Errore nell'indicazione della sentenza impugnata? Appello inammissibile ma spese compensate

di Angelo Buscema

di Angelo Buscema * L'attuale disciplina del processo tributario denota la necessità di formare operatori dotati di specifiche competenze e professionalità e, soprattutto, attenti nell'indicare correttamente gli estremi, nell'atto di appello, della sentenza impugnata, al fine di evitare la spada di damocle dell'inammissibilità del gravame proposto.Tale assunto trova conferma nella recentissima sentenza n. 1/1/06 del 2 /02/ 2006 della Commissione Tributaria Regionale di Roma, che ha dichiarato inammissibile l'appello del contribuente, recante l'errata indicazione del numero della sentenza impugnata. Il primo comma dell'articolo 53 del dlgs 546/92 così recita Il ricorso in appello contiene l'indicazione della commissione tributaria cui è diretto, dell'appellante e delle altre parti nei cui confronti è proposto, gli estremi della sentenza impugnata, l'esposizione sommaria dei fatti, l'oggetto della domanda ed i motivi specifici dell'impugnazione. Il ricorso in appello è inammissibile se manca o è assolutamente incerto uno degli elementi sopra indicati o se non è sottoscritto a norma dell'articolo , comma 3 . L'indicazione degli estremi della sentenza impugnata è un elemento indispensabile per individuare l'oggetto del riesame. Occorre, però, distinguere l'ipotesi di totale assenza dell'indicazione da quella di erronea o incompleta indicazione quest'ultima, soltanto se determina l'assoluta incertezza dell'elemento è causa di inammissibilità dell'appello, motivo per cui tale causa non sussiste ogni qual volta è possibile individuare indirettamente, attraverso il contenuto dell'atto di appello, la sentenza impugnata. Se, però, difetta in senso assoluto l'indicazione degli estremi della sentenza, la prevista inammissibilità dell'appello non consente alcuna sanatoria attraverso una successiva indicazione. La mancata indicazione degli estremi della sentenza impugnato o la sua assoluta incertezza costituiscono per il legislatore dei fatti talmente anomali da impedire al ricorso in appello il raggiungimento della sua funzione consistente nel determinare il thema decidendum ovvero l'ambito oggettivo dell'impugnazione proposta in altri termini, la mancata indicazione degli estremi della sentenza impugnato o la sua assoluta incertezza sono circostanze così gravi da rendere incomprensibile ed inattendibile il ricorso esperito da impedire il corretto svolgimento o andamento della funzione giurisdizionale. Tale difetto impedisce la valida costituzione del rapporto processuale che non può essere sanato, ex articolo 60 del dlgs 546/92, in alcun modo nemmeno con la riproduzione di un altro ricorso in appello entro i termini di decadenza. cd. principio della consumazione dell'impugnazione . È corretto, sotto il profilo della teoria generale dell'atto processuale, qualificare il ricorso in appello, mancante dell'indicazione della sentenza impugnata, come affetto da nullità assoluta rilevabile d'ufficio dal giudice in ogni stato e grado del processo ed insanabile trattasi, in particolare, di nullità insanabile, secondo l'ordinamento processuale generale, atteso che in tali ipotesi l'atto è patologicamente carente in un requisito essenziale prescritto dal modello normativo. L'inammissibilità de qua è l'effetto processuale della nullità insanabile ovvero è l'acclaramento da parte del giudice dell'impossibilità di una pronuncia nel merito essa è la reazione processuale alla decadenza dal diritto di impugnativa provocata dalla nullità del ricorso viziato in uno dei suoi elementi di forma-contenuto. Essa, in ultima analisi, si può definire come il riflesso della nullità dell'atto processuale ovvero come il risvolto processuale dell'insanabile divergenza rispetto al modello delineato dal legislatore. Non è privo di pregio scindere ai fini della declaratoria dell'inammissibilità del ricorso in appello, l'ipotesi della mancata indicazione nel ricorso in appello di qualsiasi estremo della sentenza impugnata dall'ipotesi dell'erronea o incompleta indicazione materiale degli estremi della sentenza impugnata Siffatto assunto trova sia conforto logico nel postulato secondo cui solo il ricorso in appello non idoneo ad esprimere, in concreto, l'ambito reale dell'impugnativa comporta l'effetto processuale della declaratoria di inammissibilità sia un valido supporto normativo nel tenore letterale dell'art. 53 citato che vieta, in sede ermeneutica, di prospettare un'unica ipotesi di assoluta incertezza comprendente la mancata, errata ed in completa indicazione degli estremi della sentenza impugnata. L'omissione de qua è di per sé sufficiente a provocare per fictio iuris o per presunzione assoluta la nullità insanabile anche allorquando non vi sia alcuna incertezza sulla sentenza impugnata ad esempio allegata al fascicolo ma non indicato in alcun modo nel ricorso la mancata indicazione de qua provoca la rilevazione meccanica della nullità insanabile del ricorso e non richiede nessuna valutazione della C.T. da effettuarsi sulla base di dati oggettivi desunti dal fascicolo processuale es. sulla base dell'atto contenuto nel fascicolo , poiché in tal caso il ricorso in appello è per presunzione assoluta o per fictio iuris non idoneo a conseguire la propria funzione. Viceversa, l'erronea o incompleta indicazione materiale della sentenza impugnata non costituisce per qualsiasi fattispecie un vizio insanabile del ricorso in appello ovvero non provoca sempre la nullità insanabile dell'atto introduttivo laddove la corretta, esatta o completa individuazione della sentenza impugnata si evinca senza assoluta incertezza dall'esame del contenuto del ricorso in appello es. motivi di censura o dei suoi allegati la C.T. è obbligata in ossequio al principio di tassatività della nullità, a non dichiarare, in tal caso, inammissibile il ricorso. Qualora sussistano sufficienti elementi es. dati contenuti nella sentenza allegata al ricorso che rendano non assolutamente incerto l'ambito oggettivo dell'impugnativa, il ricorso in appello raggiunge il suo scopo e la C.T. Regionale deve procedere alla disamina del merito della controversia. Solo l'erronea o incompleta indicazione della sentenza impugnata, non comportante, in concreto, l'assoluta incertezza dell'ambito oggettivo dell'impugnativa, va collegata al principio della strumentalità della forma secondo cui la nullità dell'atto introduttivo del processo di secondo grado non può essere pronunciata se il ricorso in appello raggiunge in concreto il suo scopo obiettivo. Solo per l'erronea o incompleta indicazione della sentenza impugnata è permesso alla C.T. di arrivare alla sua individuazione indirettamente, mediante un procedimento logico deduttivo, sulla base di elementi di riferimento contenuti nell'intero contesto del ricorso in appello o dei suoi antefatti i parametri o strumenti oggettivi da utilizzare al fine di non raggiungere il risultato logico dell'assoluta incertezza possono essere i dati contenuti nel ricorso in appello e nei suoi allegati. In definitiva, la C.T. non deve meccanicamente dedurre dalla incompleta o erronea indicazione della sentenza impugnata la declaratoria di inammissibilità del ricorso in appello. La rigorosità di siffatta disciplina, aggravata dal fatto che la costituzione in giudizio della parte resistente non sana la nullità insanabile de qua , non solleva problemi di ordine costituzionale, sotto il profilo del diritto alla difesa o del principio di ragionevolezza, poiché l'appellante si deve rendere parte diligente allorché chieda la tutela giurisdizionale dei suoi diritti vigilantibus iura succurrunt . La parte resistente che invoca l'inammissibilità del ricorso pone in essere un'eccezione processuale in senso largo da far valere fino a 10 giorni liberi prima dell'udienza di discussione tramite un'apposita memoria illustrativa ovvero mediante la difesa orale in pubblica udienza ovvero tramite le brevi repliche scritte fino a 5 giorni liberi prima della camera di consiglio ovvero tramite le controdeduzioni o memoria di costituzione.Giova osservare che secondo la sentenza n. 27546 del 13/12/2005 della Corte di cassazione l'errata indicazione del numero della sentenza impugnata non comporta necessariamente incertezza in ordine all'individuazione di quel provvedimento, e conseguentemente inammissibilità dell'impugnazione, ben potendo l'errore risultare irrilevante allorché l'identità della sentenza impugnata possa con rassicurante certezza desumersi da altri elementi.In particolare, tale sentenza ha precisato che secondo consolidata giurisprudenza di legittimità l'errata indicazione del numero della sentenza impugnata non comporta necessariamente incertezza in ordine all'individuazione di quel provvedimento, e conseguentemente inammissibilità dell'impugnazione, ben potendo l'errore risultare irrilevante allorché l'identità della sentenza impugnata possa con rassicurante certezza desumersi da altri elementi si pensi alla indicazione nell'atto di appello del periodo d'imposta nonché del numero dell'avviso di accertamento ai quali si riferiva la controversia Cass. S.U. 10/12/2001, n. 15603 Cass. 22/04/1995, n. 4570 Cass. 16/10/1980, n. 5563 . * Dirigente Agenzia delle Entrate

Commissione tributaria regionale di Roma - Sezione prima - sentenza 30 gennaio-2 febbraio 2006, n. 1 Presidente Dayala - Relatore Panzini Ricorrente Landra A seguito del maturato silenzio-rifiuto sull'istanza tesa al rimborso dei versamenti a titolo di Irap, effettuati per gli anni dal 1998 al 2001 per l'importo complessivo di euro 4.816,99 in relazione alla professione di medico, il signor Landra Luciano adiva la Commissione tributaria provinciale di Roma per vedersi riconoscere il reclamato diritto. L'adita Commissione con sentenza 709/03 ha respinto il ricorso. Il signor Landra Luciano, rappresentato e difeso dal dott. Commercialista Luigi Santarelli, previa richiesta di pubblica udienza, propone appello invece avverso la sentenza 709/04 sostenendo anzitutto osservazioni circa l'asserito disposto dei primi giudici e cioè che l'articolo 38 Dpr 602 non è applicabile alla richiesta di rimborso in esame , nonché rilievi per l'errata applicazione dell'articolo 35 del D.Lgs 546/92 mancanza di collegialità . Quindi nel merito ribadisce, con riferimento alla sentenza della Corte costituzionale 156/01, la non imposizione all'Irap del reddito conseguito nella professione di medico, dato che l'attività non può prescindere dalla sua presenza. Conclude con la richiesta principale, data la carenza di collegialità della sentenza impugnata, di rinvio alla Commissione tributaria provinciale ai sensi dell'articolo 59 D.Lgs 546/92 in via subordinata che venga riconosciuta la legittimità del richiesto rimborso dell'Irap, pari a euro 4.816,99 oltre agli interessi maturati e maturandi. L'Agenzia delle entrata - Ufficio di Roma I - nel costituirsi in giudizio eccepisce anzitutto la violazione dell'articolo 38 Dpr 602/73 e dell'articolo 1 della legge 133/99, dato che la richiesta di rimborso è stata inoltrata oltre il termine previsto. Quindi, con riferimento alla citata sentenza della Corte costituzionale, sostiene la tassabilità ai fini Irap del reddito in questione. In ogni caso, chiarisce che nella fattispecie in esame, non comporterebbe comunque alcun rimborso d'imposta in quanto la parte contribuente, per le annualità oggetto di gravame ha usufruito della definizione agevolata ex articolo 9 della legge 289/02. Conclude con la richiesta di conferma della sentenza di primo grado, con vittoria delle spese per euro 415.53. Con successiva nota lo stesso Ufficio finanziario rileva la violazione dell'articolo 18, comma 2 lettera c e del D.Lgs 546/92, dato che l'appellante ha erroneamente fatto riferimento alla sentenza di primo grado 709/04. Osserva Va precisato anzitutto che i primi giudici con la sentenza 709/03 depositata il 17 febbraio 2004 hanno sostanzialmente rigettato il ricorso del contribuente esclusivamente in base al contenuto della sentenza della Corte costituzionale 156/01, nel senso che l'attività del professionista, in quanto svolta con l'ausilio del lavoro altrui, va assoggettata ad imposizione Irap. Ebbene, l'appellante ha impugnato, al contrario, la sentenza 709/04 depositata il 17 febbraio 2004, proponendo rilievi ed osservazioni che non attengono assolutamente al giudicato di primo grado, se non per la parte inerente al merito della controversia. È di tutta evidenza, quindi, che nella fattispecie tributaria a qua è incorso in una delle cause di inammissibilità del ricorso in appello previste dall'articolo 53 - comma 1 - del D.Lgs 546/92, che attiene in particolare agli estremi errati della sentenza impugnata e quindi ai conseguenti fatti, all'oggetto della domanda e ai motivi specifici della impugnazione. Tale pregiudiziale impedisce ovviamente l'esame nel merito della controversia. In considerazione dell'evidente errore in cui è incorso il contribuente, si ritiene giusta la compensazione delle spese di giudizio. PQM Dichiara inammissibile l'appello. Spese compensate.