Il funzionario può tornare in servizio solo se ""obbligato"" alle dimissioni

Confermato il no del Comune di Latina a riassumere un ingegnere dopo il mandato di consigliere comunale poiché non c'era alcuna incompatibilità tra i due incarichi

La riammissione in servizio dopo l'accettazione delle dimissioni è possibile solo se nell'istanza presentata alla Pa risulta in modo inequivocabile che il lavoratore è stato costretto a licenziarsi per rimuovere una causa di ineleggibilità. Del resto, l'articolo 6 comma 6 della legge 127/97 è chiaro sono ammessi a presentare domanda di riammissione in servizio i dipendenti pubblici che a suo tempo si fossero dimessi per rimuovere situazioni di ineleggibilità dichiarate incostituzionali con sentenza della Corte costituzionale 338/91 . A chiarirlo è stata la quinta sezione del Consiglio di Stato con la decisione 2362/06 depositata lo scorso 27 aprile e qui leggibile nei documenti correlati . Palazzo Spada ha respinto il ricorso di un ingegnere che si era visto respingere dal Comune di Latina la propria istanza di riammissione in servizio presso l'amministrazione comunale. Nel 1980 il lavoratore si era licenziato per sopraggiunti impegni. In effetti, nello stesso anno era stato eletto consigliere comunale a Latina. La pretesa riammissione era stata chiesta a norma dell'articolo comma 6 della legge 127/97, secondo il quale i dipendenti pubblici, dimessisi per accedere a cariche elettive a causa di situazioni di incompatibilità poi dichiarate incostituzionali, possono presentare domanda di riammissione in servizio. Tuttavia, i giudici di piazza Capo di Ferro nel confermare la sentenza del Tar Lazio hanno ritenuto che nel caso in esame il collegamento tra le dimissioni presentate dall'ingegnere e la candidatura a consigliere comunale fosse inesistente. Del resto, è stato dimostrato che le dimissioni dell'ex consigliere sono la conseguenza di circostanze di altra natura. Per cui, hanno concluso i consiglieri di Stato, la necessità di rimuovere una causa di ineleggibilità deve risultare in modo inequivocabile dall'istanza in cui lavoratore chiede di essere licenziato. cri.cap

Consiglio di Stato - Sezione quinta - sentenza 20 dicembre 2005-27 aprile 2006, n. 2362 Presidente Iannotta - Estensore Branca Ricorrente Panini Fatto Con ricorso del 1997 al Tar per il Lazio, Sezione di Latina, l'ing. Massimo Panini, già direttore della Ripartizione Urbanistica del Comune di Latina dal 1977, poi dimissionario nel 1980, eletto nello stesso anno consigliere comunale, ha impugnato il silenzio rifiuto e, con motivi aggiunti, l'atto di diniego esplicito adottato dal detto Comune sulla sua istanza di riammissione in servizio, avanzata a norma dell'articolo 6 comma 6 della legge 127/97. Con altro ricorso del 1998 lo stesso ricorrente ha nuovamente impugnato il medesimo diniego ed ha chiesto l'accertamento del diritto alla riammissione in servizio. Con la sentenza in epigrafe il giudice di primo grado, riuniti i ricorsi, ha dichiarato il primo improcedibile in parte e inammissibile per il resto e quanto al secondo, lo ha dichiarato in parte inammissibile e in parte infondato. La pretesa alla riammissione in servizio era stata avanzata a norma dell'articolo 6, comma 6, della legge 127/97, in base al quale i dipendenti pubblici, dimessisi per accedere a cariche elettive a causa di situazioni in incompatibilità poi dichiarate incostituzionali, possono presentare domanda di riammissione in servizio. Ma il Tar ha osservato che, con sentenza di questa Sezione 1520/98, era stata accertato il mancato collegamento tra le dimissioni presentate dal ricorrente e la candidatura a consigliere comunale, posto che è stato documentalmente dimostrato che le dimissioni dipesero da circostanze di altra natura. In conclusione, per il divieto del bis in idem, la domanda non poteva essere esaminata. Avverso la sentenza ha proposto appello l'ing. Panini sostenendone l'erroneità e chiedendone la riforma. Il Comune di Latina si è costituito per resistere al gravame. Entrambe le parti hanno depositato memorie in difesa delle rispettive tesi e, alla pubblica udienza del 20 dicembre 2005, la causa è stata trattenuta in decisione. Diritto L'appello contesta la sentenza di primo grado sia con riguardo alla statuizione di improcedibilità del primo ricorso, sia in riferimento alla dichiarazione di improponibilità del secondo per divieto di bis in idem. Osserva il Collegio che il secondo punto, appena menzionato, assuma rilievo preminente nella vertenza, e vada pertanto esaminato per primo. L'appellante nega che la domanda di annullamento del diniego di riammissione in servizio, adottato dal Comune nel 1997, dia luogo ad una questione identica a quella decisa dal Tar con sentenza del 1995, confermata dal Consiglio di Stato con la decisione n. 1528 del 1998, menzionata sopra. Sebbene anche il precedente contenzioso riguardasse una domanda di riammissione in servizio, si afferma che la vecchia domanda si basava su una diversa normativa, e precisamente sull'articolo 12 della legge 154/81, mentre il nuovo giudizio ha per oggetto la pretesa alla riammissione fondata sull'articolo 6, comma 6, della legge 127/97. Inoltre, osserva ancora l'appellante, l'effetto preclusivo del giudicato non ha formato oggetto di specifica eccezione della controparte, ma, in contrasto con la prevalente giurisprudenza è stato rilevato d'ufficio dal primo giudice. Osserva il Collegio che non occorra, nella specie, disquisire approfonditamente se si versi in un'ipotesi esattamente riconducibile al divieto di bis in idem, e quindi se la questione ora in esame possa ritenersi coperta dal giudicato di cui alla già detta sentenza della Sezione 1528/98, posto che il ricorso doveva essere respinto nel merito Il ricorrente sosteneva la illegittimità del diniego di riammissione in servizio per violazione dell'articolo 6, comma 6, della legge 127/97, a norma del quale, come già accennato, sono ammessi a presentare domanda di riammissione in servizio i dipendenti pubblici che a suo tempo si fossero dimessi per rimuovere situazioni di ineleggibilità dichiarate incostituzionali con sentenza della Corte costituzionale 338/91 . Ebbene, come la Sezione ha avuto modo di affermare in occasione del precedente contenzioso, che, egualmente, concerneva l'applicazione di una norma ancorata al presupposto delle dimissioni presentate al fine di rimuovere cause di ineleggibilità o incompatibilità articolo 12 della legge 154/81 , l'esame della odierna censura impone di accertare preliminarmente la circostanza che il dipendente si sia dimesso dal pubblico impiego per accedere a cariche elettive a causa di situazioni di ineleggibilità articolo 6, comma, legge 127/97 . Sul punto il Collegio non ha motivo di discostarsi da quanto già affermato con la sentenza 1520/98, già ricordata Nella specie le dimissioni dell'appellante sono state motivate con l'indicazione di sopraggiunti impegni , senza il benché minimo riferimento alle cause di ineleggibilità o incompatibilità previste dall'allora vigente Dpr 570/60, sicché deve ritenersi che la prospettata pretesa alla riammissione in servizio sia estranea alla sfera di applicazione della normativa invocata. Nessun rilievo può attribuirsi alla circostanza che nel vecchio contenzioso l'appellante pretendesse l'applicazione dell'articolo 12 della legge 154/81, mentre nella specie la doglianza fa leva sull'articolo 6, comma 6, della legge 127/97, posto che, come emerge dalla lettera di entrambe le disposizioni, il collegamento delle dimissioni con la necessità di rimuovere una causa di ineleggibilità deve risultare in modo inequivocabile dalla domanda di dimissioni. Va condivisa a tale riguardo la considerazione con la quale la Sezione, nella decisione suddetta, ha rilevato che la riassunzione in servizio dopo l'accettazione delle dimissioni, costituisce una previsione di carattere eccezionale che deroga al principio generale della irrevocabilità, e che per tale ragione occorre rifiutare interpretazioni estensive che finirebbero per attribuire alla norma una latitudine estranea alle intenzioni del legislatore. La reiezione della pretesa sostanziale avanzata dall'appellante fa venir meno l'interesse alla contestazione autonoma della statuizione relativa alla improcedibilità del primo dei ricorsi di primo grado. Sotto altro profilo, si rivela irrilevante la questione di illegittimità costituzionale dell'articolo 6, comma 6, della legge 127/97, posto che l'infondatezza del gravame non è stata determinata dalla interpretazione della norma anzidetta, sospettata di violazione di principi costituzionali. In conclusione l'appello va rigettato. Le spese del giudizio vanno poste a carico della parte soccombente nella misura indicata in dispositivo. PQM Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione quinta, rigetta l'appello in epigrafe condanna l'appellante al pagamento delle spese del giudizio in favore del Comune di Latina, e ne liquida l'importo in Euro 5000,00 ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'Autorità Amministrativa. 3