La punibilità non viene meno se le parole offensive sono dette davanti a minori che non ne comprendano il senso

La diffamazione sussiste anche quando l’offesa all’altrui reputazione avvenga in presenza di bambini in tenera età .

Lo ha afferma la Cassazione in base a due ragionamenti in sé collegati ma tutto sommato indipendenti in quanto non necessariamente connessi ai fini del decidere da un lato, non si può dire che bambini di 2 o 4 anni di per sé non siano in grado di percepire l’offensività delle parole pronunciate, specie quando elementari , nella loro volgarità, e si provi che gli stessi hanno percepito la situazione di tensione dall’altro, è innegabile che i bambini in tenera età tendono a ripetere e riferire le parole udite pronunciate dagli adulti, indipendentemente dal fatto che ne abbiano o meno compreso l’esatto significato . La diffamazione. Quest’ultimo punto è di particolare interesse, poiché in effetti la giurisprudenza ha ritenuto sussistente il reato di diffamazione, sia nel caso in cui sia inviata una comunicazione ad un terzo, con l’intento di poi farla recapitare al soggetto interessato Cass., sentenza n. 30318/2016 , ma ha anche chiarito che nella comunicazione con più persone, può aversi nel caso in cui la comunicazione sia iniziata con una sola allorché l’autore si rappresenti e voglia la propagazione della notizia Cass., sentenza n. 34178/2015 . In sostanza, se non si può escludere la sussistenza del reato solo perché la propagazione della notizia è progressiva e non contestuale, si deve però ammettere proprio perché si tratta di elemento costitutivo del reato che tale propagazione deve essere in qualche modo voluta e cercata dal reo diversamente difetta il dolo. Ebbene, francamente, non si crede che di per sé la possibilità innata dei bambini di ripetere le brutte parole dette dagli adulti possa costituire, di per sé, come invece sembra sotto intendere la Suprema Corte, un dato voluto e rappresentato tanto più che assai spesso, prima o dopo la rabbia, gli adulti tendono quasi sempre a dire ai bambini di non ripetere le brutte parole che hanno sentito, in quanto ciò costituisce mala educazione o comunque cosa non bella da farsi. L’esempio qui non è dato, per chi ha un minimo di esperienza educativa, dall’aver sbagliato, ma dal rilevare di aver sbagliato e di sentire la necessità di non ricadere per quanto possibile nell’errore. La vicenda. Il caso di specie è emblematico di tragedie familiari, ove dalla perdita di un uomo è conseguito il dolore della madre e quella della moglie e dei suoi figli. La madre del de cuius accusa, tra l’atro, la moglie di essere stata la causa della morte del figlio innanzi ad un altro adulto ed a due bambini di 2 e 4 anni. I piccoli innanzi alla situazione, sicuramente tesa, piangono. Se questi abbiano compreso o meno il significato delle offese poste contro la denunciate è questione di fatto ma si spera in tutta sincerità che abbiano compreso poco o nulla la Cassazione ha peraltro ritenuto immune da censure la motivazione sul punto e tanto basta, al di là di ogni altro apprezzamento. Ciò che appare improprio, invece, è l’idea che i bambini, che pure talvolta sono inopportuni pappagalli , innanzi ad una simile situazione di tensione e di tristezza, innanzi alla morte di un uomo e al dolore della moglie e della madre, non abbiano di meglio che ripetere le offese sentite e non anche di manifestare agli adulti la situazione di tensione creatasi e l’esigenza di una immediata pacificazione espressa anche nella forza del loro pianto . Il quadro giudiziario di partenza imputazione è sicuramente triste sconsolante però è l’argomentare la piena responsabilità penale facendo leva un po’ capziosamente su mere ipotesi nessuno sa se i minori abbiano o meno ripetuto le offese fondate su una tendenza naturale il ripetere le parole udite dagli adulti dei bambini, tendenza in sé positiva e necessaria per la crescita e sviluppo anche morale del bambino. Del resto, non tutte le parole sentite e persino apprese si ripetono e col tempo, al di là di tutto e delle buone o cattive intenzioni, può accadere che la loro memoria smarrisca e con essa persino il loro senso. Né si può dire che sia più facile ripetere le parolacce che le belle parole infatti, non tutte le parole dette dagli adulti ed imparate dai bambini sono brutte e cattive ed anzi e per fortuna la maggior parte di esse sono belle e di speranza. Dopo tutto, la prima parola che in genere si impara dai grandi venendo al mondo, emesso il primo pianto, è l’abbraccio materno.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 23 febbraio 30 marzo 2017, n. 16108 Presidente Palla Relatore Morelli Ritenuto in fatto 1. Con la sentenza impugnata, il Tribunale di Tivoli ha riformato la sentenza del Giudice di Pace di Tivoli del 16.1.14, appellata dalla parte civile, dichiarando L.C. colpevole del reato di diffamazione in danno di R.F. e condannandola al risarcimento dei danni in suo favore, da liquidarsi in separato giudizio. 1.1. L’imputata è accusata di avere offeso, comunicando con più persone, l’onore e il decoro della parte offesa, vedova di suo figlio, accusandola di essere stata la causa della morte del marito e di essere una donna poco seria, definendola altresì con epiteti ingiuriosi. 1.2. La motivazione della sentenza del Tribunale si sofferma sul problema se la circostanza che le frasi offensive nei riguardi della R. siano state pronunciate alla presenza di un adulto e due bambini in tenerissima età due e quattro anni integri o meno il requisito della comunicazione con più persone, attesa l’incapacità dei due minori di percepire il contenuto del messaggio verbale. 2. Alla soluzione affermativa da parte del Tribunale, replica il ricorso presentato dall’imputata personalmente, in cui si sostiene che i minori non erano in grado di comprendere la natura offensiva delle frasi pronunciate, sicché non vi sarebbe stato alcun danno alla reputazione della persona offesa. Considerato in diritto 1. L’unico tema controverso è rappresentato dalla sussistenza o meno di uno degli elementi essenziali del reato di diffamazione, vale a dire la comunicazione con più persone, qualora l’offesa all’altrui reputazione avvenga in presenza di bambini in tenera età. Il giudice di primo grado ha ritenuto che i due minori presenti alle esternazioni da parte dell’imputata non fossero in grado di comprendere il contenuto delle accuse formulate nei confronti della nuora, sicché detto requisito non sarebbe integrato. Il Tribunale, andando di contrario avviso, ha osservato che, in bambini di età analoghe a quella dei protagonisti della vicenda due e quattro anni , l’ordinario processo cognitivo si snoda attraverso l’incameramento, la memorizzazione, l’emulazione delle sequenze di parole pronunciate dagli adulti così che, in tal modo, il piccolo realizza valori, elabora concetti, amplia il proprio vocabolario ed, inoltre, spesso i bambini di quell’età tendono a riferire le parole udite da un adulto. 1.1. Partendo da tali presupposti, l’efficienza offensiva della condotta diffamatoria può essere ravvisata sotto un duplice profilo. Da un lato, non si può né si deve escludere che bambini di quell’età siano in grado di recepire il messaggio ed il disvalore insito nelle parole pronunciate dagli adulti in loro presenza, soprattutto se si tratti di concetti elementari e di parole volgari di uso comune. Va, in proposito, osservato che ai sensi dell’articolo c.p.p. ogni persona ha la capacità di testimoniare, senza alcun limite di età, e che possono essere disposti accertamenti allo scopo di verificare l’idoneità fisica e mentale a rendere testimonianza. Ciò significa che, secondo il legislatore, non può esservi alcuna presunzione in ordine alla capacità o meno, da parte di un soggetto, di recepire gli accadimenti e di poterne riferire. Non si può, quindi, apoditticamente stabilire se un bimbo di due o quattro anni possegga tale capacità semplicemente facendo riferimento all’età. Il Tribunale, al fine di accertare se in concreto le offese fossero state recepite dai presenti, ha correttamente valutato altri elementi, cioè il tipo di comunicazione a cui i bambini hanno assistito ed il contesto in cui l’episodio si è verificato. È stato quindi, opportunamente, sottolineato che le frasi offensive erano piuttosto elementari, l’atmosfera era di grande tensione ed i bimbi lo avevano percepito, visto che erano rimasti scossi e piangenti. Una diversa soluzione, che escludesse la percezione delle offese da parte dei bambini, non poteva essere fondata su un presupposto meramente astratto o convenzionale, quale l’età, ma avrebbe dovuto essere motivata in concreto con riferimento a specifici segni indicatori di tale incapacità o, addirittura, ricorrendo ad accertamenti medici o psicologici. 1.2. Va, inoltre, condivisa l’affermazione del Tribunale secondo cui i bambini, anche in tenera età, tendono a ripetere e riferire le parole udite pronunciare dagli adulti, indipendentemente dal fatto che ne abbiano o meno compreso l’esatto significato. I bambini presenti nel momento in cui l’imputata ha pronunciato le frasi offensive verso la nuora avrebbero, quindi, potuto riferire ad altri quanto avevano udito, così propagando il messaggio diffamatorio. Va ricordato, in proposito, che la giurisprudenza ritiene integrato il reato, sotto il profilo della diffusione delle espressioni offensive, anche in caso in cui vi sia stato un iniziale accesso ad esse da parte di un unico soggetto, con successiva propalazione Sez. 6, n. 30318 del 09/06/2016 Rv. 26770101 Sez. 5, n. 34178 del 10/02/2015 Rv. 26498201 Sez. 5, n. 36602 del 15/07/2010 Rv. 24843101 . È ben possibile, quindi, che i bambini, pur non essendo in grado di cogliere lo specifico significato delle parole usate, ne abbiano colto la generica portata lesiva, tanto da esserne rimasti turbati, e siano divenuti potenziali strumenti di propagazione dei contenuti diffamatori. 2. Il ricorso è infondato e va quindi rigettato, con condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali ai sensi dell’art. 616 c.p.p 3. La natura dei reati, i rapporti di parentela fra le parti e il coinvolgimento di minori impongono particolari cautele nella diffusione del presente provvedimento, per il cui caso si dispone che siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 d.lgs. 196/03. P.Q.M. rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 d.lgs. 196/03.