottostanno al principio di obbligatorietà si affiancano senza sostituirle ragioni diverse che l'ordinamento affida alla coscienza e alla prudenza del Pm, anch'egli magistrato dell'ordine giudiziario. E tuttavia le ragioni del principio di obbligatorietà dell'azione penale non vengono meno con la pronuncia della sentenza di primo grado. Esse potrebbero cedere in una prospettiva di sistema di riduzione generalizzata dei gradi di giudizio ma non certo essere soppresse per effetto di una limitazione arbitraria da parte del legislatore, in un quadro di valori e di principi processuali rimasti per ogni altro aspetto invariati. Non si può, infatti, sostenere che il diritto difesa dell'imputato e la presunzione di innocenza esigono o impongono in caso di condanna un nuovo giudizio di merito mentre la pretesa di legalità dell'ordinamento, di cui si fa portatore e attore il Pm, possa essere lasciata radicalmente insoddisfatta, senza creare squilibri e lesioni di altri principi di pari rilevanza costituzionale, in caso di sentenza di proscioglimento clamorosamente errata ed in situazioni che esigono il ripristino della legalità sostanziale e processuale ulteriormente violata anche per gli errori in cui sia incorso il giudicante di primo grado. Ad escludere la fondatezza delle giustificazioni alla soppressione del potere d'appello del Pm, fondate sull'articolo 27 primo comma della Costituzione, sta il rilievo che se si considera comunque inevitabile la sottoposizione a controllo della sentenza di primo grado, il primo proscioglimento non garantisce comunque che la sentenza definitiva non sia di condanna. Se quindi l'imputato prosciolto può ancora essere dichiarato colpevole sia pure all'esito di un giudizio assai più lungo, difficile e tortuoso non si vede perché il perseguimento di quel risultato che la Costituzione reputa doveroso, la retta applicazione della legge penale in tutti i casi in cui la stessa è stata violata, ed il raggiungimento di una decisione giusta, sia essa di innocenza o di colpevolezza, debba essere ottenuto rendendo l'iter processuale più lento, impervio, difficoltoso e meno effettivo, per l'inevitabile compressione delle possibilità di correggere l'errata sentenza di proscioglimento. È del tutto evidente la contraddizione logica esistente tra il lamentare indimostrate violazioni del diritto di difesa nel giudizio di appello avverso il proscioglimento ed il disporre tout court la soppressione del potere d'appello del Pm Si tratta di questioni che si pongono su piani diversi. Si è visto come non sia affatto dimostrato che il diritto di difesa in appello non possa essere pienamente garantito, anche con eventuali modifiche normative. Ne segue che appare illogico addurre quell' eventuale difetto - rimediabile anche attraverso opportune interpretazioni dell'esistente quadro normativo o semplicemente introducendo nell'articolo 603 Cpp una norma che dia diritto all'imputato prosciolto di chiedere la rinnovazione dell'istruzioneper disattendere del tutto l'esigenza di legalità e di uguaglianza, sottostante alla previsione di obbligatorietà dell'azione penale, principio che ha una capacità espansiva che va oltre la mera garanzia dell'imparzialità e terzietà dell'azione del Pm terzo nel momento dell'esercizio dell'azione penale tra le confliggenti pretese dell'indagato, dell'offeso, e dello Stato nel suo complesso e nelle sue articolazioni pluralistiche . La conferma di tutto questo si rinviene agevolmente nella ricostruzione sistematica dell'intero sistema processuale offerta dalla Corte negli anni successivi all'entrata in vigore del nuovo codice di procedure penale, in particolare con la sentenza 111/93. Con quella fondamentale sentenza la Corte ha stabilito che il processo penale, pur fondato sul principio epistemologico del contraddittorio nella ricerca della verità, è sottratto a qualsiasi potere dispositivo delle parti nella determinazione del suo esito. Il Pm non fa valere interessi particolari ma agisce esclusivamente a tutela dell'interesse generale all'osservanza della legge. Se dunque fine primario del processo è la ricerca della verità da cui discende la doverosa punizione di condotte penalmente sanzionate, obbiettivo cui è preordinato il principio di obbligatorietà non sono consone a tali principi norme di metodologia processuale che ostacolino in modo irragionevole il processo di accertamento del fatto storico necessario per pervenire ad una giusta decisione . Traslati alla materia delle impugnazioni, tali postulati impongono, ad avviso di questa Corte, di considerare costituzionalmente illegittime quelle norme che ostacolino irragionevolmente il raggiungimento della verità, impedendo la correzione di errori di giudizio anche mediante l'integrazione del materiale probatorio, discriminando senza un obbiettivo fondamento l'interesse pubblico, di cui è portatore il Pm, all'affermazione della legalità violata, rispetto al diritto dell'imputato a far prevalere la presunzione di non colpevolezza. Una volta dimostrato che il perseguimento del primo obbiettivo non lede in alcun modo il diritto di difesa, che ha senso in quanto il potere di azione sia altrettanto pieno e possa contare anche sullo strumento dell'impugnazione volta alla riforma della sentenza di proscioglimento ingiusta, vanno approntati strumenti processuali equivalenti a quelli dell'altra parte, trovando tale esigenza una piena copertura costituzionale nei principi sopra enunciati. Se, come afferma la Corte costituzionale nella sentenza 111/93, sarebbe contrario ai principi costituzionali di legalità e di obbligatorietà dell'azione penale concepire come disponibile la tutela giurisdizionale assicurata dal processo penale attraverso la recisione del legame strutturale e funzionale tra lo strumento processuale e l'interesse sostanziale pubblico alla repressione dei fatti criminosi, altrettanto contrario ai predetti principi deve ritenersi l'impedire una verifica in grado di appello di una decisione di primo grado che quell'esigenza non sia stata in grado di garantire per errore del giudice o dello stesso organo dell'accusa non rilevato, ovvero in presenza di nuove prospettive probatorie favorevoli all'accusa, valorizzabili nello stesso ambito e con gli stessi mezzi con i quali la difesa potrebbe fare valere nuove prospettive a sé favorevoli. La preclusione dell'appello del Pm, a fronte di un generale potere di impugnazione di merito della parte privata, in presenza di vizi di accertamento e/o di decisione del giudice di primo grado, manifesta lo stesso vizio di costituzionalità cui andrebbe incontro, secondo la Corte costituzionale, una norma che nell'ambito del giudizio di primo grado impedisse irragionevolmente al giudice di procedere all'accertamento della verità. Non si tratta di situazioni la cui diversità possa giustificare disparità di trattamento così clamorose e irragionevoli. Tutto il ragionamento che la Corte costituzionale svolge per giustificare i poteri del giudice ai sensi degli articolo 506-507-508 Cpp sarebbe vano se il sistema non prevedesse un rimedio contro il mancato o errato esercizio di quei poteri e dei correlativi doveri del Pm. Porre uno sbarramento temporale assai più gravoso per il Pm all'accertamento della verità dei fatti, non appare conforme al modello costituzionale di processo penale, desunto dagli art 3 25 e 112 della Costituzione, quale emerge dalla giurisprudenza della Corte costituzionale. 6. Violazione degli articolo 3 e 24 comma 1 della Costituzione nella parte in cui le norme impugnate non consentono, con previsione irragionevolmente discriminatoria, la uguale difesa in sede penale dei diritti della persona offesa dal reato. Ove i profili di illegittimità costituzionale sopra esposti non fossero ritenuti fondati, ritiene questa Corte di dovere sottoporre al Giudice delle leggi un ultimo dubbio di legittimità costituzionale delle norme impugnate in relazione all'articolo 24 della Costituzione. È vero che la Corte ha già in passato ritenuto inconferente richiamare il principio costituzionale della difesa in giudizio come parametro per valutare la legittimità costituzionale di eventuali limiti al potere d'impugnazione del Pm. E tuttavia questa valutazione è stato formulata in casi in cui non si trattava della radicale soppressione del potere di impugnazione del Pm contro le sentenze di proscioglimento ma di marginali e inessenziali limitazioni del potere del Pm, riferentesi comunque a sentenze di condanna es. inappellablità delle sentenze di condanna in abbreviato . I limiti imposti dalle norme in discussione hanno tuttavia un'ampiezza e una rilevanza senza confronti rispetto alle disposizioni oggetto dei precedenti scrutini. Viene qui in considerazione la soppressione pressocchè integrale del potere d'appello del Pm contro le sentenze di proscioglimento, quelle che negano in modo diretto e integrale l'interesse azionato dall'organo dell'accusa, la pretesa punitiva fondata sulla legge penale. Tale situazione giustifica la richiesta di una nuova considerazione dell'invocato parametro costituzionale. Ed invero non sembra dubbio che la soppressione del potere d'impugnare le sentenze di proscioglimento determina un trattamento assolutamente deteriore e discriminatorio sul piano processuale di quegli interessi privati e pubblici della cui tutela penale il Pm è istituzionale difensore. Partendo dal caso giudiziario all'esame di questa Corte, ci si chiede per quale ragione il sacrosanto diritto di difesa degli imputati debba prevalere sul diritto della vittima dell'omicidio, della persona offesa dal reato, ad ottenere giustizia. È assolutamente irragionevole ammettere che il diritto di eventuali danneggiati possa ottenere nella stessa sede penale una tutela più ampia e paritaria in termini di strumenti processuali della tutela assicurata alla persona offesa, alla vittima, all'uomo che è stato ucciso. Lo Stato non può garantire i sacrosanti diritti dell'imputato negando lo speculare diritto di difesa della persona offesa, di cui è portatore il Pm, per il solo fatto che questa non esiste più. Si è esattamente affermato che il principio di parità delle parti nel processo ha anche e soprattutto un rilievo sostanziale. Tale principio va considerato anzitutto in funzione dei titolari dei diritti sostanziali che la nozione di parte esprime. Nel processo penale le parti che devono essere paritariamente considerate sotto il profilo dell'eguale possibilità di difesa in giudizio sono l'imputato e l'offeso sicchè non si può accettare questo violento oltraggio al principio di parità, consentendo all'accusato di contestare l'errore e negandolo a chi dall'accusato venne offeso negare il potere di impugnazione del Pm significa negare il diritto della persona offesa a difendersi, contestando l'errore del giudice che offende la vittima. Che il diritto alla difesa in giudizio della persona offesa sussista e che di esso è portatore il Pm si desume con chiarezza dall'articolo 572 Cpp. Nel momento in cui la legge prevede il diritto della parte civile, della persona offesa e degli enti e delle associazioni rappresentativi degli interessi lesi dal reato di chiedere al Pm di proporre impugnazione agli effetti penali, la riduzione del potere di impugnazione del pubblico al solo ricorso per cassazione finisce con il limitare indirettamente il potere di agire in giudizio di questi soggetti per la tutela penale dei propri diritti e interessi. La norma in esame appare dunque, anche sotto questo profilo, in contrasto con la Costituzione e segnatamente con gli art 3 e 24 comma 1. PQM La Corte di assise di appello di Caltanissetta Visto l'articolo 23 legge 87/1953 dichiara rilevante nel presente giudizio e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art articolo 593 secondo comma Cpp, così come modificato dall'articolo 1 della legge 46/2006, e 10 della stessa legge, per violazione degli articolo 3, 24 comma 1, 25 comma 2, 111 primo secondo sesto e settimo comma, 112 della Costituzione, in quanto non consentono l'appello del Pm avverso le sentenze di proscioglimento. Sospende il processo e dispone l'immediata trasmissione degli atti alla Corte costituzionale. Ordina che a cura della cancelleria la presente ordinanza sia notificata al Presidente del Consiglio dei Ministri e comunicata al Presidente della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. 4