“Con la sola imposizione delle mani” posso farti firmare un contratto … viziato

È sufficiente un turbamento psichico risalente al momento della conclusione del negozio tale da menomare gravemente le facoltà intellettive e volitive per ritenere il contratto viziato da incapacità di una delle parti.

Il caso. Il figlio naturale di una donna citava in giudizio una coppia per sentire dichiarare nulli o, in subordine, annullare per circonvenzione di incapace o ancora per incapacità naturale o per vizio del consenso, i contratti di compravendita immobiliare conclusi dalla madre con i predetti. La domanda, rigettata in primo grado, veniva accolta dai giudici di appello che annullavano i contratti per incapacità naturale della venditrice. L’anziana signora aveva una cultura modesta e versava in condizioni di precarietà fisica ed emotiva. Secondo i giudici territoriali, la venditrice, novant’enne al momento della stipulazione dei contratti, pur non essendo affetta sotto il profilo clinico da infermità tali da comportare la totale privazione delle capacità intellettive e volitive, versava in una condizione di incapacità naturale caratterizzata da una menomazione tale da impedire una volontà cosciente e consapevole . Guarire gli ammalati con la sola imposizione delle mani? La donna era stata soggetta ad un’influenza psicologica soprattutto da parte dell’uomo, che le aveva fatto credere di poter guarire gli ammalati attraverso la pratica della imposizione delle mani , compiuta anche sull’attore e sulla madre dello stesso. La malafede dell’uomo, viene sottolineato in appello, era ritenuta provata in base alla consapevolezza dello stato mentale menomato della donna. Il guaritore ha fatto in modo che la donna si allontanasse dal figlio. Anche la Corte di Cassazione, con la sentenza numero /13 depositata il 26 marzo, si è pronunciata sulla vicenda, sottolineando che il progressivo allontanamento della donna dal figlio, a causa della condotta del convenuto, è sintomatica di uno stato di incapacità , che non le consentiva di rendersi conto della portata degli atti che compiva. È sufficiente un turbamento. La S.C., inoltre, rigettando il ricorso, precisa che, ai fini dell’annullamento di un negozio per incapacità naturale, non è necessaria una malattia che annulli in modo totale le facoltà intellettive e volitive, ma è sufficiente un turbamento psichico risalente al momento della conclusione del negozio tale da menomare gravemente, anche senza escluderle, tali facoltà, che devono risultare diminuite in modo da impedire o ostacolare una seria valutazione dell’atto o la formazione di una volontà .

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 30 gennaio 26 marzo 2013, n. 7626 Presidente/Relatore Migliucci Svolgimento del processo 1.- Con sentenza numero del 2002 il Tribunale di Verbania rigettava la domanda con la quale C C. , figlio naturale di C.G. , aveva agito in giudizio nei confronti di A.U. e A B. per sentire in via principale, dichiarare nulli o, in subordinare, annullare per circonvenzione di incapace o ancora per incapacità naturale o per vizio del consenso i contratti di compravendita immobiliare conclusi dalla madre dell'attore con i predetti. Con sentenza dep. il 10 novembre 2005 la Corte di appello di Torino, in riforma della decisione impugnata dall'attore, accoglieva la domanda proposta da quest'ultimo, annullando i contratti per l'incapacità naturale della venditrice. Premesso che gli atti di compravendita, con il quale aveva alienato l'intero patrimonio immobiliare, erano stati stipulati quando la venditrice aveva novant'anni e che soltanto parte del prezzo pari a lire 40.000.000 era risultato versato a stregua dei movimenti bancari da cui era emersa la dazione di somme a favore di persone estranee, i Giudici, nel ritenere i presupposti di cui all'art. 428 cod. civ., accertavano che la venditrice, pur non essendo risultata affetta sotto il profilo clinico da infermità tali da comportare la totale privazione delle capacità intellettive e volitive, versava in una condizione di incapacità naturale caratterizzata da una menomazione tale da impedire una volontà cosciente e consapevole. Al riguardo, si evidenziava che l'anziana donna, di modesta cultura e in condizioni di precarietà fisica ed emotiva, era stata soggetta alla non resistibile influenza psicologica dell'A. , in quanto dominata dalla prevaricante personalità del medesimo, il quale l'aveva progressivamente allontanata dal figlio e dal suo ambiente affettivo. In proposito, la Corte descriveva il contesto mistico - religioso, nel quale doveva inquadrarsi il rapporto fra la donna e l'A. , contesto originato dalla miracolosa guarigione della sorella della C. di ritorno da un viaggio a a seguito della quale, a titolo di ringraziamento, era stata eretta la statua della Madonna nel giardino della predetta e che era stato oggetto di pellegrinaggi da parte di comitive giunte da ogni parte di Italia dei quali aveva successivamente assunto la gestione proprio l'A. , il quale si era presentato egli stesso investito di una missione religiosa e come dotato di capacità tali da guarire gli ammalati attraverso la pratica della imposizione delle mani, compiuta anche sull'attore e sulla madre che aveva dichiarato di averne ricevuto benessere e sollievo. La malafede dell'A. era ritenuta provata in base alla consapevolezza dello stato mentale menomato della donna. 2.- Avverso tale decisione propongono ricorso per cassazione sulla base di tre motivi S A. , P A. , quali eredi di U A. , e A B. , in proprio e quale erede di U A. . Resiste con controricorso l'intimato. Motivi della decisione 1.1.- Il primo motivo, lamentando violazione e falsa applicazione dell'art. 428 cod. civ., censura la decisione gravata che, pur annullando i contratti impugnati ai sensi dell'art. 428 cod. civ., aveva fatto riferimento alla non resistibile influenza psicologica di A.U. tale elemento avrebbe potuto costituire il fondamento di una pronuncia di annullamento per vizio del consenso ma non per incapacità naturale. 1.2.- Il secondo motivo, lamentando violazione e falsa applicazione dell'art. 428 secondo comma cod. civ., censura la sentenza per non avere preso in esame il necessario requisito della malafede dell'altro contraente A B. né aveva alla medesima attribuito la responsabilità di alcun comportamento volto a influenzare la capacità di autodeterminazione della C. . 1.3.- Il terzo motivo, lamentando omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto controverso e decisivo, censura la sentenza impugnata che aveva ritenuto l'incapacità della C. , deceduta tre anni prima dell'instaurazione del presente giudizio, senza che fosse stato possibile compiere l'esame della medesima e senza che fossero stati prodotti documenti o certificati medici da cui fosse emersa alcuna patologia o debilitazione tali da dare luogo a una incapacità, che postula uno stato patologico comportante una significativa menomazione delle facoltà e intellettive volitive e deve essere verificata in modo rigoroso. I Giudici non avevano fornito alcuna motivazione circa l'incidenza sullo stato di incapacità naturale laddove avevano fatto riferimento all'influenza psicologica esercitata dall'A. o al contesto religioso, mentre le condizioni in cui la medesima si trovava non comportavano di per sé l'incapacità naturale anzi, i documenti prodotti dai convenuti e le deposizioni dei testi escussi avevano escluso alcuna infermità il che era stato confermato dalla circostanza che gli atti vennero conclusi davanti a due notai che altrimenti si sarebbero dovuti astenere dal prestare le loro funzioni. Peraltro, la stessa Corte aveva escluso alcuna infermità mentale, limitandosi ad affermare che è sufficiente anche una menomazione tale da impedire la formazione di una volontà cosciente e consapevole. Ma a maggior ragione in tal caso, osservano i ricorrenti, è necessario verificare la sussistenza di uno stato di incapacità naturale attraverso una indagine particolarmente rigorosa che, nella specie, non era stata compiuta. 2. - Il primo e il terzo motivo - che, per la stretta connessione, possono essere esaminati congiuntamente - sono infondati, a Occorre innanzitutto chiarire che, pur se il vizio del consenso e l'incapacità naturale incidano entrambi sulla facoltà di autodeterminazione del soggetto, tuttavia hanno presupposti diversi in quanto il primo influisce sul processo di formazione della volontà, mentre la seconda impedisce la capacità di cosciente e libera autodeterminazione del soggetto. Nella specie, peraltro, deve escludersi - come invece sostenuto dai ricorrenti - che i Giudici nella sostanza avrebbero fondato la pronuncia di annullamento per incapacità naturale su un vizio del consenso. Ed invero la sentenza, nell'accertare l'invalidità del contratto stipulato dalla C. , ha tenuto conto dei presupposti di cui all'art. 428 cod. civ., considerando lo stato mentale e psicologico in cui versava l'anziana donna ovvero la menomazione della capacità di intendere e di volere della medesima per effetto delle sue condizioni soggettive, di età novant'anni , personalità, istruzione, salute ed emotive è stato ritenuto che era in conseguenza di tali condizioni che la predetta non era in grado di liberamente e consapevolmente autodeterminarsi, essendo perciò suscettibile di venire influenzata e suggestionata dall'ambiente mistico-religioso creatosi e dalla personalità dell'A. . Al riguardo, la sentenza ha evidenziato il particolare contesto in cui la presente vicenda doveva inquadrarsi, mettendo in luce il fervore mistico religioso, nel quale l'A. - autore di pratiche guaritrici anche sulla madre dell'attore, che aveva dichiarato di averne risentito benessere, e sullo stesso attore - aveva assunto un ruolo di primo piano gestendo il pellegrinaggio di malati nei luoghi in cui la sorella della C. aveva eretto una statua alla Madonna, b Nel verificare lo stato di incapacità naturale in cui si era venuta a trovare la C. , i Giudici non si sono limitati a fare riferimento alle condizioni soggettive o all'ambiente mistico in cui la medesima viveva ma hanno messo in luce il comportamento dalla medesima tenuto per effetto di tali condizioni, evidenziando il progressivo allontanamento dagli inizi degli anni '90 della donna dal figlio rifiuto e dagli altri familiari e conoscentitale da limitarne l'orizzonte sociale - e l'instaurarsi di un rapporto esclusivo con l'A. . In sostanza tale condotta è stata considerata sintomatica di uno stato di incapacità, che non le consentiva di rendersi conto della portata degli atti che compiva. Ciò posto, va considerato che, ai fini dell'annullamento di un negozio per incapacità naturale non è necessaria una malattia che annulli in modo assoluto le facoltà psichiche del soggetto, essendo sufficiente un turbamento psichico risalente al momento della conclusione del negozio tale da menomare gravemente, anche senza escluderle, le facoltà volitive ed intellettive, che devono risultare diminuite in modo da impedire o ostacolare una seria valutazione dell'atto o la formazione di una volontà l'accertamento di tale incapacità costituisce valutazione di merito, non sindacabile in cassazione ove - come nella specie - sia adeguatamente motivato Cass. 515/2004 , dovendo qui accennarsi che il giudizio sulla capacità di intendere e di volere dei contraenti, compiuto dal notaio rogante in sede di stipula dell'atto pubblico, non è certo vincolante nella valutazione che il giudice deve compiere per verificare la sussistenza o meno dell'incapacità naturale dello stipulante Cass. 3787/2012 9649/2006 . Orbene, le critiche formulate dai ricorrenti non sono idonee a scalfire la correttezza e la congruità dell'iter logico giuridico seguito dalla sentenza le doglianze, pur facendo riferimento ai vizi di motivazione, si concretano in argomentazioni volte a sostenere - attraverso la disamina e la discussione degli elementi probatori acquisiti - l'erroneo apprezzamento delle risultanze processuali compiuto dai giudici. Qui occorre considerare che l'esame e la valutazione dei documenti e delle risultanze della prova testimoniale, la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale, nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata. Al riguardo, va sottolineato che il vizio deducibile ai sensi dell'art. 360 n. 5 cod. proc. civ. deve consistere in un errore intrinseco al ragionamento del giudice che deve essere verificato in base al solo esame del contenuto del provvedimento impugnato e non può risolversi nella denuncia della difformità della valutazione delle risultanze processuali compiuta dal giudice di merito rispetto a quella a cui, secondo il ricorrente, si sarebbe dovuti pervenire in sostanza, ai sensi dell'art. 360 n. 5 citato, la dedotta erroneità della decisione non può basarsi su una ricostruzione soggettiva del fatto che il ricorrente formuli procedendo a una diversa lettura del materiale probatorio, atteso che tale indagine rientra nell'ambito degli accertamenti riservati al giudice di merito ed è sottratta al controllo di legittimità della Cassazione che non può esaminare e valutare gli atti processuali. 3.- Anche il secondo motivo va disatteso. Occorre premettere che la malafede, prevista dall'art. 428 II comma cod. civ., consiste nell'ignoranza dello stato di incapacità del contraente mentre l'annullamento del contratto per incapacità prescinde evidentemente da un comportamento tenuto dall'altro contraente per influenzare la determinazione dell'incapace. Nella specie, la sentenza ha verificato, ai sensi dell'art. 428 secondo comma cod. civ. la malafede dell'A. , dimostrando di avere applicato - in relazione alla posizione di quest'ultimo - la norma di cui ha indicato correttamente la nozione deve ritenersi che implicitamente ha ritenuto che la B. , moglie dell'A. e partecipe degli atti di compravendita, fosse pure consapevole dell'incapacità della donna allora, i ricorrenti - i quali hanno denunciato la violazione e la falsa applicazione di legge ex art. 360 n. 3 cod. proc. civ. - avrebbero dovuto piuttosto censurare la sentenza sotto il profilo del difetto di motivazione circa gli elementi di prova posti a base dell'accertamento in fatto al riguardo compiuto, dovendo qui ricordarsi che in tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un'erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi implica necessariamente un problema interpretativo della stessa, mentre il vizio di falsa applicazione delle legge riguarda la erronea sussunzione del fatto, accertato dal giudice di merito, nella ipotesi normativa. Il ricorso va rigettato. Le spese della presente fase vanno poste in solido a carico dei ricorrenti, risultati soccombenti. P.Q.M. Rigetta il ricorso. Condanna i ricorrenti in solido al pagamento in favore del resistente delle spese relative alla presente fase che liquida in Euro 3.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi ed Euro 3.000,00 per onorari di avvocato oltre accessori di legge.