Il commercialista è l’ideatore del reato? A finire sotto chiave sono i suoi beni

Legittima la confisca per equivalente dei beni di proprietà del commercialista ideatore della dichiarazione fraudolenta.

Lo ha affermato la Corte di Cassazione con la sentenza n. 6309/13, depositata l’8 febbraio. La fattispecie. Un commercialista veniva indagato per aver ideato i reati di evasione fiscale tramite fatture inesistenti di una società sua cliente. Per tale reato, venivano sottoposti a sequestro preventivo i beni del professionista, per un valore pari al profitto dell’evasione stessa. La questione viene affrontata dalla Corte di Cassazione che ritiene infondato il ricorso del commercialista. Prezzo o profitto La S.C. chiarisce che il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente ai reati tributari è applicabile non solo per quanto riguarda l’ipotesi del prezzo, ma anche per quella del profitto del reato. In più, la Cassazione afferma l’applicabilità ai reati tributari di entrambi i commi dell’art. 322 ter c.p. confisca non costituendo, tale applicazione, una interpretazione estensiva, per cui non si pone alcun problema di violazione del principio di legalità . la differenza discende dalla natura del reato. D’altronde precisa ancora la Corte il rapporto tra il primo e il secondo comma della norma non comporta, nel caso di reati tributari, l’inapplicabilità di entrambi, giacché la differenza tra profitto e prezzo del reato e quindi la sussistenza dell’uno e/o dell’altro discende dalla natura del reato stesso Cass., n. 35807/2010 . Niente da fare dunque per il ricorrente che viene condannato anche al pagamento delle spese processuali.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 18 dicembre 2012 8 febbraio 2013, n. 6309 Presidente Lombardi Relatore Graziosi Ritenuto in fatto 1. Con ordinanza del 22 marzo 2012 il Tribunale di Lecco ha respinto l'istanza di riesame del decreto di sequestro preventivo del 27 gennaio 2012 emesso dal gip dello stesso Tribunale a carico di T.F. , indagato, quale ideatore in entrambi i reati e autore materiale del primo, in concorso con R.N. , legale rappresentante di Ferramenta Venerota S.r.l., dei reati di cui agli articoli 110 c.p. e 2 d.lgs. 74/2000 perché, per consentire alla S.r.l. di evadere Iva e imposte dei redditi tramite fatture per operazioni inesistenti, dichiarava elementi passivi fittizi nelle dichiarazioni per tali imposte 2004-2007 e 81 cpv., 110 c.p. e 8 d.lgs. 74/2000 per avere emesso fatture per operazioni inesistenti per consentire alla S.r.l. di evadere le suddette imposte . L'ordinanza rileva, tra l'altro, che adduceva il ricorrente l'erronea disposizione del provvedimento cautelare reale, poiché il dettato della seconda parte del primo comma dell'articolo 322 ter c.p., avente ad oggetto appunto la confisca per equivalente, ne prevede l'operatività esclusivamente per il prezzo del reato, con conseguente inoperatività della confisca per equivalente, e dunque del sequestro preventivo ad essa finalizzato, per il profitto derivante dalle fattispecie di reato di cui all'articolo 1, comma 143, l. 244/2007. Osserva il Tribunale che tale problematica è stata oggetto di specifica valutazione della giurisprudenza di legittimità da ultimo Cass., sez. Ili, 26 maggio 2010 n. 25890 e Cass., sez. III, 7 luglio 2010 n. 35807 e risolta nel senso che il sequestro preventivo, funzionale alla confisca per equivalente, può essere disposto non solo per il prezzo, ma anche per il profitto del reato, l'integrale rinvio alle disposizioni di cui all'articolo 322 ter c.p. contenuto nell'articolo 1, comma 143, l. 244/2007 consentendo di affermare che, per i reati tributari, non solo il primo ma anche il secondo comma dell'articolo 322 ter c.p. è applicabile. 2. Avverso l'ordinanza è stato proposto ricorso basato su due motivi nullità dell'ordinanza per violazione dell'articolo 322 ter c.p. in relazione all'articolo 321 c.p.p., per avere ritenuto, in tema di reati tributari, legittimo il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente del profitto del reato, e assoluta carenza della motivazione sul fumus commissi delicti con conseguente violazione dell'articolo 125, comma 3, c.p.p Osserva il ricorrente, riguardo al primo motivo, che la confisca per equivalente è sanzione penale come riconosciuto da S.U. 6 ottobre 2009 n. 38691 , per cui è necessario rispetto del principio di legalità, senza quindi interpretazione estensiva, tanto meno in malam partem , anche a costo di svuotare l'efficacia operativa dello strumento di fronte a formule normative che, proprio in tema di reati tributari, appaiono sicuramente poco felici. Ma dinanzi all'eccezione di inapplicabilità ai reati contestati della confisca per equivalente il Tribunale si è limitato a richiamare giurisprudenza di legittimità secondo la quale sussiste integrale rinvio dall'articolo 1 comma 143 l. 244/2007 all'articolo 322 ter c.p., per cui sarebbe applicabile di quest'ultima norma non solo il primo ma anche il secondo comma, rilevando pertanto non solo il prezzo ma anche il profitto del reato. Tale orientamento ha evidenziato altresì che l'interpretazione della norma limitante la confisca per equivalente al prezzo del reato ne sancirebbe l'inapplicabilità ai reati tributari nonché l'illogicità del dettato normativo Cass. sez. III, 11 ottobre 2010 n. 42462 . Afferma il ricorrente che il suddetto orientamento va rivisto, essendo configurabile anche il prezzo del reato nei reati tributari. Secondo l'accusa, infatti, il commercialista T. ha concorso con la legale rappresentante della società in questione poiché T. è stato pagato per l'assistenza professionale sussiste un prezzo del reato, per cui comunque non si priverebbe l'istituto della confisca per equivalente di efficacia operativa nei reati tributari. Inoltre l'articolo 322 ter , comma 2, c.p. è una norma speciale e residuale rispetto al primo comma. È vero che l'articolo 1, comma 143, I. 244/2007 si riferisce all'intero articolo 322 ter c.p. ma se la confisca ha natura sanzionatoria penale, non vi è spazio per una interpretazione estensiva in malam partem , in considerazione del principio di precisione, corollario del principio di legalità come evidenziano le già citate S.U. 2009 n. 38691 . Poiché l'articolo 322 ter c.p. differenzia i casi in cui è possibile confiscare il prezzo da quelli dove è possibile sequestrare il profitto, non si vede come ai reati tributari siano applicabili indifferentemente entrambi i commi, costituendo ciò proprio una interpretazione estensiva in malam partem . In conclusione, nella fattispecie la confisca può riguardare solo il prezzo perché esiste un prezzo del reato e in tal modo si adotta l'interpretazione più restrittiva, cioè quella che va sempre scelta. Il secondo motivo lamenta che l'ordinanza non enuncia le ragioni a sostegno del fumus commissi delicti con riferimento alla posizione di T. nonostante nella richiesta di riesame fosse stato compiutamente illustrato il fondamento della insussistenza del concorso contestatogli nel delitto di cui all'articolo 2 d.lgs. 74/2000 unica fattispecie cui è applicabile la disciplina del sequestro preventivo finalizzato a confisca per equivalente asseritamente commesso il 25 settembre 2008, e dunque relativo all'anno di imposta 2007. Il Tribunale si limita, quanto al ruolo dell'indagato nella vicenda , a richiamare la C.N.R. 7375 del 21 ottobre 2008, pagine 106-107. Le pagine citate si occupano esclusivamente dell'anno di imposta 2003 di Venerata S.r.l. quindi, di una società diversa pertanto il Tribunale, nella sua pressoché inesistente motivazione, richiama una società e un anno di imposta inconferenti. Nell'istanza di riesame era stato evidenziato che diversi professionisti si erano occupati delle due società per l'anno di imposta 2007. Per quanto il Tribunale del riesame non sia vincolato ai motivi addotti dal ricorrente, ciò non giustifica l'assoluta mancanza di ogni riferimento ai numerosi puntuali elementi di fatto e logici addotti nel ricorso, integrando ciò, anzi, una violazione di legge - e precisamente dell'articolo 125, comma 3, c.p.p. - che consente ex articolo 325, comma 1, c.p.p. ricorso dinanzi al giudice di legittimità. Considerato in diritto 3. Il ricorso è infondato. 3.1 Quanto al primo motivo, come rileva proprio il ricorrente ed è evidenziato nell'ordinanza impugnata, l'applicabilità del sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente ai reati tributari non solo per quanto concerne l'ipotesi del prezzo, ma anche per quella del profitto del reato, è già stata affrontata da una giurisprudenza che può definirsi consolidata giurisprudenza rispetto alla quale le osservazioni svolte nel ricorso non sono idonee a consentire mutamento. Lo stesso ricorrente, infatti, ammette che l'articolo 1, comma 143, I. 244/2007 si riferisce all'intero articolo 322 ter c.p. né può attribuirsi alcuna incidenza all'opinione che il legislatore abbia effettuato il riferimento nella sua interezza assai poco scrupolosamente ricorso, pagina 7 , non essendo, questa, sede per valutazioni dottrinarie de jure condendo . Poiché, dunque, il rinvio integrale rende applicabili ai reati tributari entrambi i commi dell'articolo 322 ter c.p., la loro applicazione non costituisce interpretazione estensiva, per cui non si pone alcun problema di violazione del principio di legalità. D'altronde, il rapporto tra il primo e il secondo comma della norma non comporta, nel caso dei reati tributari, l'inapplicabilità di entrambi, giacché la differenza tra profitto e prezzo del reato e quindi la sussistenza dell'uno e/o dell'altro discende dalla natura del reato stesso cfr. Cass., sez. III, 7 luglio 2010 n. 35807, che trae fondamento dei reati tributari proprio da S.U. 25 giugno 2009 n. 38691 e non si pone pertanto su un piano astratto ed esterno alla fattispecie criminosa non sussiste infatti una norma che definisca la nozione di profitto del reato, locuzione utilizzata in maniera meramente enunciativa nelle varie fattispecie in cui è inserita, assumendo quindi un'ampia latitudine semantica da colmare in via interpretativa, occorrendo allo scopo non solo una correlazione diretta del profitto con il reato ma altresì una stretta affinità del profitto con l'oggetto del reato stesso cfr. ancora S.U. 25 giugno 2009 n. 38691, nonché S.U. 2 luglio 2008 n. 26654 . E, nelle fattispecie criminose tributarie, la giurisprudenza ha individuato il profitto come integrato da qualsiasi vantaggio patrimoniale derivante dalla imposta evasa da ultimo Cass. sez. III, 2 dicembre 2011-16 gennaio 2012 n. 1199 e Cass. sez. V, 10 novembre 2011-17 gennaio 2012 n. 1843 non si vede pertanto il motivo per ritenere inapplicabile a tali fattispecie criminose il sequestro preventivo in quanto finalizzato alla confisca per equivalente di un profitto nel caso concreto di indubbia sussistenza. Né infine, si osserva ad abundantiam , porta alcuna incidenza interpretativa in senso contrario il recente intervento del legislatore sul primo comma dell'articolo 322 ter c.p., laddove le parole o profitto sono state inserite a chiudere appunto il suddetto comma dall'articolo 1 l. 6 novembre 2012 n. 190 in probabile correzione di precedente omissione, dato che in precedenza il comma già si riferiva a beni che ne costituiscono il profitto o il prezzo . 3.2 Riguardo al secondo motivo, il Tribunale ha sì affermato che quanto al ruolo dell'indagato nella vicenda è sufficiente richiamare quanto esposto a pagg. 106-107 della menzionata C.N.R. tuttavia una lettura corretta della motivazione non consente di estrapolare tale frase da quanto immediatamente la precede, giacché il giudice di merito esamina, a ben guardare, globalmente a pag. 6 dell'ordinanza il quarto motivo del gravame, relativo appunto alla insussistenza dell'astratta configurabilità del reato e comunque di qualsiasi contributo causale di T. in ordine proprio al reato di cui all'articolo 2 d.lgs. 74/2000 commesso il 25 gennaio 2008 cfr. pag. 3 dell'ordinanza . La motivazione, pertanto, non è pressoché inesistente , né tanto meno circoscrivibile alla frase suddetta. Per quanto sinteticamente, infatti, sul piano fattuale l'ordinanza contiene un ulteriore rilievo a proposito delle pagine 101 ss. della stessa C.N.R., e, in punto di diritto, rievoca gli stretti confini della cognizione sommaria in ipotesi di impugnazione di cautela reale affermati da S.U. 23 febbraio 2000 n. 7, nel senso della preclusione della valutazione della sussistenza degli indizi di colpevolezza e della loro gravità, limitandosi il controllo alla compatibilità tra la fattispecie concreta e quella legale. Pur essendosi aperti alcuni spiragli che ampliano detto controllo, la giurisprudenza a tutt'oggi non ha abbandonato questa rigorosa impostazione il vaglio non attiene alla fondatezza degli elementi di fatto, ma solo alla verifica della corrispondenza tra il fatto per cui si procede e la fattispecie criminosa Cass., sez. II, 14 febbraio 2007 n. 12906 , essendo il fumus commissi delicti da intendersi come astratta configurabilità del reato ipotizzato, senza estendere la cognizione agli indizi di colpevolezza Cass., sez. II, 17 aprile 2007 n. 19457 , a meno che da questi emergano elementi percepibili ictu oculi Cass., sez. IV, 21 maggio 2008 n. 23944 ovvero di immediato rilievo Cass., sez. I, 11 maggio 2007 n. 21736 . E nel caso di specie quanto adduceva il ricorrente non poteva qualificarsi come tale, cioè come ineludibile nella sottile cognitio fattuale riservata al Tribunale del riesame di una cautela reale ciò si evince già dalla stessa contestazione, che attribuisce a T. non solo il ruolo di autore materiale ma altresì quello di ideatore, imputandogli così un radicale costruttivo contributo alla condotta criminosa, e integrando un'evidenza inversa rispetto a quanto prospettato dal ricorrente, che rimane riconducibile tutt'al più solo all'attività di autore materiale. Il vizio motivazionale, in conclusione, non sussiste, giacché non sussistevano i presupposti per oltrepassare la verifica del fumus commissi delicti così come configurata dalla giurisprudenza che il Tribunale invoca come supporto del contenuto della motivazione stessa. In conclusione, il ricorso deve essere respinto, a ciò conseguendo la condanna alle spese processuali. P.Q.M. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.