Salviamo il presente, prima di pensare ad un comunque misero futuro, che, senza presente, comunque non ci sarà

Il 9 – 11 ottobre 2014 si aprirà a Venezia il XXXII Congresso Nazionale Forense. L’articolo 39 della legge professionale 247/2012 prevede che «il Congresso Nazionale Forense è la massima assise dell’Avvocatura italiana nel rispetto dell’identità e dell’autonomia di ciascuna delle sue componenti associative. Tratta e formula proposte sui temi della giustizia e della tutela dei diritti fondamentali dei cittadini, nonché le questioni che riguardano la professione forense. Il Congresso Nazionale Forense delibera autonomamente le proprie norme regolamentari e statutarie, ed elegge l’organismo chiamato a dare attuazione ai suoi deliberati».

Il dibattito appare incentrato, attraverso un programma che definire lacunoso è per voler essere generosi, sull’approvazione dello statuto dell’organismo previsto appunto dall’articolo 39 della legge 247/2012. Personalmente sono contrario alle quote di diritto e alle riserve di ogni genere che uccidono la democrazia per salvaguardare il privilegio ma questo dibattito appare sterile di fronte alla situazione economica in cui versa l’Avvocatura italiana in piena crisi di identità e martellata da destra, centro e da sinistra come un apparente ostacolo alla modernizzazione del nostro Paese. Dal punto di vista economico soccorrono i dati sfornati da Cassa Forense a seguito dell’articolo 21 della medesima legge numero 247/2012 e del successivo regolamento approvato da Cassa Forense e assentito dai Ministeri Vigilanti il 21 agosto 2014. «La stessa Cassa Forense in occasione dell’entrata in vigore del nuovo regolamento dei minimi contributivi, analizzando i redditi di una platea di 50mila soggetti ha stimato una media reddituale di circa € 3.000,00 l’anno che si contrappone a quella ben più alta di circa € 47.000,00 di tutti gli altri iscritti alla Cassa» che sono circa 180mila fonte Italia Oggi del 30.09.2014 . Per altro verso il Presidente di Cassa Forense nella dichiarazione all’ANSA fatta il 25.09.2014 «si attende, in vista della scadenza delle comunicazioni reddituali del 30 settembre un’ulteriore riduzione dei guadagni rispetto all’anno scorso, ma che non è ancora possibile quantificare in percentuale». Il volume d’affari medio dell’Avvocatura italiana è regredito. Le tabelle pubblicate recentemente sulla rivista di Cassa Forense “La previdenza forense” danno conto che il reddito e il volume d’affari medio dell’Avvocatura italiana è regredito al livello degli anni ’90. La contrazione del reddito e del volume d’affari comporterà un minor gettito contributivo e quindi una riduzione dei fondi destinati all’assistenza che sono pari, per regolamento, al 3% degli introiti di Cassa Forense. Supervalutare oggi la portata dei nuovi interventi assistenziali significa solo eludere i problemi e nascondere la verità perché la matematica non è una opinione! I 50mila iscritti d’ufficio ai sensi dell’articolo 21 avranno a disposizione per la assistenza non più di 500 euro cadauno a patto però che tutti gli altri 180mila vi rinuncino! É la logica dei polli e dei galli! I problemi sono reali e vanno affrontati con la serietà e la competenza che gli avvocati hanno a loro disposizione. Il quadro è davvero desolante anche se nella redazione del bilancio tecnico Cassa Forense ha, legittimamente, operato utilizzando i parametri di inflazione e di PIL, stabiliti nella Conferenza dei servizi ministeriale di giugno 2012 per gli anni 2016 – 2061, dati che sono molto diversi rispetto a quelli reali, con la conseguenza che se qualche autorità di controllo disporrà delle verifiche di sensitività sulla base dei dati reali la stabilità economico finanziaria di lungo periodo della Fondazione sarà a rischio. In questo quadro mentre il Presidente del Consiglio, privo di risorse perchè con gli slogan non si creano, pensa di deviare in busta paga parte del TFR al fine di aumentare i consumi, i nostri giovani, ma purtroppo non solo i giovani, iscritti a Cassa Forense si trovano in difficoltà a versare la contribuzione nella prospettiva di un presente disastroso e di un futuro misero e quanto mai incerto dal punto di vista previdenziale. Aumentare il PIL. Ritengo pertanto che tutti gli sforzi del XXXII Congresso Nazionale Forense dovrebbero essere indirizzati a ricercare le modalità per aumentare il PIL dell’Avvocatura italiana la quale dovrà però avere, nello stesso tempo, la capacità di trasformarsi al suo interno perché i tempi del processo sono cambiati oggi il processo inteso come lo ha vissuto la mia generazione è un lusso per pochi eletti e quindi la professione legale andrà esercitata attraverso la mediazione, la conciliazione,la negoziazione assistita ,gli arbitrati, istituti che richiedono un significativo cambio di mentalità nell’Avvocatura italiana mentre lo accesso al processo civile tradizionale resterà residuale con buona pace della Magistratura che pur ci ha messo del suo! Da tempo poi vado dicendo che la realtà del piccolo studio tuttologo appartiene alla archeologia della professione forense e che è indifferibile la concentrazione in modelli interprofessionali di grandi dimensioni per poter stare efficacemente sul mercato e realizzare economie di scala come si usa dire. Andrà recepito senza indugio il principio europeo di equiparazione delle professioni alle PMI cosi da fruire di quelle risorse, andrà operato un radicale avvicendamento generazionale nelle strutture di rappresentanza garantendo lo equilibrio di genere. Azzuffarsi per le nomine nell’Organismo per magari finire, tutti o in parte, in Canal Grande mi pare un esercizio stucchevole e certamente non al passo con la realtà che stiamo vivendo. Quel che è certo è che l’uso della leva previdenziale, come quella della specializzazione, o della continuità ancora nelle nebbie romane, per sfoltire il numero degli avvocati italiani è una pratica illegittima. Siamo in tanti commensali, certamente troppi, la torta il PIL si sta riducendo. Delle due l’una sfoltire i ranghi con la leva censuaria scatenerà una guerra generazionale vastissima e dagli esiti incerti perché non è detto che a vincere saranno i galli a danno dei polli è meglio allora stare tutti insieme e lavorare per aumentare il PIL dell’Avvocatura italiana cominciando, sul versante previdenziale , dal contenimento delle spese. L’apparato di Cassa Forense va reso più snello, basta un delegato per ogni Distretto di Corte di Appello con qualche piccolo aggiustamento per le Corti più grandi vanno perseguite quantomeno sinergie di scala con le altre Casse aprendosi ad un futuro di unità con tutte le altre Casse dei professionisti va incentivato il ricambio generazionale garantendo ai giovani nuove e maggiori opportunità nella ottica della equità intra e intergenerazionale. Va adottato il sistema di calcolo contributivo della pensione che garantisce corrispondenza attuariale tra il montante contributivo e la pensione, abolendo ogni minimo contributivo e introducendo l’istituto della pensione sociale forense parametrata all’assegno sociale INPS e ogni altro intervento in favore di chi ne abbia effettivamente bisogno secondo il criterio nazionale ISEE perché la solidarietà è un valore irrinunciabile per gli avvocati. Non sarà per nulla facile venirne a capo mentre sarà sicuramente più facile finire in Canal Grande. Personalmente ripudio sia il metodo Boffo che il metodo buffo Multa paucis perché negli affari importanti ci si deve applicare non tanto a far nascere delle occasioni quanto ad approfittare di quelle che si presentano.