Concorso di circostanze aggravanti e principio dell'assorbimento

di Gabriele Magni

Qualora nella stessa fattispecie di reato di violenza privata concorrano sia la circostanza aggravante di aver commesso il fatto avvalendosi della 'forza intimidatrice di segrete associazioni', di cui all'articolo 339 Cp, sia quella di 'aver agito con metodo mafioso', avvalendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo e delle condizioni di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere reati, di cui all'articolo 7 Dl 152/91, dovrà applicarsi soltanto l'aumento di pena previsto per quest'ultima, perché la prima circostanza dovrà ritenersi assorbita dalla seconda, che è circostanza aggravante ad effetto speciale. di Gabriele Magni Il Tribunale di Napoli, in una sentenza che merita di essere letta è nei documenti correlati per la precisione e completezza della motivazione, ha ritenuto l'assorbimento della circostanza aggravante speciale di essersi avvalso della forza intimidatrice di segrete associazioni, esistenti o supposte, in quella del cosiddetto metodo mafioso, giustamente valutata più grave perché ad effetto speciale. La decisione in commento affronta e risolve, in maniera convincente, il quesito inerente alla disciplina del concorso nella medesima fattispecie di reato previsto dall'articolo 610 Cp. Violenza privata , della circostanza aggravante speciale di cui all'articolo 339, comma 1 ult. parte, Cp, con quella ad effetto speciale prevista dall'articolo 7 Dl 152/91 poi convertito nella legge n. 203/91 , problema in relazione al quale non si rinvengono precedenti editi. La sentenza si distingue pure per l'esaustivo e puntuale esame della condotta dell'imputato e la convincente individuazione del delitto commesso, problema anche questo niente affatto semplice da risolvere, visto che la condotta criminosa del reo poteva prestarsi a diversi inquadramenti giuridici. Il Tribunale non ha esitato, sul punto, a rettificare la contestazione mossa all'imputato dalla Pubblica accusa. Lo svolgersi dei fatti, come descritto nella sentenza in esame, porta alla luce la commissione da parte dell'imputato del reato di violenza privata, in concorso con più persone riunite e valendosi della forza intimidatrice derivante da segrete associazioni, esistenti o supposte , integrando in tal modo una fattispecie aggravata, ai sensi dell'articolo 339, comma 1, Cp. L'appurato ed effettivo utilizzo di modalità intimidatorie di stampo mafioso nonché lo sfruttamento della fama di una nota organizzazione, non solo segreta ma pure criminale, ha però condotto l'organo giudicante ad accogliere la contestazione mossa dalla Pubblica accusa, ritenendo integrata pure l'aggravante ad effetto speciale del cosiddetto metodo mafioso , prevista dalla prima parte dell'articolo 7 Dl 152/91 Per i delitti punibili con pena diversa dall'ergastolo commessi avvalendosi delle condizioni previste dall'articolo 416bis del Cp, ovvero al fine di agevolare l'attività delle associazioni previste dallo stesso articolo, la pena è aumentata da un terzo alla metà. . La vicenda che ha dato origine al processo e la sentenza che ne è derivata sono particolarmente complesse ed articolate e pare necessario ricostruirle in estrema sintesi. LA CONDOTTA COLPEVOLE DELL'IMPUTATO Dalle attività istruttorie esperite è emerso che la persona offesa nel giudizio de quo, trovandosi in difficoltà economiche, nel 1999 si era rivolto ad uno zio di sua moglie per domandare aiuto al fine di trovare chi potesse prestargli del denaro. Lo zio presentava allora alla persona offesa un amico, anch'egli imputato in questo giudizio ma assolto, con cui era solito trovarsi presso un bar in via Duomo a Napoli. Quest'ultimo, a sua volta, contattava un altro avventore dello stesso bar e riusciva a far conseguire al bisognoso un prestito di denaro, pari a venti milioni di vecchie lire. La persona offesa, secondo i suoi finanziatori, non rendeva tutte le somme che doveva e, per questo motivo, lo zio ed il suo amico che aveva funto da intermediario, temendo pericolose conseguenze personali in ragione del fatto che le persone le quali avevano elargito tale prestito godevano fama di essere legate ad una nota associazione camorristica del napoletano, organizzavano all'ignara persona offesa un incontro con esponenti dei suoi finanziatori, al fine di cercare di risolvere la faccenda. A detto incontro lo sventurato giungeva solo ed a bordo della sua autovettura ed incontrava, oltre all'intermediario ed allo zio, il primo dei quali gli rivelava di essere intimorito in quanto il denaro per il prestito che aveva ricevuto era stato procurato dal capo di un clan camorristico locale, altre quattro persone. Queste ultime invitavano la persona offesa, anche minacciandola di morte, a cedere la guida della propria autovettura ad uno di loro. La vittima non aderiva però a tale richiesta e una delle quattro persone, successivamente identificata come l'imputato poi condannato, si sedeva al fianco della persona offesa sulla sua autovettura e, dopo averle sottratto con la violenza il telefono cellulare, le intimava di proseguire la marcia nella direzione che avrebbe indicato. Poco dopo, avviata l'auto, i due si imbattevano in una pattuglia di polizia ferma in sosta nel corso di un servizio di controllo del territorio. La persona offesa arrestava improvvisamente l'auto, ne discendeva in stato di fortissima agitazione e segnalava agli operanti del Commissariato che era stato costretto ad intraprendere la marcia dall'individuo rimasto seduto nell'autovettura e dalle altre persone che li seguivano a bordo di due ciclomotori. I complici erano visti dai Poliziotti, che però non erano in condizione di poterli fermare. In ragione di quanto accaduto, il giovane che si era introdotto nell'autovettura veniva arrestato e chiamato a rispondere, in primo momento, del reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni pluriaggravato e di sequestro di persona, anch'esso pluriaggravato. In seguito, avendo modificato il Pm l'imputazione, il giovane era chiamato a rispondere di tentata estorsione pluriaggravata, oltre che di sequestro di persona. Il Tribunale in composizione collegiale, però, attentamente esaminato quanto emerso dall'istruttoria dibattimentale svolta, giudicava il giovane colpevole del reato di cui agli articoli 110, 610 e 339 Cp, aggravato pure ai sensi dell'articolo 7, Dl 152/91, e lo condannava alla pena di tre anni di reclusione oltre al pagamento delle spese processuali e di custodia e mantenimento nel luogo di detenzione. La pena veniva quantificata in un anno e quattro mesi di reclusione, quale pena base per il reato di cui agli articoli 110 e 610 Cp sanzione criminale aumentata per l'aggravante di cui all'articolo 7, Dl 152/91 ad un anno ed undici mesi di reclusione pena ancora aumentata per l'aggravante derivante dal combinato disposto dagli articoli 610, comma 2, e 339, comma 1, Cp a due anni e due mesi di reclusione. Sanzione penale definitivamente aumentata per la recidiva così come contestata, ad anni tre di reclusione. IL REATO DI VIOLENZA PRIVATA Come si è ricordato, nell'impostazione originaria della Pubblica Accusa, il condannato ed i suoi complici si sarebbero resi responsabili del reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni e di sequestro di persona, entrambi pluriaggravati. Successivamente, a seguito della modifica del capo di imputazione effettuata dalla Pubblica Accusa, l'imputato è stato chiamato a rispondere di tentata estorsione pluriaggravata, oltre che di sequestro di persona. Il Collegio giudicante napoletano ha meticolosamente esaminato entrambe le fattispecie delittuose ipotizzate dalla Pubblica accusa, ma non ha ritenuto di poterne condividere la prospettazione, ed ha perciò qualificato la condotta dell'imputato, come sopra descritta, nella fattispecie delittuosa di violenza privata di cui all'articolo 610 Cp. La qualificazione dell'agire dell'imputato operata dal Tribunale pare adeguata e condivisibile, in quanto a seguito dell'istruttoria dibattimentale non è stata accertata una condotta dell'imputato e dei suoi complici volta a costringere la vittima a fare od omettere alcunché per conseguire un ingiusto profitto con altrui danno, come invece si richiede per la configurabilità del reato di tentata estorsione di cui all'articolo 629 Cp. Infatti, il succitato reato integra una fattispecie delittuosa offensiva del patrimonio. La Suprema Corte, a tale proposito, ha sottolineato che il delitto di estorsione costituisce un titolo specifico di violenza privata differenziandosi da questo, di cui presenta tutti i requisiti, soltanto per l'elemento dell'ingiusto profitto con danno altrui che nell'estorsione costituisce lo scopo caratteristico dell'azione il danno non patrimoniale non lede l'interesse che costituisce l'oggetto giuridico del delitto di estorsione infatti trattandosi di un delitto contro il patrimonio, il danno che il soggetto passivo di violenza o altri deve subire in seguito all'imposizione deve essere un danno patrimoniale Cassazione, 679/89, CED Cassazione RV 183100 . Invero, nel caso di specie, non è possibile escludere a priori l'intento estorsivo in capo all'imputato ed ai suoi tre complici rimasti ignoti, in quanto non è possibile conoscere con certezza cosa sarebbe avvenuto se la vittima non avesse reagito alle minacce e violenze subite ed avesse seguito l'imputato ed i suoi complici fino al luogo ove intendevano condurlo. Tuttavia, pare corretto affermare che non essendosi rinvenuto alcun riscontro probatorio in ordine al danno patrimoniale che i criminali avrebbero inteso provocare alla vittima, la fattispecie delittuosa di cui all'articolo 629 Cp non risulta integrata nel caso in esame. Quanto all'ipotesi formulata dalla Pubblica Accusa di sequestro di persona ex articolo 605 Cp, al fine di escluderne la ricorrenza appare decisivo rilevare che la vittima ha sempre mantenuto, quantomeno in parte, la capacità di disporre dei suoi gesti viene richiesto di scendere dalla propria autovettura, ma ha la determinazione di rifiutarsi conduce egli stesso la propria autovettura . Il fatto stesso che i malviventi lo avessero invitato, in un primo momento, a scendere dalla propria autovettura in pieno giorno ed in una zona molto trafficata pare indicare che la volontà degli aggressori non fosse indirizzata a sequestrarlo. Non deve essere tralasciato, invero, che il bene giuridico della libertà personale, tutelato in via esclusiva dalla norma concernente il sequestro di persona, secondo un orientamento piuttosto risalente della Corte di cassazione Cassazione, 1567/79 , è leso da qualsiasi apprezzabile limitazione della libertà fisica intesa quale possibilità di movimento nello spazio secondo la libera scelta di qualcuno e non ha nessun rilievo che la vittima riesca successivamente a liberarsi la nozione del reato non esige, infatti, che il soggetto passivo sia stato posto nell'impossibilità assoluta di recuperare la libertà di movimento, essendo sufficiente che tale impossibilità sia anche soltanto relativa . Nel caso di specie, tuttavia, pare corretta l'esclusione di tale fattispecie delittuosa anche quale reato concorrente, effettuata dal Collegio giudicante con esaustiva motivazione, in quanto le minacce e la violenza esercitate dagli aggressori sulla vittima sembrano volte a coartarne la volontà per indurlo a sottostare alle loro pretese, piuttosto che a limitarne la libertà di movimento in tale senso, Cassazione 41972/04, CED Cassazione RV 229900 . Anche il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni di cui all'articolo 393 Cp, che pure era stato inizialmente ipotizzato dalla Pubblica Accusa, non pare applicabile alla fattispecie in esame. Nel reato di ragion fattasi l'agente deve essere animato dal fine di esercitare un diritto, pertanto deve agire con la convinzione che l'oggetto della pretesa gli competa giuridicamente Cassazione 10534/88, CED Cassazione RV 10534 . Occorre quindi ricordare che il reato di violenza privata si risolve nell'uso della violenza fisica o morale per costringere taluno ad un comportamento commissivo od omissivo e, atteso il suo carattere generico e sussidiario, tale reato resta escluso in base al principio di specialità allorché la violenza sia stata posta in essere per uno dei fini particolari previsti per la ragion fattasi Cassazione 10534/88 . Nel caso in esame, tuttavia, come finemente rilevato anche dall'Organo giudicante, gli aggressori hanno ecceduto macroscopicamente i limiti insiti nel fine di esercitare, sia pure arbitrariamente, un preteso diritto, ponendo in essere un comportamento di coartazione di eccezionale gravità Cassazione 13162/99, CED Cassazione RV 214974 . Il Giudice, in composizione collegiale, in ragione di quanto appena rilevato, ha pertanto qualificato la condotta posta in essere dall'imputato come ipotesi delittuosa di violenza privata di cui all'articolo 610 Cp, avendo l'imputato esercitato violenza e minacce al fine di costringere la vittima a compiere un atto contrario alla sua volontà. L'inquadramento giuridico della condotta tenuta dall'imputato effettuato nella decisione in commento risulta, pertanto, preciso e corretto, nonché, come abbiamo visto sopra, suffragato dalla giurisprudenza consolidata della Corte di cassazione, secondo la quale il reato di violenza privata, che tutela la libertà morale, è titolo generico e sussidiario rispetto al reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni e rispetto ad altre ipotesi delittuose che contengono come elemento essenziale la violenza alle persone. IL CONCORSO DI CIRCOSTANZE AGGRAVANTI Il Collegio giudicante ha analiticamente affrontato e valutato il ricorrere di molteplici circostanze aggravanti nel giudizio in esame, risolvendo con metodo e rigore un concorso di circostanze aggravanti speciali, in cui una di esse andava ad integrare pure una aggravante ad effetto speciale, pertanto suscettibile di comportare un aumento della pena superiore ad un terzo. Il Pm ha contestato l'aggravante di cui all'articolo 7, Dl 152/91 del cosiddetto metodo mafioso avendo l'imputato agito con le modalità proprie di tali sodalizi, sfruttando pure la fama di una nota organizzazione criminale, nonché, in fatto, quella speciale prevista dall'articolo 339, comma 1, Cp, in quanto l'imputato ha esercitato violenza privata nei confronti della vittima agendo in concorso con più persone riunite. Il Tribunale ha ritenuto pienamente integrata l'aggravante di cui all'articolo 7, prima parte, del Dl 152/91 Per i delitti punibili con pena diversa dall'ergastolo commessi avvalendosi delle condizioni previste dall'articolo 416bis del codice penale la pena è aumentata da un terzo alla metà. , in quanto è emerso con tutta evidenza dalle risultanze istruttorie che l'imputato ha commesso il reato di violenza privata avvalendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo di stampo mafioso e delle condizioni di assoggettamento e di omertà che ne derivano. Lo stesso Giudice ha correttamente evidenziato, nella parte motiva della sentenza in esame, che la prova dell'esistenza del clan malavitoso e l'accertamento dell'effettiva appartenenza a detto sodalizio criminoso da parte dell'imputato non risultano necessari ai fini della configurabilità dell'aggravante del metodo mafioso di cui sopra. Peraltro, il giudizio sulla ricorrenza dell'aggravante ad effetto speciale in esame avrebbe posto un problema maggiormente complesso nel caso in cui l'imputato fosse stato ritenuto un associato di un determinato sodalizio criminoso. Infatti, uno dei problemi affrontati anche dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione Cassazione Su, 1280/01, in Diritto e Giustizia, n. 19/2001, pag. 16, con nota di Fumu L'aggravante mafiosa si può applicare ai reati fine commessi dagli associati attiene alla compatibilità della succitata aggravante con i delitti posti in essere dagli associati di tali organizzazioni criminali. La Suprema Corte, nella sentenza sopra citata, ha sostenuto l'autonomia del reato associativo rispetto ai delitti-fine realizzati secondo le due modalità aggravatrici previste nell'articolo 7, comma 1, Dl 152/91, affermando la piena compatibilità tra la suddetta aggravante e la qualifica di associato al sodalizio criminoso, sia perché, come nel caso in esame, anche il non associato e quindi pure chi non sia provato che sia associato , può agire con metodi mafiosi o sfruttare comunque la situazione ambientale creata da tali sodalizi, sia perché l'associato non deve necessariamente avvalersi della forza intimidatrice propria dell'organizzazione di appartenenza per realizzare i reati-fine. Occorre allora premettere che l'articolo 339 Cp prevede una pluralità di circostanze aggravanti speciali applicabili, tra l'altro, al reato di violenza privata. Nel caso de quo il Collegio giudicante, sulla base di elementi probatori certi ed innanzi ricordati, ha ritenuto sussistente l'aggravante speciale di cui all'articolo 339, comma 1, Cp, in quanto l'imputato ha esercitato violenza privata nei confronti della vittima agendo in concorso con più persone riunite. L'organo giudicante ha altresì rilevato che, nel caso di specie, risultava integrata pure un'ulteriore aggravante speciale, sempre prevista dal comma 1 dell'articolo 339 Cp, derivante dal fatto che il colpevole ha posto in essere la condotta criminosa valendosi della forza intimidatrice derivante da segrete associazioni, esistenti o supposte . Questa circostanza aggravante speciale, applicabile al reato di violenza privata per effetto del richiamo operato dall'articolo 610, comma 1 ult. parte, Cp, tuttavia, si pone in rapporto da genere a specie con quella di cui all'articolo 7, Dl 152/91. Se infatti il reo si avvale per delinquere della forza intimidatrice non di una generica associazione segreta, concetto in cui possono farsi rientrare organizzazioni terroristiche, sette sataniche, etc., ma di una specifica associazione segreta che è costituita nella forma del sodalizio criminale di stampo mafioso, egli integra con la propria condotta sia la ricordata aggravante di cui all'articolo 339, co. I, Cp, sia quella del metodo mafioso. Quest'ultima, però, comporta un incremento di pena più elevato, trattandosi di aggravante ad effetto speciale. Ha ritenuto allora il giudicante che il disvalore aggiuntivo del fatto di reato derivante dall'essersi il colpevole avvalso della forza intimidatrice derivante da segrete associazioni, vere o presunte, di cui all'articolo 339, comma 1, Cp, debba ritenersi resti assorbito nel già operato riconoscimento della sussistenza della più onerosa aggravante ad effetto speciale di cui all'articolo 7, legge 203/91 soluzione che pare da condividersi. Non solo, occorre segnalare che tramite l'assorbimento della aggravante speciale di cui all'articolo 339, comma 1, Cp in esame, in quella più grave e ad effetto speciale del metodo mafioso di cui all'articolo 7 Dl 152/91, risulta pure coerentemente risolto l'ulteriore problema della possibilità di applicare uno o più incrementi di pena quando la condotta del reo abbia integrato una pluralità di circostanze che sono però tutte previste dalla stessa disposizione circostanziante o nello stesso numero di questa. Nel caso in esame il problema si porrebbe in relazione alle due ipotesi di circostanze aggravanti speciali entrambe previste dall'articolo 339, comma 1, Cp, e costituite dall'essere stato commesso il reato da più persone riunite, e dall'essersi avvalsi i complici della forza intimidatrice derivante da segrete associazioni, esistenti o supposte. La soluzione adottata dal Collegio giudicante napoletano fa corretta applicazione pure del principio generale del ne bis in idem, il quale prevede che un medesimo elemento circostanziante non può essere più volte imputato allo stesso soggetto, come per il più generale fenomeno del concorso apparente di norme, anche nel caso in cui ricorrano più circostanze le quali risultano tutte integrate dalla condotta del reo. Sono espressione di detto principio le previsioni, oltre che dell'articolo 15, degli articoli 61/1, 61/2 e 68 Cp F. Mantovani, Diritto Penale, 2001, p. 442-443 . In definitiva la scelta del Collegio giudicante di ritenere l'aggravante speciale di cui all'articolo 339, comma 1, Cp, assorbita in quella ad effetto speciale di cui all'articolo 7 Dl 152/91, in ragione del rapporto di genere-specie tra le stesse, risulta in primo luogo innovativa, non rinvenendosi precedenti specifici in giurisprudenza almeno editi ma, soprattutto, risponde pienamente ai corretti canoni ermeneutici che devono essere utilizzati per valutare se le diverse ipotesi di circostanze aggravanti ricorrenti in una fattispecie di reato determinata rispondano o meno ad un'unica ratio aggravatrice.

Tribunale di Napoli - Sezione nona penale - sentenza 2 febbraio-9 marzo 2006, n. 797 Presidente Stanziola - Estensore Di Marzio Svolgimento del processo Con decreto del 24 giugno 2002, il Gup presso il Tribunale di Napoli, all'esito dell'udienza preliminare, pronunziando ai sensi dell'articolo 429 Cpp disponeva procedersi al giudizio nei confronti di Fazio Bruno e Caso Antonio, come generalizzati in premessa, chiamati a rispondere dei reati descritti nell'originaria contestazione di cui in atti Fazio Bruno usura aggravata in concorso Caso Antonio esercizio arbitrario delle proprie ragioni e sequestro di persona, pluriaggravati ed in concorso . Alla fissata udienza del 27 novembre 2002, il Tribunale accertava la regolare costituzione delle parti e, sentite le stesse, dichiarava la contumacia dell'imputato Fazio Bruno che, regolarmente citato, non risultava presente in aula senza avere addotto alcuna ragione di legittimo impedimento ad essere presente. L'imputato Caso Antonio, ristretto in stato di detenzione, aveva fatto pervenire dichiarazione di rinunzia a comparire, e risultava pertanto assente. Quindi, compiute le attività introduttive il Presidente, nell'assenza di questioni preliminari, dichiarava l'apertura del dibattimento e, a seguito della lettura dell'imputazione, invitava le parti a procedere alla richiesta di prove. Erano quindi ammesse perché ritenute non illegittime, pertinenti, rilevanti e non manifestamente sovrabbondanti, le prove richieste dalle parti esame e controesame dei testi di lista del Pm riserva di produzione documentale proposta dal Pm esame degli imputati domandata dal Pm e dai difensori . Si procedeva, pertanto, ad escutere il testimone verbalizzante presente Cerroni Giuseppe. All'udienza di rinvio celebrata il 5 marzo 2003 preliminarmente il Tribunale rigettava l'istanza di rinvio per impedimento a causa di concomitanti impegni professionali fatta pervenire dall'avv.to Francesco Foreste, difensore di Caso Antonio, per le ragioni di cui in atti e, riassuntivamente, perché l'imputato risultava assistito da due difensori. Quindi, rilevata l'assenza in aula dei testi del Pm non ancora esaminati, occorreva disporre il rinvio del prosieguo dell'istruttoria dibattimentale. Si perveniva così all'udienza del 17 settembre 2003, quando la trattazione dibattimentale doveva essere nuovamente differita a causa dell'assenza degli ulteriori testi del Pm Analoga vicenda si verificava poi, nel corso del processo, pure in occasione delle udienze celebrate nelle date del 15 gennaio 2004, 3 giugno 2004 e 4 novembre 2004 All'udienza di rinvio del 25 marzo 2004, anch'essa celebrata nell'assenza dei testi del Pm, quet'ultimo provvedeva all'integrazione della contestazione, indicando il luogo e la data in cui i reati di cui ai capi b e c erano stati commessi In Napoli, 26 agosto 1999 , e doveva pertanto disporsi l'effettuazione degli adempimenti di rito. In occasione dell'udienza celebrata il 30 settembre 2004, poi, l'ulteriore rinvio della trattazione era dovuto alla composizione anomala del collegio giudicante. Si giungeva pertanto all'udienza del 15 novembre 2004, quando poteva procedersi all'escussione del teste Iezza Raffaele, operante di Pg all'epoca dei fatti, e del testimone Scinti Roger Giuseppe, legato da rapporti di parentela con la persona offesa. All'udienza del 20 dicembre 2004 si proseguiva nell'istruttoria con l'esame del teste verbalizzante Canta Antonio e della persona offesa, Rosolino Salvatore. All'esito il Tribunale, nulla opponendo i difensori, acquisiva le dichiarazioni rese dall'imputato Fazio Bruno, contumace nel giudizio, nel corso delle indagini preliminari verb. int.rio reso presso DDA Napoli, in presenza del dif.re, il 5 ottobre 2001 . Quindi l'imputato Caso Antonio dichiarava che non accettava di sottoporsi all'esame richiesto dal Pm e dal suo difensore. Il Pm provvedeva allora alla modifica dell'imputazione come in atti, ed il Tribunale disponeva procedersi agli adempimenti di rito. In occasione dell'udienza del 14 febbraio 2005 il Tribunale acquisiva, su richiesta del Pm, il verbale delle dichiarazioni rese dall'imputato Caso Antonio, che aveva rifiutato di essere sottoposto ad esame, nel corso delle indagini preliminari verb. ud. di convalida del 29.8.1999 . Ancora su richiesta del Pm, nulla opponendo i difensori, erano acquisiti i tabulati telefonici relativi alle utenze di cui in atti. Quindi, non essendovi ulteriori richieste delle parti e non ritenendo il Tribunale assolutamente necessario attivare i propri poteri d'ufficio ai sensi dell'articolo 507 Cpp, il Presidente dichiarava la chiusura dell'istruttoria dibattimentale e l'utilizzabilità nei limiti di legge degli atti contenuti nel fascicolo d'ufficio, rinviando soltanto per la discussione e la precisazione delle conclusioni. All'udienza del 14 aprile 2005, però, non poteva procedersi secondo programma perché, come da certificazione medica fatta pervenire dall'istituto in cui l'imputato Caso Antonio risultava ristretto, lo stesso era legittimamente impedito a comparire. Si perveniva così all'udienza del 30 giugno 2005, quando il Tribunale risultava riunito in composizione diversa rispetto al Collegio il quale aveva svolto l'istruttoria, che occorreva perciò rinnovare. Tutte le parti si riportavano alle richieste precedentemente formulate ed il Tribunale confermava tutte le ordinanze pronunciate. L'istruttoria era perciò rinnovata mediante lettura. All'esito, non essendovi ulteriori richieste delle parti, e non ritenendo il Tribunale assolutamente necessario attivare i propri poteri d'ufficio ai sensi dell'articolo 507 Cpp, il Presidente dichiarava la chiusura dell'istruttoria dibattimentale e l'utilizzabilità nei limiti di legge degli atti contenuti nel fascicolo d'ufficio, rinviando per la discussione e la precisazione delle conclusioni. All'udienza del 20 ottobre 2005 il Pm procedeva alla discussione e precisava le proprie conclusioni. Era quindi disposto un breve rinvio per consentire anche ai difensori degli imputati di procedere alla loro discussione e precisare le proprie conclusioni. Si giungeva così all'udienza del 10 novembre 2005 quando la composizione del Collegio giudicante risultava però nuovamente mutata, ed era perciò fissata una nuova udienza per la rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale e la definizione del giudizio. All'udienza di rinvio del 26 gennaio 2006 si procedeva all'ulteriore rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale già svolta e rinnovata. Tutte le parti si riportavano alle richieste precedentemente formulate, il Tribunale confermava tutte le ordinanze pronunciate e si procedeva quindi alla rinnovazione dell'istruttoria mediante lettura. All'esito, non essendovi ulteriori richieste delle parti e non ritenendo il Tribunale assolutamente necessario attivare i propri poteri d'ufficio ai sensi dell'articolo 507 Cpp, il Presidente dichiarava la chiusura dell'istruttoria dibattimentale. Il Pm si riportava allora alla discussione già svolta e precisava le sue conclusioni come trascritte in epigrafe. All'esito i difensori degli imputati procedevano alla loro discussione e precisavano le proprie conclusioni come trascritte in epigrafe. Alfine il Pm domandava concedersi un breve rinvio per eventuali repliche. Si perveniva quindi all'udienza del 2 febbraio 2006, quando il Pm rinunciava a proporre le proprie repliche, ed il Collegio si ritirava per deliberare. All'esito della decisione la sentenza, allegata al verbale di udienza, veniva resa pubblica mediante la lettura del dispositivo. Motivi della decisione A seguito dell'esame delle risultanze dell'istruttoria dibattimentale, il Tribunale ritiene provata la penale responsabilità dell'imputato Caso Antonio in relazione al reato di cui agli articoli 110, 610, 339 Cp, aggravato ai sensi dell'articolo 7 Dl 152/'91, così riqualificati i fatti a lui ascritti ai capi b e c della rubrica come modificati all'udienza del 20.12.2004. Il Tribunale ritiene invece che il Fazio Bruno debba essere assolto ai sensi dell'articolo 530, comma 2, Cpp, dai reati ascrittigli al capo a della rubrica di cui all'imputazione, perché il fatto non sussiste, e dal reato di cui agli articoli 110, 610, 339 Cp, aggravato ai sensi dell'articolo 7 Dl 152/91, così riqualificati i fatti a lui ascritti ai capi b e c della rubrica come modificati all'udienza del 20 dicembre 2004, per non aver commesso il fatto. Per dar ragione della decisione pronunciata dal Tribunale occorre illustrare le valutazioni operate in termini di diritto ed anche provvedere, sia pure nel massimo sforzo di sintesi, alla ricostruzione dei fatti che hanno dato causa al presente giudizio, sulla base dei dati emergenti dalle centinaia di pagine in cui si è articolata l'istruttoria dibattimentale nonché della documentazione legittimamente inserita nel fascicolo dibattimentale ai sensi dell'articolo 431 Cpp, o acquisita allo stesso nei modi di legge. Rosolino Salvatore, persona offesa nel presente giudizio, trovandosi in difficoltà economiche, nel 1999 si era rivolto allo zio di sua moglie, Giuseppe Scinti Roger, per domandargli un aiuto a cercare denaro. Nelle sue prime dichiarazioni il Rosolino affermava di avergli chiesto una mano per vendere la sua attrezzatura professionale da imprenditore edile, tesi confermata dallo Scinti. In ogni caso lo Scinti gli presentava un suo conoscente, l'odierno imputato Fazio Bruno, con cui era solito incontrarsi a Napoli presso il Bar Tico , in via Duomo. Il Fazio, a sua volta, contattando un avventore dello stesso Bar riusciva a far conseguire un prestito in denaro di importo pari a venti milioni di lire al Rosolino. Quest'ultimo, però, non rendeva tutte le somme che doveva, almeno secondo i suoi veri finanziatori, rimasti ignoti, ed essi insistevano nelle loro pretese. A questo punto il 26 agosto 1999 Fazio Bruno e Giuseppe Scinti Roger, anche perché quest'ultimo temeva pericolose conseguenze personali, organizzavano al Rosolino un incontro nei pressi del Museo Nazionale al fine di cercare una soluzione e chiudere la faccenda. Rosolino Salvatore giungeva solo a bordo della sua Renault 5 di colore rosso all'appuntamento ed incontrava, oltre al Giuseppe Scinti Roger ed al Fazio Bruno il quale, come si è ricordato, aveva svolto quanto meno la funzione di presentatore delle parti in occasione della concessione del prestito alla persona offesa, pure altre quattro persone, che sopraggiungevano a bordo di due Vespe. Il Rosolino, che non scendeva dalla propria autovettura, era invitato dagli sconosciuti a cedere la guida, ma non aderiva alla richiesta. A questo punto uno dei quattro, l'imputato Caso Antonio, sceso dalla Vespa, si sedeva al fianco del Rosolino e, sottrattogli il telefono cellulare, gli intimava di intraprendere la marcia nella direzione che gli avrebbe indicato. Le altre tre persone, rimaste a bordo dei due ciclomotori modello Vespa, scortavano da presso l'autovettura del Rosolino. Lo Scinti Roger Giuseppe lasciava solo il suo parente ed andava via con la sua autovettura, ed anche l'imputato Fazio Bruno si allontanava senza prendere parte al seguito della vicenda. La proposta ricostruzione dei fatti trova riscontri univoci ed esaurienti nell'istruttoria dibattimentale svolta, anche per effetto dell'osservazione diretta da parte di operanti della Pg dei fatti immediatamente successivi a quelli sinora descritti, come si vedrà. Lo Scinti Roger Giuseppe ha confermato di avere presentato lui al Rosolino il Fazio Bruno per fargli piazzare questa attrezzatura. Venni a conoscenza poi che non riuscì a vendere niente, in compenso dal Bruno gli fu presentata una persona che conosco con il nome di Enzo dal quale si fece prestare venti milioni . Secondo i suoi finanziatori, però il Rosolino non aveva estinto il suo debito, ed il Bruno voleva assolutamente un incontro con Rosolino in quanto anche lui sotto pressione per il mancato pagamento, Rosolino continuò a non pagare fino a quando, sempre su insistenze del Bruno, combinammo un appuntamento al Museo mentre eravamo intenti a discutere con Rosolino si presentava un giovane dall'apparente età di anni 28-30 ho sentito semplicemente 'Possiamo portare a termine questa situazione ? il succo della situazione era quello, cercavano di riscuotere cfr. dep. del teste Scinti Roger Giuseppe, in verb. sten. ud. 15.11.2004, p. 44 . Deve allora chiarirsi che, secondo la valutazione del Tribunale, le dichiarazioni rese dallo Scinti Roger Giuseppe devono ritenersi assolutamente attendibili per tutto quanto attiene alle responsabilità proprie degli aggressori del Rosolino. Infatti, è vero che il testimone è un parente della persona offesa, ma da tutta la sua deposizione emerge con evidenza che in realtà, anche a distanza di anni, prova ancora rancore verso il Rosolino, che l'ha coinvolto suo malgrado in una vicenda che gli incute una tremenda paura. Lo Scinti Roger mostra verso lo zio di sua moglie, persona offesa in questo giudizio, un chiaro risentimento. Si osservi che quando il Rosolino viene accerchiato da quattro persone, esponenti dei suoi finanziatori che non sapeva di incontrare, ma la circostanza non era ignota quanto meno al Fazio Bruno, il parente della vittima Giuseppe Scinti Roger, sulla cui presenza pure la persona offesa aveva fatto affidamento per essere certo che non gli si volesse tendere un agguato, cosa fa, tenta di opporsi ? Chiama la Polizia o cerca altrimenti aiuto per il suo congiunto ? No, avvia la propria macchina e si allontana, lasciando il Rosolino in balìa degli sconosciuti esattori. Lo stato d'animo dello Scinti emerge con chiarezza ancora anni dopo nelle sue dichiarazioni dibattimentali, quando afferma Io ho paura pure dell'ombra mia cfr. dep. teste Giuseppe Scinti Roger, in verb. sten. ud. 15.11.2004, p. 37 . Non c'è dubbio, allora, che non è il Rosolino a far paura allo Scinti, è l'organizzazione malavitosa che avrebbe prestato i soldi allo zio di sua moglie che lo spaventa. Quanto faticosamente, anche grazie alle contestazioni operate dal Pm ed alle stringenti domande postegli dalle parti e dal Tribunale, lo Scinti depone nei confronti delle persone che avevano prestato i soldi al Rosolino, e li pretendevano indietro, deve quindi stimarsi pienamente attendibile. Solo per inciso pare opportuno anticipare che il testimone, oltre ad impegnarsi a riferire il meno possibile sui fatti di causa perché teme un proprio personale coinvolgimento con malavitosi dalle cui possibili reazioni è spaventato, si sforza anche di escludere ogni responsabilità dell'odierno imputato Fazio Bruno, perché è suo amico, certo, ma anche, verosimilmente, perché ancora una volta intende escludere ogni coinvolgimento personale nella vicenda che ha dato origine al presente giudizio. Lo Scinti è pur sempre la persona che ha presentato il Fazio al Rosolino. La persona offesa Rosolino Salvatore, percepibilmente ancora intimorito a causa della vicenda vissuta, in sede dibattimentale, anche a seguito delle contestazioni operate dal Pubblico Ministero, ha confermato tutte le circostanze riferite da Giuseppe Scinti Roger, ed ha naturalmente arricchito la ricostruzione della vicenda di cui è stato involontario protagonista fornendo ulteriori particolari. La persona offesa ha riferito Avevo la necessità di denaro liquido per lo svolgimento della mia attività lavorativa di imprenditore edile, chiesi a mio nipote Giuseppe Scinti mio nipote disse che conosceva una persona che prestava soldi e mi presentò Bruno incontrai Bruno nei pressi di un bar in via Duomo mi disse che avrebbe contattato delle persone per verificare se potevo ricevere la somma di venti milioni di lire che io avevo chiesto . Ottenuto il prestito il Rosolino cercava di restituire i soldi glieli avevo dati e loro volevano sempre altri soldi Bruno, in particolare, mi diceva che avrei dovuto restituire i soldi altrimenti le persone che li avevano prestati se la sarebbero presa con lui e poi con me Bruno mi chiamò e mi disse che mi voleva parlare da vicino. Mi chiese di raggiungerlo al Museo . All'appuntamento era presente anche il parente Giuseppe Scinti Roger era mio nipote e non pensavo che si presentava con delle persone mi trovai queste persone addosso, all'improvviso vennero tre o quattro di loro . Uno dei presenti voleva che io scendessi e non volli scendere uno rimase in macchina con me ed altri con le Vespe mi bloccarono e mi stavano portando con loro ebbi paura . Giuseppe Scinti Roger se ne andò con la macchina blu, la sua macchina . Gli sconosciuti volevano guidare e io dissi di no , quindi una di queste quattro persone a bordo della Vespa 50, uno di questi, senza profferire alcunché e con fare minaccioso, si è seduto nell'abitacolo nel contempo un altro dei quattro individui, avvicinatosi al Bruno con l'atteggiamento di chi è suo amico, gli riferiva 'Vattene da qui, risolviamo noi la faccenda . Inoltre, parlando fra di loro però, non con me , uno dei quattro sconosciuti diceva No, non l'ammazzare, stanno i vigili di fronte, portiamolo con noi e poi se ne parla quello che entrò in macchina disse solo 'Cammina, poi ti dico io dove andarÈ dopo avermi strappato con fare minaccioso il telefono, mi intimava, sempre con fare minaccioso, approfittando della presenza degli altri due individui, di avviare l'autovettura esortando gli altri suoi compagni a seguirci a bordo delle loro Vespe vedendo quei motorini che si misero davanti e indietro ho avuto paura . Avviata la marcia, in conseguenza delle minacce e violenze che aveva dovuto sopportare, il Rosolino, alla vista della Polizia, arrestava repentinamente l'autovettura e domandava aiuto. Infatti, come risulta dal verbale di arresto dell'imputato Caso Antonio, il giorno 26 agosto 1999, alle ore 17.00 circa nella città di Napoli, alla via Broggia altezza del Museo nazionale, personale operante del Commissariato P.S. San Carlo all'Arena, fermo in sosta nel corso di servizio automontato di controllo del territorio, notava sopraggiungere un'autovettura modello Renault 5 di colore rosso ad elevata velocità con a bordo due persone che, alla vista dei poliziotti, veniva improvvisamente e violentemente fermata dal guidatore. Quest'ultimo scendeva dall'autovettura in evidente stato di fortissima agitazione e segnalava agli operanti che era stato costretto ad intraprendere la marcia dall'individuo rimasto seduto nella vettura e dalle altre persone che la seguivano a bordo di due ciclomotori modello Vespa, che domandava di fermare. Gli operanti di Pg avevano avvistato i due motocicli che procedevano nella marcia nei pressi dell'autovettura, ma non si trovavano nella condizione di procedere ad arrestare la corsa dei due ciclomotori, a bordo delle quali si trovavano tre persone. Provvedevano perciò all'identificazione del guidatore dell'autovettura, Rosolino Salvatore, e del passeggero Caso Antonio, che scendeva dal veicolo mostrandosi apparentemente calmo e tranquillo. Quindi, sulla base delle dichiarazioni rese dal Rosolino, procedevano all'arresto del Caso Antonio, che era successivamente convalidato, disponendosi pure dall'Autorità competente l'applicazione della misura cautelare della custodia in carcere. Anche la ricostruzione dei fatti descritta sul fondamento dell'atto irripetibile allegato al fascicolo dibattimentale consistente nel verbale di arresto del Caso Antonio, già di per sé degno di piena fede in quanto redatto da Pubblici Ufficiali nell'esercizio delle loro funzioni ed in relazione a fatti caduti sotto la loro diretta percezione, non ha visto emergere nel corso della lunga istruttoria dibattimentale alcun elemento idoneo a porne in dubbio l'esattezza. Anzi, l'istruttoria dibattimentale ha consentito, grazie alle deposizioni rese dai testimoni citati dal Pm ed alle risultanze delle dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari dal Caso Antonio, legittimamente acquisite perché relative a quanto affermato da imputato del quale era stato domandato l'esame dibattimentale cui non ha accettato di sottoporsi. Il descritto materiale probatorio offre un ampio e sicuro riscontro alle affermazioni rese dalla persona offesa che, tra l'altro, è pienamente attendibile non solo perché in ordine alla vicenda sinora descritta non ha ragione di mentire, ma anche perché ha faticosamente riproposto la ricostruzione dei fatti anche a seguito delle contestazioni mossegli dal Pm in quanto, quando è stato escusso in sede dibattimentale a distanza di anni dai fatti, ancora vive nella paura causatagli dalla vicenda di cui è rimasto vittima. Il teste verbalizzante Cerroni Giuseppe ha riferito che il Rosolino era sceso dall'autovettura chiedendo aiuto, in un modo agitato e nervoso chiedeva al direttore di fermare le due vespette c'era l'impossibilità di fermarli al volante era Rosolino Salvatore l'altra persona, il passeggero, Caso Antonio è sceso dalla macchina normalmente, senza fare resistenza, ha fornito le generalità cfr. dep. del teste verbalizzante Cerroni Giuseppe, in verb. sten. ud. 27.11.2002, p. 5 e ss. . L'atro teste verbalizzante, Canta Antonio, il quale ha visto la persona offesa negli Uffici di Pg poco dopo lo svolgimento dei fatti, ha riferito che in occasione del sequestro il Rosolino era un cencio dire cencio è dire poco, era veramente terrorizzato cfr. dep. del teste verbalizzante Canta Antonio, in verb. sten. ud. 20.12.2004, p. 21 . La ricostruzione dei fatti operata dagli operanti di Pg nel verbale d'arresto, pertanto, non solo non trova smentita in alcun elemento emerso dall'istruttoria dibattimentale, ma risulta pure confermata dalle deposizioni specifiche, complete e prive di contraddizioni, rese dai testimoni in sede di esame. Del tutto prive di verosimiglianza risultano quindi le dichiarazioni rese dal Caso Antonio il 29 agosto 1999 in sede di udienza di convalida. Affermava allora l'odierno imputato di essersi limitato a chiedere un passaggio a questo giovane , Rosolino Salvatore, vicino al Museo per andare ai Tribunali. All'improvviso si sono avvicinati due sconosciuti a bordo di motorini e hanno minacciato di ucciderci. Arrivati all'altezza di via Broggia ho visto una macchina della Polizia chiedendo di fermarsi per chiedere aiuto. Non so spiegarmi perché il giovane mi abbia accusato di minaccia e sequestro di persona . Le sue affermazioni appaiono però smentite dalla dinamica dei fatti per cui è causa e dagli elementi direttamente riscontrati dagli operanti di Pg, oltre che dalla logica. Secondo il Caso anch'egli avrebbe ricevuto minacce di morte da parte di sconosciuti a bordo di due motorini. Si osservi che l'imputato non ha chiarito la ragione delle minacce, quindi i giovani che avrebbero minacciato anche lui non intendevano portare a termine una rapina o pretendere qualcosa d'altro, si trattava di sconosciuti che si sono avvicinati solo per minacciare di morte, in una strada centrale e trafficata ed in pieno giorno. Inoltre, se fosse vero che egli aveva invitato il Rosolino a chiedere l'aiuto della Polizia, non si comprende perché, quando la persona offesa ha bloccato la marcia ed è corso dagli agenti il Caso, anziché accompagnarlo e dargli man forte, se ne è rimasto seduto nella vettura. Ancora, se le minacce gli avevano fatto tanta paura da indurlo ad invitare lui il Rosolino a chiedere l'aiuto della Polizia, rimane incomprensibile come mai gli operanti di Pg abbiano riferito concordi che l'imputato è sceso dall'autovettura apparendo calmo e tranquillo, a fronte del terrore che si era impossessato del Rosolino. Peraltro le deposizioni del Caso risultano illogiche e contraddittorie e non appaiono credibili anche per altre ragioni. Ad esempio, l'imputato ha dichiarato che aveva bisogno di raggiungere la zona dei Tribunali per incontrarsi con una ragazza, e si era recato a piedi da Mergellina al Museo per prendere l'autobus n. 110, mentre avrebbe potuto servirsi di un diverso mezzo di trasporto per raggiungere la zona dei Tribunali direttamente dal luogo di provenienza, risparmiando tempo e fatica e comunque, data la lunghezza del tratto di strada che ha affermato di avere percorso a piedi, avrebbe fatto prima a recarsi direttamente a via dei Tribunali camminando. Ricostruita la vicenda che ha dato causa al presente giudizio, è ora necessario provvedere all'inquadramento giuridico delle condotte ascritte all'imputato Caso Antonio ai capi b e c dell'imputazione di cui alla rubrica. Occorre pertanto procedere prima alla valutazione del reato ascrivibile all'imputato, e quindi analizzare la possibile ricorrenza delle circostanze aggravanti contestate dalla Pubblica Accusa. Le risultanze dibattimentali consentono di ritenere accertato che il Caso Antonio il 29 agosto 1999, alle ore 17.00 circa, raggiungeva insieme a tre complici, tutti a bordo di due ciclomotori modello Vespa, la persona offesa Rosolino Salvatore nei pressi del Museo Nazionale. L'imputato, disceso dal motociclo, dopo che il gruppo di aggressori aveva intimidito mediante minacce di morte la vittima, non intendendo il Rosolino cedere la guida della sua autovettura all'interno della quale era rimasto, non esitava ad entrare nell'autoveicolo ed a porsi al fianco della persona offesa, sedendosi al posto del passeggero. Il Caso Antonio esercitava allora anche violenza, strappando alla vittima il telefono cellulare di cui disponeva. Quindi, insistendo nella sua condotta minacciosa, intimava alla persona offesa di avviare la macchina per dirigersi nel luogo imprecisato che gli avrebbe indicato per dare fine alla pretesa situazione debitoria del Rosolino nei confronti di terze persone che reclamavano da lui del denaro. Frattanto invitava i complici a seguirli a bordo dei due motoveicoli, come effettivamente si verificava. Nell'impostazione originaria della Pubblica Accusa il Caso ed i suoi complici si sarebbero resi responsabili di un'ipotesi di esercizio arbitrario delle proprie ragioni pluriaggravato, e di sequestro di persona, anch'esso pluriaggravato. A seguito della modifica dell'imputazione operata dal Pm in occasione dell'udienza celebrata il 20 dicembre 2004, il Caso Antonio è stato chiamato a rispondere di una tentata estorsione pluriaggravata, oltre che di sequestro di persona. Il Tribunale non ritiene di condividere la prospettazione. Nell'agire dell'imputato, infatti, non pare ravvisabile una condotta volta a costringere la vittima a fare od omettere alcunché per conseguire un ingiusto profitto con altrui danno, come invece si richiede per la configurabilità del reato di tentata estorsione, delitto offensivo del patrimonio Cassazione 7382/86 Cirillo, CED RV 173384 . Non è affatto escluso, invero, che l'intento estorsivo fosse proprio del Caso e dei suoi complici, in quanto non è dato sapere cosa sarebbe avvenuto se il Rosolino non avesse saputo reagire alle violenze e minacce subite dai suoi aggressori e li avesse seguiti fino al luogo imprecisato ove intendevano condurlo, laddove avrebbero evidentemente chiarito le loro pretese, ed appare anzi ben verosimile che le stesse si sarebbero risolte nella richiesta di denaro o altra utilità. Ove gli aggressori avessero inteso sopprimere la vittima, si badi, non avrebbero potuto più conseguire alcunché da lui. Tuttavia la pronta reazione del Rosolino che, avvistata una pattuglia della Polizia di Stato, arrestava la propria autovettura e chiedeva aiuto, ha interrotto la condotta dell'imputato Caso e dei suoi complici, e non è dato conoscerne i programmati sviluppi. Neppure l'ipotesi del sequestro di persona sembra possa ritenersi integrata nell'ipotesi in esame. A parte la brevità del periodo di tempo durante il quale il Rosolino è rimasto vittima di una limitazione della libertà di movimento, lungo il breve tragitto tra il Museo Nazionale e la vicina via Broggia percorso in automobile, infatti, diversi elementi depongono in senso contrario. Innanzitutto gli aggressori, pur minacciandolo, non giungono a coartare completamente la capacità di decidere dei propri movimenti da parte del Rosolino, che conserva almeno in parte la capacità di disporre dei suoi gesti. Èinvitato a scendere dalla sua autovettura, ma ha la determinazione di rifiutarsi e conduce egli stesso la propria automobile. Ancor più, lo stesso fatto che si intendesse consentire al Rosolino di scendere dall'autovettura in pieno giorno ed in una strada trafficata inducono a ritenere che gli aggressori non intendessero sequestrarlo. Del resto le minacce e la violenza esercitate dagli aggressori sulla vittima, nel caso di specie sembrano tutte volte a coartarne la volontà e perciò la libertà di autodeterminazione per indurlo a sottostare alle loro pretese, piuttosto che a limitarne la libertà di movimento Cassazione 41972/04, Tondo, CED RV 229900 . Resta il dato, provato con rassicurante certezza, che il Rosolino è stato assoggettato dal Caso e dai suoi complici a violenza e minaccia al fine di indurlo a compiere l'atto di seguirli, contrario al suo volere, e che l'azione delittuosa è stata pure completamente consumata in quanto la persona offesa, terrorizzata, ha avviato l'autovettura e si stava dirigendo proprio dove i suoi aggressori intendevano condurlo. Questa vicenda non appare comunque riconducibile ad un esercizio arbitrario delle proprie ragioni, come inizialmente ipotizzato dal Pm, a tacer d'altro perché gli aggressori hanno ecceduto macroscopicamente i limiti insiti nel fine di esercitare, sia pure arbitrariamente, un preteso diritto, ponendo in essere un comportamento costrittivo dell'altrui libertà di determinazione di eccezionale gravità Cassazione 13162/99, Rotondo, CED RV 214974 . L'inquadramento giuridico della descritta condotta posta in essere dall'imputato Caso Antonio sembra pertanto correttamente riconducibile ad un'ipotesi di violenza privata di cui all'articolo 610 Cp, avendo egli, in concorso con complici rimasti ignoti, esercitato violenza e minaccia al fine di costringere Rosolino Salvatore a compiere un atto contrario alla sua volontà, riuscendo nell'intento. Occorre quindi procedere a valutare la ricorrenza delle circostanze aggravanti contestate dal Pm, ed in primo luogo quella di cui all'articolo 7, legge 203/91. Nel caso di specie deve valutarsi se il delitto integrato dall'imputato sia stato commesso avvalendosi delle condizioni previste dall'articolo 416 Cp , ed il Collegio ritiene che la circostanza risulti pienamente integrata. Si osservi, innanzitutto, che il Caso Antonio è stato aggredito da più persone riunite, le quali lo hanno minacciato in modo grave, in forma gestuale e verbale, anche di morte. Si consideri pure, a tale ultimo proposito, che per integrare una minaccia penalmente rilevante, nel nostro caso ai fini dell'integrazione del reato di violenza privata, non occorre che sia posta in essere una minaccia esplicita e rivolta alla vittima, essendo sufficiente anche il riferimento a conseguenze dannose per la persona offesa cui sia fatto riferimento parlando con altri. Nel caso di specie gli aggressori hanno prospettato l'uccisione della persona offesa dialogando tra loro. È piuttosto necessario che le minacce suscitino nella vittima la preoccupazione di poter subire un danno ingiusto e ci si avvalga di tale intimidazione per indurlo a fare, tollerare od omettere qualcosa cfr., ad es., Cassazione 11641/89, Savini, CED RV 182005 . Assume quindi una valenza simbolica esemplare, per gli effetti che sortisce, il messaggio che, in occasione dell'incontro presso il Museo Nazionale, Fazio Bruno indirizza al Rosolino, dicendogli che doveva restituire i soldi, altrimenti le persone che li avevano prestati se la sarebbero presa con lui e poi con me. Mi disse che quelle persone, a loro volta, avevano ricevuto il denaro da Mario detto il Capitone cfr. dep. persona offesa Rosolino Salvatore, in verb. sten. ud. 20.12.2004, p. 57 , notoriamente ritenuto il capo di un clan camorristico di Secondigliano. Il risultato è che il Rosolino rimane spaventato, ho avuto paura e sono scappato vicino alla Polizia, perché sentendo questo nome ho avuto molta paura cfr. dep. persona offesa Rosolino Salvatore, in verb. sten. ud. 20.12.2004, p. 59 . La finalità di ridurre la vittima in condizione di assoggettamento è quindi perseguita e conseguita. Non solo, a Caso Antonio ed ai suoi complici riesce pure di indurre il Rosolino nell'omertà. La persona offesa, infatti, sebbene terrorizzata quando si butta nelle braccia della Polizia, racconta poco dopo alla Pg di avere venduto l'attrezzatura edile ai suoi aggressori o a chi li mandava, per evitare di dire che i soldi me li avevano prestati, avevo dichiarato che gli avevo venduto della roba cfr. dep. persona offesa Rosolino Salvatore, in verb. sten. ud. 20.12.2004, p. 56 , non volevo dire che mi avevano prestato dei soldi, perché avevo avuto delle minacce cfr. dep. persona offesa Rosolino Salvatore, in verb. sten. ud. 20.12.2004, p. 76 . Rosolino non vuole rivelare che ha ottenuto dei soldi in prestito da loro, in quanto teme che dal coinvolgimento dei suoi aggressori possa risalirsi alle responsabilità dei capi di quella organizzazione criminale che solo al sentirla nominare entra nel panicomma Rosolino è autorizzato a parlare del prestito proprio dal Fazio Bruno coimputato che, per uno di quei fenomeni inspiegabili che talora si verificano negli Uffici di Pg, ha occasione di dialogare con lui subito dopo che la persona offesa a seguito della vicenda svoltasi a via Broggia, ha sporto denuncia cfr. dep. persona offesa Rosolino Salvatore, in verb. sten. ud. 20.12.2004, p. 78 . Eppure il Rosolino ha paura, esita a dire tutta la verità. È un'indovinata operazione di Pg che consente di disvelare la realtà dei fatti. I Carabinieri si recano dal Rosolino e scoprono che è ancora in possesso di tutta l'attrezzatura edile che avrebbe venduto cfr. dep. persona offesa Rosolino Salvatore, in verb. sten. ud. 20.12.2004, p. 56 . Nel frattempo complici del Caso si recano a minacciare la sorella della persona offesa perché egli ritratti, ritirando la denuncia. Anche il Rosolino è ripetutamente minacciato sul telefono cellulare, prima da persone sempre diverse, poi più volte da una sola. In una delle telefonate l'ignoto interlocutore afferma di essere Mario o'Capitone in persona cfr. dep. persona offesa Rosolino Salvatore, in verb. sten. ud. 20.12.2004, p. 64 . Rosolino Salvatore crolla, è in preda al panico, rinunzia ai suoi rozzi tentativi di nascondere almeno in parte la vicenda di cui è rimasto vittima agli inquirenti per evitare il coinvolgimento di malavitosi il cui solo nome lo terrorizza e racconta tutta la verità, consentendo di indirizzare il presente giudizio nella giusta direzione. Ma le minacce subite fanno ancora effetto a distanza di anni, Rosolino Salvatore ha venduto tutta l'attrezzatura e si è allontanato da Napoli. Ha ripreso a lavorare, ma lontano, ho paura delle minacce che ho avuto e per sicurezza mi sono allontanato e sto in giro cfr. dep. persona offesa Rosolino Salvatore, in verb. sten. ud. 20.12.2004, p. 87 . Del resto anche Giuseppe Scinti Roger, pur parente del Rosolino, si mostra ripetutamente omertoso, cerca di narrare il meno possibile, in sede dibattimentale addirittura afferma di non ricordare di aver preso parte all'appuntamento del Museo. Solo a seguito di ripetute contestazioni, operate nelle forme di legge, lo Scinti riesce a ricordare e conferma quanto aveva riferito nel corso delle indagini preliminari, pure che nella prima deposizione non aveva detto tutto, avendo poi ritenuto opportuno puntualizzare che nel precedente verbale ho raccontato una versione diversa perché timoroso delle eventuali possibili conseguenze cfr. dep. testimone Giuseppe Scinti Roger, in verb. sten. ud. 15.11.2004, p. 33 . Anche il testimone ha paura e cerca di non trovarsi costretto a rivelare almeno parte della verità, perché teme l'agire dei finanziatori del Rosolino che pretendono la restituzione dei soldi e avevano già schiaffeggiato Fazio Bruno presso il Bar Tico , secondo quanto proprio il Fazio gli ha raccontato, e lo stesso avrebbero voluto fare con me cfr. dep. testimone Giuseppe Scinti Roger, in verb. sten. ud. 15.11.2004, p. 35 . Il contegno degli aggressori del Rosolino è riconducibile alle strategie mafiose, del resto, anche per altre ragioni. I quattro aggressori si presentano all'improvviso e con fare minaccioso, mostrando di poter disporre dei gesti del Fazio Bruno, che il Rosolino ormai ben conosce. Dicono al Fazio di andarsene perché tanto la faccenda l'avrebbero risolta loro, altra affermazione di rilevante valore semantico, e Fazio prontamente aderisce alla richiesta. Anche il parente Giuseppe Scinti Roger si allontana senza neppure provare a prestargli aiuto. Il Rosolino percepisce la forza intimidatrice del gruppo malavitoso, ed infatti, descrivendo la condotta del Caso Antonio, ricorda che gli intimava, avvalendosi della presenza degli altri due individui di avviare l'autovettura cfr. dep. persona offesa Rosolino Salvatore, in verb. sten. ud. 20.12.2004, p. 53 . Del resto, sebbene sull'autovettura condotta dal Rosolino salga solo Caso Antonio, gli altri complici la scortano da presso fino al casuale e fortunoso intervento della Polizia. La persona offesa è posta in uno stato di assoggettamento molto grave. Si noti che il Rosolino non riferisce che i suoi aggressori fossero armati, e l'imputato Caso Antonio certamente non lo era. La persona offesa avrebbe potuto tentare la fuga alla guida della sua autovettura, prima che il Caso vi entrasse, ma non lo fa. Successivamente avrebbe ancora potuto tentare di fuggire a piedi attraverso le vie del centro cittadino, ma non ci prova. La verità è che il Rosolino è spaventato per il timore di avere a che fare con personaggi che sono esponenti di un clan malavitoso che lo terrorizza, ed è paralizzato dalla paura più che dalla impossibilità di tentare la fuga o da costrizioni fisiche che non riceve. Solo alla vista della Polizia ritrova un po'di coraggio, e riesce ad uscire da una situazione che lo aveva condotto al panicomma Completezza impone solo di ricordare che la prova dell'esistenza del clan malavitoso dei Capitoni , pur notoria ed in ordine alla quale ha specificamente deposto in dibattimento il teste Iezza Raffaele cfr. dep. del teste Iezza Raffaele, in verb. sten. ud. 15.11.2004, p. 4 e ss. - il quale ha pure precisato che in seguito all'arresto del fratello, Giuseppe Lo Russo, che era il capo storico dell'organizzazione criminale di stampo camorristico denominata dei Capitoni , il capo era Mario Lo Russo detto Mario o'Capitone - non risulta invero necessaria ai fini della configurabilità dell'aggravante di cui all'articolo 7 legge 203/91 Cassazione 2204/98, Parreca, CED RV 211178 . In tal senso rileva invece in misura fondamentale l'effettivo sfruttamento della fama di una nota organizzazione criminale da parte del Caso Antonio e dei suoi complici. Altrettanto non indispensabile è accertare se il Caso Antonio appartenga al sodalizio criminoso o sia soltanto un millantatore Cassazione 5839/99, Giampà, CED RV 212808 . Certa è, comunque, l'abituale frequentazione da parte del Caso Antonio di soggetti ritenuti di rilievo all'interno del clan dei Capitoni , con cui viene ripetutamente controllato dalla Pg cfr. dep. del testimone Canta Antonio, in verb. sten. ud. 20.12.2004, p. 5 e ss. . Deve riconoscersi evidentemente sussistente anche l'aggravante di cui all'articolo 339 Cp, perché il Caso Antonio ha esercitato violenza privata nei confronti del Rosolino Salvatore agendo in concorso con più persone riunite. Invero nel caso di specie ricorre pure un'altra delle aggravanti descritte al comma I dell'articolo 339 Cp, l'avere i colpevoli agito valendosi della forza intimidatrice derivante da segrete associazioni, esistenti o supposte . Tuttavia merita innanzitutto di essere ricordato, non essendosi rinvenuti precedenti giurisprudenziali editi in materia, la consolidata opinione dottrinaria secondo cui le plurime circostanze previste in realtà dall'articolo 339, comma 1, Cp, in modo alternativo, comportano un solo incremento di pena anche quando ne risultano integrate diverse. Inoltre, sembra corretto affermare che l'aggravante in esame si pone in rapporto da genere a specie con quella di cui all'articolo 7 Dl 152/91, per cui deve ritenersi che il disvalore aggiuntivo del fatto di reato derivante dall'essersi il colpevole avvalso della forza intimidatrice derivante da segrete associazioni, vere o presunte, di cui all'articolo 339, comma I, Cp, resti assorbito nel già operato riconoscimento della sussistenza della più grave aggravante ad effetto speciale di cui all'articolo 7 Dl 152/91. All'imputato deve essere pure applicato l'aumento di pena previsto per la ricorrente recidiva che, nel caso di specie, tenuto conto non solo della gravità del delitto commesso, ma pure della ricorrenza di circostanze aggravanti di particolare rilievo, le quali inducono ad un giudizio di elevata pericolosità sociale dell'imputato, non può certo essere contenuto in limiti simbolici, tanto più che ci troviamo in presenza di una recidiva reiterata infraquinquennale. La personalità del Caso Antonio, in base alle risultanze dell'istruttoria dibattimentale, non può che essere valutata negativamente. Ancor giovane, l'imputato ha da poco superato i trent'anni, vanta già un allarmante curriculum criminale, essendo stato condannato per la violazione delle norme sul traffico di sostanze stupefacenti e ricettazione quando era ancora minorenne, e poi per rapina tentata, detenzione illegale di armi e munizioni, di nuovo per ricettazione in concorso, ed ancora per rapine, furti e porto abusivo di armi. Altrettanto allarmante è la sua condotta di vita, visto che suole accompagnarsi con pericolosi pregiudicati ritenuti appartenenti al c.d. clan dei Capitoni, incluso il soggetto ritenuto dalla Pg il capo dell'organizzazione, Mario Lo Russo, detto Mario o'Capitone cfr. dep. del testimone Canta Antonio, in verb. sten. ud. 20.12.2004, p. 5 e ss. . Ritiene pertanto il Tribunale che al Caso Antonio non possano essere riconosciute le circostanze attenuanti generiche, in considerazione della sua personalità negativa emergente dai precedenti penali da cui risulta gravato e della sua condotta di vita antisociale ed incline al delitto, oltre che del suo comportamento processuale, essendosi egli sempre astenuto dal collaborare all'accertamento dei fatti che hanno dato origine al presente giudizio, impegnandosi anzi nel pur vano tentativo di confondere le attività investigative, raccontando una versione della vicenda che ha condotto al suo arresto smentita da circostanze inequivoche. Pertanto il Collegio ritiene equo determinare la pena da irrogarsi al Caso Antonio, ritenuto colpevole del reato di cui agli articoli 110, 610, 339 Cp, aggravato ai sensi dell'articolo 7 Dl 152/91, così riqualificati i fatti a lui ascritti ai capi b e c della rubrica e applicato l'aumento di pena per la recidiva così come contestata, in anni tre di reclusione pena base per il reato di cui agli articoli 110 e 610 Cp, un anno e quattro mesi di reclusione sanzione criminale aumentata per l'aggravante di cui all'articolo 7 Dl 152/91, ad un anno ed undici mesi di reclusione pena ancora aumentata per l'aggravante di cui agli articoli 610, comma 2 e 339, Cp, a due anni e due mesi di reclusione sanzione criminale definitivamente aumentata per la recidiva così come contestata, ad anni tre di reclusione oltre al pagamento delle spese processuali e di custodia e mantenimento nel luogo di detenzione. Al Caso Antonio, letto l'articolo 29, comma 1, Cp, deve anche applicarsi la pena accessoria dell'interdizione temporanea dai pubblici uffici per anni cinque. Le stesse condotte per le quali è stato condannato il Caso Antonio sono state contestate in concorso con persone non identificate e con il coimputato Fazio Bruno. Indubbiamente quest'ultimo svolge un ruolo centrale nella complessiva vicenda di cui è rimasto vittima il Rosolino Salvatore, come emergerà con evidenza dal prosieguo della motivazione. Èanche vero che induce elementi di sospetto il fatto che sia proprio il Fazio Bruno a convocare il Rosolino presso il Museo per l'appuntamento la cui storia è stata ampiamente ricostruita ed analizzata in precedenza. Ancora, è proprio il Fazio Bruno che intimorisce il Rosolino dicendogli che, per interposta persona, i soldi li ha ricevuti in prestito da Mario o'Capitone . Tuttavia il Fazio non partecipa fisicamente ai fatti di violenza privata che sono posti in essere dal Caso Antonio e dai suoi complici a danno della sfortunata vittima, né sembra rendersi responsabile di un concorso morale agli stessi. I quattro aggressori gli intimano di allontanarsi, dicendogli Vattene da qui cfr. dep. della persona offesa Rosolino Salvatore, in verb. sten. ud. 20.12.2004, p. 51 ed egli prontamente obbedisce. Non è il Fazio che pronuncia minacce di morte. Allo stato degli atti di causa il Fazio sembra essere soltanto un intermediario nell'intera vicenda processuale, anche poco considerato dagli aggressori della persona offesa. L'imputato Fazio Bruno tanto quanto il Rosolino appare intimorito dai personaggi di elevato spessore criminale con cui pure ha messo in contatto la persona offesa. Gli aggressori non intendono avvalersi della collaborazione del Fazio, vogliono vedersela da loro, l'imputato è servito solo per contattare la vittima. Certo è grave il riferimento che il Fazio opera a Mario o'Capitone quale finanziatore del prestito al Rosolino, ma il fatto si presta ad una pluralità di letture. Possibile che il Fazio fosse d'accordo con chi ha prestato i soldi, che sia il clan dei Capitoni o altri, ed intendesse spaventare la vittima per indurla ad aderire alle richieste di versare denaro. Ma è anche ipotizzabile che il Fazio sia solo un soggetto che ha voluto inserirsi in un ingranaggio troppo più grande di lui, che è spaventato egli stesso dai malavitosi con cui ha messo in contatto il Rosolino, ed esercita perciò pressioni su quest'ultimo solo perché paghi e ponga fine alla vicenda, da cui teme di subire pregiudizio personale. In tale luce potrebbe anche leggersi l'episodio che Fazio riferisce prima a Giuseppe Scinti Roger, il quale ne dà conto in sede dibattimentale, e poi anche alla Pg che lo sente in interrogatorio, nel corso del quale sarebbe stato pubblicamente schiaffeggiato innanzi al Bar Tico perché il Rosolino, da lui presentato, non aveva rispettato i patti pagando tutto quanto gli veniva richiesto. Comprensibile che il Fazio racconti in sede di interrogatorio l'episodio alla Pg per allontanare da sé ogni sospetto di coinvolgimento diretto nell'operazione di finanziamento, ma apparirebbe un'operazione di precostituzione di elementi a sé favorevoli troppo sofisticata, per quella che è la personalità del Fazio come emergente dall'istruttoria dibattimentale, raccontare in precedenza e strumentalmente il fatto allo Scinti Roger cfr. dep. del testimone Scinti Roger Giuseppe, in verb. sten. ud. 15.11.2004, pp. 22, 61 , se lo stesso è totalmente inventato. Non ci fa una buona figura il Fazio, ed appare allora verosimile che abbia narrato un episodio realmente avvenuto all'amico solo per metterlo in guardia circa i rischi che avrebbe corso ove avesse continuato a frequentare il Bar Tico . In definitiva gli elementi raccolti in sede dibattimentale circa la corresponsabilità di Fazio Bruno nell'episodio che ha condotto alla condanna di Caso Antonio appaiono contraddittori e di talora incerta definizione, ed inducono pertanto ad assolvere l'imputato ai sensi dell'articolo 530, comma 2, Cp, per non aver commesso il fatto. Al Fazio Antonio è stato contestato nel presente giudizio anche di essersi reso colpevole, in concorso con persone non identificate, di fatti di usura commessi ancora nei confronti di Rosolino Salvatore. La sussistenza del delitto di usura è spesso difficile da dimostrare, perché manca di regola una prova documentale del tasso di interesse pattuito tra il delinquente che presta il denaro ad un tasso usurario e la sua sventurata vittima. Un rilievo essenziale assumono perciò eventuali riscontri almeno alle dichiarazioni della vittima di essere stato parte di una prestito, ed in questo caso essi ricorrono. Ma ancor prima è essenziale che sia fatta chiarezza sull'entità del tasso di interesse pattuito ed eventualmente corrisposto. In riferimento a quest'ultimo profilo, nel corso del presente procedimento penale il Rosolino Salvatore non è riuscito a fornire indicazioni univoche e coerenti, tanto da risultare pienamente attendibile, avendo reso dichiarazioni lacunose e non di rado contraddittorie. Èben possibile che tanto dipenda almeno in parte dalla paura che, a seguito della vicenda vissuta, la vittima ha contratto di porsi in contrasto con una pericolosa organizzazione camorristica, il cui nome è stato speso per minacciarlo anche dopo che aveva sporto denuncia per i reati di cui ai capi a e b dell'imputazione di cui alla rubrica, organizzazione criminale che avrebbe fornito per interposta persona i soldi con cui era stato finanziato. Ciò non toglie che in assenza di dati caratterizzati da una elevata attendibilità non possono irrogarsi condanne penali, anche quando gli atti processuali inducono a nutrire plurime ragioni di sospetto che un grave reato sia stato commesso. Nel corso delle indagini preliminari Rosolino Salvatore ha affermato che, non essendo riuscito a trovare un acquirente della sua attrezzatura di imprenditore edile mulazza , martelli pneumatici, etc. , aveva comunque conseguito un prestito tramite il marito di sua nipote Giuseppe Scinti Roger, il quale gli aveva presentato Fazio Bruno innanzi al Bar Tico , che si trova alla via Duomo in Napoli. L'odierno imputato Fazio aveva a sua volta presentato il Rosolino ad una terza persona rimasta non identificata con certezza, con la quale il Rosolino si era accordato per un prestito di venti milioni di lire da restituire al tasso mensile del 10%. Sempre nella fase delle indagini preliminari la persona offesa affermava di avere restituito tutto il dovuto ma, nonostante ciò, le richieste dei suoi ignoti finanziatori si facevano sempre più pressanti e si traducevano progressivamente in vere e proprie minacce telefoniche, fino a giungere all'episodio dell'appuntamento al Museo del 29 agosto 1999 di cui si è detto. In sede dibattimentale, però, il Rosolino è risultato vago e non poco confuso nell'indicare le condizioni del prestito. Innanzitutto ha dichiarato di non ricordare l'importo di denaro ricevuto cfr. dep. della persona offesa Rosolino Salvatore, in verb. sten. ud. 2012.2004, pp. 39, 45 . Poi ha affermato di avere restituito tutto, inclusi gli interessi cfr. dep. della persona offesa Rosolino Salvatore, in verb. sten. ud. 2012.2004, p. 46 , ma successivamente ha detto di avere restituito quattro o cinque milioni di lire cfr. dep. della persona offesa Rosolino Salvatore, in verb. sten. ud. 2012.2004, p. 80 . Solo a seguito delle contestazioni necessariamente mossegli dal Pm è riuscito a confermare che il prestito era stato di venti milioni di lire. Interrogato sul tasso d'interesse pattuito è rimasto nel vago, affermando di non ricordare con certezza, ma che gli pareva fosse stato pattuito un interesse del 30 per cento ? , senza essere neppure in grado di precisare in quale periodo di tempo tale elevato interesse sarebbe maturato cfr. dep. della persona offesa Rosolino Salvatore, in verb. sten. ud. 2012.2004, pp. 43, 44 . La lunga istruttoria dibattimentale ha consentito di accertare tante vicende di questo prestito. Molto ci sarebbe da rilevare circa le condizioni in cui è stato concesso ed in merito alle farraginose deposizioni rese in materia da Giuseppe Scinti Roger. Così come rimane un peccato che rimanga vanificata l'ampia attività di Pg svolta, anche mediante appostamenti ed acquisizioni di tabulati telefonici, che aveva condotto pure alla possibile identificazione di tal Enzo cfr. dep. del teste Canta Antonio,, in verb. sten. ud. 2012.2004, pp. 16, 30 , il quale sarebbe stato il soggetto che avrebbe fornito materialmente il denaro, probabilmente per conto di altri. Ci sarebbe anche da riflettere sulla partecipazione alla vicenda del Fazio Bruno, che lo Scinti Roger si impegna a descrivere come un mero presentatore delle parti rimasto ingiustamente coinvolto nella vicenda, tanto da rimediare due schiaffi, ed è invece indicato dalla persona offesa come colui al quale, oltre che al tal Enzo cfr. dep. della persona offesa Rosolino Salvatore, in verb. sten. ud. 2012.2004, p. 42 , materialmente consegnava il denaro che restituiva cfr. dep. della persona offesa Rosolino Salvatore, in verb. sten. ud. 2012.2004, pp. 81, 93 , e tanto getta sicuramente un'ombra scura sulla reale estraneità dell'odierno imputato all'operazione. Èperò opportuno aggiungere che il Rosolino Salvatore ha spiegato di essersi servito del denaro ricevuto per saldare i debiti che aveva contratto con i suoi fornitori per lo svolgimento della sua attività imprenditoriale nonché per pagare i suoi operai, e rimane pure plausibile l'ipotesi che effettivamente la persona offesa non avesse restituito ai suoi finanziatori neppure la sorta capitale, come mostra di ritenere Scinti Roger Giuseppe. In ogni caso, il mancato raggiungimento di un'apprezzabile certezza circa le condizioni pattuite per la restituzione del prestito, ed in ordine all'entità delle pretese economiche successivamente fatte valere dagli ignoti finanziatori per innalzare il valore della somma da rendere, inducono a ritenere che il Fazio Bruno debba essere assolto dall'accusa mossagli al capo a dell'imputazione, ai sensi dell'articolo 530, comma 2., Cp, perché il fatto non sussiste. Il sovraccarico dei ruoli monocratici e collegiali e la conseguente quantità dei provvedimenti da stendere, oltre alla complessità della presente motivazione, inducono a ritenere necessaria la fissazione del termine di cui al dispositivo per il deposito della motivazione. Il Tribunale PQM Letti gli articoli 533 e 535 Cpp dichiara Caso Antonio colpevole del reato di cui agli articoli 110, 610, 339 Cp, aggravato ai sensi dell'articolo 7 Dl 152/91, così riqualificati i fatti a lui ascritti ai capi b e c della rubrica come modificati all'udienza del 20 dicembre 2004 e, applicato l'aumento di pena per la recidiva così come contestata, lo condanna alla pena di anni tre di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali e di custodia e mantenimento nel luogo di detenzione. Applica a Caso Antonio, letto 29, comma 1, Cp, la pena dell'interdizione temporanea dai pubblici uffici per anni cinque. Letto l'articolo 530, comma 2, Cp, assolve Fazio Bruno dal reato a lui ascritto al capo a perché il fatto non sussiste. Letto l'articolo 530, comma 2, Cp, assolve Fazio Bruno dal reato di cui agli articoli 110, 610, 339 Cp, aggravato ai sensi dell'articolo 7 Dl 152/91, così riqualificati i fatti a lui ascritti ai capi b e c della rubrica come modificati all'udienza del 20 dicembre 2004, per non aver commesso il fatto. Letto l'articolo 544 Cpp, riserva in giorni quaranta il termine per il deposito della motivazione. 2