Intercettazioni: il falso problema dei giornalisti

di Roberto Martinelli

di Roberto Martinelli È una riforma, quella delle intercettazioni telefoniche, che tutti dicono di volere, ma nessuno è disposto a rinunciare al potere acquisito in anni di egemonia assoluta nell'uso indiscriminato che spesso si è fatto e si fa dello strumento di indagine tra i più perversi ed invasivi della vita privata del cittadino. Non intendono rinunciarvi i magistrati della pubblica accusa che hanno elevato l'ascolto telefonico e ambientale a regina unica e incontrastata delle fonti di prova. Non i giornalisti che, con l'alibi di fare informazione, sbattono in prima pagina telefonate che nulla hanno a che vedere con le indagini. Non i politici che sono divisi sul come regolamentare una materia difficile e insidiosa che li ha seriamente preoccupati solo quando ad essere intercettati erano loro, deputati e senatori. Sui limiti che la legge prevede e che qualche volta non vengono rispettati il dibattito è aperto da sempre. Sono nove o dieci le proposte di legge che nelle ultime legislature il parlamento è stato chiamato ad esaminare e non se ne è mai fatto nulla. Dopo l'ultimo tormentone di Calciopoli e dintorni il ministro della Giustizia Clemente Mastella ha messo a punto un nuovo disegno di legge, che i contrasti emersi nel Consiglio dei Ministri di fine luglio hanno fatto slittare ad una nuova seduta. Oltre a stabilire sanzioni pecuniarie per i giornalisti, le nuove norme prevedono alcune modifiche procedurali per meglio garantire il diritto di difesa degli indagati. In particolare sono previsti controlli sulla gestione dei centri di intercettazione, il divieto di trascrizione delle conversazioni che riguardano persone estranee alle indagini e sanzioni più severe per chi viola il segreto. Viene regolato anche il tempo delle pubblicazioni sui giornali il segreto dovrà durare per tutto il periodo delle indagini preliminari e soltanto dopo le trascrizioni potrà essere dato in pasto ai lettori. Il nuovo disegno di legge ricalca in parte quello presentato un anno fa dal predecessore dell'attuale Guardasigilli, e che rimase lettera morta negli archivi del Senato. Ma ora come allora non ci si è preoccupati di fare in modo che l'intercettazione telefonica e ambientale non venga considerata fonte di prova ma più semplicemente uno spunto per indagare. In tantissimi processi, i brogliacci sui quali in passato sono state trascritte le conversazioni intercettate sono risultati infatti poco attendibili per diverse ragioni. La prima pere via della selezione dei contenuti operata discrezionalmente dal soggetto preposto all'ascolto con il conseguente rischio di indirizzare il magistrato-lettore verso un'interpretazione fuorviante. La seconda per la difficoltà di ricezione, per gli inconvenienti tecnici e, non ultima, la diversità dei dialetti. La terza, infine, riguarda l'elemento più importante e cioè il tono. Un'esclamazione, un sospiro, persino una parolaccia - ha osservato recentemente Carlo Nordio, già presidente della commissione di riforma del Cp e magistrato del Pm - possono assumere un significato affermativo, interrogativo, interlocutorio o negativo, a seconda dell'inflessione della voce. Questi inconvenienti sono ben conosciuti dal legislatore che in parte vi ha posto rimedio ma che non sono stati del tutto eliminati. Vero è che le conversazioni debbono essere ascoltate davanti al giudice con l'ausilio di un perito e alla presenza degli avvocati, in un contraddittorio reale tra le parti. Ma questo non basta a garantire appieno il diritto di difesa del cittadino. Da troppi anni il nostro paese si è conquistato un primato di tutto rispetto anche se assai poco onorevole. Rispetto alle 44 mila intercettazioni effettuate in Italia dieci anni fa nel 2006 si sono triplicate in Francia ne erano state disposte 11 mila, in Germania 6.400, in Gran Bretagna 1.300. Come termine di confronto per un paese che ora fa parte integrante dell'Europa e che vanta di essere la patria del diritto, non c' male. Ecco allora la ragione per cui questa materia ha bisogno di una riforma più complessa ed organica. Il codice già prevede sanzioni per i giornalisti e i pubblici ufficiali colpevoli di pubblicare atti coperti dal segreto o rivelare atti del proprio ufficio. Ma nessuno è stato mai condannato e l'aumento delle pene pecuniarie non spaventa certo gli editori che, a fronte di qualche migliaia di euro di pena pecuniaria, sanno bene che la divulgazione di certe intercettazioni fanno aumentare vertiginosamente la tiratura dei loro giornali. Quanto ai magistrati, nessun Pm o segretario di Procura sarà così ingenuo da farsi cogliere con le mani nel sacco. Piuttosto se le intercettazioni continueranno ad essere trascritte integralmente, come accade ora, nei provvedimenti cautelari a disposizione di tutte le parti processuali, non sarà facile vietarne la pubblicazione fino alla fine delle indagini preliminari. La nuova norma sembra addirittura voler liberalizzare il mercato nel momento in cui stabilisce che il divieto cade quando l'indagato o il suo difensore ne vengono a conoscenza. Ed allora non resta che auspicare che il Parlamento rilegga attentamente queste norme, tenga conto di quanto in realtà è accaduto in queste ultime vicende giudiziarie e affronti una volta per tutta il vero nodo centrale del problema che non è certo quello di prendersela con giornalisti ed editori. E rifletta sul numero eccessivo delle intercettazioni telefoniche rispetto a quelle che vengono disposte in Francia, in Germania, in Gran Bretagna e si ponga il problema se un tale mezzo di ricerca della prova non debba essere affidato ad un organo che dia maggiori garanzie di terzietà rispetto al giudice per le indagini preliminari sistematicamente tenuto all'oscuro del reale coinvolgimento delle persone indagate. E soprattutto faccia in modo che il codice sia rispettato laddove stabilisce che le intercettazioni debbono essere compiute negli impianti istallati nelle Procure e, solo eccezionalmente, presso impianti di pubblico servizio o in dotazione alla polizia giudiziaria. Non v'è dubbio che nella lotta al terrorismo e al crimine organizzato questo mezzo di ricerca della prova abbia portato a risultati eccellenti nella ricerca di colpevoli. Ma è accaduto anche che molti innocenti siano stati coinvolti ingiustamente in procedimenti penali a causa di trascrizioni sbagliate, di errori commessi dagli addetti verbalizzazione, o per la incapacità e la impossibilità di interpretare nella maniera la tonalità giusta di una esclamazione, o un modo di dire dei soggetti interessati. Di tutto questo non c'è alcun accenno nei quindici articoli del nuovo disegno di legge.