Audizione del minore e accordi dei genitori, le prime applicazioni della riforma

di Rita Russo

di Rita Russo * L'approvazione della legge 54/20006 nuove norme in materia di affidamento condiviso impone di trovare strumenti di applicazione e di interpretazione per norme che non appaiono del tutto chiare e coordinate tra di loro, né esenti da venature di autoritarismo e perfino sospetti di incostituzionalità. Le critiche che pure sono state mosse e si possono muovere alla legge sotto il profilo tecnico tuttavia non ci esimono non solo dall'applicarla ma di leggerla in senso costituzionalmente orientato, ed anche secondo una lettura orientata al rispetto delle Convenzioni internazionali vigenti in materia e, laddove le disposizioni non siano chiare, di dare comunque ad essa un senso ed un significato nel rispetto della ratio legis.La ratio legis è esplicitamente enunciata ed è in sé condivisibile maggiore attenzione al diritto dei minore di mantenere nella separazione e nel divorzio dei genitori un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi e lo strumento per perseguire questo fine è considerato l'affidamento condiviso ed il comune esercizio della potestà. Muovendo quindi da questi sintetici criteri direttivi la Costituzione, le Convenzioni internazionali, la ratio legis possono essere affrontati gli argomenti problematici ovvero nuovi ed uno di questi è sicuramente l'ascolto del minore, anzi, per utilizzare il termine dell'articolo 155sexies, introdotto dalla legge, l'audizione del minore. Essa non è un mezzo per sollevare i genitori dalla loro responsabilità, né deve diventarlo nella prassi giudiziaria così come non lo è certamente la compagine di norme che autorizza il giudice ad un intervento incisivo nella famiglia sino ad imporre risarcimenti e sanzioni. Il rapporto genitori figli che la più recente normativa internazionale definisce appunto in termini di responsabilità e non di potestà genitoriale, resta regolato nel nostro ordinamento come un complesso di diritti primari dei figli e doveri inderogabili da parte dei genitori. Il nuovo regolamento CE in materia di esecuzione decisioni matrimoniali e responsabilità genitoriale n. 2201/2003 in vigore dal 1 marzo 2005 ha ormai introdotto anche nel nostro ordinamento questa definizione quella che può apparire una mera questione terminologica in realtà è un indice rivelatore del definitivo naufragio della idea autoritaria della famiglia anche per coloro che non hanno ancora conseguito la capacità di agire come i minori si abbandona l'idea che debbano stare in soggezione al potere altrui e si valorizzano i loro diritti e le responsabilità connesse all'agire dei genitori nell'amministrare ma anche salvaguardare questi diritti ed interessi. Il giudice interviene nella famiglia solo se ed in quanto manchi la capacità dei genitori di operare nell'interesse dei minori, capacità che si dà per presunta in regime di pacifica convivenza, e che opera concretamente nel rispetto del principio dell'accordo familiare di cui all'articolo 144 c.c. i coniugi concordano l'indirizzo familiare e lo attuano anche disgiuntamente. La Corte di cassazione ha affermato che stante le finalità conservative del regime di separazione, gli accordi adottati tra i coniugi in fase di pacifica convivenza continuano a spiegare effetto Cassazione civile Sezione prima, 3291/01 Cass. civile, 5555/04 in Dir. famiglia 2004, 343 le pronunce riguardano questioni di natura patrimoniale, ma il principio di conservazione degli accordi ha una valenza generale ed in particolare significa che lo stesso originario accordo sul mantenimento ed educazione della prole, opportunamente adattato, può continuare a regolare la vita dei minori, che non devono necessariamente stravolgere le loro abitudini anzi si considera un valore il conservarle solo perché interviene la separazione dei genitori, purchè si tratti però di un accordo responsabile sull'assetto di vita dei minori, responsabile in quanto conforme ai loro interessi primari. L'idea di fondo della legge sembra in effetti quella di sollecitare i genitori a regolarsi secondo il principio dell'accordo l'articolo 155 nuovo testo dispone che il giudice prende atto degli accordi tra le parti se non contrari all'interesse del minore e, in ragione del disposto dell'articolo 155sexies il giudice può, sentite le parti sospendere l'adozione dei provvedimenti nelle more del tentativo di mediazione finalizzato essenzialmente a raggiungere un accordo con particolare riferimento alla tutela dell'interesse morale e materiale dei figli. L'idea stessa di affido condiviso e la utilizzazione di questo termine, in luogo di quello utilizzato dall'articolo 6 della legge sul divorzio di affidamento congiunto, sottolinea l'idea dell'accordo dei genitori come regola primaria della vita dei minori. Questo significa che il giudice, in adempimento di queste indicazioni normative, deve verificare non solo se i coniugi hanno già fatto accordi per la separazione, ma anche quali accordi hanno retto il regime di vita dei figli nel periodo pacifico e se essi possono essere conservati e con quali eventuali modifiche a tal fine utilizzando la fase presidenziale - una volta che è stato esperito e di solito con esito negativo il tentativo di conciliazioneper capire se le parti, nonostante la separazione hanno comunque pensato ad un modus vivendi per i loro figli nel nuovo assetto familiare e se questo programma di vita è conforme all'interesse del minore o ne diverge in tutto o in parte. Ciò non significa cercare ad ogni costo la consensualizzazione della separazione affrettare i tempi di una separazione consensuale è sempre un rischio, perché la conflittualità repressa può scoppiare successivamente alla omologa degli accordi ed è un rischio a maggior ragione oggi, dal punto di vista dei più deboli e cioè dei figli, perché l'esercizio comune della potestà in una coppia che ha sottoscritto un accordo non maturato, non rispettabile , nel senso che la coppia non è in grado di rispettarlo, determina inevitabilmente ricadute negative per i figli. Cercare l'accordo significa piuttosto che nel regolare l'affidamento il giudice deve tenere conto innanzi tutto del programma proposto dai genitori, anzi incentivare i genitori a trovare un programma concordato, perché se alla base del regime di affidamento vi è una idea condivisa, poche o nulle saranno le difficoltà di attuazione, e successivamente sottoporre a verifica nel corso del giudizio il regolamento così definito. La valutazione dell'idoneità dell'accordo della parti sul programma proposto per i figli deve però fondarsi su qualche elemento ed è quindi opportuno che anche il progetto di affidamento abbia un regolamento sulla domiciliazione del minore, sulle modalità di contribuzione e sui tempi che il minore passa con l'uno o l'altro genitore, come peraltro espressamente indica il nuovo articolo 155 Cc. Attraverso il regolamento proposto si può infatti valutare il comportamento e l'atteggiamento del genitore e quindi verificare se si è di fronte ad un accordo responsabile , che pertanto può essere recepito, ed ha, in quanto responsabilmente assunto e realmente condiviso, buone possibilità di essere realmente attuato. Nel caso in cui si verifichi la sussistenza di un accordo responsabile appare di modesta importanza che le parti abbiano scelto il nomen juris di affidamento condiviso oppure esclusivo, poiché comunque vi è un accordo ed una compartecipazione responsabile al programma di vita del minore. Detto questo si profila la risposta ad uno degli interrogativi che la nuova legge pone e cioè, se l'audizione del minore deve farsi sempre e comunque alla udienza presidenziale, e la risposta può essere -a parere di chi scrivenegativa. È bene che il giudice interroghi prima i genitori, valuti e verifichi la consistenza dei loro accordi attuali o possibili e comunque l'audizione del minore richiede attività preparatorie ed un setting adeguato, che difficilmente consentiranno di eseguirla alla prima udienza. cfr. Servetti G. Affido condiviso prime osservazioni e nodi problematiciAtti dell'incontro di studio tenuto a Milano il 17 febbraio 2006 . Può essere importante invece, sottolineare la differenza tra il termine ascolto ed il termine audizione, facendo anche tesoro delle prassi già esistenti l'audizione del minore infatti era già -sebbene non largamentepraticata dai giudici di merito, nella forma dell'audizione diretta o indiretta, anche se alla luce della previgente normativa, data dall'articolo 6 della legge 898/1970, era intesa prevalentemente come un mezzo di prova cui ricorrere solo quando strettamente necessario È noto il disfavore con il quale buona parte dei giudici di merito consideravano questo adempimento, proprio perché prefigurato come un mezzo di prova e cioè diretto ad utilizzare il minore nell'ambito del processo. Anche l'attuale legislatore utilizza il termine audizione, probabilmente per sottolinearne l'aspetto tecnico - processuale. Il termine audizione richiama appunto l'idea di un atto processuale ben preciso il minore si presenta al giudice il quale lo interroga liberamente, prende nota di ciò che egli spontaneamente afferma e trae delle conclusioni da questa audizione. Ma in realtà se la norma, come pare almeno ad un prima lettura, è diretta a conformare la normativa interna a quella internazionale, più che di audizione del minore deve parlarsi di ascolto, inteso in senso ampio come attenzione alle esigenze del minore, alle sue idee, ai suoi desiderata ed all'interesse partecipativo che questi ha alla vicenda dei genitori. Ed è alle Convenzioni internazionali, in difetto di una specifica disciplina dettata dal nostro legislatore, che deve guardarsi per ricavare i principi di interpretazione ed attuazione di questo istituto processuale, come oggi è configurato nel contesto di una normativa che, almeno in linea di principio, si pone come rivoluzione copernicana delle regole che sorreggono le decisioni giudiziali adottate nella crisi coniugale. Le Convenzioni internazionali in materia sono abbastanza dettagliate e principalmente la Convenzione di New York e quella di Strasburgo. La Convenzione dei diritti del fanciullo di New York del 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva in Italia con legge 27 maggio 1991 numero , prevede all'articolo 12 che che il fanciullo capace di discernimento ha diritto di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa e soggiunge al comma 2 che A tal fine, si darà in particolare al fanciullo la possibilità di essere ascoltato in ogni procedura giudiziaria o amministrativa che lo concerne, sia direttamente, sia tramite un rappresentante o un organo appropriato, in maniera compatibile con le regole di procedura della legislazione nazionale . Da questa convenzione quindi ricaviamo la differenza tra ascolto diretto ovvero l'audizione giudiziaria e l'ascolto indiretto, tramite uno specialista dell'infanzia che poi riferisce al giudice. La Corte Costituzionale nella sentenza n. 1/2002 ha ritenuto che tale prescrizione, ormai entrata nell'ordinamento, È idonea ad integrare - ove necessario - la disciplina dell'articolo 336, secondo comma, Cc, nel senso di configurare il minore come parte del procedimento, con la necessità contraddittorio nei suoi confronti, se del caso previa nomina di un curatore speciale ai sensi dell'articolo 78 Cpc . La Convenzione usa il termine di minore capace di discernimento la minore età infatti comprende un arco di tempo consistente all'interno del quale la personalità si delinea di norma prima del compimento dei diciotto anni, come lo stesso ordinamento giuridico riconosce il minore sedicenne può essere emancipato, può contrarre matrimonio, può riconoscere il figlio naturale, porre ostacolo ad essere a sua volta riconosciuto come figlio naturale articoli 84, 90, 165, 250 Cc ed è esperienza di tutti i giorni che i minori di dodici e quattordici anni viaggiano da soli anche all'estero, scelgono autonomamente i corsi di studi, le attività sportive, impiegano senza la compagnia dei genitori il loro tempo libero, in altre parole si autodeterminano secondo il loro discernimento nelle questioni di vita quotidiana che li riguardano. L'articolo 155sexies Cc fissa presuntivamente l'età del discernimento negli anni dodici, consentendo però al giudice, valutato il caso concreto, anche di abbassare questa soglia. La convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996 legge di ratifica 77/2003 muove appunto dal presupposto che raggiunta una certa età, suscettibile di variazione secondo le norme di diritto interno il fanciullo maturi un discernimento sufficiente a vantare diritti nelle procedure che lo riguardano e precisamente ricevere ogni informazione pertinente essere consultato ed esprimere la propria opinione essere informato delle eventuali conseguenze di ogni decisione Nelle concrete modalità di attuazione dell'adempimento previsto o dall'articolo 155 sexies pertanto la Convenzione di New York e quella di Strasburgo costituiscono un riferimento importante che pone le linee guida ed i principi fondamentali, in quanto non incompatibili con la struttura del processo così come è delineato dalla legislazione nazionale corretta appare quindi l'osservazione che il minore prima di essere ascoltato ha diritto ha ricevere una adeguata informazione sul procedimento e sulle conseguenze di esso, ma non altrettanto compatibile con il diritto processuale nazionale l'idea che in applicazione dell'articolo 6 della Convenzione il minore dovrebbe essere sentito in assenza dei genitori Cfr. A. Liuzzi La convenzione europea sull'esercizio dei diritto dei fanciulli prime osservazioni, in Famiglia e Diritto 3/2003, pg. 290 e segg ipotesi che peraltro la norma internazionale limita al caso necessario e comunque salva la clausola di compatibilità con le regole processuali nazionali. All'esame del minore condotto dal giudice italiano, in quanto atto inserito in un processo caratterizzato dalla necessità della difesa tecnica, hanno facoltà e diritto di assistere le parti ed i loro difensori, a meno che le parti stesse non rinuncino a questa prerogativa tuttavia non pare opportuno condurre l'esame del minore come una cross examination o un esame testimoniale civile. Preferibile allora che i difensori discutano preventivamente con il giudice ed eventualmente anche con l'ausiliario, specialista dell'infanzia che il giudice può nominare ex articolo 68 c.p.c. per farsi assistere in udienza nel suddetto adempimento, le questioni sulle quali desiderano che il minore si esprima, di modo che, recepite queste indicazioni dai difensori e integrate con quanto l'ausiliario suggerisce, l'audizione resti per quanto possibile organizzata nelle forme del colloquio. Altrettanto opportuno che, ferma restando la presenza dei difensori in aula, poiché essa connota oggi il processo di separazione e divorzio sin dal suo inizio articolo 707 Cpc come introdotto dalla legge 80/2005 si raccolga il consenso dei genitori ad allontanarsi, al fine di lasciare il minore libero di esprimersi. Deve quindi osservarsi che l'audizione del minore, nella vigente legge non può considerarsi una facoltà e non solo perché viene usato il termine dispone anziché può disporre, ma perché in adeguamento alla normativa internazionale deve riconoscersi che l'ascolto del minore è configurato come un diritto del minore stesso o quantomeno un suo interesse giuridicamente protetto, e che il contenuto di questo incombente è ben più che un atto istruttorio in quanto realizza l'interesse del minore ad essere informato ed esprimere la proprie opinione. Se pure l'ascolto del minore all'interno dei giudizi di separazione e divorzio può essere inteso come strumento d'informazione per capire meglio le dinamiche familiari, specie ove vi sia conflitto, nondimeno è senz'altro in via di affermazione una nuova idea nel senso che l'ascolto abbia rilievo in sé, quale attenzione ad un bisogno primario del minore, quello cioè di fare sentire la sua voce, quando abbia sufficiente capacità di discernimento, relativamente alle vicende che lo riguardino, vicende delle quali egli ha diritto di essere informato. Tende così a sfumare quella concezione paternalistica che vuole il minore come un soggetto debole la cui tutela coincide con la protezione e preservazione dal contatto giudiziario e presuppone l'assoluta ignoranza e non partecipazione del soggetto tutelando alla decisione che lo riguarda, che sarà adottata da altri ciò del resto è coerente con l'idea che si è progressivamente affermata nel nostro ordinamento anche i soggetti deboli sono titolari di diritti che essi stessi possono esercitare nella misura in cui lo consente la loro capacità di discernimento e valutazione. Così come la legge 6/2004 ci impone oggi di valutare in concreto le capacità del soggetto maggiorenne ma diminuito nella capacità, la legge 54/2006 ci impone una graduazione nelle capacità dei minori ponendo come discrimen presuntivo l'età di 12 anni e riconoscendo loro se non un diritto in senso proprio quanto meno un interesse qualificato ad essere ascoltati nel processo di separazione dei genitori. Il che probabilmente, specie ove si considerino anche altre norme introdotte da questa legge come ad esempio quella relativa ai risarcimenti del danno in favore del minore riaprirà a breve lo scenario del dibattito se il minore debba considerarsi parte nel giudizio tra i genitori. La Corte costituzionale con sentenza 185/86, ha escluso la fondatezza delle questione muovendo dalla considerazione che l'interesse dei minori nelle procedure di separazione e divorzio è adeguatamente tutelato dalla presenza del Pm e comunque dai poteri officiosi del giudice, che in questi casi è svincolato dal principio dispositivo del processo e può decidere anche extra et ultra petita tenendo in considerazione il prevalente interesse dei minori E, quanto all'intervento dei figli in questi giudizi, vale la pena di notare che il nuovo articolo 155 quinquies laddove dispone che l'assegno in favore dei figli maggiorenni è versato direttamente all'avente diritto, salva diversa determinazione del giudice, apre la strada alla partecipazione del figlio maggiorenne nel giudizio tra i genitori e cioè di un soggetto che in difformità alla richiesta del suo genitore reclami di essere egli stesso l'avente diritto alla prestazione. * Magistrato

Tribunale di Messina - Sezione prima civile - decreto 26 aprile-5 maggio 2006 Presidente Amato - Relatore Russo D.P. M., separata consensualmente dal coniuge C. G. con decreto del 2 ottobre 1990, chiede ex articolo 710 Cpc l'aumento dell'assegno di mantenimento per il figlio J. a suo tempo stabilito in lire 400.00 mensili oltre adeguamenti Istat del costo della vita oggi pari ad euro 307,16 assegno che in virtù di decreto del Tribunale di Messina del 4 maggio 1993 è pagato direttamente dal datore di lavoro. Chiede anche disporsi il separato rimborso nella misura del 50% delle spese straordinarie. Resiste il C., allegando che il figlio maggiorenne è stato per diverso tempo suo ospite a MS e che in questa occasione egli ha provveduto interamente a lui, ma che il giovane non ha tuttavia profittato del corso professionale cui il padre lo aveva iscritto. Allega di avere uno stipendio modesto, un figlio naturale cui contribuisce con la somma di euro 250,00 mensili e diversi debiti. Assume inoltre che in virtù della riforma operata con legge 54/2006 la madre non è più legittimata a chiedere e riscuotere il contributo per il mantenimento del figlio maggiorenne. Interviene in giudizio C. J. costituendosi con comparsa in adesione alla posizione processuale della ricorrente e chiedendo che il contributo per il suo mantenimento venga corrisposto direttamente alla madre. Preliminarmente sulla attuale legittimazione della madre a pretendere e ricevere l'assegno per il mantenimento del figlio maggiorenne con lei convivente. Il convenuto invoca l'operatività dell'articolo 155quinquies Cc come introdotto dalla legge 54/2006 il quale stabilisce che in favore di figli maggiorenni non economicamente indipendenti il giudice può disporre il pagamento di un assegno periodico e che detto assegno salva diversa determinazione del giudice è versato direttamente all'avente diritto. La prima considerazione, necessaria, poiché la norma sembra considerare l'assegno per il figlio maggiorenne una eventualità, è nella osservazione che la legge non ha abrogato ovvero modificato il sistema degli obblighi parentali inderogabili come previsti dagli articoli 147 e 148 c.c. che impongono ad entrambi i genitori il dovere di mantenere, istruire ed educare i figli tenendo conto delle loro aspirazioni ed inclinazioni e in proporzione alle rispettive sostanze, ma anche capacità di lavoro, professionale o casalingo, di ciascun coniuge, e che detto obbligo non cessa automaticamente al raggiungimento della maggiore età ma permane finché il figlio non abbia conseguito autonomia economica. L'articolo 147 Cc non distingue infatti tra figlio minorenne e figlio maggiorenne, ma rapporta l'obbligo alle necessità di mantenimento, istruzione ed educazione, che possono perdurare anche oltre la maggiore età cfr. Cassazione civile, 3974/02 Cassazione 4765/02 . Se è tuttora un dovere inderogabile contribuire al mantenimento dei figli anche oltre la maggiore età, l'unico significato che può attribuirsi al termine può disporre è quello della preliminare valutazione che il giudice rende, nei limiti di quanto provato dal soggetto onerato del mantenimento, sulle condizioni effettive del figlio maggiorenne e cioè che questi non è economicamente indipendente, oppure che il mancato svolgimento di un'attività lavorativa dipende da un suo atteggiamento di inerzia, ovvero di rifiuto ingiustificato Cfr. Cassazione 4765/02 2289/01 Cassazione civile, Sezione prima, 22500/04 . Premessa questa valutazione deve essere attenzionata la norma invocata, nella parte in cui dispone che l'assegno è versato direttamente all'avente diritto salvo diversa determinazione del giudice. È da chiedersi se questa norma abbia determinato il venir meno ex lege della legittimazione, concorrente, del genitore già affidatario che continui a provvedere direttamente al mantenimento del figlio maggiorenne, a chiedere iure proprio e non ex capite filiorum il rimborso di quanto da lui anticipato ed il contributo per il mantenimento futuro del figlio stesso, fino ad a oggi univocamente riconosciuta dalla giurisprudenza di merito e di legittimità. La dizione avente diritto , utilizzata dal legislatore non aiuta in particolar modo l'interprete avente diritto infatti può ritenersi il figlio maggiorenne ove si consideri la lettera della norma che parla di assegno periodico in favore del figlio e non di assegno destinato al suo mantenimento. Ma, ma come sopra si è detto, la norma di diritto sostanziale sulla quale si fonda il potere del giudice di imporre al genitore una prestazione periodica non è lo stesso articolo 155quinquies, ma l'articolo 147 in relazione all'articolo 148 c.c. regole fondamentali delle quali l'articolo 155quinquies altri non è che una noma esplicativa diversamente ragionando si giungerebbe ad affermare che l'assegno periodico è cosa nuova e diversa dal mantenimento. È invece conforme al sistema e ragionevole pensare che la norma tratti di contribuzione periodica destinata al mantenimento del figlio maggiorenne, e deve rilevarsi che l'articolo 147 c.c. disegna una obbligazione solidale, ed i rapporti interni tra condebitori sono situazioni di diritto soggettivo regolate secondo il principio della paritaria e proporzionale contribuzione ed eventualmente della restituzione di conseguenza, avente diritto può ritenersi anche, secondo le circostanze del caso, il genitore convivente che quelle spese anticipa e che comunque si fa carico di garantire con le proprie risorse economiche e con il proprio contributo personale anche di lavoro domestico una stabile organizzazione che consenta al figlio primum vivere, e quindi assolvere tutte le altre esigenze educative e di istruzione. Non a caso la giurisprudenza di legittimità ha più volte sottolineato che il contributo in questi casi è chiesto dal genitore iure proprio. E, del resto, della attuale persistenza della legittimazione concorrente tra madre e figlio è conferma l'inciso, nell'articolo 155quinquies, salvo diversa determinazione del giudice la norma nulla dice in ordine ad una legittimazione esclusiva del figlio ma salva comunque il potere discrezionale del giudice, che deve valutare tutte le circostanze del caso e, quindi, per esempio verificare se una corresponsione diretta a mani del figlio maggiorenne possa o meno creare difficoltà sul piano della gestione dei suoi interessi di vita. Ed ancora deve rilevarsi che il giudice non può comunque condannare alcuno ad eseguire una prestazione in favore di un soggetto non avente diritto ed estraneo al rapporto giuridico dedotto in giudizio in questo caso il giudice può scegliere soltanto se attribuire l'assegno al genitore ovvero al figlio e non in virtù di una scelta casuale ma individuando appunto il soggetto che in base alle circostanze del caso risulta titolare del diritto soggettivo a ricevere l'assegno il figlio ove questi sostenga da sé, eventualmente anche in parte, le spese del suo mantenimento, ovvero la madre se ha assolto ed assolve l'obbligazione solidale al mantenimento, cura istruzione ed educazione. Pertanto, in una interpretazione ragionevole, e conforme ai principi del nostro sistema normativo, l'articolo 155quinquies Cc indica soltanto l'operare una valutazione del caso concreto, sull'an della prestazione, e sul quomodo, individuando l'avente diritto al versamento in relazione alla effettiva condizione abitativa e di vita del figlio e dell'altro genitore. Da escludere poi che in conseguenza della entrata in vigore della norma siano state modificate ex lege tutte le precedenti e vigenti statuizioni, concordate o giudizialmente imposte e cioè che una volta individuato, per sentenza o per separazione consensuale omologata nel genitore già affidatario il soggetto legittimato riscuotere il contributo, l'altro genitore possa automaticamente iniziare versare al figlio maggiorenne il contributo. La individuazione dell'avente diritto è chiaramente rimessa dalla norma ad una previa valutazione giudiziale, che non può prescindere dall'esame del caso concreto. Deve quindi concludersi che la norma non ha modificato il sistema previgente nel senso di escludere la legittimazione concorrente del genitore a chiedere ed ottenere iure proprio il contributo al mantenimento ma ha soltanto indicato una preliminare verifica sull'effettivo avente diritto alla prestazione, in relazione alle concrete circostanze del caso e anche a voler intendere che sia stato espresso un certo favor per il versamento direttamente in mani del figlio, ciò non preclude una diversa decisione giudiziale. Venendo al merito della questione agitata, risulta pacificamente che dopo alcuni mesi di convivenza con il padre, caratterizzati dalla iniziata frequenza di un corso id formazione professionale, il figlio J. è tornato a vivere con la madre e si è iscritto all'Università presso la facoltà di Scienze. In tale senso non solo le difese delle parti, ed alcuni documenti allegati, ma anche la costituzione dello stesso figlio che ha spiegato atto di intervento volontario. Ed in effetti deve rilevarsi che sotto questo profilo la nuova normativa, incidendo maggiormente sul piano processuale che su quello di merito, non consente di ritenere inammissibile il suddetto intervento. Infatti nel momento stesso in cui alla decisione sull'an della prestazione si accompagna la valutazione ed individuazione giudiziale dell'avente diritto, si apre la strada alla partecipazione di figli maggiorenni nel giudizio tra i genitori e cioè di un soggetto che in difformità alla richiesta del suo genitore reclami di essere egli stesso l'avente diritto alla prestazione, ovvero, come nel caso di specie, indichi la preferenza per un pagamento a mani del genitore convivente. Si tratta quindi di dedurre in giudizio una situazione giuridica soggettiva, che può essere fatta valere, secondo i casi, o nei confronti di entrambi o nei confronti di uno solo dei genitori, limitatamente alla questione patrimoniale ed alla individuazione dell'avente diritto al versamento un interesse proprio a spiegare intervento in quanto il giudizio di separazione o divorzio metta in gioco anche questa posizione giuridica. Cassazione 2721/02 11319/90 14901/02 . Nella fattispecie, di particolare significato sono alcune affermazioni contenute nell'atto di intervento, che in uno alla produzione documentale depositata da entrambe le parti consentono di ritenere superflua ulteriore istruttoria e cioè che per il periodo in cui J. C. ha vissuto con il padre a MS, la madre ha versato sul conto corrente postale del figlio le somme destinate al suo mantenimento ricevute dal padre, che il corso professionale per agente immobiliare non è stato condotto fino all'esame di abilitazione perché non rispondeva alle aspirazioni del figlio stesso, ed infine -nelle domande conclusiveegli chiede che l'assegno di mantenimento continui ad essere versato alla madre. Di conseguenza, il soggetto avente diritto cui versare il contributo al mantenimento deve individuarsi, in ragione della convivenza, ed anche in ragione della scelta operata dallo stesso interessato, in D.P. M. Sul quantum dell'assegno deve rilevarsi che ne viene chiesta la revisione in aumento allegando le maggiori esigenze del figlio maggiorenne iscritto alla Università ed invero è questo l'unico fatto specifico allegato e documentato dalla ricorrente. Il contributo al mantenimento è stato infatti convenzionalmente fissato all'epoca in cui il figlio era età da scuola materna cinque anni e quindi tenendo conto delle esigenze di vita e di istruzione proprie di un bambino di quella età. Questo Tribunale ha già avuto modo di affermare che l'assegno di mantenimento è la rata mensile di contributo annuale, destinato a coprire anche quelle spese che pur non essendo correnti ogni mese possono ritenersi ragionevolmente prevedibili in un determinato assetto di vita, ma non può ritenersi esaustivo delle esigenze dei figli medesimi in relazione agli avvenimenti o alle scelte che trascendono le prevedibili e normali esigenze di vita quotidiana così come valutate dal giudicante ovvero dalle parti ed omologate al momento in cui stabilisce la misura dell'assegno di mantenimento. cfr. Tribunale Messina 14 giugno 2005 in Giurisprudenza locale 2005 Corte d'appello di Messina 14 ottobre 2002 e Corte d'appello di Messina 5 luglio 2004, in Giurisprudenza locale 2004, n. archivio 6134 Così mentre l'adeguamento annuale ha la funzione di aggiornare l'assegno all'aumento del costo della vita, per quelle spese che trascendono le esigenze di vita del minore come previste o prevedibili all'atto di determinazione dell'assegno stesso si ricorre alla figura delle spese straordinarie ovvero spese separatamente rimborsabili, con esse intendendosi in genere quelle spese cui l'assegno originario non era destinato a far fronte. Con riferimento a questa categoria, dai confini incerti, deve però distinguersi tra quelle spese che sono straordinarie in senso proprio e cioè non solo impreviste ma anche occasionali e di durata limitata nel tempo ad esempio un intervento sanitario non coperto dal Ssn e spese che pur non essendo prevdibili o previste in un determinato assetto di rapporti sono destinate, al mutare delle circostanze di fatto, a divenire periodiche e prevedibili per un periodo di tempo di sensibile durata tali appunto le spese universitarie che impreviste al momento in cui il minore aveva soltanto cinque anni e non se ne conoscevano ancora le attitudini e le inclinazioni, divengono concrete al raggiungimento del maggiore età ed, in quanto destinate a ripetersi nel tempo con cadenze periodiche e cifre predeterminate sono idonee a divenire, a richiesta di revisione, una componente dell'assegno di mantenimento. Il sistema normativo di cui agli articoli 147 e 148 Cc, obbliga infatti genitori a far fronte ad una molteplicità di esigenze, non riconducibili al solo obbligo alimentare, ma estese all'aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, all'assistenza morale e materiale cfr. Cassazione 3974/02 Da escludere invece che lo stesso elemento di fatto e cioè gli intrapresi studi universitari possa essere considerato due volte ai fini contributivi e cioè come giusto motivo che consente la revisione dell'assegno di mantenimento ed anche come spesa straordinaria o separatamente rimborsabile e tra le due richieste va accolta la prima poiché si tratta, più che di spesa straordinaria intesa nel senso della sua istantanea ed imprevista incidenza sul bilancio domestico, di spesa originariamente imprevista ma divenuta corrente e nel futuro prevedibile. Sussiste dunque il diritto della ricorrente ad ottenere, in ragione del fatto nuovo dedotto, un aumento dell'assegno di mantenimento per il figlio maggiorenne, né vale ad escluderlo la circostanza che il giovane abbia frequentato con scarso successo un corso professionale a MS. La circostanza dedotta dal padre e nel complesso non contestata dal figlio tranne che sulle motivazioni non può essere equiparata all'ingiustificato rifiuto di svolgere attività lavorativa che determina, come sopra esposto, il venir meno al diritto al mantenimento da parte dei genitori. Deve considerasi che il giovane è nato nel 1985 e quindi ha concluso la scuola media superiore due anni fa ha raggiunto il padre a MS, ha messo alla prova le proprie inclinazioni in detto corso professionale, con scarso successo, ed ha quindi intrapreso un'altro corso di studi presso l'Università di Messina, facoltà di Scienze. Si tratta quindi di quel fisiologico margine di insuccesso della prima scelta post scolastica che riguarda molti giovani, ma non rivela in sé né inerzia né cattiva volontà del resto è inidmostrato che in alternativa egli avrebbe un concreta possibilità di lavoro, mentre è da ricordare che l'articolo 147 c.c. impone ai genitori di rispettare le inclinazioni e le capacità della prole e che essi non possono sottrarsi all'obbligo solo perché i figli operano delle scelte di studio, ragionevoli e compatibili con il tenore di vita della famiglia, non gradite all'uno o all'altro genitore. Deduce ancora il C. che le sue capacità economiche sono diminuite dall'avere egli un figlio naturale successivamente nato, per il quale versa un mantenimento di euro 250,00 sul punto però il convenuto non offre idonea prova né del rapporto di filiazione per il quale sarebbe sufficiente un certificato anagrafico né del versamento periodico, che deve essere sostenuto almeno da un principio di prova scritta, quale ad esempio il provvedimento giudiziale che a ciò lo obbliga. Ma in ogni caso la circostanza non ha una significativa rilevanza. Il cambiamento della condizione familiare del genitore tenuto all'assegno, per la formazione di una nuova famiglia e conseguenti accresciute responsabilità non legittimano di per sè una diminuzione del contributo per il mantenimento dei figli nati in precedenza, poiché la costituzione di un nuovo nucleo familiare è espressione di una scelta e non di una necessità e lascia inalterata la consistenza degli obblighi nei confronti della prole. In questi termini dunque la formazione di una nuova famiglia può essere tenuta in conto soltanto quale ulteriore elemento di definizione della capacità economica complessiva del soggetto obbligato, in quanto ne determina, unitamente alle altre circostanze di fatto, dei limiti, ma nulla togliendo all'inderogabile dovere di educare e mantenere i figli già avuti in precedenza. Cassazione civile 15065/00 3974/02 11025/97 Il punto critico della difesa del C. è proprio questo egli deduce la pochezza delle sue condizioni economiche, ma si guarda bene dal documentarle producendo la dichiarazione annuale dei redditi, espressamente richiesta dal Collegio, e che -si sostienenon gli sarebbe stata rilasciata dalla sua amministrazione, ovvero di produrre anche un solo prospetto di stipendio, oppure la dichiarazione dei redditi dell'anno precedente. E poiché egli è un dipendente dell'esercito italiano la consistenza del suo stipendio e dei debiti o trattenute asseritamente gravanti su di esso risulterebbe agevolmente anche dall'esame dei prospetti mensili di stipendio che certamente l'amministrazione rilascia e che sono in possesso dell'interessato. Ed è altresì sorprendete che delle spese dichiaratamente sostenute per il figlio J. , anche di rilevante importo iscrizione al corso professionale, telefono cellulare egli non abbia conservato neppure una ricevuta e pretenda di provare dette spese a mezzo testi, anzi a mezzo dichiarazioni firmate dalle persone indicate come testi, così come sorprende che egli non abbia delle altre spese che inciderebbero sul suo bilancio, quali il canone di locazione e gli oneri condominiali neppure un minimo di prova scritta, quali il contratto o le ricevute di pagamento irrilevante infine la prova di spese che sarebbero sostenute dalla madre del convenuto. Pertanto il comportamento processuale del convenuto, che si è sottratto all'ordine di esibizione della dichiarazione dei redditi senza provare la sussistenza di giustificato motivo e senza offrire documento equipollente, deve valutarsi sensi dell'articolo 118 comma secondo, come elemento di prova a favore della tesi avversaria e cioè che il convenuto è in condizioni di sostenere la richiesta di aumento dell'assegno di mantenimento, indicato dalla controparte in euro 600,00 mensili. Il convenuto stesso peraltro indica in atti difensivi l'importo del proprio stipendio in euro 1.700,00 mensili, ma non documenta le spese su di esso asseritamente gravanti e non consente di verificare, tramite la dichiarazione dei redditi, se ad esso si aggiungano indennità straordinarie per missioni ovvero altre voci di guadagno. Tenuto conto di questi elementi di prova sulle capacità economiche del convenuto, deve altresì considerarsi che i maggiori oneri derivanti dalla frequenza universitaria del figlio devono essere proporzionalmente sostenuti da entrambi i genitori, che si tratta di due pubblici dipendenti di livello intermedio sottufficiale dei carabinieri, infermiera con possibilità di indennità straordinarie, e che il reddito della D.P. è pari complessivamente ad euro 27.618,00 mensili imposta lorda 6.592,00 . Appare quindi di giustizia, anche in ragione di quanto sopra esposto in ordine alle finalità del contributo periodico, aumentare ad oggi l'assegno di mantenimento per il figlio dovuto a D.P. M. ad euro 450,00 mensili così determinato ad oggi, oltre adeguamenti annuali secondo indici ISTAT del costo della vita. Da rigettare invece la richiesta di rimborso del 50% delle spese straordinarie ove per esse si intendano le spese universitarie che vengono invece considerate quale voce del mantenimento fermo restando l'obbligo di entrambi i genitori di fare fronte alle spese per eventi ad oggi imprevisti ed imprevedibili, ad esempio spese mediche non coperte dal SSN, in pari misura. Da confermare infine l'ordine di pagamento diretto da parte del datore di lavoro, già disposto da questo Tribunale a fronte di pregressi inadempimenti. Da rigettare in ragione di quanto sopra esposto le domande riconvenzionali dl convenuto, in particolare osservandosi quanto alla domanda di rimborso delle spese asseritamente sostenute che esse non sono state dimostrate e comunque rientranti nel mantenimento, anche in ragione di quanto dichiarato dal figlio nella comparsa di intervento, e cioè che in quello stesso periodo il mantenimento è stato sostenuto anche dalla madre. Le spese seguono la soccombenza del convenuto e si liquidano come da dispositivo, in difetto di notula PQM In parziale accoglimento del ricorso ed a modifica delle condizioni di separazione già vigenti determina con decorrenza dalla pubblicazione del presente provvedimento il contributo dovuto da C. G. S. per il mantenimento del figlio J. in euro 450,00 mensili oltre adeguamenti annuali secondo indici ISTAT del costo della vita. Dispone che detta somma venga versata a D.P. M. nella sua qualità di genitore convivente con il figlio maggiorenne direttamente dal datore di lavoro del soggetto obbligato, xx xx xxx Condanna il convenuto C. G. S. a rifondere le spese del giudizio alla ricorrente ed al terzo in intervento che si liquidano in favore di D.P. M. in euro 900,00 delle quali euro 500,00 per onorari, in favore di C. J. in euro 600,00 delle quali euro 300,00 per onorari, oltre spese generali IVA e CPA Provvedimento immediatamente esecutivo TRIBUNALE DI MESSINA _______________________________________________________________________________________________________________________ Pagina7 di 3