Ricorsi: la perenzione ultradecennale si evita solo con gli atti previsti dal legislatore

di Teodoro Elisino

Ricorsi amministrativi la perenzione ultradecennale si evita solo con gli atti tassativamente previsti dal legislatore. Lo ha chiarito la quinta sezione del Consiglio di Stato con la decisione 1200/06 depositata lo scorso 8 marzo e qui leggibile nei documenti correlati . Pubblichiamo di seguito il commento di Teodoro Elisino. di Teodoro Elisino* In tema di perenzione dei ricorsi ultradecennali, la legge 205/00 - Disposizioni in materia di giustizia amministrativa - all'articolo 9, comma 2, dispone a cura della segreteria è notificato alle parti costituite, dopo il decorso di dieci anni dalla data di deposito dei ricorsi, apposito avviso in virtù del quale è fatto onere alle parti ricorrenti di presentare nuova istanza di fissazione dell'udienza con la firma delle parti entro sei mesi dalla data di notifica dell'avviso medesimo. I ricorsi per i quali non sia stata presentata nuova domanda di fissazione vengono, dopo il decorso infruttuoso del termine assegnato, dichiarati perenti con le modalità di cui all'ultimo comma dell'articolo 26 della legge 1034/71, introdotto dal comma 1 del presente articolo . Le modalità cui si fa cenno nell'ultima parte del comma appena riferito prevedono che la perenzione sia pronunciata con decreto del presidente della sezione competente o da un magistrato da lui delegato, decreto da comunicarsi formalmente alle parti costituite, che possono proporre opposizione al collegio nel termine di sessanta giorni dalla comunicazione stessa. Nei trenta giorni successivi, il collegio decide sulla opposizione in camera di consiglio con ordinanza che, in caso di accoglimento della opposizione, dispone la reiscrizione del ricorso nel ruolo ordinario. Avverso la predetta ordinanza può essere proposto ricorso in appello, il cui giudizio procede secondo le regole ordinarie, ridotti alla metà tutti i termini processuali. È sulla interpretazione della citata normativa che si sviluppa la vicenda portata all'esame dei giudici di Palazzo Spada. Con ricorso del 15 luglio 1992, l'odierno appellante chiede al Tar per la Puglia il riconoscimento del diritto all'indennità supplementare del premio di fine servizio, in forza dell'articolo 115bis del R.O. del disciolto Ente Ospedaliero di Ostuni. Con decreto presidenziale del 8 luglio 2004, il predetto ricorso è dichiarato perento. Avverso il decreto che dichiara la perenzione, l'interessato propone opposizione al Tar, sostenendo che, anche dopo l'entrata in vigore della legge 205/00, egli ha posto in essere due atti di iniziativa ed impulso processuale certamente idonei a scongiurare tanto il rischio della perenzione del ricorso, quanto il decorso del 'termine prescrizionale decennale'. In particolare, l'opponente ha rammentato che - con dichiarazione depositata il 17 dicembre 2002 egli aveva prodotto un'istanza volta alla sollecita fissazione dell'udienza di trattazione, dichiarando la sussistenza del proprio interesse alla coltivazione del ricorso - con precedente atto in data 16 gennaio 2001 aveva già proposto istanza di prelievo con riferimento all'originario ricorso. In data 2 febbraio 2005, il Tar Puglia - Lecce - Sezione seconda, con l'ordinanza 115, rigetta l'opposizione avverso il decreto con cui era stata dichiarata la perenzione. L'appellante ha impugnato tale ordinanza per violazione e falsa applicazione dell'articolo 9 della legge 205/00, in quanto nella specie vi sarebbero tutti i presupposti per provvedere alla reiscrizione del ricorso nel ruolo ordinario, e, cioè a l'avvenuto decorso del termine decennale b l'espressa dichiarazione di interesse della parte c la contestuale nuova istanza di fissazione d'udienza d la sottoscrizione personale della parte ricorrente e l'attivazione a cura dello stesso ricorrente del nuovo meccanismo processuale, posto in essere con il deposito dell'apposita dichiarazione dopo l'entrata in vigore della legge 205/00. Per il collegio, l'opposizione al decreto di perenzione è stata respinta considerando che, in data 21 dicembre 2003, era stato notificato alle parti costituite l'avviso di cui alla legge 205/00, articolo 9, secondo comma e che, non essendo intervenuta nel prescritto termine semestrale dall'avvenuta notifica dell'avviso, la nuova istanza di fissazione dell'udienza con la firma delle parti, il Presidente della Seconda Sezione ha emanato il decreto di cui all'opposizione. Il Consiglio di Stato, richiamando il ragionamento fatto dal giudice di prime cure, ritiene che, al fine di valutare l'idoneità degli atti di iniziativa ed impulso processuale, posti in essere dall'opponente nella vigenza della legge 205/00, ad evitare l'effetto di perenzione previsto dal citato articolo 9, appare necessario comprendere l'effettiva portata della norma, per capire se essa preveda che qualunque atto di carattere processuale sia idoneo a dimostrare l'interesse della parte ricorrente a coltivare l'intrapreso ricorso, ovvero se essa richieda un quid pluris, imponendo alla parte interessata l'adozione di iniziative processuali specifiche, da realizzarsi attraverso atti dal carattere tassativo ed infungibile. Confermando quanto già sostenuto dai giudici salentini, il Collegio ritiene che dall'esame della disposizione della legge 205/00 emergono una serie di indici volti a suffragare la tesi della tassatività delle sue prescrizioni, i cui effetti non possono essere utilmente prodotti attraverso un qualunque atto idoneo ad attestare aliunde vale a dire, con forme diverse da quelle espressamente previste dalla legge il perdurante interesse all'intrapresa iniziativa processuale. Sottolinea il collegio che 1 la norma prevede espressamente l'attivazione del nuovo meccanismo processuale a fronte di tutti i ricorsi depositati da più di dieci anni, senza distinguere in ordine al più o meno recente compimento di atti di iniziativa processuale e quindi - a maggior ragione - senza conferire rilievo alcuno alla circostanza che tali atti siano stati posti in essere prima o dopo l'entrata in vigore della legge 205/00 2 la norma prevede che l'effetto di perenzione possa essere scongiurato solo attraverso il compimento di un atto specifico la presentazione di una nuova istanza di fissazione di udienza , da compiersi, peraltro, secondo modalità particolari previste in via peculiare dalla norma in esame si pensi alla necessaria presenza della 'firma delle parti' 3 la norma prevede che l'effetto di perenzione possa essere scongiurato unicamente ad iniziativa delle 'parti ricorrenti' e non anche di altri soggetti processuali, con ciò sottolineando da un lato la differenza con quanto previsto in via generale in tema di perenzione biennale dall'articolo 23, comma 1, legge Tar in cui la perenzione può essere evitata con atto del ricorrente, del convenuto o del controinteressato e dall'altro il carattere speciale e tassativo delle previsioni di cui all'istituto in parola. Per dare ancor più forza al proprio ragionamento, il collegio richiama la precedente giurisprudenza del Consiglio di Stato sul punto, secondo cui la presentazione dell'istanza di fissazione d'udienza nel termine perentorio fissato nell'articolo 9 comma 2 legge 205/00 è onere indispensabile per la parte che vuole evitare la dichiarazione di perenzione del giudizio, essendo al riguardo irrilevante qualsiasi suo contegno processuale che costituisca espressione del proprio interesse alla coltivazione del ricorso cfr. CdS, Sezione quarta, 213/03 . Sulla base delle suesposte argomentazioni, i giudici romani ritengono che non può trovare accoglimento neppure l'argomento proposto in subordine dall'appellante quello basato sull'asserita idoneità degli atti processuali posti in essere ad interrompere 'il termine prescrizionale decennale , risultando anch'esso assorbito dalla rilevata tassatività delle disposizioni di cui al richiamato articolo 9, comma 2. Ritiene, quindi, il collegio che il Tar ha giustamente ritenuto che nella specifica vicenda non sussistessero i presupposti per la richiesta reiscrizione del ricorso nel ruolo ordinario. * Avvocato