Sì al licenziamento del dipendente anche se l'offesa al capo arriva durante la riunione sindacale

L'incidenza offensiva dell'epiteto usato in un alterco, chiariscono gli ermellini , deve essere valutata alla luce del vincolo tra lavoratore subordinato e superiore gerarchico

Il lavoratore che insulta il dirigente va licenziato anche se l'espressione irriguardosa delinquente è pronunciata in un contesto particolarmente animoso come quello di un'accesa assemblea sindacale. È quanto emerge dalla sentenza 1168/07, emessa dalla sezione lavoro della Corte di cassazione il provvedimento è disponibile fra i documenti correlati L'incidenza offensiva dell'epiteto , osserva la Suprema corte, deve essere valutata in relazione alle regole che disciplinano lo speciale vincolo che esiste fra il lavoratore subordinato e il suo superiore gerarchico. Giusta causa. Tutto comincia con un'infuocata riunione sindacale, convocata proprio dal lavoratore che poi sarà licenziato. Materia del contendere la gestione dello spaccio aziendale che faceva mugugnare i dipendenti la lite riguarda la vecchia Cirio di Napoli . Basta una scintilla, la situazione degenera e il lavoratore passa allo scontro fisico con un collega. Ma soprattutto insulta il capo del personale. Ed è licenziato per giusta causa. Il pretore accoglie il ricorso del dipendente, che definiva il provvedimento espulsivo sproporzionato rispetto ai fatti contestati. Sentenza, questa, ribaltata dalla Corte d'appello i fatti, spiega il giudice del gravame, non possono essere valutati isolatamente ma vanno considerati in modo globale. E sono tanto gravi da giustificare il licenziamento. Nessun vizio. Perché ora la Cassazione respinge il ricorso del lavoratore? Valutare se le infrazioni commesse da un lavoratore subordinato costituiscono giusta causa di licenziamento, ricordano i magistrati di piazza Cavour, è un accertamento di fatto che è demandato al giudice di merito, la cui valutazione non può essere censurata dalla Cassazione se è priva d'errori logici o giuridici. E questi vizi, si legge nella sentenza 1168/07, non emergono nella valutazione effettuata dalla Corte d'appello. Il lavoratore licenziato invocava l'assoluta peculiarità delle circostanze in cui era scoppiato il litigio in una riunione sindacale - è la tesi della sua difesa - il contesto è vivace e il linguaggio non sempre misurato o proporzionato alla consistenza della controversia si tratta in ogni caso di contesti desensibilizzati . L'espressione irriguardosa adoperata - delinquente - sarebbe poi da riferire all'amministrazione dell'impresa, colpevole di restare indifferente alle sorti dello spaccio aziendale, che invece stava tanto a cuore ai dipendenti. Violenza ingiustificata. Ma sono tesi che, secondo la sentenza di appello, non reggono. I giudici di legittimità condividono le considerazioni dei colleghi del secondo grado nel valutare la gravità dell'offesa bisogna considerare che l'insulto era stato rivolto al dirigente davanti a numerosi impiegati e che il superiore era oggettivamente estraneo al diverbio precedente. Insomma l'atteggiamento del lavoratore era violento e ingiustificato. Licenziamento confermato, dunque. d.f.

Cassazione - Sezione lavoro - sentenza 28 aprile 2006-19 gennaio 2007, n. 1168 Presidente Mileo - Relatore Di Cerbo Pm Fedeli - conforme - Ricorrente De Chiara - Controricorrente Cirio Finanziaria Spa Svolgimento del processo Con ricorso al Pretore di Napoli Bruno De Chiara, dipendente della Spa Cirio in qualità di impiegato di concetto, impugnava il licenziamento irrogatogli in data 26 maggio 2000 per giusta causa deducendo, fra l'altro, che il provvedimento espulsivo doveva considerarsi illegittimo in quanto sproporzionato rispetto ai fatti contestati. Il giudice adito, ritenendo sproporzionata la sanzione del licenziamento, accoglieva la domanda. La Corte d'appello di Napoli, con sentenza depositata il 28 novembre 2002, accoglieva il gravame proposto dalla Spa Cirio Finanziaria, succeduta alla Spa Cirio, e, in riforma della sentenza impugnata, rigettava la domanda. Premesso che i fatti contestati si erano svolti nel corso di una riunione sindacale e che consistevano, da un lato, in un litigio con scontro fisico fra il ricorrente ed altro lavoratore e, dall'altro, in insulti rivolti al responsabile del personale, la Corte riteneva che i suddetti fatti non potessero essere valutati isolatamente, ma dovessero essere considerati globalmente e che la loro gravità fosse tale da giustificare il provvedimento espulsivo. Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso Bruno De Chiara affidato a due motivi. Resiste con controricorso la Spa Cirio Finanziaria. Entrambe le parti hanno depositato memoria. Motivi della decisione Col primo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell'articolo 2119 Cc in relazione all'articolo 70 del Ccnl di categoria. Deduce che la ricostruzione dei fatti contestati dalla società e posti a sostegno del licenziamento è del tutto errata rispetto alla normativa sopra richiamata e pertanto affetta da vizio logico-giuridico. In particolare alcuni elementi essenziali valutati dal giudice di primo grado e strutturalmente connessi agli episodi contestati sono stati trascurati dalla Corte di merito. In primo luogo i comportamenti oggetto della contestazione erano stati posti in essere nel corso di un'accesa discussione in una riunione sindacale promossa dal ricorrente in relazione a doglianze formulate da numerosi dipendenti in ordine all' amministrazione dello spaccio aziendale. Il litigio con l'amministratore dello spaccio doveva essere pertanto inquadrato nel suddetto contesto, normalmente caratterizzato da particolare vivacità e da un linguaggio non sempre misurato e proporzionato all'effettiva consistenza della controversia. Per quanto concerne la condotta nei confronti del superiore gerarchico, il ricorrente sottolinea che anche tale comportamento doveva essere inquadrato nella sua stretta connessione con la suddetta riunione sindacale. In questo contesto l'espressione adoperata delinquente , allo stesso rivolta, era diretta all'amministrazione aziendale che, pur avendone la possibilità, era rimasta indifferente rispetto all'anomala gestione dello spaccio. Mancava inoltre l'elemento psicologico atteso che l'espressione si poneva in stretta contiguità temporale rispetto alla precedente colluttazione. Sotto altro profilo deduce che la sentenza impugnata aveva omesso di accertare se il comportamento contestato fosse tale da incidere irreparabilmente sul rapporto di fiducia. Col secondo motivo il ricorrente denuncia violazione e errata applicazione dell'articolo 2106 Cc. In sostanza il giudice avrebbe dovuto inquadrare il comportamento contestato nel contesto in cui esso aveva avuto luogo e quindi valutarne la gravità in relazione alle suddette circostanze. I motivi del ricorso che, in quanto logicamente connessi, devono essere esaminati congiuntamente, sono infondati. Deve premettersi che, secondo il costante insegnamento di questa Sc, in tema di licenziamento individuale per giusta causa, il giudizio circa la gravità delle infrazioni commesse dal lavoratore subordinato e la loro attitudine a costituire giusta causa di licenziamento implica un accertamento di fatto demandato al giudice di merito, la cui valutazione è incensurabile in cassazione se priva di errori logici o giuridici cfr., ad esempio, Cassazione 16628/04 . Nella specie, pur tenendo conto del contenuto delle doglianze formulate dal ricorrente, non emerge alcun errore logico o giuridico nella valutazione fatta dalla Corte di merito. Questa ha, infatti, esaminato accuratamente, come emerge dalla motivazione della sentenza, i comportamenti contestati diverbio litigioso con passaggio a vie di fatto nei confronti di un collega ed uso di una frase irriguardosa nei confronti del responsabile del personale , valutandoli globalmente e tenendo conto, contrariamente a quanto assume il ricorrente, anche del contesto nel quale gli stessi sono stati posti in essere. In particolare la Corte, nel valutare la gravità dell'offesa al dirigente, ha osservato, da un lato, che l'episodio è avvenuto in presenza di numerosi impiegati e, dall'altro, che l'incidenza offensiva dell'epiteto deve essere valutata in relazione alle regole che disciplinano lo speciale vincolo esistente fra il lavoratore subordinato ed il suo superiore gerarchico. Più in generale ha rilevato che la condotta complessiva del ricorrente appare ispirata ad un atteggiamento violento ed ingiustificato estrinsecatosi, nella prima fase, nell'iniziativa di aggressione verbale e nella successiva reazione a livello fisico - sia pure connotata da reciprocità - del tutto svincolate da motivazioni connesse al contenuto della riunione nel corso della quale sono state poste in essere nella seconda fase tale atteggiamento si è estrinsecato in una ingiustificata offesa rivolta ad un superiore oggettivamente estraneo al precedente diverbio. Dalla suddetta motivazione, si evince che le conclusioni della Corte di merito in ordine alla sussistenza della giusta causa di licenziamento sono state adottate in corretta applicazione dell'articolo 2119 Cc, che disciplina la suddetta fattispecie, come pure dell'articolo 2106 Cc, che pone il principio della proporzionalità della sanzione. Ed infatti la Corte ha motivato sulle ragioni per cui la gravità del comportamento contestato rende adeguata la sanzione espulsiva. Il ricorso deve essere pertanto rigettato. In applicazione del criterio della soccombenza il ricorrente deve essere condannato al pagamento delle spese del giudizio di cassazione liquidate come in dispositivo. PQM La Corte rigetta il ricorso condanna il ricorrente al p pagamento delle spese di giudizio di cassazione liquidate in euro 16 oltre euro 2500 per onorari e oltre spese generali e accessori di legge.