Immunità parlamentare: la mancanza del nesso funzionale colpisce ancora

Processo libero per Cesare Previti e Gianfranco Micciché querelati per diffamazione da Stefania Ariosto e Giancarlo Caselli

Non esiste nesso funzionale tra le dichiarazioni rese fuori dall'Aula e l'immunità parlamentare Cesare Previti e Gianfranco Micciché dovranno essere processati per diffamazione. La Corte costituzionale, nella sua ormai consolidata giurisprudenza, ha ritenuto che le affermazioni fatte dai due parlamentari di Forza Italia non sono coperte da immunità parlamentare vedi le sentenze 314/06 315/06 e 317/06 tutte redatte da Alfio Finocchiaro tra i documenti correlati . La Consulta si era già pronunciata sull'insindacabilità delle dichiarazioni dei parlamentari e il nesso funzionale con l'attività svolta. Già in altre occasioni i giudici delle leggi avevano affermato che non spetta alla Camera dei deputati o al Senato della Repubblica affermare che le dichiarazioni rese dai loro componenti concernono opinioni espresse nell'esercizio delle funzioni parlamentari. Concetto espresso recentemente per la vicenda legata al leader del Carroccio Umberto Bossi accusato di vilipendio al Tricolore sentenza 249/06 tra gli arretrati del 29 giugno , oppure per le dichiarazioni rese da Filippo Mancuso contro Giancarlo Caselli sentenza 260/06, tra gli arretrati del 5 luglio e prima ancora per la querelle tra Lino Jannuzzi e Giancarlo Caselli ordinanza 416/05 tra gli arretrati del 4 novembre 2005 . Nei primi due casi i giudici delle leggi hanno ritenuto non coperte da immunità parlamentare le dichiarazioni rese da Cesare Previti nei confronti di Stefania Ariosto tra il 1996 e il 1997. Nell'ambito del processo Imi-Sir nel quale il parlamentare azzurro era imputato per corruzione, emerse l'esistenza del famoso teste Omega, ossia la Ariosto, che dichiarava di aver visto Previti consegnare denaro al giudice Renato Squillante. Sono stati il Tribunale di Monza e quello di Como a chiamare in causa la Corte costituzionale per alcune affermazioni rese dall'onorevole Cesare Previti nel corso della trasmissione televisiva Tg Sera trasmessa dalla Rai alle 20,30 del 16 settembre 1997 durante la quale dichiarava L'Ariosto è un teste falso, fabbricato in laboratorio, pagata per calunniare e per le dichiarazioni rese tra il maggio 1996 e il 13 dicembre 1997 a diversi giornalisti con le quali definiva il famoso teste Omega una bugiarda calunniatrice . In entrambi i casi Montecitorio dapprima votava l'insindacabilità delle dichiarazioni del parlamentare azzurro, quindi, dopo il conflitto di attribuzione sollevato dai Tribunali, si costituiva in giudizio presentando una memoria con la quale si intendeva dimostrare un inscindibile nesso funzionale tra le predette dichiarazioni e la funzione parlamentare di Previti. Con le due sentenze depositate ieri e redatte da Alfio Finocchiaro si ribadisce, ancora una volta che non spettava alla Camera deliberare che le dichiarazioni del deputato riguardavano opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni. I giudici delle leggi hanno inoltre voluto ricordare che solo in un caso precedentemente la Consulta aveva dichiarato insindacabili le dichiarazioni di un parlamentare con la sentenza 223/05 erano state considerate coperte da immunità le dichiarazioni rese da Marcello Dell'Utri contro l'ex Capo della Procura di Palermo Giancarlo Caselli vedi tra gli arretrati del 9 giugno 2005 . In quel caso però le dichiarazioni erano state ritenute coperte dalla garanzia di insindacabilità perché, nei confronti di dell'Utri era stata chiesta la misura della custodia cautelare mentre era ancora in corso il procedimento parlamentare le dichiarazioni rese dal parlamentare fuori della sede del Parlamento, secondo la Consulta, erano dettate dalla volontà di ottenere da Montecitorio il diniego all'autorizzazione all'esecuzione del provvedimento cautelare. Niente a che vedere, quindi, con il caso di Previti per nessuna delle dichiarazioni rese all'esterno del Parlamento, ha ribadito la Consulta, esiste il nesso funzionale con l'esercizio dell'attività parlamentare. Improcedibile, ma solo per vizio di forma, invece, il ricorso promosso dal Tribunale di Roma, Sezione IV penale, sempre sullo stesso argomento vedi tra i documenti correlati la sentenza 316/06 redatta da Giovanni Maria Flick . Stessi concetti espressi nella sentenza 317/06 leggibile tra i documenti correlati , con la quale sono state dichiarate discutibili le dichiarazioni rese da Gianfranco Micciché a Liberal con le quali il parlamentare affermava che Giancarlo Caselli è stato mandato in Sicilia per dare una spallata decisiva alla Dc . Tempi duri per i parlamentari che non potranno più esternare a loro piacimento fuori dall'Aula, a questo proposito la prassi della Corte è più che consolidata. p.a.

Corte costituzionale - sentenza 18-27 luglio 2006, n. 317 Presidente Bile - Relatore Maddalena Ritenuto in fatto 1. Con ricorso depositato il 21 marzo 2003, il Tribunale di Roma, sezione VII penale, nel corso di un procedimento penale instaurato nei confronti del deputato Gianfranco Miccichè per il reato di diffamazione a mezzo stampa in danno del dott. Giancarlo Caselli, Procuratore della Repubblica di Palermo, ha sollevato conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla deliberazione, adottata dall'Assemblea il 19 settembre 2001 documento IVquater, n. 1 , con la quale è stato dichiarato, in conformità alla proposta della Giunta per le autorizzazioni della Camera dei deputati, che i fatti per i quali è in corso il processo a carico del deputato Miccichè concernono opinioni espresse nell'esercizio delle funzioni parlamentari, a norma dell'articolo 68, comma 1, della Costituzione. Il giudice ricorrente espone che le dichiarazioni per le quali è in corso il procedimento penale sono state rese dal deputato Miccichè nel corso di una intervista al periodico Liberal pubblicata in data 17 settembre 1998. In quell'intervista, il deputato Micciché avrebbe detto, tra l'altro, che il dott. Caselli è stato mandato in Sicilia per dare una spallata decisiva alla D.C. , ha fatto solo politica , con processi ai politici che servono solo a scrivere le verità pagate dei pentiti , perdendo tempo e denaro e così senza lottare contro la vera mafia. Ad avviso del Tribunale ricorrente, la deliberazione della Camera dei deputati sarebbe lesiva delle attribuzioni costituzionali della giurisdizione a causa della mancanza del nesso funzionale tra le opinioni espresse dal deputato Miccichè e l'attività parlamentare. Secondo il Tribunale di Roma - ad avviso del quale esula dall'oggetto del presente conflitto sia lo stabilire la natura diffamatoria delle affermazioni contenute nell'articolo in esame sia la possibilità di configurare la scriminante del diritto di cronaca o di critica, nella specie politica -, per poter definire insindacabile un'opinione espressa da un parlamentare in un'intervista alla stampa non è sufficiente una mera comunanza di tematiche con il dibattito parlamentare, come è insufficiente il semplice collegamento di argomento o di contesto tra attività parlamentare e dichiarazione occorre, piuttosto, che si riscontri la identità sostanziale di contenuto, nella specie mancante, tra l'opinione espressa in sede parlamentare e quella manifestata nella sede esterna. Pertanto, il Tribunale chiede che la Corte dichiari che non spetta alla Camera dei deputati affermare che i fatti per i quali è in corso il procedimento penale concernono opinioni espresse dal deputato Miccichè nell'esercizio delle sue funzioni di parlamentare, a norma dell'articolo 68, comma 1, della Costituzione, ed annulli la deliberazione adottata dalla stessa Camera il 19 settembre 2001. 2. Con ordinanza n. 218 del 2004, depositata il 6 luglio 2004, la Corte ha dichiarato ammissibile il conflitto proposto dal Tribunale di Roma. L'ordinanza di ammissibilità, unitamente all'atto introduttivo del giudizio, è stata notificata in data 9 luglio 2004. Il conseguente deposito è stato effettuato il 16 luglio 2004. 3. Nel giudizio si è costituita la Camera dei deputati, depositando documenti e svolgendo deduzioni, a conclusione delle quali ha chiesto che la Corte dichiari il conflitto inammissibile, irricevibile e improcedibile, e in subordine rigetti il ricorso, dichiarando che spettava alla Camera dei deputati affermare l'insindacabilità, ai sensi dell'articolo 68, comma 1, della Costituzione, delle opinioni espresse nei confronti del dott. Giancarlo Caselli dal deputato Gianfranco Micciché. La difesa della Camera, riservandosi, preliminarmente, di identificare compiutamente tutte le ragioni di irricevibilità, di inammissibilità e di improcedibilità del conflitto solo dopo avere esaminato gli atti e i documenti depositati dal ricorrente Tribunale di Roma, osserva, nel merito, che il procedimento nei confronti del deputato Miccichè riguarda talune sue opinioni e valutazioni di contenuto schiettamente politico sull'operato del dott. Giancarlo Caselli in particolare, dichiarazioni concernenti la ritenuta distorsione politica subita dall'attività della Procura di Palermo, a causa delle scelte operate dal capo di quell'Ufficio, dott. Caselli. Secondo la difesa della Camera, simili opinioni erano state già manifestate, in sede parlamentare ed in atti tipici, prima delle dichiarazioni del deputato Micciché ora in contestazione. Nella memoria si richiamano, in particolare un'interrogazione del deputato Forestiere XII Legislatura, n. 4/05334 del 16 novembre 1994 un'interpellanza del deputato Maiolo XIII Legislatura, n. 2/01335 del 30 luglio 1998 una dichiarazione di voto del deputato Mancuso del 9 luglio 1998 un'interpellanza con primo firmatario il deputato Sgarbi XIII Legislatura, n. 2/00252 del 21 ottobre 1996 un'interrogazione del deputato Parenti XIII Legislatura, n. 3/02499 dell'11 giugno 1998 un'interrogazione del deputato Sgarbi XIII Legislatura, n. 3/01624 del 28 ottobre 1997 un'interrogazione del deputato Maiolo XIII Legislatura, n. 3/01517 del 30 settembre 1997 un'interrogazione del deputato Sgarbi XII Legislatura, n. 3/00009 del 29 aprile 1994 un'interrogazione, ancora, del deputato Sgarbi XII Legislatura, n. 4/08683 del 21 marzo 1995 un'interpellanza del senatore Novi XIII Legislatura, n. 2/00445 del 2 dicembre 1997 un'interpellanza del deputato Tassone XIII Legislatura, n. 2/00783 del 17 novembre 1997 un'interpellanza dei senatori Contestabile e Milio XIII Legislatura, n. 2/00097 del 15 ottobre 1996 un'interrogazione del deputato Sgarbi XIII Legislatura, n. 3/02766 del 30 luglio 1998 altra interrogazione del deputato Sgarbi XIII Legislatura, n. 3/02843 del 15 settembre 1998 un'interrogazione del deputato Sgarbi XIII Legislatura, n. 3/02476 dell'8 giugno 1998 un'interrogazione del deputato Maiolo XIII Legislatura, n. 3/01784 del 10 dicembre 1997 un'interrogazione del deputato Fragalà XIII Legislatura, n. 3/01801 del 15 dicembre 1997 un'interrogazione del deputato Gasparri XIII Legislatura, n. 3/02201 del 14 aprile 1998 un'interrogazione con primo firmatario il deputato Giuliano XIII Legislatura, n. 3/01712 del 19 novembre 1997 un'interrogazione del deputato Saponara XIII Legislatura, n. 4/05613 del 27 novembre 1996 un'interrogazione con primo firmatario il senatore Marini XIII Legislatura, n. 4/03013 del 20 novembre 1996 un'interrogazione del deputato Gasparri XIII Legislatura, n. 3/01907 del 28 gennaio 1998 l'illustrazione, da parte del deputato Mancuso, dell'interrogazione n. 2-00950 nella seduta dell'11 marzo 1998. Questi atti starebbero a dimostrare che la critica parlamentare nei confronti della Procura di Palermo e specificamente del suo capo, dott. Caselli, accusato di aver abusato dei suoi poteri per finalità puramente politiche, è stata a dir poco diffusa, trovando posto in numerosissimi atti di sindacato ispettivo e nelle discussioni parlamentari. Le dichiarazioni extra moenia del deputato Miccichè, pertanto, non avrebbero fatto altro che divulgare all'esterno il contenuto di atti tipici della funzione parlamentare, oltretutto senza espressioni insultanti. Secondo la difesa della Camera, il deputato può giovarsi, ai fini della non sindacabilità delle sue dichiarazioni, dell'attività parlamentare posta in essere sul medesimo tema da altri membri delle Camere. La paternità delle dichiarazioni rese intra ed extra moenia non avrebbe alcuna importanza al fine dell'attivazione della garanzia di cui all'articolo 68, comma 1, della Costituzione. Se, infatti, il contenuto sostanziale delle dichiarazioni è il medesimo, l'ammissione del sindacato su quelle esterne determinerebbe, comunque, un'interferenza su quelle interne , e quindi la violazione degli artt. 67 e 68, comma 1, della Costituzione, quale che fosse l'identità del parlamentare dichiarante. Questa prospettazione si imporrebbe anche in considerazione della funzione dell'insindacabilità, che è quella, oggettiva, di tutelare le istituzioni rappresentative, e non i loro membri. Inoltre dovrebbe considerarsi che gli atti tipici sopra ricordati provengono, in gran parte, da appartenenti al medesimo gruppo parlamentare del quale fa parte il deputato Miccichè, e la consentaneità ideologica tra appartenenti al medesimo gruppo fa sì che non si possa immaginare una separazione netta fra le attività di parlamentari diversi, ma appartenenti al medesimo gruppo. Secondo la difesa della Camera, possono aversi tre tipi di opinioni di parlamentari manifestate extra moenia, che debbono ricevere trattamenti diversi a opinioni del tutto estranee alla sfera della politica b opinioni connesse alla sfera della politica, ma estranee alla politica parlamentare c opinioni connesse alla politica parlamentare. Mentre le prime non possono minimamente pretendere alcuna specifica garanzia costituzionale diversa da quelle comuni, e le seconde, a loro volta, sono assoggettate al regime ordinario, in forza del principio di parità di trattamento valorizzato dalle sentenze n. 10 e n. 11 del 2000 della Corte costituzionale, le terze, invece, dovrebbero godere della copertura assicurata dall'articolo 68, comma 1, Costituzione Ciò perché il fatto che esse siano state manifestate extra anziché intra moenia sarebbe meramente accidentale, e non potrebbe essere alla base di un trattamento deteriore, che porrebbe a rischio l'autonomia del parlamentare. Nella società dell'informazione - si sostiene - i tempi, i mezzi e le modalità della politica e della stessa attività parlamentare sono profondamente mutati, e l'imposizione di una connessione stretta tra singoli atti parlamentari e singole opinioni manifestate all'esterno determinerebbe un'eccessiva formalizzazione, non più corrispondente ai tempi e alle modalità di esercizio del mandato parlamentare. Una volta che si affermi il principio secondo cui le opinioni dei rappresentanti della Nazione sono tutelate anche se manifestate al di fuori del recinto parlamentare, il discrimine tra ciò che deve e ciò che non può essere tutelato non può che stare nella oggettiva connessione delle opinioni con il complessivo contesto parlamentare, e cioè con i contenuti di volta in volta modificantisi della politica parlamentare. 4. In prossimità dell'udienza, la difesa della Camera dei deputati ha depositato una memoria illustrativa. 4.1. In via preliminare, viene eccepita l'inammissibilità del ricorso, in quanto il Tribunale di Roma avrebbe misurato la sussistenza o meno del nesso funzionale semplicemente su uno stralcio, oltretutto inesatto, delle dichiarazioni rese in sede giornalistica dal deputato Miccichè. L'isolamento di certe frasi o espressioni nel più ampio contesto delle dichiarazioni del parlamentare avrebbe impedito al ricorrente di valutare appieno il collegamento tra queste dichiarazioni e la funzione parlamentare, che può essere apprezzato solo a condizione di avere una completa rappresentazione delle une e delle altre. Si riprodurrebbe, pertanto, la situazione già esaminata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 79 del 2005, con cui è stata dichiarata l'inammissibilità del conflitto in un caso - ritenuto analogo - nel quale l'atto introduttivo del conflitto non conteneva una compiuta esposizione dei fatti, non riportando le frasi pronunciate dal parlamentare. In altri termini, il Tribunale ricorrente avrebbe indebitamente isolato alcune frasi oltretutto inesattamente riportate dal complessivo contesto delle dichiarazioni extra moenia del deputato Miccichè, e, in tal modo, non riuscirebbe nell'intento di dimostrare la fondatezza delle proprie censure, perché non avrebbe tenuto nel debito conto l'intero dire del menzionato parlamentare, indispensabile oggetto - invece - della valutazione ai fini dell'applicazione dell'articolo 68, comma 1, Costituzione 4.2. Nel merito, la Camera dei deputati ribadisce le conclusioni di non fondatezza del ricorso. A sostegno della sussistenza del nesso funzionale, la difesa della Camera richiama l'interrogazione cofirmata dal deputato Miccichè, XIII legislatira, n. 4/08769 del 1 aprile 1997, nella quale si ironizza duramente sulla grande illusione di mafia sconfitta, suscitata dal frastuono e dalla passerella di molti di coloro che operano o si aggirano nell'ambito dell'antimafia e si lamenta la Babele delle rivelazioni dei pentiti . Invoca, inoltre, l'interrogazione dello stesso deputato Micciché, XIII legislatura, n. 3/06609 del 27 novembre 2000, nella quale si censura il comportamento dell'allora sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo Gioacchino Natoli, unitamente a quello del pubblico ministero di Perugia Fausto Cardella, in particolare alla luce di una denuncia, in quanto risulta, in sostanza dalla descritta denuncia come un pubblico ufficiale, cioè il predetto dottor Natoli, tenuto per legge all'osservanza del principio di legalità, abbia violato tale dovere, clamorosamente manifestando la sua assoluta contrarietà allo sviluppo di quelle attività di indagine che, invece, stante le dichiarazioni di Badalamenti il quale aveva smentito Buscetta in ordine al suo teorema e alla responsabilità del senatore Andreotti nell'omicidio Pecorelli , bene avrebbero potuto evitare anni di inutili e persecutorie indagini e di un altrettanto inutile dibattimento si tratta, secondo la denuncia, di una manovra intenzionalmente tendenziosa, diretta ad accreditare la cosiddetta verità nascente dalle artefatte dichiarazioni del collaborante Buscetta, manovra implicante una diretta responsabilità processuale e morale del predetto dottor Natoli e verosimilmente del predetto dottor Cardella . Nella difesa della Camera si richiamano, inoltre, ulteriori interpellanze ed interrogazioni di altri parlamentari, appartenenti allo stesso gruppo del deputato Miccichè, in cui si imputano al dott. Caselli gravi violazioni deontologiche ed il perseguimento di finalità non attinenti a interessi oggettivi del suo ufficio. Ad avviso della Camera, gli atti tipici di funzione degli altri parlamentari appartenenti al medesimo gruppo non possono restare senza influenza nella ricostruzione del nesso funzionale che lega dichiarazione extra e dichiarazione intra moenia. Quanto alla collocazione temporale delle opinioni manifestate in sede parlamentare, per rapporto a quelle manifestate extra moenia, nella memoria si rileva che la sentenza 221/06 di questa Corte, in materia di insindacabilità di consiglieri regionali, avrebbe ribadito che quel che conta non è l'anteriorità degli atti di funzione rispetto alle dichiarazioni extra moenia, bensì il nesso di sostanziale contestualità tra gli uni e le altre. Ad avviso della difesa della Camera, peraltro, l'oggettiva divulgazione all'esterno ben potrebbe essere presente anche quando lo spatium temporis che separa opinioni e divulgazione è notevole. Considerato in diritto 1. Il Tribunale di Roma, sezione VII penale, ha sollevato - con ricorso depositato il 21 marzo 2003 - conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla deliberazione, adottata dall'Assemblea il 19 settembre 2001 documento IV-quater, n. 1 , con la quale è stato dichiarato, in conformità alla proposta della Giunta per le autorizzazioni della Camera dei deputati, che i fatti per i quali è in corso il processo a carico del deputato Miccichè per il reato di diffamazione a mezzo stampa in danno del dott. Giancarlo Caselli, Procuratore della Repubblica di Palermo, concernono opinioni espresse nell'esercizio delle funzioni parlamentari, a norma dell'articolo 68, comma 1, della Costituzione. Le dichiarazioni per le quali è in corso il procedimento penale sono state rese dal deputato Miccichè nel corso di una intervista al periodico Liberal in data 17 settembre 1998. In quell'intervista, il deputato Micciché avrebbe detto, tra l'altro, che il dott. Caselli è stato mandato in Sicilia per dare una spallata decisiva alla D.C. , che il predetto magistrato ha fatto solo politica , con processi ai politici che servono solo a scrivere le verità pagate dei pentiti , perdendo tempo e denaro e così senza lottare contro la vera mafia. 2. Deve, preliminarmente, essere ribadita l'ammissibilità del conflitto, sussistendone i presupposti soggettivi ed oggettivi, come già ritenuto da questa Corte con l'ordinanza 218/04. Non può essere accolta in proposito l'eccezione, avanzata dalla difesa della Camera dei deputati, basata sul rilievo che l'atto introduttivo del presente giudizio sarebbe privo dei necessari requisiti formali, per la mancanza di una compiuta esposizione dei presupposti di fatto del conflitto. Contrariamente a quanto ritenuto dalla difesa della resistente, l'atto introduttivo del conflitto riporta sia il testo integrale delle dichiarazioni rese dal deputato Micciché nell'intervista al periodico Liberal , pubblicata il 17 settembre 1998, sia l'esatto tenore dell'imputazione per la quale è stata disposta la citazione a giudizio del predetto parlamentare. Che l'imputazione contestata al deputato Micciché non riporti tutte le frasi pronunciate dal medesimo, ma soltanto alcuni stralci delle medesime, tratte dal più ampio contesto, non significa che vi sia stata, nel caso, una libera rielaborazione ad opera dell'autorità giudiziaria ricorrente tale da impedire l'accertamento del nesso funzionale tra le frasi pronunciate nel corso dell'intervista e gli eventuali atti parlamentari tipici di cui le frasi stesse potrebbero essere la divulgazione esterna. 3. Nel merito, il ricorso è fondato. Va qui ribadita la costante giurisprudenza di questa Corte, secondo cui, per l'esistenza di un nesso funzionale tra le dichiarazioni rese extra moenia da un parlamentare e l'espletamento delle sue funzioni di membro del Parlamento, è necessario che tali dichiarazioni possano essere identificate come espressione dell'esercizio di attività parlamentari cfr., tra le più recenti, sentenze 10 e 11/2000, 164, 176 e 193/05 . Indipendentemente dall'eventuale contenuto diffamatorio di tali dichiarazioni, il compito di questa Corte è limitato alla verifica se esse, ancorché rese al di fuori della sede istituzionale, siano collegate ad attività proprie del parlamentare costituiscano, cioè, espressione della sua funzione o ne rappresentino il momento di divulgazione all'esterno sentenza 508/02 e 235/05 . Nel caso in esame, neppure nella delibera di insindacabilità e nella proposta della Giunta per le autorizzazioni è possibile rinvenire un riferimento ad atti tipici del parlamentare. In proposito, la proposta della Giunta, alla quale rinvia la delibera di insindacabilità, contiene solo un generico richiamo al collegamento fra le dichiarazioni del deputato Miccichè e il contesto politico-parlamentare , giacché le tematiche della giustizia, del modo in cui essa è amministrata e del ruolo di taluni magistrati è oggetto ormai da diversi anni di un vastissimo dibattito in tutto il Paese e soprattutto nelle sedi politico-parlamentari , ivi rilevandosi come l'onorevole Miccichè abbia legittimamente esercitato il suo diritto di critica come parlamentare in ordine a questioni di indubbio rilievo pubblico, nel quadro di quelle attività che possono senz'altro definirsi prodromiche o conseguenti agli atti tipici del mandato parlamentare . A tale proposito, non può che ribadirsi che il contesto politico o comunque l'inerenza a temi di rilievo generale dibattuti in Parlamento, entro cui tali dichiarazioni si possano collocare, non vale in sé a connotarle quali espressive della funzione, ove esse, non costituendo la sostanziale riproduzione delle specifiche opinioni manifestate dal parlamentare nell'esercizio delle proprie attribuzioni, siano non già il riflesso del peculiare contributo che ciascun deputato e ciascun senatore apporta alla vita parlamentare mediante le proprie opinioni e i propri voti come tale coperto, a garanzia delle prerogative delle Camere, dall'insindacabilità , ma una ulteriore e diversa articolazione di siffatto contributo, elaborata ed offerta alla pubblica opinione nell'esercizio della libera manifestazione del pensiero assicurata a tutti dall'articolo 21 della Costituzione sentenza 51/2002 . La difesa della Camera, a sostegno della sussistenza del nesso funzionale, richiama l'interrogazione cofirmata dal deputato Micciché, XIII Legislatura, n. 4/08769 del 1 aprile 1997 e l'interrogazione dello stesso deputato Miccichè, XIII legislatura, n. 3/06609 del 27 novembre 2000. La seconda interrogazione quella del 27 novembre 2000 non assume rilievo, in quanto posta in essere dal deputato Miccichè in data posteriore alle dichiarazioni oggetto del presente giudizio cfr., da ultimo, sentenza 260/06 . Ma anche il primo di tali atti, l'unico in ipotesi rilevante, in quanto anteriore alle dichiarazioni al periodico Liberal , non è idoneo a giustificare l'insindacabilità, perché non si riscontrano i due elementi che debbono contemporaneamente ricorrere affinché possa dirsi sussistente il nesso funzionale il legame temporale fra l'attività parlamentare e l'attività esterna, di modo che questa assuma una finalità divulgativa della prima la sostanziale corrispondenza di significato tra opinioni espresse nell'esercizio di funzioni parlamentari e atti esterni, non essendo sufficienti né una mera comunanza di argomenti né un mero contesto politico cui esse possano riferirsi sentenze 28 e 176/05, 221 e 258/06 . Per un verso, infatti, difetta il medesimo contesto temporale tra atto tipico e divulgazione extra moenia, il primo risalendo ad oltre un anno prima. Per l'altro verso, l'interrogazione del 1 aprile 1997 - riguardante genericamente la grande diffusione di mafia sconfitta, suscitata dal frastuono e dalla passerella di molti di coloro che operano o si aggirano nell'antimafia e la Babele delle rivelazioni dei pentiti , senza alcun apprezzamento critico nei confronti del dott. Giancarlo Caselli, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo - ha un oggetto sostanzialmente diverso da quello di cui alle dichiarazioni apparse su Liberal , in cui si imputa proprio al dott. Caselli, nella sua qualità, di essere stato mandato in Sicilia per dare una spallata decisiva alla D.C. , di avere fatto solo politica , con processi ai politici che servono solo a scrivere le verità pagate dei pentiti , perdendo tempo e denaro e così senza lottare contro la vera mafia. Si deve, pertanto, concludere che le espressioni usate dal deputato Micciché, per le quali è stato instaurato il procedimento penale all'origine del presente conflitto, non trovano corrispondenza in alcun atto o intervento parlamentare dello stesso deputato. La difesa della Camera, invero, sia nella memoria di costituzione che in quella depositata in prossimità dell'udienza, ha richiamato numerosi atti tipici interrogazioni ed interpellanze di altri parlamentari, molti dei quali appartenenti al medesimo gruppo del deputato Miccichè, a dimostrazione di quanto fosse diffusa la critica parlamentare nei confronti della Procura di Palermo e specificamente del suo capo, dott. Caselli, accusato di aver abusato dei suoi poteri per finalità puramente politiche. E sostiene che il deputato potrebbe giovarsi, ai fini della non sindacabilità delle sue dichiarazioni, dell'attività parlamentare posta in essere sul medesimo tema da altri membri delle Camere, tanto più in un caso di appartenenza al medesimo gruppo parlamentare. Tale tesi non può essere condivisa. Questa Corte ha già chiarito che la verifica del nesso funzionale tra dichiarazioni rese extra moenia ed attività tipicamente parlamentari, nonché il controllo sulla sostanziale corrispondenza tra le prime e le seconde, devono essere effettuati con riferimento alla stessa persona, mentre sono irrilevanti gli atti di altri parlamentari sentenze 260/06, 146/05 e 347/04 . La circostanza che gli altri parlamentari, ai cui atti si collegherebbero le dichiarazioni oggetto del giudizio penale, appartengono allo stesso gruppo del deputato Micciché, non può influire sull'estensione della garanzia a soggetti diversi da quello cui si riferisce la delibera di insindacabilità. È vero che le guarentigie previste dall'articolo 68 sono poste a tutela delle istituzioni parlamentari nel loro complesso e non si risolvono in privilegi personali dei deputati e dei senatori. Da questa esatta rilevazione non si può trarre, tuttavia, la conseguenza che, come afferma la difesa della Camera dei deputati, esista una tale fungibilità tra i parlamentari iscritti allo stesso gruppo da produrre effetti giuridici sostanziali nel campo della loro responsabilità civile e penale per le opinioni espresse al di fuori delle Camere l'articolo 68, comma 1, Costituzione non configura una sorta di insindacabilità di gruppo, per cui un atto o intervento parlamentare di un appartenente ad un gruppo fornirebbe copertura costituzionale per tutti gli altri iscritti al gruppo medesimo sentenza 249/06 . 4. Deve quindi concludersi che la Camera dei deputati, nel deliberare l'insindacabilità delle dichiarazioni di cui si tratta, ha violato l'articolo 68, comma 1, della Costituzione e ha leso in tal modo le attribuzioni dell'autorità giudiziaria ricorrente. La deliberazione di insindacabilità deve essere, pertanto, annullata. PQM La Corte costituzionale dichiara che non spettava alla Camera dei deputati affermare che le dichiarazioni rese dal deputato Gianfranco Miccichè, oggetto del procedimento penale pendente davanti al Tribunale di Roma, VII sezione penale, costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni, ai sensi dell'articolo 68, comma 1, della Costituzione annulla, di conseguenza, la delibera di insindacabilità adottata dalla Camera dei deputati nella seduta del 19 settembre 2001 documento IV-quater, n. 1 . ?? ?? ?? ?? 7

Corte costituzionale - sentenza 18-27 luglio 2006, n. 315 Presidente Bile - Relatore Finocchiaro Ritenuto in fatto Con ricorso in data 15 giugno 2002, il Tribunale di Como, nell'ambito del procedimento penale a carico del deputato Cesare Previti - imputato del reato di cui agli articoli 595 del Cp, 13 e 21 della legge 47/1948, 30, commi 4 e 5, della legge 223/90, per avere rilasciato, nel corso della trasmissione televisiva TG Sera , trasmessa dalla RAI alle ore 20,30 del 16 settembre 1997, una intervista, in cui, tra l'altro, dichiarava L'Ariosto è un teste falso, fabbricato in laboratorio, pagata per calunniare , in tal modo offendendo la reputazione di Stefania Ariosto -, ha sollevato conflitto di attribuzione nei confronti della Camera dei deputati in ordine alla deliberazione del 13 giugno 2002 doc. IVquater, n. 31 , che ha ritenuto insindacabili, ai sensi dell'art. 68, comma 1, della Costituzione, le dichiarazioni riguardo alle quali è stata formulata la predetta imputazione. Secondo il Tribunale ricorrente, la descritta condotta del deputato Previti non potrebbe essere ricompresa nella previsione di cui al comma 1 dell'art. 68 della Costituzione, dal momento che le dichiarazioni di cui si tratta sono state pronunciate fuori dal Parlamento e dal contesto di iniziative parlamentari tipiche, non essendo individuabile alcuno specifico atto parlamentare adottato dal medesimo deputato il cui contenuto esse riproducano, e potendo le stesse, eventualmente, essere ricollegate, secondo la prospettazione della Camera dei deputati, ad un'attività politica in senso lato, quale quella relativa alla polemica politica inerente al procedimento penale - nel quale il deputato in questione era coimputato - cosiddetto IMI-SIR , in cui figurava come teste la predetta Ariosto. Tale collegamento non può, secondo il ricorrente, costituire valido oggetto di immunità parlamentare. Né varrebbe, in contrario, il richiamo alla circostanza che il deputato Previti, durante l'esame della richiesta di autorizzazione all'arresto cautelare inoltrata dalla Procura della Repubblica di Milano in data 3 settembre 1997, poi ripresentata il 12 dicembre 1997, fosse stato ascoltato in data 8 gennaio 1998 in sede parlamentare, producendo una memoria difensiva, nella quale avanzava la tesi che la Ariosto si fosse resa strumento di un complotto politico e di alcuni giudici contro lui stesso si sarebbe trattato, infatti, di audizione e di scritti successivi al momento dell'intervista in questione. Del resto, le dichiarazioni rese da un membro del Parlamento nel proprio interesse non potrebbero in nessun caso rientrare tra gli atti tipici della funzione parlamentare, in quanto volte ad ottenere il rigetto di una istanza di autorizzazione a procedere all'applicazione di una misura cautelare nei propri confronti. Pertanto, la richiamata deliberazione della Camera avrebbe illegittimamente interferito nella sfera di attribuzioni, costituzionalmente garantita, dell'autorità giudiziaria donde, la richiesta alla Corte di annullare la delibera. Il conflitto è stato dichiarato ammissibile con ordinanza di questa Corte 210/03. Il Tribunale di Como ha provveduto a notificare alla Camera dei deputati, e, successivamente, a ritualmente depositare tale ordinanza e l'atto introduttivo del giudizio innanzi a questa Corte. Si è costituita in giudizio la Camera dei deputati, eccependo la inammissibilità del ricorso per la mancanza dei requisiti dell'atto introduttivo, e concludendo, nel merito, per la infondatezza dello stesso. Nella imminenza della udienza pubblica, la difesa della Camera ha depositato memoria con la quale, nel ribadire le conclusioni già raggiunte, ha individuato una serie di interrogazioni ed interpellanze presentate da diversi parlamentari, alcuni dei quali appartenenti allo stesso gruppo del deputato Previti, aventi ad oggetto la vicenda concernente le deposizioni della Ariosto, a dimostrazione del carattere politico che aveva assunto il dibattito sull'argomento. Considerato in diritto 1. - Il Tribunale di Como ha sollevato conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla deliberazione adottata dall'Assemblea il 13 giugno 2002 doc.IVquater, n. 31 , con la quale è stato affermato che le dichiarazioni per le quali il deputato Cesare Previti è imputato per il reato di diffamazione della signora Stefania Ariosto nel procedimento penale pendente innanzi al Tribunale di Como concernono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni e sono, pertanto, insindacabili ai sensi dell'art. 68, comma 1, della Costituzione. 2. - Preliminarmente, deve essere confermata l'ammissibilità del conflitto, sussistendone i presupposti soggettivi ed oggettivi, come già ritenuto da questa Corte con l'ordinanza 210/03. 3. - L'eccezione di inammissibilità dell'atto introduttivo del conflitto sollevata dalla difesa della Camera per l'incertezza della forma, in quanto l'atto si autoqualifica ricorso nell'intestazione e ordinanza nella parte conclusiva, è infondata. È, infatti, principio consolidato nella giurisprudenza costituzionale quello secondo cui, con riguardo ai conflitti proposti da un'autorità giudiziaria, non ha rilievo il fatto che l'atto introduttivo abbia, anziché la forma del ricorso, quella dell'ordinanza, qualora, al di là del nomen iuris, l'ordinanza, come nella specie, possieda i requisiti di sostanza necessari per un valido ricorso sentenze 193/05 e 298/04 . 4. - La difesa della Camera deduce altresì la mancanza dei requisiti prescritti per l'atto introduttivo, con particolare riferimento alla omessa indicazione dei parametri costituzionali nei quali si radicherebbero le attribuzioni del ricorrente e alla mancata menzione della richiesta di dichiarazione di non spettanza alla Camera del potere esercitato e di annullamento della relativa delibera. L'eccezione di omessa precisazione del petitum va disattesa sulla base della costante giurisprudenza per la quale va rigettata l'eccezione di inammissibilità del ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, per avere il ricorrente omesso di chiedere alla Corte una pronuncia di non spettanza alla Camera del potere in contestazione, cioè della deliberazione di insindacabilità delle opinioni espresse da un parlamentare. Infatti non vi è alcuna norma - costituzionale o ordinaria - che imponga di adottare forme obbligate per proporre un conflitto di attribuzione tra poteri, essendo prevalente la sostanza della pretesa che il ricorrente introduce nel giudizio davanti alla Corte sentenza 164/05 . Nè rileva che le censure non abbiano investito nella sua totalità la deliberazione di insindacabilità, ma si siano concentrate su alcuni profili della medesima v., per analoghe affermazioni, sentenza 146/05 . Con riguardo alla mancata evocazione dei parametri costituzionali, l'eccezione deve essere respinta in quanto, nella specie, risulta chiara ed univoca la deduzione relativa alla menomazione delle attribuzioni funzionali, come completo risulta il petitum. 5. - Nel merito, il ricorso è fondato. Spetta a questa Corte valutare se le dichiarazioni rese dal deputato Previti, di cui la Camera dei deputati ha dichiarato l'insindacabilità ai sensi dell'art. 68, comma 1, della Costituzione, siano legate da nesso funzionale con le attività svolte da tale deputato nella sua qualità di membro della Camera, ed in particolare se esse siano sostanzialmente riproduttive di una opinione espressa in sede parlamentare v., ex plurimis, sentenze 260/06, 28/2005 20/2000 . In tale indagine, non assumono rilievo - nonostante le contrarie deduzioni della difesa della Camera circa l'invocabilità di atti posteriori alle dichiarazioni, ovvero formulate da altri membri della Camera - né gli atti attribuibili ad altri parlamentari v. sentenze numeri 193, 164 e 146/05 e 347/04 , né quelli posti in essere dallo stesso deputato in data posteriore alle dichiarazioni oggetto del presente giudizio sentenze numeri 223, 164, 146 e 28/2005 numeri 347 e 246/04 521/02 e 289/98 . La circostanza, poi, che gli altri parlamentari, ai cui atti si collegherebbero le dichiarazioni oggetto del giudizio penale, appartengano allo stesso gruppo dell'on. Previti non può influire sull'estensione della garanzia a soggetti diversi da quello cui si riferisce la delibera di insindacabilità. Questa Corte ha recentemente affermato - ed il principio deve essere confermato - che è vero che le guarentigie previste dall'art. 68 Costituzione sono poste a tutela delle istituzioni parlamentari nel loro complesso e non si risolvono in privilegi personali dei deputati e dei senatori. Da questa esatta rilevazione non si può trarre tuttavia la conseguenza che [ ] esista una tale fungibilità tra i parlamentari iscritti allo stesso gruppo da produrre effetti giuridici sostanziali nel campo della loro responsabilità civile e penale per le opinioni espresse al di fuori delle Camere l'art. 68, comma 1, Costituzione non configura una sorta di insindacabilità del gruppo, per cui un atto o intervento parlamentare di un appartenente ad un gruppo fornirebbe copertura costituzionale per tutti gli altri iscritti al gruppo medesimo sentenza 249/06 . Sulla base di tale principio deve, pertanto, escludersi la rilevanza delle interrogazioni e interpellanze presentate nei due rami del Parlamento dal 5 giugno 1996 al 14 luglio 1997 da parlamentari diversi dal deputato Previti, pur se tutte relative a valutazioni dei comportamenti della teste Stefania Ariosto. Con riferimento, poi, alle prime dichiarazioni addebitate al deputato Previti, le stesse risalgono al 16 settembre 1997 e, cioè, ad un'epoca anteriore alla audizione dello stesso innanzi alla Giunta per le autorizzazioni a procedere, in relazione alla quale lo stesso Previti depositò una memoria scritta, in data 8 gennaio 1998. L'indicata successione degli eventi esclude l'applicabilità dei principi enunciati nella sentenza 223/05, che ha ritenuto coperte dalla garanzia di insindacabilità le dichiarazioni che - mentre è in corso il procedimento parlamentare, disciplinato dall'art. 18 del regolamento della Camera - il deputato, destinatario della misura cautelare da autorizzare, renda a proposito di essa, fuori dalla sede del Parlamento, prima di essere ascoltato dalla Giunta o di avere altrimenti esercitato al riguardo le sue funzioni parlamentari , in quanto le stesse sono collegate alla pendenza di quel procedimento parlamentare, sì da restarne in tal senso qualificate. In conclusione, per nessuna delle dichiarazioni rese all'esterno del Parlamento sussiste il nesso funzionale con l'esercizio dell'attività parlamentare. Le dichiarazioni del deputato Previti non rientrano, pertanto, nell'esercizio della funzione parlamentare e non sono garantite dall'insindacabilità. Conseguentemente, l'impugnata delibera della Camera dei deputati ha violato l'art. 68, comma 1, della Costituzione, ledendo le attribuzioni dell'autorità giudiziaria ricorrente, e deve essere annullata. PQM La Corte costituzionale dichiara che non spettava alla Camera dei deputati deliberare che le dichiarazioni rese dal deputato Cesare Previti, oggetto del procedimento penale pendente davanti al Tribunale di Como, concernono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni, ai sensi dell'art. 68, comma 1, della Costituzione annulla, per l'effetto, la delibera di insindacabilità adottata dalla Camera dei deputati nella seduta del 13 giugno 2002 doc. IVquater, n. 31 . ?? ?? ?? ?? 4

Corte costituzionale - sentenza 18-27 luglio 2006, n. 316 Presidente Bile - Relatore Flick Ritenuto in fatto Con il ricorso indicato in epigrafe, il Tribunale di Roma - nel corso di un procedimento penale a carico del deputato Cesare Previti per il reato di diffamazione a mezzo stampa - ha sollevato conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla deliberazione adottata il 18 dicembre 2002 doc. IVquater, n. 38 , con la quale si è dichiarato che il fatto per cui è in corso l'indicato procedimento penale concerne opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni con conseguente insindacabilità ai sensi dell'articolo 68, comma 1, della Costituzione. Il Tribunale riferisce che il procedimento penale in questione, promosso a seguito di querela sporta da Stefania Ariosto, aveva ad oggetto le affermazioni del deputato Previti, contenute in un'intervista pubblicata dal quotidiano La Repubblica del 30 gennaio 1997, relative alla asserita falsità di dichiarazioni accusatorie dell'Ariosto nei suoi confronti. Ad avviso del ricorrente, la Camera dei deputati, con l'affermazione di insindacabilità, avrebbe arbitrariamente valutato il collegamento delle affermazioni incriminate con la funzione parlamentare trattandosi di dichiarazioni rese fuori dell'esercizio delle attività parlamentari tipiche, avrebbe dovuto, infatti, esservi - ai fini della sussistenza del nesso funzionale , presupposto dall'articolo 68, comma 1, Costituzione - quantomeno una sostanziale corrispondenza tra le dichiarazioni stesse e le opinioni già espresse nell'ambito delle predette attività. Tale condizione, a parere del Tribunale, non sarebbe per contro ravvisabile nella specie, giacché - se pure l'asserita falsità delle dichiarazioni dell'Ariosto era stata oggetto di dibattito parlamentare, in occasione di una precedente richiesta di applicazione di misura cautelare e con riferimento a procedimenti penali con imputazioni similari a carico del medesimo deputato, così come rilevato dalla Camera nella deliberazione di insindacabilità - non vi sarebbe prova che il deputato Previti avesse reso, prima dell'intervista in questione, dichiarazioni corrispondenti a quelle oggetto di imputazione. Il ricorrente ritiene, pertanto, che detta deliberazione abbia illegittimamente interferito nella sfera di attribuzioni, costituzionalmente garantita, dell'autorità giudiziaria e ne ha chiesto, in conseguenza, l'annullamento. Il conflitto è stato dichiarato ammissibile con ordinanza 303/04, con la quale è stata disposta la notifica del ricorso introduttivo del giudizio, unitamente alla predetta ordinanza, alla Camera dei deputati, in persona del suo Presidente, entro il termine di 60 giorni dalla comunicazione. Il Tribunale di Roma - ricevuta, in data 29 settembre 2004, la comunicazione dell'ordinanza di ammissibilità del conflitto - ne ha notificato copia, unitamente al ricorso introduttivo del giudizio, alla Camera dei deputati, in persona del suo Presidente, in data 8 novembre 2005, depositando, poi, gli atti notificati presso la cancelleria della Corte il successivo 18 novembre 2005. Nel giudizio, si è costituita la Camera dei deputati, in persona del Presidente, con atto depositato il 25 novembre 2005, eccependo, in via preliminare, la inammissibilità ed improcedibilità del conflitto, per la tardiva notificazione dell'ordinanza di ammissibilità di esso, ben oltre il termine di sessanta giorni dalla sua comunicazione. In via subordinata, la difesa della Camera deduce l'infondatezza del ricorso sia per l'evidente sussistenza, nella specie, di un fumus persecutionis in danno dello stesso parlamentare sia, in ogni caso, per la sussistenza di un nesso tra le opinioni ascritte al predetto ed i contenuti di una serie di atti parlamentari accomunati dalla medesima tematica, vale a dire l'asserita esistenza di rapporti poco trasparenti tra la Procura di Milano e la signora Ariosto e la circostanza che costei sarebbe stata pilotata da organi di stampa atti i cui contenuti risulterebbero, dunque, pienamente sovrapponibili alle opinioni espresse extra moenia dal deputato Previti, con la conseguente copertura della guarentigia di cui all'articolo 68, comma 1, della Costituzione. In prossimità della camera di consiglio, la difesa della Camera dei deputati ha depositato una memoria illustrativa in cui, ribadite le argomentazioni svolte in sede di costituzione in giudizio, ha ulteriormente eccepito l'improcedibilità del conflitto per la tardività della notificazione dell'ordinanza di ammissibilità di esso. Considerato in diritto Il conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato, sollevato dal Tribunale di Roma, investe la deliberazione con cui, il 18 dicembre 2002, la Camera dei deputati ha ritenuto insindacabili - ai sensi dell'articolo 68, comma 1, della Costituzione - i fatti per i quali il deputato Cesare Previti è stato sottoposto a procedimento penale per il reato di diffamazione a mezzo stampa in danno di Stefania Ariosto, in quanto concernenti opinioni espresse nell'esercizio delle funzioni parlamentari. Il ricorrente assume che, per le specifiche dichiarazioni oggetto dell'accertamento penale, difetterebbe il necessario e specifico collegamento con l'esercizio dell'ufficio parlamentare con la conseguenza che la Camera dei deputati, con la citata deliberazione di insindacabilità, avrebbe illegittimamente esercitato il proprio potere ed in tal modo leso le attribuzioni costituzionali dell'autorità giudiziaria. Nel costituirsi in giudizio, la Camera dei deputati ha, preliminarmente, eccepito l'improcedibilità del conflitto, stante l'inosservanza, da parte dell'organo ricorrente, del termine perentorio fissato per la notificazione del ricorso e dell'ordinanza di ammissibilità. L'eccezione di improcedibilità è fondata. Invero, questa Corte ha costantemente statuito che la peculiare disciplina dei conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato contempla l'avvio, rimesso all'iniziativa della parte interessata, di due distinte ed autonome fasi procedurali, destinate a concludersi, rispettivamente, la prima con la preliminare e sommaria delibazione circa l'ammissibilità del conflitto, e la seconda, invece, con la pronuncia sul merito, oltre che con il definitivo giudizio sull'ammissibilità ed è certamente onere del ricorrente, a conclusione della prima fase ed affinché si possa aprire la seconda, provvedere alla notificazione del ricorso e dell'ordinanza di ammissibilità, entro il termine da quest'ultima fissato. In proposito, questa Corte ha già ripetutamente affermato - sussistendo, in generale, l'esigenza costituzionale che il giudizio, una volta instaurato, sia concluso in termini certi non rimessi alle parti confliggenti cfr. sentenza 116/03 - che tale termine è da osservarsi a pena di decadenza, secondo quanto si rileva dal regolamento di procedura dinanzi al Consiglio di Stato in sede giurisdizionale in connessione con l'articolo 36 del testo unico delle leggi sul Consiglio stesso, approvato con regio decreto 1054/24 , applicabile nei procedimenti davanti alla Corte costituzionale in virtù del richiamo di cui all'articolo 22, legge 87/1953 cfr. già ordinanza 386/85 e sentenze 200/01 e 88/2005 . Nella specie, il ricorso e l'ordinanza risultano notificati in data 8 novembre 2005 e, quindi, ben oltre la scadenza del termine di sessanta giorni fissato nell'ordinanza medesima pertanto non può procedersi allo svolgimento dell'ulteriore fase del giudizio, non essendo stato rispettato il termine perentorio per la notificazione del ricorso e dell'ordinanza di ammissibilità. PQM La Corte Costituzionale dichiara improcedibile il conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato proposto dal Tribunale di Roma nei confronti della Camera dei deputati con il ricorso indicato in epigrafe. ?? ?? ?? ?? 3

Corte costituzionale - sentenza 18-27 luglio 2006, n. 314 Presidente Bile - Relatore Finocchiaro Ritenuto in fatto Nel corso di procedimenti penali riuniti, a carico del deputato Cesare Previti, imputato, in concorso con alcuni giornalisti e con il direttore responsabile di una testata giornalistica, del reato di diffamazione a mezzo stampa, per le dichiarazioni rilasciate su Stefania Ariosto e pubblicate nel periodo compreso tra il 26 maggio 1996 e il 13 dicembre 1997, il Tribunale di Monza, con atto del 26 marzo 2002, ha sollevato conflitto di attribuzione nei confronti della deliberazione del 14 marzo 2002 doc. IVquater, n. 22 , con la quale la Camera dei deputati ha ritenuto insindacabili, ai sensi dell'articolo 68, comma 1, della Costituzione, le dichiarazioni riguardo alle quali sono state formulate le imputazioni, risultanti dai fogli allegati all'atto introduttivo del conflitto in tali dichiarazioni si fa, tra l'altro, riferimento alla Ariosto, teste in un procedimento penale nel quale il predetto deputato era coimputato, come ad una una bugiarda calunniatrice , un teste falso , che avrebbe inventato fatti, luoghi, tempi, persone, circostanze, prospettandosi, inoltre, la possibilità che la stessa fosse stata ricompensata da organismi pubblici con considerevoli somme di danaro o altri beni per le accuse che gli aveva rivolto, e che la sua testimonianza fosse un elemento di un impianto accusatorio costruito anche con una inesistente intercettazione ambientale . Secondo il Tribunale ricorrente, la descritta condotta del deputato Previti non potrebbe essere ricompresa nella previsione di cui al comma 1 dell'articolo 68 della Costituzione, dal momento che non possono farsi rientrare tra gli atti tipici dell'attività di membro del Parlamento i discorsi pronunziati da un parlamentare nel proprio personale interesse e finalizzati ad ottenere - come nel caso di specie - il rigetto di una istanza di autorizzazione a procedere all'applicazione di una misura cautelare fra quelle specificate nel libro quarto, titolo primo, del codice di procedura penale . Pertanto, la deliberazione di cui si tratta avrebbe illegittimamente interferito nella sfera di attribuzioni, costituzionalmente garantite, dell'autorità giudiziaria. Il conflitto è stato dichiarato ammissibile con ordinanza di questa Corte n. 180 del 2003, depositata il 23 maggio 2003. Il Tribunale di Monza ha provveduto a notificare tale ordinanza e l'atto introduttivo del giudizio innanzi a questa Corte alla Camera dei deputati in data 6 giugno 2003, depositandoli entrambi il 24 giugno 2003. Si è costituita in giudizio, con memoria depositata il 26 giugno 2003, la Camera dei deputati, eccependo la inammissibilità e, in subordine, la irricevibilità del ricorso, e, nel merito, la infondatezza dello stesso. Sotto il primo profilo, si denuncia la assenza di una compiuta descrizione dei fatti di causa e, in particolare, del contenuto delle dichiarazioni rese extra moenia dal parlamentare di cui si tratta, emergente non già dall'atto introduttivo del giudizio, ma solo da alcuni fogli , ritenuti di incerta natura, pervenuti alla Camera dei deputati unitamente ad esso e all'ordinanza della Corte. Ulteriore ragione di inammissibilità viene ravvisata nella mancanza, nell'atto introduttivo del giudizio per conflitto di attribuzione - adottato nella forma della ordinanza, anziché del ricorso -, dei requisiti prescritti, con particolare riferimento alla indicazione del petitum. Infine, si lamenta che il ricorrente non abbia menzionato i parametri costituzionali nei quali si radicherebbero le sue attribuzioni. In subordine, viene dedotta la irricevibilità dell'atto, alla luce del rilievo che la forma dell'ordinanza data allo stesso consentirebbe, in contrasto con il principio di parità tra le parti del giudizio, l'aggiramento della disposizione dell'articolo 6 delle norme integrative per i giudizi innanzi alla Corte costituzionale, a tenore del quale la parte deve depositare i propri documenti in tante copie in carta libera quanti sono i componenti della Corte e le parti. Nel merito, la difesa della Camera conclude per il rigetto del ricorso, rilevando un inscindibile nesso funzionale tra le predette dichiarazioni e la funzione parlamentare. In proposito, si richiamano una serie di interrogazioni ed interpellanze, la prima delle quali risalente al 5 giugno 1996, facenti riferimento alla scarsa credibilità del teste Ariosto, ed aventi un contenuto sostanzialmente sovrapponibile a quello delle opinioni espresse extra moenia dal deputato Previti. La difesa della Camera dei deputati, inoltre, sottolinea come la vicenda della Ariosto fosse stata discussa ampiamente in sede parlamentare in occasione della presentazione, da parte della Procura della Repubblica di Milano, il 3 settembre 1997, di un richiesta di autorizzazione a procedere all'arresto cautelare dello stesso deputato, richiesta ripresentata il 12 dicembre 1997, dopo un primo rinvio alla Procura da parte della Camera in data 18 settembre 1997. Nel corso del relativo procedimento parlamentare, il deputato Previti era stato ascoltato in data 8 gennaio 1998, ed aveva depositato una memoria scritta, tenuta poi presente dalla Giunta per le autorizzazioni, che aveva rivolto alla Camera la proposta, accolta, di diniego dell'autorizzazione all'arresto. Ed anche successivamente al predetto intervento, nel corso della discussione in assemblea sulla richiesta di autorizzazione, altri deputati avevano espresso riserve sulle testimonianze rese dalla Ariosto. Né rileva, secondo la difesa della Camera, che i richiamati atti parlamentari tipici siano posteriori alle prime tra le dichiarazioni di cui si tratta, in quanto anche gli atti successivi alle opinioni manifestate extra moenia sarebbero utilizzabili al fine di identificare il nesso funzionale tra dichiarazioni e mandato parlamentare, ed, in ogni caso, dovrebbe ritenersi contestuale l'atto tipico che sia intervenuto in un momento non separato da soluzione di continuità da quello delle dichiarazioni. Infine, nessuna influenza avrebbe la circostanza della mancata coincidenza tra gli autori di alcuni dei richiamati atti parlamentari tipici e l'autore delle dichiarazioni di cui si tratta, essendo evidente la utilizzabilità degli atti di altro parlamentare - in particolare, se, come nella specie, appartenente allo stesso gruppo parlamentare del deputato delle cui opinioni si discute - ai fini della ricostruzione del nesso funzionale. Considerato in diritto 1. - Il Tribunale di Monza ha sollevato conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti della Camera dei deputati, in relazione alla deliberazione adottata dall'Assemblea il 14 marzo 2002, con la quale è stato dichiarato che i fatti per i quali il deputato Cesare Previti è imputato del reato di diffamazione nei confronti della signora Stefania Ariosto, nel procedimento penale pendente innanzi al Tribunale di Monza, concernono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni e sono, pertanto, insindacabili ai sensi dell'articolo 68, comma 1, della Costituzione. 2. - Preliminarmente, deve essere confermata l'ammissibilità del conflitto, sussistendone i presupposti soggettivi ed oggettivi, come già ritenuto da questa Corte nella ordinanza 180/03. 3. - È infondata l'eccezione di irricevibilità del ricorso, sollevata dalla difesa della Camera, per l'assenza, nello stesso, di una compiuta descrizione dei fatti di causa e, in particolare, del contenuto delle dichiarazioni rese extra moenia dal parlamentare di cui si tratta, emergente non già dall'atto introduttivo del giudizio, ma solo da alcuni fogli , ritenuti di incerta natura, pervenuti alla Camera dei deputati unitamente ad esso e all'ordinanza della Corte. È bensì vero che questa Corte ha recentemente affermato che va dichiarato inammissibile il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sollevato con ordinanza priva di ogni riferimento agli specifici fatti per cui si procede, senza che a colmare la lacuna della mancata descrizione della fattispecie del giudizio penale possano soccorrere gli atti del procedimento penale irritualmente trasmessi dal ricorrente, in quanto è nel solo atto introduttivo e negli eventuali documenti ad esso allegati che devono essere rinvenuti gli elementi identificativi della causa petendi e del petitum, relativi al conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato v. ordinanza 129/05 . Tuttavia, nella specie, il richiamato principio non è applicabile, dal momento che ognuno di quei fogli , debitamente siglato dal giudice procedente, fa parte integrante dell'atto introduttivo del giudizio per conflitto, come emerge dalla lettura dello stesso, che vi fa espressa menzione, segnalando che si tratta dei fogli che riportano i capi d'imputazione per i quali si procede, sicché è da ritenere l'autosufficienza di tale atto agli effetti della identificazione degli elementi del giudizio. 4. - Parimenti infondata è l'altra eccezione di inammissibilità ravvisata nell'adozione della forma dell'ordinanza, anziché del ricorso, per l'atto introduttivo. E', infatti, principio consolidato nella giurisprudenza costituzionale quello secondo cui, riguardo ai conflitti proposti da una autorità giudiziaria, non ha rilievo il fatto che l'atto introduttivo abbia, anziché la forma del ricorso, quella dell'ordinanza, qualora, al di là del nomen iuris, l'ordinanza, come nella specie, possieda i requisiti di sostanza necessari per un valido ricorso sentenze 193/05 e 298/04 . 5. - La difesa della Camera deduce altresì la mancanza dei requisiti prescritti per l'atto introduttivo con particolare riferimento alla omessa indicazione del petitum, nonché la mancata indicazione dei parametri costituzionali nei quali si radicherebbero le attribuzioni del ricorrente. L'eccezione di omessa precisazione del petitum va disattesa sulla base della costante giurisprudenza per la quale va rigettata l'eccezione di inammissibilità del ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, per avere il ricorrente omesso di chiedere alla Corte una pronuncia di non spettanza alla Camera del potere in contestazione, cioè della deliberazione di insindacabilità delle opinioni espresse da un parlamentare. Infatti non vi è alcuna norma - costituzionale o ordinaria - che imponga di adottare forme obbligate per proporre un conflitto di attribuzione tra poteri, essendo prevalente la sostanza della pretesa che il ricorrente introduce nel giudizio davanti alla Corte sentenza 164/05 . Nè rileva che le censure non abbiano investito nella sua totalità la deliberazione di insindacabilità, ma si siano concentrate su alcuni profili della medesima v., per analoghe affermazioni, sentenza n. 146 del 2005 . Con riguardo alla mancata evocazione dei parametri costituzionali, l'eccezione deve essere respinta in quanto, nella specie, risulta chiara ed univoca la deduzione relativa alla menomazione delle attribuzioni funzionali. 6. - È infine infondata anche l'eccezione di irricevibilità dell'atto, per contrasto con il principio di parità tra le parti del giudizio, determinato dall'aggiramento, attraverso la forma dell'ordinanza data all'atto introduttivo, della disposizione dell'articolo 6 delle norme integrative per i giudizi innanzi alla Corte costituzionale, a tenore del quale la parte deve depositare i propri documenti in tante copie in carta libera quanti sono i componenti della Corte e le parti. L'utilizzazione della forma dell'ordinanza non implica, di per sé, l'inosservanza delle prescrizioni di cui all'articolo 6 delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale, e l'asserita violazione del citato articolo 6 non risulta che abbia in alcun modo pregiudicato, o reso meno agevole, l'attività difensiva della Camera resistente. Ciò è dimostrato dal carattere meramente astratto della denunciata violazione del principio di eguaglianza e del principio di parità fra le parti del giudizio principio che non consente di addossare oneri squilibrati alle parti di un medesimo giudizio, ma che certamente è male invocato quando si sostiene che la difesa della Camera, se ricorrente, si sobbarca all'onere di produrre numerose copie del ricorso laddove l'autorità giudiziaria, quando è ricorrente, si sottrae a tale difficoltà materiale . La par condicio non ha nulla a che vedere con una fattispecie che richiederebbe, nell'auspicio della difesa della Camera, una applicazione non tanto rigorosa, quanto rigidamente letterale dell'articolo 6 citato da parte della cancelleria della Corte nel sanzionare una irregolarità formale, pur se non idonea a pregiudicare in qualsiasi modo la controparte. sentenza 193/05, cit. . 7. - Nel merito, il ricorso è fondato. Spetta a questa Corte valutare se le dichiarazioni rese dal parlamentare, di cui la Camera dei deputati ha dichiarato l'insindacabilità ai sensi dell'articolo 68, comma 1, della Costituzione, siano legate da nesso funzionale con le attività svolte dallo stesso deputato nella sua qualità di membro della Camera, ed in particolare se esse siano sostanzialmente riproduttive di una opinione espressa in sede parlamentare v., ex plurimis, sentenze 260/06, 28/2005, 20/2000 . In tale indagine, non assumono rilievo - nonostante le contrarie deduzioni della difesa della Camera circa l'invocabilità di atti posteriori alle dichiarazioni, ovvero formulate da altri membri della Camera - né gli atti attribuibili ad altri parlamentari v. sentenze numeri 193, 164 e 146/05 e 347/04 , né quelli posti in essere dallo stesso deputato in data posteriore alle dichiarazioni oggetto del presente giudizio sentenze numeri 223, 164, 146 e 28/2005 numeri 347 e 246/04 521/02 e 289/98 . La circostanza, poi, che gli altri parlamentari, ai cui atti si collegherebbero le dichiarazioni oggetto del giudizio penale, appartengano allo stesso gruppo dell'on. Previti non può influire sull'estensione della garanzia a soggetti diversi da quello cui si riferisce la delibera di insindacabilità. Questa Corte ha recentemente affermato che è vero che le guarentigie previste dall'articolo 68 Costituzione sono poste a tutela delle istituzioni parlamentari nel loro complesso e non si risolvono in privilegi personali dei deputati e dei senatori. Da questa esatta rilevazione non si può trarre tuttavia la conseguenza che [ ] esista una tale fungibilità tra i parlamentari iscritti allo stesso gruppo da produrre effetti giuridici sostanziali nel campo della loro responsabilità civile e penale per le opinioni espresse al di fuori delle Camere l'articolo 68, comma 1, Costituzione non configura una sorta di insindacabilità del gruppo, per cui un atto o intervento parlamentare di un appartenente ad un gruppo fornirebbe copertura costituzionale per tutti gli altri iscritti al gruppo medesimo sentenza 249/06 . Sulla base di tale principio deve, pertanto, escludersi la rilevanza delle interrogazioni e interpellanze presentate nei due rami del Parlamento dal 5 giugno 1996 al 14 luglio 1997 da parlamentari diversi dal deputato Previti, pur se tutte relative a valutazioni dei comportamenti della teste Stefania Ariosto. Con riferimento poi alle prime dichiarazioni addebitate al deputato Previti, le stesse risalgono al 26 maggio 1996 e, cioè, ad un'epoca di gran lunga precedente la prima richiesta della Procura di Milano di autorizzazione all'arresto cautelare del deputato, risalente al 3 settembre, richiesta non esaminata dalla Camera perché avanzata prima che il Giudice per le indagini preliminari avesse emesso ordinanza di custodia cautelare, poi riproposta il 12 dicembre 1997 e rigettata , ed in relazione alla quale lo stesso Previti fu ascoltato, e depositò una memoria scritta, solo in data 8 gennaio 1998. L'indicata successione degli eventi esclude l'applicabilità dei principi enunciati nella sentenza n. 223 del 2005, che ha ritenuto coperte dalla garanzia di insindacabilità le dichiarazioni che - mentre è in corso il procedimento parlamentare, disciplinato dall'articolo 18 del regolamento della Camera - il deputato destinatario della misura cautelare da autorizzare renda a proposito di essa, fuori dalla sede del Parlamento, prima di essere ascoltato dalla Giunta o di avere altrimenti esercitato al riguardo le sue funzioni parlamentari , in quanto le stesse sono collegate alla pendenza di quel procedimento parlamentare, sì da restarne in tal senso qualificate. In conclusione, per nessuna delle dichiarazioni rese all'esterno del Parlamento sussiste il nesso funzionale con l'esercizio dell'attività parlamentare. Le dichiarazioni del deputato Previti non rientrano, pertanto, nell'esercizio della funzione parlamentare e non sono garantite dall'insindacabilità. Conseguentemente, l'impugnata delibera della Camera dei deputati ha violato l'articolo 68, comma 1, della Costituzione, ledendo le attribuzioni dell'autorità giudiziaria ricorrente, e deve essere annullata. PQM La Corte costituzionale dichiara che non spettava alla Camera dei deputati deliberare che le dichiarazioni rese dal deputato Cesare Previti, oggetto del procedimento penale pendente davanti al Tribunale di Monza, concernono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni, ai sensi dell'articolo 68, comma 1, della Costituzione annulla, per l'effetto, la delibera di insindacabilità adottata dalla Camera dei deputati nella seduta del 14 marzo 2002 doc. IVquater, n. 22 . ?? ?? ?? ?? 5