Inappellabilità, non si applica ai ricorsi inammissibili. Fino al 9 aprile

Secondo gli ermellini , in caso di un'impugnazione ritenuta non valida non si può concedere una sospensione del processo fino al trentesimo giorno dalla entrata in vigore della legge

La legge sull'inappellabilità - nota come Pecorella - non si applica, in Cassazione nei primi trenta giorni dall'entrata in vigore, scattata il nove marzo ai ricorsi pendenti presentati con motivi pretestuosi e dilatori al solo fine di raggiungere la prescrizione, per i quali scatta la dichiarazione preliminare di inammissibilità . È questo l'orientamento assunto dalla sesta sezione penale di piazza Cavour che - con la sentenza 10104/06 depositata il 22 marzo e qui leggibile tra gli allegati - ha deciso di non applicare le nuove norme ai ricorsi inammissibili . Il problema affrontato da piazza Cavour - emerso dal ricorso di uno spacciatore di cocaina - era quello di stabilire se, rilevata dalla Cassazione una causa di inammissibilità del ricorso, il processo, già fissato per la pubblica udienza, debba essere rinviato oltre il trentesimo giorno dalla data di entrata in vigore della legge per consentire al ricorrente, entro tale termine, di proporre motivi nuovi sempre che ovviamente non li abbia già depositati dopo l'entrata in vigore della legge e prima della udienza prefigurando così una sorta di sospensione del processo dalla data di entrata in vigore della legge 46/2006 al trentesimo giorno da tale data . Ad avviso degli ermellini questa tesi è sicuramente da disattendere . Dunque ai ricorsi inammissibili, non si concede lo slittamento di trenta giorni previsto dalla Pecorella per dare modo agli avvocati di presentare ulteriori memorie difensive su errori nel vaglio delle prove durante i processi di merito . A questa conclusione la sesta penale è arrivata dopo una ampia ricognizione della giurisprudenza a partire dal codice del 1930. Alla possibile obiezione secondo cui tale conclusione potrebbe non corrispondere alla ratio e alla voluntas legis, va replicato, anzitutto, che il quadro legislativo e del diritto vivente non poteva essere trascurato dal ius novum . Sia pure limitatamente alla normativa transitoria dei procedimenti pendenti in Cassazione, il legislatore - dicono gli ermellini - avrebbe potuto stabilire espressamente che la disposizione del comma quinto si applicasse anche ai casi di inammissibilità del ricorso . Tutto ciò non è avvenuto e la norma in esame, calando in un sistema ormai completamente assestato - concludono i magistrati di legittimità - non poteva non comportare la inapplicabilità della norma stessa alle ipotesi di ricorso inammissibile . In poche parole, con questo verdetto della sesta penale, è stato messo un primo paletto ai margini di operatività della Pecorella in Cassazione. Difficilmente, anche se ci fosse un'altra sezione - pare ci sia la seconda sezione orientata in maniera opposta - di parere differente, la questione della norma transitoria potrebbe essere sollevata alle Sezioni unite. Il nove aprile, infatti, la legge 46/2006 sarà pienamente a regime. E il vero terreno da sminare sarà quello sull'allargamento dei motivi di ricorso.

Cassazione - Sezione sesta penale up - sentenza 13-22 marzo 2006, n. 10104 Presidente de Roberto - Relatore Colla Pg De Sandro - Ricorrente Foresta Fatto e diritto Con la sentenza in epigrafe la Corte d'appello di Genova ha parzialmente riformato quella del Gup del Tribunale della città in data 11 giugno 2002, appellata da Davide Foresta, con la quale il medesimo era stato condannato alla pena sospesa di mesi sei e giorni venti di reclusione e della multa di euro 1.376,89 in ordine al reato di cui all'articolo 73, comma 5, Dpr 309/90, riducendo la pena stessa, con le già concesse attenuanti generiche e la diminuente per il rito abbreviato, a quella di mesi cinque e giorni dieci di reclusione e della multa di 1.200 euro concedeva anche il beneficio della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale. Al Foresta era stata contestata la detenzione di 10 confezioni di cocaina per uso anche di terzi, di cui 8 sequestrate, contenenti cocaina pura pari a 0,185 grammi in Arenzano il 19 gennaio 2002 . La Corte disattendeva la tesi dell'imputato, secondo la quale si sarebbe trattato, nella specie, di uso di gruppo . Non era, infatti, ritenuto sufficiente a dimostrare tale tipo di uso l'avere consumato la sostanza insieme ad amici all'interno di un locale pubblico, poi dentro l'autovettura guidata da Carlo Azzi e, infine, nella abitazione di quest'ultimo. Pur non essendo necessaria la prova di un conferimento di denaro per l'acquisto della sostanza per ritenere tale tipo di uso, mancava la prova di un accordo in tal senso che non poteva neppure desumersi dalle circostanze di fatto evidenziate. Anzi - proseguiva la Corte - le stesse dichiarazioni rese dall'imputato in sede di convalida che potevano far propendere per la tesi dell'uso di gruppo , erano smentite dalle altre dichiarazioni dallo stesso in precedenza ai carabinieri di Varazze utilizzabili in ragione del rito abbreviato prescelto , ai quali aveva precisato che l'incontro con gli amici era stato del tutto casuale, circostanza confermata dallo stesso Azzi e da Gianluigi Damonte, altro partecipe al consumo della sostanza in quel giorno. Pareva, in conclusione, del tutto plausibile alla Corte che l'imputato avesse ceduto gratuitamente la cocaina agli amici, che l'avevano consumata in sua compagnia e che le dosi sequestrate, residuate dopo il consumo di due confezioni, erano destinate anche alla cessione a terzi. Avverso tale decisione propone ricorso per cassazione l'imputato il quale deduce 9a violazione di cui all'articolo 606 lettera b perché da un'attenta lettura degli atti del procedimento e dalla valutazione di alcune circostanze pagamento delle consumazioni all'interno dei locali si evidenzi[ava] come in realtà vi [fosse] una discordanza di facciata , senza aggiungere altro. Afferma, ancora - così sotto il nomen della violazione di legge - la illogicità delle argomentazioni adottate dal giudice a quo, che non aveva comunque ragionevolmente valutato sia il rapporto di amicizia tra i consumatori sia la consumazione in unica circostanza di tempo e di luogo sia, infine, l'unicità della confezione contenente la sostanza. Il ricorso è inammissibile. A parte l'adombrato invito alla Corte di cassazione ad accedere agli atti di causa, il motivo stesso difetta dei requisiti minimi di specificità per la costituzione di un valido rapporto di impugnazione e ripropone ai Giudici di legittimità questioni di merito in ordine alle quali la Corte d'appello si era soffermata con assoluto rigore logico e giuridico. Infatti, la Corte del distretto aveva chiaramente verificato che gli elementi in fatto sottoposti dalla difesa per affermare l'uso di gruppo, ricordati nella esposizione dei motivi di ricorso, non erano sufficienti a designare come tale un simile consumo, pur mostrandosi quei Giudici perfettamente consapevoli del rapporto amicale e della consumazione della sostanza in un'unica occasione di tempo ma non di luogo, come erroneamente sostenuto nel ricorso per cassazione . [Sulla inammissibilità del ricorso per cassazione, che riproponga gli stessi motivi già disattesi in appello, la giurisprudenza di legittimità è unanime da ultimo, fra le tantissime conformi, v. Cassazione, Sezione quinta, sentenza 11933 del 27 ottobre 2005 Ud. dep. 25/03/2005 , Giagnorio, Rv. 231708], nella considerazione che i motivi riproposti devono ritenersi non specifici ma soltanto apparenti]. Tanto premesso, questa Corte è tenuta a verificare se in presenza di un ricorso inammissibile debba applicarsi la disposizione dell'articolo 10, comma 5 della legge 46/2006, entrata in vigore il 9 marzo 2006, norma la quale richiama l'articolo 8 della stessa legge. Una norma, quella adesso ricordata che, nel modificare le lettera d ed e dell'articolo 606, comma primo, Cpp statuisce, per la prima ipotesi, che il ricorso può estendersi anche ai casi in cui la mancata assunzione di una prova decisiva sia stata richiesta anche nel corso dell'istruzione dibattimentale e, per la seconda, che l'illogicità della motivazione rileva se risultante, oltre che dal testo del provvedimento impugnato, anche da altri atti del processo specificamente indicati nei motivi di ricorso . L'articolo 10, a sua volta in via transitoria , stabilisce che nei limiti delle modificazioni apportate dall'articolo 8 della stessa legge possono essere presentati i motivi dì cui all'articolo 585, comma 4, Cpp entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge. Il problema è dunque quello di stabilire se, rilevata dalla Corte di cassazione una causa di inammissibilità del ricorso, il processo, già fissato per la pubblica udienza, debba essere rinviato oltre il trentesimo giorno dalla data di entrata in vigore della legge per consentire al ricorrente, entro tale termine, di proporre motivi nuovi sempre che ovviamente non li abbia già proposti dopo l'entrata in vigore della legge e prima della udienza prefigurando così una sorta di sospensione del processo dalla data di entrata in vigore della legge 46/2006 al trentesimo giorno da tale data. Una tesi, quella da ultimo ricordata, sicuramente da disattendere, non soltanto sulla base della lettera della norma, ma anche alla luce delle esigenze teleologiche poste a base di essa, anche considerando l'ineludibile sospensione della prescrizione che ne deriva pur in presenza di una facoltà concessa alla parte. Per passare allo specifico quesito occorre rammentare che le cause di inammissibilità dell'impugnazione vengono oggi tutte individuate, in via generale, dall'articolo 591 Cpp, che accomuna le ipotesi già definite, sotto il regime del precedente codice, originarie o sopravvenute carenza di legittimazione e di interesse, inoppugnabilità del provvedimento, inosservanza delle norme concernenti la forma, la presentazione, la spedizione e i termini di impugnazione, nonché la rinuncia a tali cause, previste nella parte generale sulle impugnazioni, ovviamente applicabili anche al ricorso per cassazione, vanno aggiunte le ipotesi di inammissibilità peculiari che attengono al ricorso per cassazione da un lato quelle già trasfuse dal vecchio al nuovo codice, individuabili nei motivi diversi da quelli consentiti dalla legge o manifestamente infondati, e dall'altro quella, inserita ex novo, dei motivi concernenti violazioni di legge non dedotte in appello, che, peraltro, la giurisprudenza formatasi nel vigore del codice del 1930 aveva enucleato come ipotesi di preclusione all'accesso al giudizio di legittimità. Norme cardine del sistema in materia di inammissibilità sono poi quelle previste dall'articolo 591, commi 2 e 4, Cpp le quali prescrivono che il giudice dell'impugnazione, anche di ufficio, dichiara con ordinanza, appena la rilevi, l'inammissibilità dell'impugnazione e dispone l'esecuzione del provvedimento impugnato. Ove ciò non avvenga, l'inammissibilità può essere dichiarata in ogni stato e grado del giudizio. Sui motivi nuovi, il sistema ruota intorno alla norma dell'articolo 585, comma 4, Cpp, secondo cui, fino a quindici giorni prima della udienza, possono essere presentati motivi nuovi nella cancelleria del giudice della impugnazione. Un precetto anch'esso inscritto tra le disposizioni generali delle impugnazioni ma applicabile anche al ricorso per cassazione. Rilievo davvero decisivo, ai fini che interessano, riveste poi l'ultima parte del comma 4 dell'articolo 585 Cp secondo la quale l'inammissibilità della impugnazione cioè dei motivi principali si estende ai motivi nuovi. Ora, non v'è dubbio che la nuova legge è entrata a far parte del sistema delle impugnazioni, e, in particolare, del ricorso per cassazione disciplinato dal nuovo codice processuale penale e ormai ampiamente esplorato, assestato e definito nella portata delle norme che qui interessano da una serie di sentenze di questa Corte di legittimità, soprattutto delle sezioni unite, che attraverso un crescente affinamento dei concetti e una sempre più approfondita opera di ermeneusi, spesso resasi necessaria per la risoluzione di contrasti giurisprudenziali, ha definito una serie di questioni, stabilendo principi da tempo costantemente applicati, delineando la portata di istituti giuridici non sempre perspicui e fissando regole davvero essenziali. Anzitutto, canoni fondamentali sono stati fissati da Cassazione, Su, sentenza 32/2000 Cc dep. 21/12/2000 , De Luca, Rv. 217266. Secondo tale decisione, non è più possibile distinguere come già accennato tra cause di inammissibilità originarie e cause di inammissibilità sopravvenuta salvo per la rinuncia alla impugnazione che rimane causa di inammissibilità successiva, sempre che la rinuncia non riguardi un ricorso originariamente inammissibile . La sentenza in argomento inserisce infatti nel catalogo delle cause di inammissibilità originaria anche quella concernente la manifesta infondatezza del ricorso, ultima ad essere stata riconosciuta come tale. Tutte la cause di inammissibilità impongono una decisione in limine, semplicemente dichiarativa della mancata instaurazione di un valido rapporto processuale, tanto da impedire l'inutile prosecuzione di un'attività comunque destinata a pervenire, a norma dell'articolo 591, comma 4, anche a posteriori, ad un accertamento negativo della pendenza del processo In tale ipotesi si è, infatti, in presenza di un simulacro di gravame che il provvedimento che ne dichiara l'inammissibilità, per sua natura dichiarativo, rimuove dalla realtà giuridica fin dal momento della sua origine . La profonda ragione che spiega tale risultato ermenutico va ricercata nella norma dell'articolo 648 Cpp sul giudicato. Non vale, infatti, affermare in contrario alla tesi sopra proposta che il giudicato si forma nel giorno in cui è pubblicata la sentenza o l'ordinanza , o, in altri termini, che, se è stato proposto ricorso per cassazione, il giudicato si forma con la declaratoria di inammissibilità all'esito del giudizio di legittimità. La norma, infatti, fissa il momento del passaggio in giudicato della sentenza in senso formale, momento che rileva solo ai fini dell'esecuzione della sentenza. Ai fini del giudicato sostanziale deve aversi riguardo invece al diverso momento in cui insorge la causa della inammissibilità esso interviene allo scadere del termini per proporre l'impugnazione, non solo in caso di mancanza della proposizione del ricorso per cassazione, ma anche in caso di irrituale presentazione di esso, la quale non può che dar luogo a un gravame invalido. In base a tali principi non solo è precluso, in caso di inammissibilità del ricorso, il rilievo di cause di estinzione del reato ex articolo 129 Cpp [salvo il caso di remissione di querela ritualmente accettata nel giudizio di cassazione v. Cassazione, Su, sentenza 24246/04 Ud. dep. 27/05/2004 Chiasserini Rv. 227681], ma ciò che più rileva, ai fini che qui interessa, è il fatto che la inammissibilità del ricorso si estende ai motivi nuovi, come previsto testualmente, in un quadro del tutto armonico, dall'ultima parte dell'articolo 585, comma quarto, Cpp. Anche nella materia dei motivi nuovi le sezioni unite [Cassazione, Su, sentenza 4683/98 Ud. dep. 25/2/1998 , Bono, RV. 210259] hanno stabilito principi chiarissimi, ormai unanimemente condivisi e applicati, soprattutto definendo la portata del concetto di motivi nuovi . A tale scopo le sezioni unite hanno preso le mosse dell'argomentazione partendo dalla significativa constatazione che il nuovo codice di rito ha unificato in un unico atto di impugnazione i due momenti - nel codice abrogato ontologicamente e temporalmente diversi -, della dichiarazione e della presentazione dei motivi, sotto il controllo del giudice ad quem. Hanno poi osservato che l'articolo 581 Cpp indica gli elementi che debbono essere contenuti nell'atto di impugnazione e che costituiscono il dato qualificante dell' impugnazione stessa con espressa funzione di delimitazione del devolutum, a pena di inammissibilità, sancita dall'articolo 591, lettera c Cpp il riferimento che qui maggiormente rileva è quello di cui alla lettera a dell'articolo 581 Cpp, il quale stabilisce che nell'atto di gravame devono essere contenuti i capi o i punti della decisione ai quali si riferisce l'impugnazione . L'importanza di tale statuizione è ribadita dall'articolo 167 delle disposizioni di attuazione del codice il quale testualmente prescrive che nel caso di presentazione di motivi nuovi devono essere specificati i capi e i punti enunciati a norma dell'articolo 581 comma 1 lettera a del codice, ai quali i motivi si riferiscono norma dalla quale si ha una sicura conferma che i detti motivi nuovi si devono riferire appunto ai predetti capi e punti. Con la conseguenza che, tenuto conto della struttura unitaria della impugnazione e della sanzione di inammissibilità prevista dall'articolo 591 lettera c , deve necessariamente concludersi che i motivi, definiti nuovi non possono ritenersi svincolati e liberamente proponibili . Tornando al problema che si è posto sopra, sulla base di tali premesse sembra a questa Corte che non possa sfuggirsi alla conclusione secondo la quale la norma dell'articolo 10 comma 5, della legge 46/2006 non è applicabile ai casi di inammissibilità del ricorso. Alla possibile obiezione secondo cui tale conclusione potrebbe non corrispondere alla ratio e alla voluntas legis, va replicato, anzitutto, che il quadro legislativo e del diritto vivente non poteva essere trascurato dal ius novum. Sia pure limitatamente alla normativa transitoria dei procedimenti pendenti in cassazione, il legislatore avrebbe potuto stabilire espressamente che la disposizione del comma 5 si applicasse anche ai casi di inammissibilità del ricorso, oppure differenziare tra le cause di inammissibilità, stabilendo a quali di esse la norma dovesse applicarsi, indicandole specificamente avrebbe potuto operare, al limite, sulla nozione di inammissibilità o sui concetti di giudicato formale e sostanziale soprattutto, avrebbe potuto, più semplicemente, incidere sulla nozione dei motivi nuovi o sul rapporto tra i motivi principali o motivi nuovi. Tutto ciò non è avvenuto e la norma in esame, calando in un sistema ormai completamente assestato, non poteva non comportare la inapplicabilità della norma stessa alle ipotesi di ricorso inammissibile. Vi è, d'altra parte, da dubitare che il vero scopo del legislatore fosse quello di far operare la norma transitoria anche nei casi di inammissibilità dei motivi principali e quindi del ricorso. Non può trascurarsi che proprio nella norma transitoria il legislatore ha fatto riferimento all'articolo 585, comma 4, Cpp, richiamato per intero l'ultimo periodo di tale comma stabilisce - come si è detto, con valenza significativa per la soluzione della questione - che l'inammissibilità della impugnazione si estende ai motivi nuovi . Conclusivamente il ricorso del Foresta deve essere definito con la declaratoria di inammissibilità dello stesso, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1.000 in favore della Cassa delle ammende, tenuto conto dei motivi proposti. PQM Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1000 in favore della cassa delle ammende.