Csm verso il rinnovo. Unicost: Va istituita nuovamente la commissione contro le mafie

di Fabio Roia

Prosegue l' excursus di DirittoeGiustizi@ sui programmi elettorali per il rinnovo del Consiglio superiore della magistratura. Fabio Roia illustra le priorità di Unicost. La prima puntata, con il programma di Magistratura indipendente e il contributo di Stefano Amore e Antonio Patrono è stata pubblicata sull'on line del 31 maggio 2006. di Fabio Roia Dopo la recente stagione della deriva del rispetto istituzionale, il prossimo Csm dovrà operare per contribuire a restaurare un clima di reciproca fiducia fra tutti gli organismi costituzionali assicurando dialogo costruttivo e rispetto per la funzione giurisdizionale anche attraverso la ricerca di un'etica diffusa dei comportamenti. Il Consiglio deve essere un organismo di servizio di tutti i magistrati e per tutti i magistrati che tenti di migliorare, attraverso una normazione secondaria da rivedere nel suo insieme -per esempio semplificando e rendendo maggiormente flessibile il progetto tabellare dei singoli uffici giudiziarila cultura dell'organizzazione. Una normazione secondaria che dovrà essere scritta, qualora la riforma ordinamentale non venisse profondamente rivisitata dal legislatore, in maniera costituzionalmente orientata in modo da garantire i principi di autonomia ed indipendenza della magistratura attraverso la concreta applicazione degli istituti. I tempi di gestione degli affari ordinari dovranno essere abbattuti, operando nel senso di semplificare le procedure, per rendere accettabile la risposta alle richieste del quotidiano giudiziario dei magistrati tramutamenti, verifica dei piani organizzativi, nomina dei dirigenti . La valutazione della professionalità dovrà basarsi sulla verifica prioritaria dei titoli giudiziari rispetto alla produzione scientifica e ciò perché occorre recuperare la dignità effettiva del normale ed esclusivo esercizio della funzione. Il nuovo modello di dirigente dell'ufficio -da considerarsi come un particolare mestiere del giudicedovrà essere in grado di produrre beni relazionali, attraverso un percorso formativo teorico ed in grado di rappresentare le reali capacità di gestione delle microrisorse che normalmente accompagnano il lavoro del magistrato. La nomina dei dirigenti non sarà più un premio alla carriera, o una cessione manichea al senso di appartenenza correntizia, ma un percorso trasparente che dovrà premiare il profilo di magistrato-dirigente maggiormente condiviso. Sarà mantenuto tutto il circuito della formazione e ciò malgrado la normativa sulla Scuola della Magistratura tenti di attribuire un monopolio del sapere valutativo a tale organismo. Gli incontri centrali dovranno avere un taglio di maggiore concretezza finalizzato maggiormente al confronto fra prassi e interpretazioni giudiziarie piuttosto che alla trasmissione di nozioni teoriche. Dovrà essere nuovamente istituita la commissione contro le mafie che tenti di raccogliere i dati di conoscenza dei magistrati impegnati nei relativi settori di repressione e che, culturalmente, riaffermi il pericolo della presenza sul territorio di tali organismi alternativi allo Stato. Con lo strumento della relazione al Parlamento, il Consiglio Superiore della Magistratura dovrà informare il potere legislativo dell'attività di gestione e di organizzazione del lavoro giudiziario ma dovrà anche denunciare con forza tutti quei profili dignità delle condizioni di lavoro, mancanza di risorse adeguate, irrazionalità di talune disposizioni normative che rappresentano una sofferenza non più accettabile nel lavoro del magistrato per una resa di giustizia più efficiente e moderna, in armonia con la nuova prospettiva europea. *Giudice al Tribunale di Milano - candidato al Csm 2. continua 1 2

Unità per la Costituzione Il prossimo consiglio superiore della magistratura 2006-2010 Programma a cura dei candidati Giuseppe Maria Berruti, Roberto Carrelli Palombi, Carlo Fucci, Francesco Mannino, Luisa Napolitano, Fabio Roia, Alfredo Viola. Pertanto le garanzie della libertà della giustizia si riassumono, in modo integrale e assoluto, nelle garanzie della libertà del singolo giudice, libertà contro tutti libertà contro se stesso, e cioè contro il pregiudizio e le passioni, libertà contro gli altri giudici, libertà contro il potere politico, libertà contro qualunque potere di fatto. Il giudice non può ricevere istruzioni, né direttive, né subire influenze se no il giudice non è più lui, se no il giudice diventa solo lo schermo di un altro giudice lontano, occulto, irraggiungibile, irresponsabile . Giuseppe Maranini, Introduzione a Magistrati o funzionariCsm, Edizioni di comunità, 1962 Progetto per il futuro Csm a cura di Marcello Matera, Segretario Generale di Unità per la Costituzione - IL RUOLO DEL PROSSIMO CSM Il nuovo progetto consiliare va impostato su alcune precondizioni, culturali e di organizzazione. Il Consiglio deve essere un organismo di servizio di tutti i magistrati e per tutti i magistrati. Occorre evitare che si crei, a livello informativo e nella trattazione delle pratiche, un deficit di trasparenza, un diaframma fra Csm e giudici, affinché il Consiglio non diventi un'istituzione soffocante, lontana, burocratizzante. Bisogna ridare efficienza a tutte le procedure ordinarie, affinché la decisione venga presa in tempi ragionevoli. Il ritardo, soprattutto nell'espletamento dei concorsi, danneggia l'efficienza degli uffici e determina una forte disaffezione nei confronti dell'Istituzione consiliare. Occorre, poi, abbandonare quel manicheismo correntizio decisionale che porta alla contrapposizione fra categorie del buono e del cattivo, del bene e del male, dove la appartenenza al gruppo costituisce requisito nascosto ed abnorme di preferenza per orientare le scelte. Scelte che, invece, dovrebbero svilupparsi su percorsi motivazionali assolutamente identici a quelli usati dal giudice nell'applicazione della legge. Talune vicende consiliari, apparse di pura lottizzazione , sono state un danno grave ed hanno determinato sfiducia nel sistema dell'autogoverno. Unità per la Costituzione, pur nel rispetto della autonomia dell'Istituzione, si adopererà e vigilerà perché questi obiettivi si realizzino. La insufficienza funzionale del Csm dopo della riduzione del numero dei componenti è nelle cose. Essa crea un diffuso scontento nei colleghi, che chiedono tempi più celeri nella risposta alle esigenze degli uffici e delle persone. La legge elettorale attualmente in vigore venne emanata per spezzare la cultura unitaria della giurisdizione e, con essa, la credibilità dell'organo costituzionale che, assicurando il governo autonomo, rende plastica l'esistenza di quella cultura. Il ritorno al numero dei componenti antecedente deve costituire una richiesta primaria. Al tempo stesso, poiché tale obiettivo dovrà venire da una complessiva legge di riforma del sistema elettorale, Unità per la Costituzione si impegnerà per ottenere il ritorno a forme autentiche di proporzionalismo anche interne alle categorie di giudici, limitando la rappresentanza della Corte di cassazione ai due componenti attualmente previsti, che già vanno ad aggiungersi a quelli di diritto. Un'attenzione particolare dovrà essere dedicata alla situazione giuridica dei magistrati segretari e di quelli addetti all'ufficio studi, che con l'approvazione della riforma dell'Ordinamento rischiano di essere forzosamente rimessi in ruolo. Occorre, invece, affermare con convinzione che la loro funzione di supporto al Consiglio è fondamentale perché lo stesso possa continuare coerentemente a ragionare con gli strumenti logici e tecnici di matrice giudiziaria. - PER UNA NORMAZIONE SECONDARIA PIÙ ATTUALE E MODERNA Unità per la Costituzione affida al prossimo Csm un ruolo propulsore nel cambiamento. È urgente una riorganizzazione del sistema della normazione secondaria, atteso che la realtà delle circolari, oggi, è quella di tesi di difficile lettura e disorganica sistemazione. La normativa consiliare dovrà assumere connotati più attuali e moderni, a maggior ragione se necessitati dalla vicenda ancora in itinere della riforma dell'Ordinamento Giudiziario. Ferma restando la necessità di operare perché si giunga all'abrogazione della legge n. 150 e dei relativi decreti delegati - è evidente che occorre essere preparati alla eventualità di dovere regolare le situazioni ed i rapporti che il legislatore ha fatto oggetto della riforma. Il Csm dovrà essere pronto a difendere le prerogative costituzionali dei magistrati attraverso una normazione secondaria che si ispiri alla Costituzione dovrà, quindi, improntare l'attività paranormativa che gli è propria al rispetto della Costituzione e non alla lettera della legge che la viola. È questa la particolare sfida che, insieme alla completa riscrittura della normazione secondaria, dovrà affrontare il prossimo Consiglio, in mancanza di risposte della politica alle attese dei magistrati. - PER UNA NUOVA CULTURA DELL'ORGANIZZAZIONE NEGLI UFFICI GIUDIZIARI Il recupero di efficienza del servizio giustizia passa anche attraverso una significativa innovazione delle capacità organizzative dei magistrati e, principalmente, dei capi degli uffici giudiziari. Occorre migliorare la nostra cultura dell'organizzazione, studiando e realizzando progetti di lavoro per gli uffici giudiziari con la piena consapevolezza che alla funzione di coordinamento compete non solo ripartire il lavoro tra i magistrati ma anche stabilire un rapporto funzionale e ragionato tra flussi e tempi di lavoro, prevedendo e prevenendo le criticità. Sviluppare la cultura dell'organizzazione negli uffici giudiziari vuol dire - studiare protocolli organizzativi per le varie tipologie degli uffici giudiziari - organizzare specifici e periodici corsi, a frequenza obbligatoria, per i magistrati che svolgono funzioni direttive e semidirettive negli uffici giudiziari - valorizzare l'attività dei magistrati referenti per l'informatica, per adeguare l'organizzazione degli uffici e la metodologia di lavoro dei magistrati alle innovazioni tecnologiche ed ai nuovi software e verificare la congruità delle dotazioni hardware e di personale - valorizzare l'attività delle commissioni flussi presso i consigli giudiziari, per un periodico ed effettivo monitoraggio dei carichi di lavoro quantitativi e qualitativi, individuali e di sezione, e delle criticità all'interno degli uffici, per valutare, con le opportune comparazioni, l'adeguatezza dell'organico e garantire, così, una tempestiva risposta alla domanda di giustizia - verificare l'efficacia del progetto organizzativo degli uffici giudiziari e i risultati ottenuti - predisporre agili procedure di adeguamento delle tabelle alle criticità sopravvenute, evitando, in caso di provvisoria esecutività delle variazioni tabellari, che chi abbia presentato osservazioni ottenga ragione quando ormai è venuto meno l'interesse. - PER UN NUOVO MODELLO DI DIRIGENTE Essere magistrato dirigente significa possedere dei requisiti specifici da valutare in relazione alla dimensione piccolo, medio, metropolitano ed alla specificità funzionale requirente, giudicante, di merito, di legittimità, minorile, lavoristico, di sorveglianza dell'ufficio da ricoprire. Pur rifiutando la nozione di managerialità mutuata dall'organizzazione di impresa, bisogna tuttavia riconoscere che il lavoro del dirigente giudiziario è un particolare mestiere del giudice un mestiere che comporta certamente un buon bagaglio di conoscenze giuridiche ma che necessita anche di profili attitudinali non sempre ricorrenti e che vanno, da un lato, stimolati attraverso la formazione, dall'altro, ricercati attraverso una seria selezione che abbandoni il vecchio retaggio della nomina a dirigente come premio dovuto alla carriera del magistrato. In quest'ottica è, innanzitutto, da auspicare che i gruppi rappresentativi delle diverse esperienze correntizie sappiano ritrovare un'etica comune attraverso l'individuazione di un modello di dirigente realmente condiviso, abbandonando logiche numeriche di appartenenza e derive manicheiste. Il potere di scelta del Csm deve fondarsi su criteri obiettivi di valutazione predeterminati, all'interno dei quali l'anzianità potrà soltanto concorrere con i profili attitudinali nella nomina dei dirigenti andranno, quindi, prioritariamente considerate la capacità organizzativa del singolo e la sua eventuale maggiore attitudine, che possono prescindere dalla maggiore anzianità. Occorre poi creare un sistema di valutazione differenziata a seconda dell'incarico direttivo da assegnare, parametrato sulla dimensione della sede giudiziaria di riferimento. La previsione di una serie di profili valutativi che fin dall'inizio della carriera tendino ad evidenziare le caratteristiche richieste organizzazione delle risorse, iniziative assunte in materia di buone prassi -senza però che ciò costituisca uno stimolo indotto ad orientare il percorso professionale del giovane magistrato per la funzione di dirigentepotrebbe essere un primo passo di formazione e selezione del dirigente. In quest'ottica appare indispensabile procedere ad un ampliamento delle fonti di conoscenza sugli specifici punti della capacità di gestione delle risorse e dei rapporti con enti esterni al personale di magistratura. Va poi valorizzato, come criterio preferenziale di scelta quantomeno per la dirigenza di uffici non fortemente specializzati, il dato della pluralità di esperienze professionali maturate, che va privilegiato in ragione delle maggiori conoscenze sistematiche acquisite. L'audizione obbligatoria da parte del Csm, quantomeno per uffici direttivi di sedi giudiziarie di aree metropolitane, con la richiesta di individuare una pianificazione del lavoro per obiettivi efficienza, iniziative di complemento, rapporti con le istituzioni , dovrebbe essere un'ulteriore fonte di conoscenza da valorizzare. - PER UNA NUOVA VALUTAZIONE DI PROFESSIONALITÀ Il sistema attuale di valutazione della professionalità, anche per come concretamente attivato ed esercitato dalle prassi, è obiettivamente insoddisfacente e presenta punti deboli che non consentono di far emergere adeguatamente i singoli aspetti dell'attività svolta, di apprezzare come sarebbe necessario le doti e le capacità del magistrato e, quindi, di condurre ad una valutazione rigorosa e completa capace anche di incentivare gli aspetti professionali più positivi. La riforma dell'ordinamento giudiziario non ha fornito la risposta giusta. All'anacronismo restauratore, oltre all'effetto di macchinosità e di freno all'efficienza del servizio del metodo concorsuale, si affiancano i limiti 1 di un'inaccettabile dicotomia tra magistrati dalla carriera accelerata rispetto a quelli che non vi accedono, quasi che non debba essere comune un alto livello di professionalità per tutti 2 di un'asfittica concentrazione del momento valutativo sulla capacità teorica del magistrato, mentre a formare oggetto di verifica deve essere la pluralità dei segmenti che attestano la sua professionalità sul versante dell'esercizio equilibrato della funzione, con matura e responsabile consapevolezza della propria indipendenza e con assoluta fedeltà ai valori costituzionali. A tal fine, Unità per la Costituzione ribadisce che deve essere riconosciuta significativa priorità ai titoli giudiziari rispetto ai titoli scientifici. La valutazione della professionalità del giudice è diversa da quella del professore o dell'avvocato dunque, il mito del titolo scientifico deve essere abbandonato. Il giudice ha diritto di esprimere il suo pensiero anche nella letteratura giuridica, ma la sua attività è altro e la dimostrazione della sua attitudine deve essere tratta essenzialmente dall'apprezzamento per il suo lavoro. - PER UN CONCRETO E RIGOROSO ESERCIZIO DELLA GIURISDIZIONE DISCIPLINARE La sovrapposizione delle fattispecie disciplinari a quelle processuali da parte del nuovo Ordinamento è nota. Essa va rifiutata nei fatti. Va chiarito che un'attenta rilettura del ruolo e della funzione della motivazione può limitare il pericolo, ma in ogni caso va respinto con forza ogni attacco alla libertà di interpretazione del giudice. Su questo punto occorre essere fermissimi la giurisdizione è interpretazione o non è. Ed il cammino liberale delle idee ha dimostrato che la paura delle Corti che interpretano non appartiene alle democrazie, le quali sanno che la giurisprudenza è oggettivamente sperimentazione e ricerca di forme sempre nuove di organizzazione della vita associata. Quanto ai doveri di diligenza, il Csm dovrà iniziare una attenta riflessione sulla effettiva attendibilità dei criteri di misurazione dell'attività del magistrato in quest'ottica appare auspicabile l'individuazione di standards minimi di produttività che tengano conto della funzione esercitata e delle condizioni locali rapportate a quelle esistenti su tutto il territorio nazionale. Si tratta di individuare, in un rapporto di leale collaborazione con le strutture del ministero della Giustizia, con la collaborazione dei capi degli uffici e dei consigli giudiziari, strumenti attraverso i quali possa essere determinata per ciascuna funzione giudiziaria un parametro numerico di ruolo medio al quale poi dovrà corrispondere uno standard minimo di produttività uniforme su tutto il territorio nazionale. Unità per la Costituzione sarà attenta alla questione morale del giudice. Essa non deve in alcun modo tradursi in una limitazione del suo modo di pensare, né favorire forme di controllo che la legge non prevede ma la magistratura deve custodire gelosamente l'etica dei suoi aderenti e, dunque, non potrà difendere i magistrati il cui comportamento non consentirà di leggerne i provvedimenti come frutto di ottiche puramente giudiziarie, al di là della loro opinabilità e finanche della eventuale erroneità. - PER UNA NUOVA CORTE DI CASSAZIONE La Corte di Cassazione è da tempo inserita in una strategia complessiva che tende a farne il vertice tout court della magistratura e non solo il suo vertice processuale. Unità per la Costituzione considera questa prospettiva incostituzionale e, comunque, sbagliata e dannosa per la vitalità della giurisprudenza. Dunque si adopererà perché non si realizzi. L'accesso alla Corte deve concretamente garantire ai giudici del merito di coltivare l'esperienza della legittimità. In questa ottica occorre che il prossimo Csm dedichi molta attenzione all'Ufficio del Massimario. Esso è una delle migliori tecnostrutture del Paese ma non deve diventare occasione di scelte di carriera facilitate i suoi addetti sono oggettivamente adatti al lavoro di legittimità per il quale sviluppano attitudini particolari, ma tale dato oggettivo non deve togliere al magistrato del merito la possibilità di competere con i suoi strumenti professionali nelle procedure di accesso alla Corte. Dunque, si palesa centrale la riflessione sui titoli e la necessità che in alcun modo si consenta di valorizzare il titolo scientifico più di quello giudiziario. È infine delicatissimo il problema della scelta dei presidenti di sezione, ancorché non titolari. L'anzianità non può essere considerata un criterio meramente residuale, per dare luogo alla assoluta arbitrarietà delle nomine. Piuttosto nella scelta dei presidenti titolari, e quindi delle cariche apicali, è doverosa la considerazione specifica della capacità organizzativa del singolo e della sua eventuale maggiore attitudine, che possono prescindere dalla maggiore anzianità. Si ringraziano per la collaborazione Mario Andrigo, Marcella Angelini, Antonio Balsamo, Tommaso Buonanno, Paolo Corder, Giuseppe Creazzo, Gioacchino Izzo, Sandra Recchione, Coordinamento a cura di Giuseppina Casella La riforma dell'ordinamento giudiziario e la violazione della Costituzione Le scelte legislative degli ultimi anni in materia di giustizia hanno reso necessario interventi dell'ANM sia per difendere il primato del principio di legalità, tutelato anche attraverso l'affermazione dei valori costituzionali dell'autonomia ed indipendenza dei magistrati e dell'eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla Legge, sia per contribuire al superamento di un momento di sofferenza per la magistratura sul piano dei rapporti istituzionali causato dalle continue aggressioni poste in essere da parte del mondo politico, momento aggravato da un progetto di profonde trasformazioni ordinamentali non sempre condivisibili per gli evidenti contrasti con la Costituzione. I magistrati, pur non intendendo sottrarsi al dovere di applicare una Legge dello Stato, non possono non rilevare che la recente riforma è caratterizzata da molteplici profili di incostituzionalità, denunciati anche dai costituzionalisti e dal Presidente della Repubblica, e ragionare circa i modi per evitare o ridurre i danni conseguenti alla mera applicazione di una Legge cattiva e, come detto, per molti versi incostituzionale. Ed allora, rispetto alle parti palesemente incostituzionali che hanno formato oggetto dei quattro rilievi contenuti nel messaggio presidenziale, e purtroppo quasi interamente riapprovate dal Parlamento concernenti la relazione annuale al Parlamento del ministro della Giustizia, l'ufficio per il monitoraggio dell'esito dei procedimenti -unico rilievo realmente preso in considerazione dal Parlamento-, il potere del Ministro di interferenza nella fase della procedura di conferimento degli incarichi direttivi, il sistema dei concorsi e delle assegnazioni dei magistrati alle diverse funzioni , i magistrati credono sia necessario che le forze politiche impediscano che la Legge approvata produca danni irreversibili e che si adoperino per cambiare, nel rispetto della Costituzione e in tempi brevi, la riforma dell'Og, e ciò anche con i contributi forniti e con quelli che potrà ulteriormente fornire l'Anm - evitando che la relazione del Ministro - se dovesse ancora essere contemplata dal futuro Og - possa diventare strumento di indirizzo dell'azione penale con incidenza sull'esercizio della giurisdizione - riportando il ruolo del Ministro nella procedura di conferimento degli incarichi direttivi nell'alveo e nei limiti della leale collaborazione con il Csm nell'attività di concertazione, rispettandosi la norma costituzionale che attribuisce in via esclusiva al Csm il conferimento degli incarichi - impedendo, con riferimento al sistema dei concorsi e delle assegnazioni dei magistrati alle diverse funzioni, l'intervento di strutture esterne al Csm e che, comunque, una eventuale attività di tali strutture - quali la Scuola o le commissioni - espropri di fatto il ruolo che la Costituzione ha attribuito in via esclusiva al Csm, escludendosi, dunque, ogni impropria funzione valutativa della Scuola e delle commissioni vincolante per il Csm, nonché quel meccanismo generalizzato di concorsi al quale deve preferirsi la valutazione sul campo del magistrato per il lavoro che svolge quotidianamente - introducendo un sistema per il conferimento degli incarichi direttivi e semidirettivi che non violi il principio costituzionale della parità delle funzioni e che non sia basato su una organizzazione gerarchica della carriera. Ma a queste palesi violazioni della nostra carta fondamentale si aggiungono altri dubbi di costituzionalità rispetto ai quali è necessario che la politica in aderenza ai principi costituzionali 1 eviti la separazione di fatto delle carriere attuata dalla riforma approvata, separazione incompatibile con l'esistenza di un unico ordine giudiziario in cui la funzione giurisdizionale è attribuita indifferentemente ai giudici ed ai pubblici ministeri 2 cancelli la rigida gerarchizzazione dell'ufficio del Pm che lede l'indipendenza dei singoli sostituti e pone in pericolo l'effettiva attuazione dei principi di obbligatorietà dell'azione penale, di uguaglianza e di soggezione del magistrato solo alla Legge 3 non condivida il nuovo ruolo della Corte di cassazione come vertice organizzativo dell'ordine giudiziario realizzato con la partecipazione dei magistrati di legittimità ad ogni commissione di concorso, con la presenza del Primo Presidente e del Procuratore Generale della Cassazione nella Scuola, con il riconoscimento, per i magistrati di legittimità, di specifiche legittimazioni o titoli preferenziali per il conferimento di uffici direttivi o semidirettivi ingiustificati alla luce dell'esperienza maturata nell'esercizio delle funzioni di legittimità , facendo in modo che al controllo della Cassazione siano soggette solo le sentenze e non anche i giudici che le hanno emesse 4 elimini i test psico-attitudinali che esporrebbero i futuri magistrati a gravi rischi di arbitrio, determinati anche dalla difficoltà evidenziata dagli esperti del settore - se non dalla impossibilità - di individuare i parametri oggettivi per l'effettuazione della valutazione sulla idoneità all'esercizio delle diverse funzioni giudicanti e requirenti 5 escluda il ruolo attribuito al ministro della Giustizia nel procedimento disciplinare, con la facoltà di chiedere al Procuratore Generale la modifica del capo di incolpazione e con la partecipazione all'udienza di un magistrato dell'ispettorato generale, ruolo che sembra esorbitare dai poteri attribuiti dalla Costituzione al Ministro. Ovviamente la difesa della Costituzione esigerà, in mancanza di risposte della politica o in attesa che esse si concretizzino, che a i magistrati nell'esercizio delle loro funzioni provochino l'intervento della Corte costituzionale nei confronti delle norme che saranno ritenute in contrasto con la Costituzione stessa b il Csm impronti l'attività paranormativa che gli è propria al rispetto della Costituzione e non alla lettera della Legge che la viola è questa la particolare sfida che, insieme alla completa riscrittura della normazione secondaria, dovrà affrontare il prossimo Consiglio. Una nuova cultura dell'organizzazione negli uffici giudiziari e dei capi degli uffici giudiziari L'analisi delle caratteristiche e delle criticità dell'ambito rappresentato dalla cd. offerta di giustizia da parte dello Stato deve prendere le mosse dalla distinzione tra i problemi dell'efficiente organizzazione degli uffici giudiziari, intesi come apparato organizzativo, e il distinto problema dell'efficienza dell'organizzazione dei magistrati nella gestione del proprio ruolo e nell'esercizio della loro funzione. Si deve prendere atto che negli ultimi anni l'organizzazione degli uffici giudiziari è stata interessata da un profondo processo di informatizzazione che ha interessato numerose procedure e coinvolto tutte le figure professionali presenti nel sistema, in esse compresi i magistrati. Tale massiccio processo di innovazione tecnologica ha messo in luce potenzialità e limiti dell'efficacia di un cambiamento dell'attività giudiziaria basato esclusivamente sulla dotazione tecnica. In particolare, l'informatizzazione di uffici e di procedure non ha ridotto i tempi dei processi e non ha sempre sostituito le tradizionali prassi operative burocratiche. Sono state, tuttavia, sperimentate nuove esperienze di studio tese a sviluppare l'utilizzo dell'informatica, non solo per la gestione delle pratiche e degli archivi, ma soprattutto per realizzare un nuovo sistema di gestione del contenzioso e, più in generale, di fare giurisdizione, basato su nuove forme e strumenti di relazione fra i protagonisti del processo. Sotto l'aspetto organizzativo, a fronte di un capillare processo di definizione di compiti e funzioni per ogni ufficio, emerge chiaramente l'assenza di una visione d'insieme, di un governo unitario dell'organizzazione che miri all'integrazione dei diversi compiti e professionalità presenti nel sistema. Esistono una pluralità di unità organizzative, i tribunali, caratterizzati da forte indipendenza e da autonomia relativa indipendenza, perché qualunque cosa succeda in un singolo tribunale non si riflette se non alla lunga e indirettamente sugli altri autonomia, perché, a fronte di una strettissima dipendenza dalle norme nazionali, nella realtà poi ciascun tribunale si organizza come meglio crede con una notevole capacità di invenzione di soluzioni localistiche. A livello locale, tutto è gestito sotto la responsabilità di figure che, reclutati per fare i giudici, non hanno, se non casualmente, alcuna formazione ed esperienza gestionale. All'interno dei Tribunali tutto ruota attorno ai fascicoli processuali, divenuti oggetto e fine del lavoro del magistrato. Siamo di fronte ad un sottoutilizzo delle competenze e delle professionalità dei giudici, costretti anche ad occupare parte del loro tempo in cose che attengono molto più a lavori di ordinaria segreteria che non di elaborazione giuridica del processo. L'aumento della quantità delle nostre ore lavorative non si trasforma, necessariamente, in un aumento della produttività. Perchè ciò accada, occorre un recupero di efficienza, occorre incidere sulle capacità organizzative dei magistrati e principalmente dei capi degli uffici giudiziari, migliorandole e creando una cultura dell'organizzazione. Occorre riflettere sul ruolo dei capi degli uffici giudiziari, che però non possono essere l'imitazione di un modello mutuato dalle organizzazioni pubbliche e private, ma i cui compiti devono essere costruiti e regolati per funzioni, risorse e contrappesi in maniera specifica ai fini dell'organizzazione del servizio-giustizia. Il ruolo chiave di tutti i capi è quello di integrare i contributi dei singoli in un risultato positivo, rispondente alle esigenze della collettività di riferimento, compatibilmente con le risorse. I capi devono dare senso al lavoro di tutti e cercare di valorizzare tale lavoro in modo che il risultato finale sia superiore alla somma dei risultati dei singoli. I bravi capi devono agire in trasparenza, per essere credibili ed affidabili, e con equità, per ottenere fiducia ed adesione al compito. I capi degli uffici devono garantire parità di trattamento e questo significa garantire non solo che a tutti i magistrati vada lo stesso numero di cause ma che il loro lavoro dal punto di vista quantitativo sia simile, equiparando il contributo medio di produttività. Non si può e non si deve affidare l'analisi della produttività solo ai numeri statistiche e similari il lavoro di un magistrato è complesso ed i numeri rappresentano una dimensione, non tutte. I capi devono parlare con gli altri uffici e, di conseguenza, integrare il nostro lavoro con tutti quelli che in parallelo ed in sequenza operano con noi e, in primis, con le cancellerie, così da evitare che ogni singolo magistrato debba e possa negoziare personalmente il chi fa cosa . I capi devono conoscere i sistemi informativi ed averne capacità di controllo. I capi degli uffici giudiziari dovrebbero, altresì, garantire l'aggiornamento professionale dei propri colleghi, la circolazione delle informazioni, lo sviluppo del know how delle sezioni per materia e rito. Persi altri strumenti di diffusione e condivisione di know how, i capi dovrebbero permettere ai magistrati di ottimizzare e capitalizzare lo studio e l'aggiornamento costruendo e presidiando le banche dati, le fonti, le esperienze provvedimenti, sentenze , in una parola il sapere delle sezioni in altri termini, dovrebbero incentivare l'interscambio e la esplicitazione di orientamenti. Occorre, in sostanza, prevedere e realizzare progetti di lavoro per gli uffici giudiziari, ad iniziare dalle singole sezioni, con una piena coscienza che alla funzione di coordinamento compete non solo ripartire il lavoro tra i magistrati ma anche stabilire un rapporto funzionale ragionato tra flussi e tempi di lavoro delle sezioni, avendo conoscenza dei problemi di funzionalità della sezione dal punto di vista dei tempi di accesso e dei tempi di definizione è necessario, quindi, monitorare le attività ed i flussi delle sezioni, prevedendo e prevenendo le criticità. È un percorso già intrapreso dal Csm, indicato nella ultima circolare sulle tabelle, che non va abbandonato ma perfezionato e reso patrimonio culturale comune. Sviluppare la cultura dell'organizzazione negli uffici giudiziari, quindi, vuol dire - studiare protocolli organizzativi per le varie tipologie degli uffici giudiziari - organizzare specifici e periodici corsi, a frequenza obbligatoria, per i magistrati che svolgono funzioni direttive e semidirettive negli uffici giudiziari - individuare magistrati di collegamento con il ministero della Giustizia per seguire la progettazione e sperimentazione e verificare la funzionalità degli applicativi nazionali in uso presso gli uffici giudiziari - valorizzare l'attività dei magistrati referenti per l'informatica, per adeguare l'organizzazione degli uffici e la metodologia di lavoro dei magistrati alle innovazioni tecnologiche ed ai nuovi software e verificare la congruità delle dotazioni hardware e di personale - valorizzare l'attività delle commissioni flussi presso i consigli giudiziari, per un periodico ed effettivo monitoraggio dei carichi di lavoro quantitativi e qualitativi, individuali e di sezione, e delle criticità all'interno degli uffici, per valutare, con le opportune comparazioni, l'adeguatezza dell'organico e garantire, così, una tempestiva risposta alla domanda di giustizia - verificare l'efficacia del progetto organizzativo degli uffici giudiziari e i risultati ottenuti - verificare l'effettivo rispetto dell'articolo 47quater dell'ordinamento giudiziario e l'effettivo coordinamento, da parte del capo dell'ufficio, dei presidenti di sezione e dei procuratori aggiunti - predisporre agili procedure di adeguamento delle tabelle alle criticità sopravvenute, evitando, in caso di provvisoria esecutività delle variazioni tabellari, che chi abbia presentato osservazioni ottenga ragione quando ormai è venuto meno l'interesse. Il modello di dirigente dell'ufficio giudiziario Il profilo personale Il dirigente magistrato deve essere in grado di produrre beni relazionali. Non si tratta soltanto di una generica attitudine al rapporto umano ma di un requisito culturale che consenta di - valorizzare al massimo le caratteristiche, le inclinazioni professionali, l'entusiasmo dei magistrati da lui coordinati - organizzare le risorse umane ausiliarie amministrative , attivando rapporti di cordialità e valorizzando il senso di appartenenza a quella unità giudiziaria - sviluppare un rapporto con il dirigente amministrativo in autonomia ma in sinergia decisionale, con una precisa sovraordinazione funzionale che consenta di esercitare un controllo sulla destinazione di beni e servizi che possano incidere sull'andamento della giurisdizione - sviluppare un proficuo rapporto con le realtà esterne avvocatura, organizzazioni sindacali, rappresentanti istituzionali, nella prospettiva di una risposta giudiziaria metabolizzata dal territorio - accentuare la capacità nella pianificazione del lavoro attraverso obiettivi progettuali da raggiungere con un sistema che risponda ad esigenze produttive ma non trascuri assolutamente gli aspetti qualitativi del lavoro giudiziario - organizzare razionalmente le risorse materiali beni e strumenti informatici . Essere magistrato dirigente significa possedere dei requisiti specifici da valutare in relazione alla dimensione piccolo, medio, metropolitano ed alla specificità funzionale requirente, giudicante, di merito, di legittimità, minorile, lavoristico, di sorveglianza dell'ufficio da ricoprire. Pur rifiutando la nozione di managerialità mutuata dall'organizzazione di impresa -non applicabile in ragione della specificità del servizio giustiziabisogna tuttavia riconoscere che il lavoro del dirigente giudiziario è un particolare mestiere del giudice un mestiere che comporta certamente un buon bagaglio di conoscenze giuridiche ma che necessita anche di profili attitudinali non sempre ricorrenti e che vanno, da un lato, stimolati attraverso la formazione, dall'altro, ricercati attraverso una seria selezione che abbandoni il vecchio retaggio della nomina a dirigente come premio dovuto alla carriera del magistrato. La selezione È innanzitutto da auspicare che i gruppi rappresentativi delle diverse esperienze correntizie sappiano ritrovare un'etica comune attraverso l'individuazione di un modello di dirigente realmente condiviso, abbandonando logiche numeriche di appartenenza e derive manicheiste. Il potere di scelta del Consiglio Superiore della Magistratura deve fondarsi su criteri obiettivi di valutazione predeterminati, all'interno dei quali l'anzianità potrà soltanto concorrere con i profili attitudinali nella nomina dei dirigenti vanno prioritariamente considerate la capacità organizzativa del singolo e la sua eventuale maggiore attitudine, che possono prescindere dalla maggiore anzianità. Occorre poi creare un sistema di valutazione differenziato a seconda dell'incarico direttivo da assegnare, parametrato sulla dimensione della sede giudiziaria di riferimento. La previsione di una serie di profili valutativi che fin dall'inizio della carriera tendino ad evidenziare le caratteristiche richieste organizzazione delle risorse, iniziative assunte in materia di buone prassi -senza però che ciò costituisca uno stimolo indotto ad orientare il percorso professionale del giovane magistrato per la funzione di dirigentepotrebbe essere un primo passo di formazione e selezione del dirigente. In quest'ottica appare indispensabile procedere ad un ampliamento delle fonti di conoscenza sugli specifici punti della capacità di gestione delle risorse e dei rapporti con enti esterni al personale di magistratura. Va poi valorizzato, come criterio preferenziale di scelta quantomeno per la dirigenza di uffici non fortemente specializzati, il dato della pluralità di esperienze professionali maturate, che va privilegiato in ragione delle maggiori conoscenze sistematiche acquisite. L'audizione obbligatoria da parte del Csm, quantomeno per uffici direttivi di sedi giudiziarie di aree metropolitane, con la richiesta di individuare una pianificazione del lavoro per obiettivi efficienza, iniziative di complemento, rapporti con le istituzioni potrebbe essere un'ulteriore fonte di conoscenza da valorizzare. I poteri e i controlli Se il magistrato dirigente viene nominato all'esito di un serio percorso di valutazione deve godere della fiducia istituzionale e, quindi, deve essere dotato di adeguati poteri di intervento sul piano dell'organizzazione del lavoro giudiziario. In tal senso, pur nella consapevolezza della delicatezza della tematica, occorre riflettere sull'opportunità di procedere ad una semplificazione della regolamentazione tabellare consiliare, la quale potrebbe limitarsi all'enunciazione di principi in termini di efficienza, buona organizzazione e tutela interna del magistrato e consentire, di conseguenza, una flessibilità decisionale maggiore, anche sotto il profilo della tempistica, al magistrato dirigente. Del resto, la temporaneità -normativamente prevista e comunque accettata dall'intera cultura associativadell'incarico produce una maggiore responsabilizzazione del dirigente sotto il profilo della applicazione della materia tabellare, costituendo evidentemente il rispetto o meno delle regole di organizzazione fonte essenziale di valutazione per una proroga dell'incarico o per la destinazione ad altro ruolo dirigenziale. L'immediata esecutività del progetto organizzativo dell'ufficio dovrebbe essere temperato, sotto il profilo della tutela del singolo magistrato, dalla possibilità di un reclamo immediato al Consiglio Superiore il quale sarà chiamato a pronunciarsi sul tema contestato in tempi prefissati e assolutamente ragionevoli. Ai poteri decisionali, come sopra descritti, dovrà corrispondere la necessaria verifica degli obiettivi individuati e del funzionamento dell'ufficio, anche con riferimento al profilo dell'indipendenza interna dei magistrati controllo che diventa essenziale per gli uffici di Procura in relazione al nuovo assetto gerarchico previsto nella riforma ordinamentale , attraverso un monitoraggio costante da parte degli organismi di autogoverno, in un rapporto di leale collaborazione con il dirigente dell'ufficio. La mobilità Il miglioramento dell'efficienza della magistratura non può prescindere dalla soluzione del problema della mobilità del personale. Da un lato, occorre razionalizzare la gestione dello strumento premiale introdotto con la nota legge 133/98, al fine di renderlo più funzionale agli scopi di potenziamento di alcuni uffici sofferenti, cui lo stesso è preposto dall'altro, occorre assicurare l'effettiva tutela delle esigenze familiari, rese più cogenti dalla paralisi ormai annosa delle sedi principali, soprattutto nel centro-nord. Sotto il primo profilo, deve innanzi tutto valorizzarsi la qualità dell'apporto professionale del magistrato che sceglie la sede disagiata , sia introducendo una verifica di merito quale condizione per il riconoscimento della precedenza assoluta escludendo dunque dalla sua fruizione chi non abbia conseguito positiva valutazione , sia prevedendo che il quinquennio tenga conto dell'effettività del servizio, al netto di eventuali periodi di astensione a qualsivoglia titolo proprio per la specialità dell'istituto, che non consente duplicazione di benefici , sia, infine, potenziando il ricorso a questo strumento per i trasferimenti ordinari, al fine di coinvolgere magistrati di già acquisita esperienza. Occorre poi che si assicuri la certezza delle regole - il che consentirà una migliore gestione della mobilità, per la prevedibilità dell'incidenza dell'istituto, riservato di volta in volta ad un numero chiuso di posti - limitando per il futuro la concessione del beneficio a chi lo abbia conseguito in sede di concorso, prendendo atto che i recenti interventi interpretativi e di normazione secondaria, estendendo la possibilità di fruizione del beneficio a chi già si trovava in uffici solo successivamente dichiarati utili ex lege 133/98, hanno determinato l'incontrollata espansione degli aventi diritto alla precedenza assoluta in questione. Sotto il secondo profilo, occorre rivedere la stessa matrice culturale del trasferimento, tenendo in adeguata considerazione le esigenze personali dei magistrati. È ormai evidente, infatti, che la mera attribuzione di punteggi per il riavvicinamento al nucleo familiare non vale più ad assicurare le esigenze di tutela di quei valori che la normativa secondaria aveva bensì preso in considerazione, ma in un contesto di geografia del personale profondamente diverso da quello attuale. Occorrerà dunque che il Consiglio Superiore si faccia carico della valutazione delle esigenze in questione e della stessa 'storia' professionale del magistrato che aspira al trasferimento, ricordando che questo non è preposto quanto meno non prioritariamente alla soddisfazione di velleità personali ma al sollievo di difficoltà di vita e di lavoro con ovvio beneficio della stessa amministrazione, che potrà contare su risorse meno logorate da pendolarismi spesso disagevoli . L'organo di autogoverno dovrà, in conclusione, riappropriarsi di una discrezionalità che non va aborrita per timore degli abusi alla stessa virtualmente connessi, ma gestita con trasparenza, coerenza e lealtà. L'attività disciplinare L'articolo 105 della Costituzione attribuisce al Csm la competenza per i procedimenti disciplinari a carico dei magistrati. Nel dibattito all'assemblea Costituente furono definiti come i quattro chiodi i compiti da attribuire al Csm nomine, promozioni, discipline e trasferimenti. In questa architettura, disegnata nella Costituzione repubblicana, la giurisdizione domestica del Csm sugli illeciti disciplinari dei magistrati costituisce il primo presidio posto a tutela dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura. Il sistema disciplinare, come insegnato dalla Corte costituzionale, deve essere rivolto ad assicurare il regolare svolgimento della funzione giurisdizionale, che costituisce uno degli aspetti fondamentali della vita di uno stato di diritto. In tal senso il procedimento disciplinare è preposto ad un duplice scopo da un lato, quello di perseguire e sottoporre a sanzione gli abusi e le scorrettezze commesse dai magistrati che con i loro comportamenti hanno arrecato danno ai valori dell'ordinamento, da un altro lato, quello di impedire persecuzioni arbitrarie dei magistrati attraverso un uso distorto dello strumento disciplinare. Primo aspetto con il quale dovrà misurarsi il prossimo Csm è quello relativo all'introdotta obbligatorietà dell'azione disciplinare semprechè non venga bloccata l'efficacia della legge 150/05 e dei relativi decreti di attuazione , per la quale non è stato previsto alcun limite. È ragionevole di conseguenza prevedere, anche in conseguenza dell'obbligo di segnalazione previsto per i capi degli uffici, un aumento vertiginoso del lavoro della sezione disciplinare determinato anche da una serie di denunce pretestuose finalizzate soltanto a porre in essere una ritorsione nei confronti di atti o provvedimenti del magistrato. Il Csm dovrà essere attrezzato per fare fronte adeguatamente a questa nuova mole di lavoro, avendo presente il fondamentale obiettivo di garantire in ogni caso al magistrato incolpato una celere definizione del procedimento che lo riguarda. Ai componenti della sezione disciplinare sarà richiesto un particolare impegno nel provvedere con estrema rapidità soprattutto in merito alle richieste di declaratoria di non luogo a procedere, al fine di evitare al magistrato ingiustamente accusato conseguenze negative derivante dalla mera pendenza del procedimento disciplinare. Occorre sul punto essere vigili e rigorosi al fine di evitare che l'obbligatorietà dell'azione disciplinare possa tradursi in uno strumento di pressione sul libero convincimento del magistrato, ribadendo in ogni occasione che i provvedimenti adottati dai magistrati devono essere normalmente censurati solo attraverso il sistema delle impugnazioni. Il concreto, puntuale e rigoroso esercizio della giurisdizione disciplinare da parte di un organismo che assicuri indipendenza e serietà, anche in un contesto normativo radicalmente nuovo, potrà essere in grado di assicurare certezza e serenità ai magistrati di fronte ad un possibile uso persecutorio o intimidatorio dell'azione disciplinare. Il secondo aspetto fondamentale sul quale è intervenuto il Legislatore è rappresentato dalla analitica tipizzazione dei fatti che costituiscono illecito disciplinare del magistrato. Al riguardo non può non ricordarsi come nel passato l'esito del giudizio disciplinare fosse condizionato dall'estrema genericità della formula legislativa che individuava l'illecito disciplinare contenuta nell'articolo 18 della legge sulle guarentigie il magistrato che manchi ai suoi doveri o tenga in ufficio o fuori una condotta tale che lo renda immeritevole della fiducia o della considerazione di cui deve godere, o che comprometta il prestigio dell'ordine giudiziario . Ma l'opera di tipizzazione degli illeciti disciplinari, che rappresenta una fonte di garanzia per il magistrato, il quale sarà messo in condizione di sapere di cosa potrà essere accusato, deve necessariamente prevedere un margine di discrezionalità assicurato attraverso l'introduzione di clausole di salvaguardia necessarie per consentire di adeguare le valutazioni di antidoverosità al mutamento delle circostanze e della sensibilità comune. Del resto, tempo addietro la Corte costituzionale aveva riconosciuto l'impossibilità di attuare una tipizzazione assoluta degli illeciti disciplinari dei magistrati si riconosceva, infatti, che non possono essere catalogati tutti i comportamenti che astrattamente rappresentano un attentato alla fiducia ed alla considerazione di cui deve godere il magistrato nel contesto sociale. Ma il quadro normativo introdotto dalla legge 150/05 e dal relativo decreto attuativo in materia disciplinare è andato ben oltre l'auspicato inserimento di clausole generali di chiusura del sistema, introducendo ampie zone di incertezza che possono prestarsi ad utilizzazioni strumentali in danno del libero esercizio della giurisdizione. Pertanto il Csm sarà chiamato a riempire di contenuto alcune figure tipiche di illecito disciplinare che dalla lettura della legge appaiono estremamente vaghe così il perseguimento di fini diversi da quelli di giustizia, l'adozione di provvedimenti abnormi o di atti e provvedimenti che costituiscono esercizio di una potestà riservata dalla legge ad organi legislativi o amministrativi ovvero ad altri organi costituzionali . Di certo non sarà di alcun aiuto la previsione contenuta nell'articolo 2 comma 6 lettera c n. 11 della legge 150/05, secondo cui non potrà mai dar luogo a responsabilità disciplinare l'attività di interpretazione delle norme in conformità con quanto previsto nell'articolo 12 delle disp. prel. al Cc. Difatti oggi unanimemente viene ritenuto che l'articolo 12 delle preleggi costituisce una norma del tutto inadeguata a presidiare la libertà interpretativa del giudice, tanto da essere definita un vecchio arnese inutilizzabile . Di contro il giudice quotidianamente deve misurarsi con una trama sempre più fitta di fonti normative nell'ambito delle quali posizione preminente deve essere riconosciuta ai principi generali dell'ordinamento, che sono quelli contenuti nella Costituzione, venendo così ad essere introdotta una inversione dell'ordine previsto dall'articolo 12 suddetto. Nel riempire di contenuto i vuoti lasciati dal legislatore delegato, che si è limitato a riproporre le formule riportate nella legge delega, la sezione disciplinare non potrà che rifarsi all'elaborazione giurisprudenziale in materia di illecito disciplinare contenuta in numerose decisioni delle sezioni unite civili della Cassazione. In tal senso nell'ambito del giudizio disciplinare non sarà consentito un sindacato sul contenuto dell'attività giurisdizionale ed in particolare sul risultato a cui la stessa è pervenuta, dovendosi invece valutare, come insegnato dalla Cassazione, il comportamento deontologicamente deviante posto in essere dal magistrato nell'esercizio delle sue funzioni. Gli atti e i provvedimenti del magistrato potranno assumere rilevanza disciplinare solo in quanto si pongano in contrasto con i principi di autonomia, terzietà, correttezza ed equilibrio, a cui deve sempre uniformarsi la condotta dell'appartenente all'ordine giudiziario e che, come tali, siano rivelatori di scarsa ponderazione, frettolosità, approssimazione e mancanza di sufficiente diligenza. Ancora potrà essere qualificato abnorme, ai fini disciplinari, solo il provvedimento adottato dal magistrato al di fuori di ogni schema processuale, ovvero emesso sulla base di un errore macroscopico o connotato da grave ed inescusabile negligenza. In sostanza anche nel nuovo contesto normativo occorrerà ribadire che, in un quadro di assoluta separazione fra il piano della correttezza della decisione assunta dal magistrato e quello della responsabilità disciplinare dello stesso, un'erronea interpretazione ed applicazione della legge, che non travalichi i limiti sopra indicati, continuerà a non potere essere oggetto di sindacato in sede disciplinare. La centralità della funzione giurisdizionale nel procedimento disciplinare sembra, poi, essere messa in discussione dal ruolo riconosciuto al ministro della Giustizia che non rappresenta più, come in passato, un semplice promotore dell'azione. Il ministro della Giustizia dovrebbe rimanere, in forza del principio della separazione dei poteri dello Stato, un soggetto estraneo al procedimento disciplinare in tal senso suscita notevoli dubbi di costituzionalità il ruolo riconosciuto al Guardasigilli nell'ambito del procedimento, quando gli viene consentita la possibilità di formulare l'incolpazione pur in presenza di una richiesta di non luogo a procedere del Pg e quando gli si conferisce la facoltà di presentare opposizione alla medesima richiesta, essendo teorizzata una sostanziale subordinazione dell'organo giudicante alle determinazioni del rappresentante del Ministro. Quanto ai doveri di diligenza, il Csm dovrà iniziare una attenta riflessione sulla effettiva attendibilità dei criteri di misurazione dell'attività del magistrato in questa ottica appare auspicabile l'individuazione a livello amministrativo di standards minimi di produttività che tengano conto della funzione esercitata e delle condizioni locali rapportate a quelle esistenti su tutto il territorio nazionale. Si tratta, appunto, di individuare, in un rapporto di leale collaborazione con le strutture del ministero della Giustizia, con la collaborazione dei capi degli uffici e dei consigli giudiziari, strumenti attraverso i quali possa essere determinata per ciascuna funzione giudiziaria un parametro numerico di ruolo medio al quale poi dovrà corrispondere uno standard minimo di produttività uniforme su tutto il territorio nazionale. La corte di cassazione La Corte di cassazione è da tempo inserita in una strategia complessa che tende a farne il vertice tout court della magistratura e non solo il vertice processuale, peraltro limitato al profilo della legittimità, essenziale alla conservazione della funzione di garantire l'unità del diritto nazionale. Tant'é che recenti riforme processuali hanno introdotto una prevalenza assoluta e vincolante delle sezioni unite sulle sezioni semplici e misure - come la pregiudiziale sulla interpretazione dei contratti collettivi di lavoro e l'eliminazione, nel processo penale, della impugnazione del Pm contro le sentenze favorevoli all'imputato - che spingono verso la riduzione della autonomia interpretativa del magistrato del merito. Il rischio molto forte è che queste misure, saldandosi con la istituenda scuola della magistratura, che verrebbe inevitabilmente influenzata dalla giurisprudenza della Corte stessa, portino il giudice del merito al più assoluto conformismo.Di fatto la previsione dell'articolo 102 Costituzione verrebbe ridotta nella sua portata. Il giudice sarebbe soggetto alla legge, ma nella lettura che di essa darebbe la Corte suprema e ,più ancora, le Su. Unità per la Costituzione considera questa prospettiva incostituzionale e, comunque, sbagliata e dannosa per la vitalità della giurisprudenza. Dunque si adopererà perché non si realizzi. Per fare ciò occorre avere chiaro che i problemi della Corte si debbono guardare insieme . L'accesso alla Corte deve garantire la possibilità per i giudici del merito che desiderino compiere la esperienza della legittimità di coltivarla senza rinunciare alla loro autonomia. Dunque, va ribadita la nostra contrarietà a qualunque tipo di selezione che non si basi su titoli professionali e che, nella eventualità debba prevedere, almeno in quota, anche un esame, non istituisca in alcun modo prove di tipo scientifico. La valutazione della professionalità del giudice è diversa da quella del professore o dell'avvocato dunque, in ogni caso andranno considerati soli gli esiti professionali del magistrato. E perciò, se il legislatore dovesse insistere nella introduzione di un esame, esso, al più, dovrà consistere in una colloquio su casi e questioni concernenti materie o casi di cui il magistrato si è occupato. Diversamente si perverrebbe a riprodurre un sistema, che la storia della magistratura conosce, nel quale la ricerca dell'ufficio comodo, meno impegnativo e quindi meno utile alla utenza nasconde la necessità di trovare il tempo per la preparazione al concorso. Cosicché il conformismo sarebbe ancora una volta strada obbligata. Il mito del titolo scientifico deve essere abbandonato. Il giudice ha diritto di esprimere il suo pensiero anche nella letteratura giuridica. Ma il suo lavoro è altro. La dimostrazione della sua attitudine alle funzioni di legittimità deve essere tratta dall'apprezzamento per il suo lavoro. In questa ottica occorre che il prossimo Csm dedichi molta attenzione all'Ufficio del Massimario. Esso è una delle migliori tecnostrutture del Paese ed è l'ufficio nel quale si delibano preventivamente le questioni più delicate, in una sorta di preparazione tecnica della discussione. È ben evidente che deve trattarsi di attività neutrale, peraltro essendo ad essa estranea ogni partecipazione delle difese. Ma è anche evidente che il Massimario, come la sua storia dimostra, costituisce il laboratorio dentro il quale prendono origine gli indirizzi della Corte. La sua gestione trasparente, sopratutto tale da non limitare di un briciolo la libertà dei collegi, ma solo garantirne la possibilità di decidere ex informata conscientia, è fondamentale sopratutto in un assetto che tende a rendere la Cassazione determinante della giurisprudenza. Unità per la Costituzione vigilerà su questo delicatissimo aspetto. Il Massimario peraltro non deve diventare occasione di scelte di carriera facilitate. I suoi addetti sono oggettivamente adatti al lavoro di legittimità per il quale sviluppano attitudini particolari. Ma tale dato oggettivo non deve togliere al magistrato del merito la possibilità di competere con i suoi strumenti professionali nelle procedure di accesso alla Corte. Dunque, si palesa centrale la riflessione sui titoli e la necessità che in alcun modo si consenta di valorizzare il titolo scientifico più di quello giudiziario. Il ricambio dentro il Massimario si deve nutrire delle due diverse esperienze, quella del giudice del merito e quella dell'osservatore e dello studioso della legittimità. Cosicché il ruolo e la funzione dell'ufficio restino di garantire, e non di sostituire, quella dei collegi giudicanti. È infine delicatissimo il problema della scelta dei presidenti di sezione, ancorché non titolari. La pensionabilità a settantacinque anni lo ha certamente complicato. Non tanto per una ragione di insufficienza dei più anziani, ma per la necessità di garantire la circolazione delle idee e la capacità della giurisprudenza di rinnovarsi adeguandosi al tempo, che una cristallizzazione delle dirigenze metterebbe in pericolo. Occorre allora chiarire che in via di principio l'accesso alla qualifica di presidente di sezione non può vedere scavalchi a favore di pretesi più bravi, ancorché più giovani, laddove competessero per una nomina rilevanti e risalenti esperienze dentro la corte l'anzianità non può essere considerata un criterio residuale, per dare luogo alla assoluta arbitrarietà delle nomine. Piuttosto nella scelta dei presidenti titolari, e quindi delle cariche apicali, è legittima la considerazione specifica della capacità organizzativa del singolo e della sua eventuale maggiore attitudine, che può prescindere dalla maggiore anzianità. Unità per la Costituzione ritiene che la prevedibilità e la trasparenza degli sviluppi di carriera rappresentino anche per la Cassazione una condizione essenziale di lavoro e di libertà del giudice. Ripensare la Scuola della Magistratura neutralizzando le insidie della controriforma L'idea di dare maggiore organicità e continuità all'attività formativa, attraverso una struttura stabile modellata sull'esperienza di altri paesi europei come la Francia , costituisce una aspirazione da lungo tempo espressa dall'Anm e dal Csm. Ma, a causa delle modalità con le quali la Scuola dovrebbe essere attuata secondo le previsioni contenute nella riforma dell'ordinamento giudiziario, rischiano di restare largamente deluse le speranze che su di essa si erano concentrate nel corso degli anni, a partire da quelle espresse da Giovanni Falcone quando insisteva sulla necessità di ripensare la formazione dei magistrati per potenziare la loro capacità professionale, per rafforzare il consenso sociale, per accrescere l'efficienza del servizio-giustizia, per assicurare quella specializzazione del sapere che è necessaria per comprendere e dominare una realtà complessa come quella attuale. Il pericolo è quello della involuzione verso una formazione destinata semplicemente a sfornare pezzi di carta necessari per fare carriera , in una logica autoreferenziale e culturalmente arretrata. Nella riforma sono presenti alcuni aspetti palesemente inaccettabili una pericolosissima tendenza alla svalutazione della giurisdizione di primo grado il tentativo di modificazione ope legis del dato culturale che vuole i magistrati impegnati a svolgere la loro funzione in modo indipendente da spinte carrieristiche ed economiche la commistione tra azione formativa, valutazione della professionalità e progressione in carriera dei magistrati, attraverso un sistema di corsi valutativi con carattere assolutamente generico e aspecialistico, che rischia di tradursi in una forma autoritaria di indottrinamento dall'alto su basi conformistiche. Non è un caso che un ruolo preminente nella struttura della Scuola sia attribuito alla Cassazione, la quale, secondo il disegno recondito sotteso alla riforma, dovrebbe divenire il motore di un ritorno alla concezione ottocentesca della magistratura, caratterizzata da un ristretto corpo di magistrati con funzioni superiori che prima indottrina e poi valuta i cari colleghi inferiori , consentendo, alla fine, di realizzare il sogno di qualsiasi governante reazionario quello di controllare la decisione giudiziaria con mezzi sottili quanto insidiosi chi non si adegua agli orientamenti del vertice, merita di essere sanzionato mediante ritardi nella carriera, provvedimenti disciplinari, e, al limite, l'espulsione dall'ordine giudiziario, per svolgere funzioni amministrative, magari presso qualche ufficio del catasto . È quindi essenziale che la istituzione della Scuola della Magistratura sia accompagnata da una immediata e ferma presa di posizione del Csm. Il coordinamento della formazione con le iniziative dell'organo di autogoverno appare indispensabile in quanto una formazione eterogestita rischia non solo di essere inadeguata rispetto ai reali bisogni formativi dei magistrati, ma di essere addirittura lesiva della loro indipendenza nella misura in cui essa viene pericolosamente collegata a valutazioni obbligatorie propedeutiche alle progressioni stipendiali, all'assunzione di funzioni diverse da quelle di primo grado ed alla stessa permanenza nell'ordine giudiziario, in pesante contrasto con il disegno costituzionale. Oltre a sollecitare una riscrittura della struttura organica della Scuola, volta ad ancorarla saldamente al circuito democratico dell'autogoverno senza alcuna posizione privilegiata dei vertici della Cassazione, il prossimo Csm avrà l'importantissimo compito di esercitare un penetrante controllo sulla programmazione della formazione e sulla sua effettiva attuazione, al fine di garantire il pluralismo delle idee, la genuinità della partecipazione, l'adeguatezza dell'offerta formativa in rapporto alle diverse esigenze professionali. Sul piano propositivo, nell'attuazione della Scuola vanno tenuti presenti due punti fermi 1. la formazione dei magistrati deve valorizzare le diverse funzioni e specializzazioni, tutte ugualmente importanti la frequenza dei corsi deve collegarsi al passaggio da una funzione ad un'altra e non solo da un grado ad un altro di giudizio 2. vanno respinte con forza le tendenze a sguarnire le funzioni di primo grado e le commistioni tra formazione e valutazione. Le attività della Scuola non devono assolutamente esaurirsi nei corsi valutativi prefigurati dal legislatore come obbligatori per fini di carriera e di valutazione periodica con pesanti conseguenze economiche e giuridiche nel caso di giudizio negativo . Una simile configurazione, oltre ad impoverire enormemente l'offerta formativa rispetto a quella oggi assicurata dal Csm, rappresenterebbe una formidabile spinta in direzione di un modello burocratico-gerarchico di magistratura, caratterizzato dalla carenza di specializzazione e dalla disincentivazione delle migliori motivazioni che guidano il lavoro dei magistrati al servizio della collettività. L'importanza e la complessità della attività di formazione dei magistrati nell'attuale contesto sociale e istituzionale richiedono, invece, che la Scuola sviluppi quantomeno le seguenti attività 1 formazione iniziale degli uditori, diversificata in relazione alle funzioni scelte, incentrata sugli aspetti pratici e deontologici, oltre che sull'approfondimento delle nozioni teoriche, e capace di fornire quelle conoscenze extragiuridiche che non sono insite negli studi universitari 2 formazione dei dirigenti e dei semidirettivi, obbligatoria in occasione della presa di possesso delle funzioni, particolarmente attenta all'organizzazione del lavoro ed alla gestione delle risorse umane, con valorizzazione dell'apporto di metodologi ed esperti esterni al circuito giudiziario 3 formazione consolidata , facoltativa, dedicata fondamentalmente all'aggiornamento, allo studio delle novità normative e giurisprudenziali, alla divulgazione di nuove tecniche investigative 4 formazione di riconversione, obbligatoria, strutturata in modo da fornire un sussidio non solo teorico ma anche pratico a tutti i magistrati che affrontano il difficile passaggio dall'attività requirente a quella giudicante, o passano dal settore penale a quello civile o quello del lavoro o minorile e viceversa, con valorizzazione dei profili organizzativi 5 formazione interdisciplinare-extragiuridica , facoltativa, destinata a rispondere alle esigenze di accrescimento culturale volte ad affrontare in modo consapevole i momenti di confronto della giurisdizione con la prova scientifica, nonché per incrementare la conoscenza di fenomeni sociali a cui è continuo il riferimento in sede giurisdizionale l'Islam, l'impresa globalizzata, la mafia storica, le nuove mafie, la tratta di esseri umani, la droga, la criminalità economica e amministrativa, ecc. , sviluppando anche ulteriori iniziative compresi gli stages in collaborazione con organismi internazionali e altre realtà istituzionali 6 formazione internazionale, normalmente facoltativa ma in alcuni casi obbligatoria, destinati ai magistrati che intendono approfondire la dimensione internazionale della giustizia e i principali aspetti delle dinamiche di mutamento del sistema giuridico indotte dalla globalizzazione dell'economia essa comprende le attività della rete europea di formazione giudiziaria, l'Erasmus dei giudici, la predisposizione di stages in collaborazione con Corti europee e internazionali, nonché la formazione specifica sulla cooperazione giudiziaria internazionale ad es. per magistrati di collegamento, magistrati addetti ai settori internazionali del Ministero, esperti nazionali distaccati, magistrati da coinvolgere in progetti internazionali, ecc. provvede altresì alla gestione di progetti di gemellaggio internazionale aventi una spiccata valenza formativa, rispetto ai quali la Scuola può operare come un ente mandatario del Csm e del ministero della Giustizia 7 formazione dei formatori e coordinamento delle formazioni decentrate, fondamentale per mantenere, nel rispetto della flessibilità delle offerte formative nelle varie aree territoriali, una unità di indirizzo e una omogeneità del livello dell'offerta. Quanto al carattere facoltativo o obbligatorio della formazione, sembra preferibile una soluzione articolata, che riconosca la centralità del diritto alla formazione anche assicurando a ciascun magistrato la possibilità di frequentare almeno un corso nell'arco dell'anno, come avviene in Francia , ma preveda anche ipotesi di obbligatorietà su temi per i quali occorre introdurre una diffusa conoscenza di aspetti nuovi , e introduca forme di incentivazione rapportate alle valutazioni di professionalità e all'accesso a determinate funzioni in proposito, dovrebbe attribuirsi rilevanza, ai fini delle decisioni di competenza del Csm, al fatto oggettivo della realizzazione di un determinato percorso formativo, senza attribuire alla Scuola impropri compiti di valutazione. Infine, a nostro avviso, il Csm dovrà fare tutto il possibile per evitare il prefigurato smantellamento della rete di formazione decentrata, che in pochi anni è stata capace di diffondere capillarmente l'offerta formativa, di creare una formazione su misura in relazione alle singole realtà territoriali e di fornire il necessario aggiornamento in maniera agile ed immediata in relazione alle numerose novità normative. La formazione decentrata va invece salvaguardata nella sua autonomia e rafforzata, anche mediante la sperimentazione di corsi interdistrettuali, integrati e condivisi con le strutture centrali. Magistrato donna Il tema dei diritti della donna magistrato non evoca datate rivendicazioni di genere vetero-femministe, meno che mai coincide con l'aspirazione ad un turn-over nella rappresentanza, quasi che una simile staffetta sia di per sé sola in grado di migliorarne la qualità. Mira piuttosto a mettere a fuoco le numerose peculiarità del lavoro di magistrato quando ad eseguirlo sia, come oggi accade in percentuali sempre più rilevanti, una donna dal ruolo sociale nettamente singolare. Si tratta di una ricognizione doverosa perché imposta dal riconoscimento costituzionale del novellato articolo 51 ma è, insieme, una ricognizione utile al perseguimento di una maggiore efficacia e funzionalità del servizio giustizia, tant'è che a darsene carico è stata unanimemente la dirigenza di Unicost nelle occasioni congressuali di Francavilla e di Cosenza. Le questioni ricomprese in questa ampia tematica sono diverse, basti pensare a come la riforma dell'Ordinamento giudiziario, incidendo su numerosi e fondamentali istituti che governano l'attuale assetto della magistratura, induca necessariamente ad una valutazione di compatibilità con i principi di autonomia e indipendenza enunciati e garantiti dalle disposizioni contenute nel Titolo IV della Costituzione. Non si tratta di una riflessione frazionata, né di settore - tenuto conto che la posizione costituzionale della Magistratura è questione di interesse per la società e per i cittadini tutti. E le ragioni sono diverse, alcune riguardano l'evoluzione della società in genere, altre attengono specificamente alla magistratura. In tal senso l'inversione del numero di uomini e di donne che nel tempo hanno superato il concorso per uditore giudiziario comporta la verifica dei condizionamenti sociali che ancora oggi sono presenti rispetto all'impegno femminile nel lavoro e, in ultima analisi, l'esigenza di controllare l'adeguatezza di moduli normativi ed organizzativi di genere maschile rispetto alle problematiche connesse ad es., alla maternità , per pervenire a soluzioni condivise che consentano la piena funzionalità degli uffici, un migliore servizio giustizia, la possibilità di avvalersi appieno della professionalità delle colleghe. Sulla base di queste riflessioni, e proprio su iniziativa di Unità per la costituzione, venne istituita nell'anno 2000 la Commissione per le Pari Opportunità dell'Associazione Nazionale Magistrati, organismo deputato ad approfondire l'analisi sul tema, perseguendo obiettivi concreti quali, da ultimo, il riconoscimento alle donne magistrato dell'indennità giudiziaria per i periodi di astensione obbligatoria in caso di maternità. È chiaro, del resto, che la riflessione non può limitarsi alla valutazione dei dati tecnici , ma deve tener conto di una serie di fattori socio-ambientali, in quanto solo una attenta considerazione delle interazioni tra i diversi luoghi della vita del magistrato - professione, vita familiare, ambiente sociale - consente di valutare compiutamente quali iniziative, quali azioni positive possano essere proposte per rafforzare le pari opportunità in magistratura. Vanno, pertanto, incentivate iniziative come quella, adottata dal Csm nel 2003/2004, del Gruppo di Studio relativo al Progetto Europeo Partecipation éqilibrée des hommes et des femmes la prise de dècision , onde approdare ad un più meditato apporto nell'analisi delle problematiche connesse sia alla professione del magistrato sia alle posizioni decisionali in Magistratura. È evidente, del resto, che la stessa riforma dell'articolo 51 Costituzione è stata dettata dalla constatazione di un problema reale e pressante - la scarsa partecipazione femminile alla vita pubblica e istituzionale del Paese - e dalla conseguente necessità di individuare una risposta idonea a risolvere il problema stesso, favorendo e stimolando i processi culturali in atto e dando copertura costituzionale alle azioni positive tese a correggere gli squilibri nella rappresentanza. Direzione, questa, che non appare favorita dalla riforma dell'Ordinamento giudiziario, che prevede modalità di progressione in carriera tali da svantaggiare in modo proporzionalmente maggiore i magistrati donna piuttosto che i magistrati uomini, in contrasto con l'articolo 3 della Costituzione e con il disposto della legge 125/91 cap. I, punto 4, parere reso dal Csm sul d.d.l. di riforma dell'Og approvato il 14 marzo 2002 il Csm dovrà, pertanto, attrezzarsi a correggere tale sistema, quantomeno con la sua attività paranormativa, avendo presente che tali modalità di carriera possono rappresentare per le donne un maggiore ed effettivo ostacolo nel riconoscimento della professionalità, in ragione del fatto che gli oneri di cura familiari incombenti sulle donne magistrato comportano, notoriamente, una minore disponibilità di tempo per l'aggiornamento professionale astratto cioè non finalizzato allo studio e alla risoluzione delle controversie e alla gestione dei processi . La prospettiva verso cui occorre muoversi è, pertanto, quella della valorizzazione della presenza e della specificità delle donne ai fini della resa di giustizia, del buon funzionamento della giurisdizione e del miglioramento complessivo del Servizio Giustizia, che presuppone una più efficiente organizzazione del lavoro ed una migliore gestione delle risorse umane. Con una consapevolezza che la questione femminile, anche in magistratura, non è una questione delle donne, ma è un tema che deve aggregare in una crescita culturale comune - in una prospettiva non di contrapposizione ma di dialogo e di integrazione - colleghe e colleghi, per far sì che le diverse problematiche che si vivono nella magistratura mestieri del giudice, progressione e professionalità,organizzazione degli uffici, organi istituzionali, managment, ruoli decisionali siano ripensate in un ottica che, promuovendo l'apporto femminile in ragione di tutti i ruoli e connesse responsabilità attribuibili alle donne all'interno dell'Ordine Giudiziario, realizzi una migliore efficienza del Servizio Giustizia. Del resto, questo è anche l'impulso che viene dall'Unione europea, la cui Strategia-quadro per la parità tra donne e uomini 2001-2005 si è prefissa di integrare la dimensione del genere in tutte le politiche comunitarie aventi un impatto diretto o indiretto sull'obiettivo della parità, nonché di realizzare azioni specifiche in favore delle donne, indispensabili per eliminare le disuguaglianze persistenti. La magistratura onoraria La riforma della Magistratura Onoraria non è un problema che riguarda solo questa categoria, ma che investe tutta la Magistratura in quanto tale, per i riflessi che può avere sul piano ordinamentale durata dell'incarico - retribuzione - rappresentanza nell'organo di autogoverno e sulla ripartizione della competenza per materia con la Magistratura ordinaria aumento di quella prevista per il G.d.P. e attribuzione di competenze specifiche per i G.O.T. e V. P. O. . Il problema più importante attiene all'esigenza primaria degli utenti della Giustizia di avere un Magistrato indipendente che offra garanzie di adeguata professionalità. D'altra parte, la recente riforma dell'Ordinamento Giudiziario ha privilegiato l'aspetto della formazione e della qualificazione professionale del Magistrato ordinario ancorché ricorrendo a strumenti concorsi per esami o per esami e titoli che l'Associazione Magistrati ritiene obiettivamente inadeguati e dannosi per il complessivo funzionamento della Giurisdizione, ma che esprimono, però, l'esigenza di avere un Magistrato di sperimentata preparazione. Allora, il nodo di fondo da sciogliere è proprio questo. Quali requisiti deve avere il Magistrato OnorarioCsm Quale spazio può occupare senza sovrapporsi al Magistrato ordinarioCsm Di che cosa deve occuparsiCsm L'attuale sistema di reclutamento della Magistratura Onoraria non presenta caratteri di unitarietà perché si diversifica in relazione al tipo di funzione G.d.P.- G.O.T. e V.P.O.- G.O.A.- Giudici MinoriliEsperti del Tribunale di Sorveglianza ed è fondato esclusivamente sul possesso di titoli, anche se di recente è stato esteso l'obbligo del tirocinio, già previsto per i G.d.P., anche ai G.O.T. e ai V. P. O Peraltro, richiedere verifiche più approfondite comporterebbe la necessità di prevedere concorsi per esami, scritti e orali, per la selezione degli aspiranti soluzione adottata nel disegno di legge sulla cd. Magistratura di complemento , il cui impianto non può essere condiviso perchè configura un vero e proprio reclutamento straordinario, privo di qualsiasi forma seria di selezione dei candidati , il che, però, non solo riprodurrebbe gli stessi inconvenienti che si verificano nel concorso per Uditori Giudiziari pre-selezione con i test - tempi lunghissimi ma, soprattutto, determinerebbe l'ineluttabile conseguenza della stabilità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato e la creazione di una Magistratura di serie B destinata, tuttavia, a svolgere le stesse funzioni della Magistratura ordinaria e con un trattamento retributivo peggiore e un percorso di carriera penalizzante. Si tratterebbe, comunque, non più di un Magistrato onorario ma di una nuova figura di Magistrato ordinario. In tale contesto, non si può prescindere dalla considerazione che la temporaneità dell'incarico deve restare un punto fermo. Innanzitutto, perché la norma costituzionale articolo 106, comma 2 , nel prevedere che la legge sull'O.G può ammettere la nomina, anche elettiva, di magistrati onorari per tutte le funzioni attribuite a giudici singoli, dopo aver affermato il principio al comma I che i magistrati vengono reclutati per concorso, configura tale ipotesi nell'ambito dell'eccezione alla regola per cui l'assunzione a tempo indeterminato di un numero così rilevante di magistrati finirebbe con lo stravolgere l'organizzazione della Magistratura ordinaria, voluta dal Costituente. In secondo luogo, perché la funzione storicamente svolta dalla Magistratura onoraria è di garantire all'esercizio della giurisdizione in settori ben determinati, che non richiedono conoscenze tecniche particolari, l'apporto dell'esperienza del buon padre di famiglia ovvero una collaborazione tecnica sufficiente a garantire in settori delimitati una funzione di supplenza del magistrato ordinario nei casi di assenza o impedimento temporanei. Un'ulteriore, ma non secondaria, ragione per dare una risposta negativa alla richiesta di stabilizzazione della magistratura onoraria è rappresentata dall'esigenza di tutelare i giovani che studiano per superare il concorso in magistratura e quelli che da poco l'hanno superato, sobbarcandosi a notevole sacrifici e a rinunzie anche di natura economica. Essi avvertirebbero questa scelta come una forma di discriminazione ingiustificata in loro danno, poiché consentirebbe a chi non ha fatto tali sacrifici e rinunzie ed anzi, molto spesso, ha svolto altra attività retribuita, di svolgere il loro stesso lavoro e di percorrere, in prospettiva, la stessa carriera. In merito al problema dell'accesso all'Organo di autogoverno da parte dei M.O., va osservato che in base all'articolo104, comma 3 Costituzione, oltre ai membri di diritto e ai componenti di nomina parlamentare, solo i magistrati ordinari possono essere eletti al Csm per cui non è possibile prevedere con legge ordinaria che di esso facciano parte anche i Magistrati onorari. Invero, la legge di riforma dell'O.G. ha previsto nei settori di competenza la partecipazione dei rappresentanti dei Giudici di Pace, dei G.O.T. e dei V.P.O. ai Consigli Giudiziari attuando una forma ridotta, ma compatibile con i limiti costituzionali, di partecipazione di questi Magistrati all'attività di autogoverno. De jure condendo, appare auspicabile una modifica dell'articolo 104 Costituzione al fine di garantire ai M.O. quantomeno ai Giudici di Pace una compiuta partecipazione all'attività di autogoverno, mentre non è condivisibile la tesi di chi prospetta la creazione di un separato Organo di autogoverno per la magistratura onoraria. Tale scelta, infatti, creerebbe una menomazione delle attribuzione dell'attuale Csm priva di reali giustificazioni e destinata a produrre conseguenze negative nell'organizzazione dell'attività giudiziaria per le innegabili interrelazioni con gli uffici retti da Magistrati ordinari, ai quali spetta, tra l'altro, la vigilanza sugli Uffici del G.d.P e sui singoli M.O. Un altro aspetto da valutare è rappresentato dalla diversificazione delle funzioni svolte dalla Magistratura Onoraria che interessa, invero, anche altre figure oltre quelle citate e a quella, in via di estinzione dei G.O.A. ad es. i componenti privati dei tribunali per i Minorenni, gli esperti dei Tribunali di Sorveglianza, quelli delle Sezioni Agrarie, etc . Tale diversità incide sullo status del M.O. ma trova, almeno in parte, una sua giustificazione sulla specificità di taluni incarichi, tra cui quelli citati, per cui non esiste una figura unica di Magistrato Onorario chea differenza di quanto accade per i Magistrati ordinaripossa svolgere indifferentemente l'una o l'altra di talune funzioni si pensi alla peculiarità delle funzioni dei giudici onorari minorili . Ne consegue che, pur sussistendo un'esigenza di razionalizzazione del settore, specialmente con riferimento alle figure del G.d. P., del G.O.T. e del V.P.O., non appare possibile prevedere una generale disciplina per tutte le figure di M.O. È, però, auspicabile che si valuti la possibilità di prevedere dei percorsi agevolati al fine di consentire a queste tre categorie di M.O. la possibilità di transitare da una funzione all'altra, al termine dell'incarico ricoperto, quando il limite di età lo consenta e non si sia demeritato nell'esercizio delle precedenti funzioni, ovvero essere destinati a svolgere le funzioni di assistente nell'ufficio del Giudice rectius Magistrato di cui è stata più volte sollecitata la costituzione. Ciò per non disperdere esperienze e professionalità acquisite che potranno essere proficuamente utilizzate. La fissazione del limite minimo di età 30 anni per il G.d. P. e 25 anni per i G.O.T. e i V.P.O. ha comportato che un numero sempre più elevato di giovani acceda alle funzioni di Magistrato onorario, per cui viene da più parti sollecitato il riconoscimento del diritto all'assistenza e alla previdenza, previsto per i pubblici dipendenti. Il problema, di particolare rilevanza, merita di essere approfondito non potendosi disconoscere che l'esercizio della funzione giudiziaria onoraria svolto, in taluni casi a tempo pieno, si protrae per lunghi periodi di tempo durante i quali l'interessato opera in assenza di qualsiasi tutela. Tale riconoscimento, invero, non appare incompatibile con il cd. stato di precarietà connesso alla temporaneità dell'incarico né dovrebbe costituire un espediente per ottenere la stabilizzazione del rapporto di lavoro. Resta, infine, da chiedersi quale futuro è ipotizzabile per i G.O.T. e i V.P.O. Secondo il citato articolo 245 del D.Lgs 51/1998 i G.O.T. e i V.P.O. sarebbero dovuti cessare dalle funzioni il 2 giugno 2004. Il termine è stato prorogato di due anni articolo 2, comma 1bis Dl 354/03 convertito in legge 45/2004 ed il termine di ciascun singolo incarico ulteriormente prorogato di due anni per effetto della disposizione contenuta nell'articolo 9 del Dl 115/05 cd. omnibus ed è prevedibile che vi saranno ulteriori proroghe fino a quando non sarà intervenuta la nuova disciplina della M.O. Occorre, in proposito, chiedersi se la prosecuzione dell'attività di questi M.O. debba essere prevista esclusivamente per compiti di supplenza dei magistrati ordinari, in particolare nel senso indicato dall'articolo 43bis, comma 2 del citato D.Lgs 51/1998 sostituzione in udienza per mancanza o impedimento dei magistrati ordinari o anche per l'espletamento del lavoro loro delegato dal Presidente del Tribunale o della Sezione articolo 43bis, comma 1 nei limiti indicati dalla vigente legislazione e dalle direttive del Csm ovvero con la previsione di una nuova competenza per materia di I grado, che si aggiungerebbe a quella già prevista per il G.d.P. Nel caso in cui il Legislatore dovesse ritenere utile la sopravvivenza di queste due figure, nonostante la copertura integrale dell'organico dei magistrati ordinari, sarebbe auspicabile che il relativo impiego fosse limitato alle sole ipotesi di sostituzione per mancanza o per impedimento dei magistrati togati, per la necessità di garantire agli utenti della giustizia che la qualificazione professionale del magistrato che deciderà la sua causa non dipenda dal caso. Per questa ragione non può essere condivisa la tesi di chi auspica un'attribuzione di una competenza esclusiva per materia ai G.O.T. e ai V.P.O. Si creerebbe, infatti, un nuovo ufficio giudiziario il terzo ufficio di I grado che certamente non corrisponderebbe all'esigenza di efficienza e di competenza dell'amministrazione della Giustizia. Per i V.P.O., inoltre, non può essere sottaciuto il dubbio che la loro sopravvivenza non sia consentita dalla Costituzione che circoscrive l'esercizio delle funzioni onorarie alle funzioni esercitate da giudici e non da magistrati singoli articolo 106, comma 2 . È auspicabile anche che i dirigenti degli uffici giudiziari facciano un uso oculato dei poteri di conferimento degli incarichi ai M.O., evitando di debordare,come talune volte si è verificato, dai limiti previsti per il loro impiego. Insomma, anche da parte nostra è necessario agire con coerenza, sopportando, se del caso, sacrifici piuttosto che ricorrere ad escamotage per impiegare i M.O., in compiti riservati esclusivamente ai Magistrati Ordinari. Da ultimo, va ribadita la necessità - avvertita da più parti e dalla stessa avvocatura -che si stabiliscano ipotesi certe ed ineludibili di incompatibilità tra l'esercizio della professione forense e l'attività di magistrato onorario, poiché le disposizioni vigenti non si sono rivelate sufficienti, in taluni casi, ad evitare di fatto la prosecuzione dell'attività professionale davanti allo stesso ufficio o nell'ambito dello stesso circondario.È necessario che si adottino criteri più restrittivi nell'interesse dell'amministrazione della giustizia e della stessa avvocatura. La Commissione Antimafia Nel campo della lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo, la magistratura italiana ha formato, sin dagli anni '80, un patrimonio - di idee, di motivazioni, di esperienze giurisdizionali, di metodi di indagine e di valutazione della prova - che è divenuto un grande punto di riferimento a livello europeo e internazionale. Grazie al metodo di lavoro sviluppato da uomini come Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tanti altri magistrati che hanno condiviso i loro ideali, alcuni aspetti del nostro sistema-giustizia hanno acquistato una speciale credibilità sul piano internazionale, evidenziando che le armi migliori per combattere i più gravi fenomeni criminali sono quelle offerte dallo Stato di diritto, attraverso l'opera di una magistratura indipendente e radicata nei valori costituzionali di democrazia. Alla crescita dell'impegno della magistratura in questo campo ha corrisposto, sin dall'inizio, una forte attenzione da parte del Csm, che già nel settembre 1982, all'indomani dell'uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa, istituì al suo interno un comitato di studio sulla criminalità organizzata, allo scopo di offrire un sostegno ai magistrati impegnati nella lotta contro la mafia, e, al contempo, di favorire un ampliamento dell'impegno generale nella lotta contro la criminalità organizzata . Dopo il nobile sacrificio di Rosario Livatino, il 4 ottobre 1990, si deliberò di costituire un gruppo di lavoro per gli interventi del Csm relativi alle zone più colpite dalla criminalità organizzata . Il 28 giugno 1995 si decise di istituire una Commissione - la decima - con funzioni di stimolo e di proposta per adeguare l'intervento del Csm alle esigenze della lotta contro la criminalità organizzata . La Commissione nel corso degli anni si è rivelata uno strumento prezioso. Dopo l'entrata in vigore della legge 44/2002, la Commissione criminalità organizzata del Csm è stata smantellata. Una serena riflessione su questo altalenante percorso porta a concludere che il rischio determinato dalla eliminazione della Commissione criminalità organizzata è triplice un oggettivo ridimensionamento del ruolo del Csm all'interno del sistema istituzionale e in rapporto alla società civile il diffondersi della sensazione che la lotta alla mafia non è più una questione nazionale e, quel che più conta, la estrema difficoltà per il Csm di intervenire in modo sistemico in alcune realtà giudiziarie bisognose di una speciale attenzione in determinati, drammatici, momenti della storia del nostro paese. La storia degli ultimi mesi evidenzia la centralità della questione mafiosa per la credibilità dello Stato in regioni come la Sicilia, la Campania o la Calabria, in cui ogni magistrato - quale che sia il suo settore di intervento - deve sentirsi impegnato, anzitutto, a recidere quell'intreccio di potere tra criminalità organizzata, economia e politica, che condiziona pesantemente l'affermazione della legalità e la tutela dei diritti dei cittadini. Il gruppo di Unità per la Costituzione considera pertanto sicuramente una priorità la proposta di reintrodurre nel Csm la Commissione criminalità organizzata , con compiti estesi alla lotta al terrorismo, in modo da favorire una fruttuosa circolarità di metodi di lavoro. La Commissione dovrà divenire un centro specializzato di ascolto, monitoraggio, analisi, riflessione, proposta, sui temi della lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo. La nuova Commissione, attraverso frequenti visite sul territorio, potrà prendere contatto con i magistrati impegnati in questi settori e non solo con i capi degli uffici! facendoli sentire meno soli e valorizzando il loro straordinario impegno professionale. Potrà promuovere la loro tutela nei casi in cui verranno ingiustamente attaccati per fini inconfessabili. Potrà verificare l'adeguatezza dell'organizzazione giudiziaria rispetto agli obiettivi di affermazione della legalità contro la criminalità organizzata e il terrorismo, colmando le lacune che potranno essere rilevate. Potrà analizzare in profondità l'evoluzione dei più pericolosi fenomeni criminali grazie all'esperienza di chi li combatte ogni giorno. Potrà diffondere i migliori metodi di lavoro facendo compiere un salto di qualità a tutto il nostro sistema-giustizia. Potrà spendere al meglio il nostro patrimonio professionale nello spazio giudiziario europeo in costruzione. Potrà offrire importanti contributi propositivi alle altre istituzioni, nazionali e sopranazionali, in vista della costruzione di una strategia comune di lotta alla mafia e al terrorismo. Verrebbe così ad essere recuperato e ulteriormente arricchito il patrimonio ideale e propositivo che la Decima Commissione aveva dimostrato di saper produrre.