Le opinioni del teste (anche se smentite dai fatti) non possono mai ""diventare"" falsa testimonianza

Il Pm non dovrebbe chiedere alla persona informata sui fatti pareri sulla mafiosità degli indagati. Ma se lo fa, cambiare idea in aula non è reato

Il pubblico ministero non può chiedere alla persona informata sui fatti di esprimere un parere sull'eventuale carattere mafioso di soggetti sui quali sta indagando. E se lo fa, non potrà poi accusarlo di falsa testimonianza nel caso in cui in sede dibattimentale la persona abbia fatto dichiarazioni diverse da quelle rese nel corso delle indagini. Il motivo? La deposizione deve avere ad oggetto solo fatti, quindi, il testimone non può essere chiamato ad esprimere valutazioni o giudizi personali. Lo ha chiarito la Corte d'appello di Caltanissetta nella sentenza 766/05 - depositata il 27 settembre scorso e qui integralmente leggibile tra gli allegati - con cui, nel riformare il verdetto di primo grado, ha assolo Natale S. dal reato di falsa testimonianza perché il fatto non sussiste. Le circostanze contestate all'imputato - si legge nella sentenza - non sussistono perché lo stesso venne chiamato a riferire valutazioni e non fatti . In altre parole, l'attribuzione a taluno della qualità di soggetto mafioso non è valutazione che può essere demandata al testimone pur di un processo avente ad oggetto condotte di criminalità organizzata . Lo status di soggetto mafioso, dicono a chiare lettere i giudici siciliani, deve essere frutto di uno specifico e fondato giudizio operato dall'autorità giurisdizionale competente circa la riconducibilità della condotta di un determinato gruppo di soggetti ai precisi e specifici parametri indicati dall'articolo 416bis Cp . Insomma, un tale giudizio spetta solo ai magistrati e non può essere demandato ai testimoni. Al proposito la Corte siciliano ricorda che il testimone, ai sensi della particolare disciplina dettata dall'articolo194 terzo comma Cpp, è esaminato su fatti determinati. Non può deporre sulle voci correnti del pubblico né esprimere apprezzamenti personali . Di conseguenza, nel caso in esame, l'attribuzione della qualità di mafiosi è circostanza che non avrebbe dovuto essere oggetto di alcun esame trattandosi con evidenza non di fatto bensì di apprezzamento personale del soggetto informato sui fatti che poi ha assunto la specifica qualifica di testimone .

Corte d'appello di Caltanissetta - Sezione prima penale - sentenza 27 settembre 2005, n. 766 Presidente Ingargiola - Estensore Pardo Svolgimento del processo Con sentenza in data 14 dicembre 2000 il Tribunale di Enna, in composizione monocratica, condannava Sinfori Natale Tindaro alla pena di anno uno e mesi sei di reclusione ritenendolo responsabile del delitto di falsa testimonianza commesso dinanzi alla stessa autorità giudiziaria di Enna in occasione della deposizione resa dinanzi al Tribunale collegiale il 21 gennaio del 1994. Dall'analisi dell'impugnata sentenza risulta che il Giudice di primo grado affermava la responsabilità dell'imputato evidenziando le difformità tra le dichiarazioni rese dal medesimo al Pm il 25 febbraio del 1993, quando aveva riferito di avere subito nell'ambito della sua attività di imprenditore edile tentativi di estorsione e danneggiamenti e di essersi pertanto rivolto ai componenti della famiglia La Delia perché avevano fama di essere mafiosi e sperava pertanto di ottenerne la protezione nonché di avere permesso a tale Messina di ritirare materiale da costruzione da uno dei cantieri di sua pertinenza in quanto detto soggetto era parente dell'indiziato mafioso Leonardo Gaetano, e quelle dibattimentali del 21 gennaio 1994 con le quali negava ripetutamente tali due circostanze escludendo in particolare di essersi rivolto a personaggi mafiosi al fine di ottenerne la protezione e così negando profili di immediato interesse processuale. Sottolineava inoltre il Giudice di primo grado che l'evidente discrasia tra le due dichiarazioni doveva essere ricercata nella palese volontà del Sinfori di non affermare in giudizio circostanze potenzialmente dotate di contenuto accusatorio nei confronti dei La Delia e del Leonardo, mentre nessuna rilevanza poteva assumere la successiva deposizione svolta dallo stesso Sinfori nel novembre del 1994 nell'ambito di altro procedimento, denominato Leopardo, nel corso della quale lo stesso aveva ampiamente riferito circa la caratura criminale dei predetti soggetti. Avverso detta sentenza proponeva appello la difesa dell'imputato deducendo innanzi tutto l'irrituale audizione quale testimone del Sinfori, che invece avrebbe dovuto essere escusso quale imputato di reato connesso con le forme dell'articolo 210 Cpp, poiché per tali dichiarazioni era stato indagato ed in ogni caso l'insussistenza del fatto di reato avendo l'imputato nel corso della lunga deposizione cui era stato sottoposto reiterato le affermazioni già fatte dinanzi al Pm. Rilevava inoltre il difensore come la condotta dell'imputato non potesse comunque ritenersi idonea ad alterare il convincimento del Giudice procedente al quale solo spettava l'attribuzione della qualifica di soggetti mafiosi ai La Delia ed al Leonardo e chiedeva, pertanto, l'assoluzione dello stesso. All'udienza dibattimentale del 27 settembre 2005, svolta la relazione, le parti concludevano come da separato verbale di causa in atti. Motivazione L'appello è fondato e deve, pertanto, essere accolto. Ritiene invero la Corte di dovere innanzi tutto specificare che secondo l'imputazione elevata nei confronti del Sinfori allo stesso vengono sostanzialmente contestate tre distinte condotte e cioè l'avere collegato i danneggiamenti subiti al fatto di operai licenziati o non assunti , l'avere taciuto di essersi rivolto ai La Delia sapendoli mafiosi del luogo e sperando così di essere lasciato in pace circostanza esplicitata al Pm presso il Tribunale di Caltanissetta il 25 febbraio 1993 , l'avere infine dissimulato i rapporti con il Leonardo ed i suoi emissari dietro il velo di rapporti di cortesia tutte commesse nell'ambito della deposizione testimoniale resa il 21 gennaio del 1994 dinanzi al Tribunale di Enna chiamato a giudicare in ordine all'appartenenza dei predetti La Delia e Leonardo alla locale organizzazione mafiosa operante nel territorio ennese. Secondo l'impostazione accusatoria, pertanto, l'aspetto materiale del reato viene ricollegato alla sostanziale difformità tra le dichiarazioni rese dal Sinfori dinanzi al Pm presso il Tribunale di Enna in data 25 febbraio 1993 e quanto invece riferito poi nel corso del dibattimento di primo grado in particolare dall'esame del predetto verbale di assunzione di informazioni risulta che l'imputato aveva dichiarato che dopo avere subito le telefonate di minaccia e di richiesta di denaro per lavorare tranquillo pensai di rivolgermi ai La Delia chiedendo loro di affittarmi i mezzi anche se io sono proprietario di mezzi analoghi. In questo modo subivo evidentemente un danno ma sapendo per ciò che si sentiva dire che i La Delia erano mafiosi del luogo speravo che così facendo sarei stato lasciato tranquillo . Orbene occorre innanzi tutto chiarire che a parere di questa Corte l'avvenuta verbalizzazione delle sommarie informazioni secondo determinati criteri interpretativi e l'uso di una specifica terminologia nel contesto del verbale reso in sede di indagini preliminari, non può, determinare automaticamente l'identificazione di un'ipotesi di falsa testimonianza ogni qual volta il testimone poi escusso utilizzi terminologia differente o riferisca fatti differenti se non sia accertato che quanto oggetto delle sommarie informazioni corrisponda al vero. In sostanza quindi non può sussistere una causa di automatica imputazione del delitto di cui all'articolo 372 Cp ogni qual volta un soggetto chiamato a testimoniare dinanzi l'autorità giudiziaria riferisca in sede dibattimentale circostanze differenti da quelle precedentemente esposte nel corso delle indagini preliminari ma poiché si addivenga a tale conclusione è altresì necessario accertare che i fatti originariamente affermati dinanzi al Pm siano in qualche modo corrispondenti al vero. Altrimenti ragionando dovrebbe ritenersi che a fronte di ogni contestazione formulata ex articolo 500 Cpp ne derivi la falsità della deposizione del teste ma tale conclusione pare invece esclusa dalla stessa disposizione citata secondo cui le contestazioni vengono effettuate al solo fine di valutare la credibilità del testimone. Deve pertanto ritenersi che nel particolare caso di imputazione di falsa testimonianza elevata nei confronti di un soggetto in relazione alla difformità tra le dichiarazioni rese in sede di indagine e quelle dibattimentali, il giudice chiamato a decidere sull'illiceità del comportamento, e quindi sulla sussumibilità dello stesso nel parametro normativo di cui all'articolo 372 Cp, non possa limitarsi e restringere il proprio accertamento alla sola difformità tra le due deposizioni dovendo invece aliunde verificare che i fatti inizialmente esposti in sede di indagine siano quelli effettivamente rispondenti a verità, altrimenti attribuendosi alle prime dichiarazioni un carattere di fede privilegiata che le stesse non possono automaticamente avere. Nel caso in esame, invece, tale particolare valutazione pare essere stata omessa dal Giudice di primo grado essendosi lo stesso sostanzialmente limitato ad accertare la difformità tra la deposizione del 25 febbraio 1993 e quella dibattimentale del 21 gennaio 1994 ed a ritenere senza alcuno specifico sforzo motivazionale sul punto, vera la prima e falsa la seconda perché apoditticamente attribuita alla volontà di non affermare in giudizio circostanze potenzialmente accusanti nei confronti dei La Delia e del Leonardo . Sotto tale profilo pertanto l'impugnata sentenza merita sicuramente di essere censurata. E comunque, anche a volere soprassedere da tale particolare considerazione, va poi sottolineato come una parte significativa della deposizione resa al Pm procedente da parte del Sinfori non avendo ad oggetto fatti, bensì vere e proprie valutazioni di carattere tecnico-giuridico, non avrebbe né dovuto essere oggetto di esame testimoniale, né di contestazioni nel corso dello stesso né tantomeno imputata a titolo di falsa testimonianza in quanto poi negata o comunque omessa nel corso dell'esame dibattimentale. Ci si riferisce in particolare allo status di soggetto mafioso attribuito nel corso delle sommarie informazioni dinanzi al Pm di Enna dal Sinfori ai La Delia ed al Leonardo, circostanza poi non ripetuta in dibattimento e specifico oggetto di contestazione nel presente procedimento in quella parte dell'imputazione in cui viene, appunto, espressamente richiamata la condotta di avere taciuto a dibattimento di essersi rivolto ai La Delia sapendoli mafiosi del luogo . Al proposito infatti occorre sottolineare come l'attribuzione a taluno della qualità di soggetto mafioso, al di là dell'uso comune, non è valutazione che può essere demandata al testimone pur di un processo avente ad oggetto condotte di criminalità organizzata, dovendo invece essere frutto di uno specifico e fondato giudizio operato dall'autorità giurisdizionale competente circa la riconducibilità della condotta di un determinato gruppo di soggetti ai precisi e specifici parametri indicati dall'articolo 416bis Cp. Tale doglianza, specificatamente dedotta dalla difesa del Sinfori, nell'atto di gravame trova quindi fondamento poiché quanto verbalizzato in sede di sommarie informazioni non poteva formare oggetto di esame dibattimentale né di contestazione trattandosi difatti di giudizio tecnico-giuridico non demandabile a testimoni. Al proposito occorre rammentare infatti che il testimone, ai sensi della particolare disciplina dettata dall'articolo194 terzo comma Cpp è esaminato su fatti determinati. Non può deporre sulle voci correnti del pubblico né esprimere apprezzamenti personali sicché l'attribuzione della qualità di mafiosi ai La Delia ed al Leonardo è circostanza che non avrebbe dovuto essere oggetto di alcun esame trattandosi con evidenza non di fatto bensì di apprezzamento personale del soggetto informato sui fatti che poi ha assunto la specifica qualifica di testimone. Deve, pertanto, concludersi sul punto affermando che l'impugnata sentenza va censurata nella parte in cui attribuisce al Sinfori quale condotta illecita quella di non avere ribadito in udienza il carattere mafioso dei soggetti cui lo stesso si era rivolto dopo i danneggiamenti e cioè dei La Delia e del Leonardo, trattandosi di circostanza oggetto di valutazione e quindi di giudizio non demandabile al testimone. Inoltre va ancora precisato, a giudizio di questa Corte, che l'imputazione di falsa testimonianza e la conseguente affermazione di responsabilità, qualora si fondino sull'accertata diversità tra le dichiarazioni rese in sede di indagini preliminari o comunque dinanzi al Pm e quelle dibattimentali, come nel caso in esame, deve trovare fondamento in una valutazione complessiva della deposizione dibattimentale dovendo comunque il Giudice accertare non soltanto se in qualche parte vi sia stata difformità tra le due dichiarazioni ma se effettivamente nel corso della seconda il testimone abbia taciuto quanto dallo stesso conosciuto e rispondente al vero, altrimenti potendo ammettersi come in precedenza anticipato la sussistenza di tale grave ipotesi di reato in presenza di qualsiasi lieve od impercettibile difformità che certamente può essere determinata anche dall'indebilimento della memoria causato dalla maggior distanza temporale tra i fatti e l'audizione dibattimentale rispetto a quella dinanzi al Pm. E nel caso in esame, ritiene, la Corte che un'analisi concreta della complessiva deposizione testimoniale resa dal Sinfori Natale Tindaro, debba fare escludere la sussistenza di una concreta ed apprezzabile difformità tra le due deposizioni non avendo lo stesso ribadito nel corso dell'esame dibattimentale dinanzi il Tribunale di Enna in data 21 gennaio 1994 o valutazioni non demandabili a testi, come in precedenza esaminate, o comunque circostanze sostanzialmente di assoluto secondario rilievo. In particolare, infatti, va segnalato che il testimone pur a seguito dell'incalzare delle domande da parte del Pm ha riferito nell'esame dibattimentale di avere subito danneggiamenti di materiale utilizzato per l'attività edilizia e di autovetture allo stesso appartenenti e di avere ricevuto telefonate estorsive nonché, in particolare, una chiamata nel contesto della quale gli veniva specificato di rivolgersi alle persone giuste con ciò chiaramente indirizzandolo verso i soggetti il cui intervento poteva arrestare la catena delle minacce e dei danneggiamenti. A seguito di tali fatti si rivolgeva ai La Delia non conoscendo altri che potevano intervenire in detta particolare situazione ed avendo in precedenza coinvolto i mezzi degli stessi nella realizzazione delle opere di sbancamento necessarie per l'esecuzione delle opere edili perché i predetti avevano tutte le attrezzature per l'esecuzione di dette opere ed in quanto a seguito del loro intervento nun m'inquieta macari nuddu, va non mi inquieta nessuno insomma pag. 18 verbale in atti . Chiara ed inequivocabile appare, pertanto, la motivazione del Sinfori nel provocare l'intervento dei La Delia nell'esecuzione delle opere, individuabile appunto non soltanto in ragioni tecnico economiche bensì appunto nella esplicita volontà di non subire più danneggiamenti ed altri episodi estortivi che potevano determinare il rallentamento delle opere sul punto pertanto nessun dubbio può sussistere in ordine alla manifestata volontà del Sinfori di fare intervenire i La Delia nelle opere al fine, quantomeno concorrente, di garantirsi la protezione degli stessi non potendo richiedersi all'imputato una ancor maggiore chiarezza accusatoria nel riferire i fatti, stante i limiti espressivi dello stesso che risultano evidenti dall'analisi della deposizione testimoniale incriminata. Peraltro, nel corso della stessa deposizione il Sinfori ribadiva di avere permesso al cognato del Leonardo Gaetano di ritirare materiale edile dal proprio cantiere senza versare alcun prezzo e di avere conosciuto il predetto solo in seguito, con il quale intratteneva un rapporto di amicizia poi interrotto dall'arresto del medesimo per il suo coinvolgimento in vicende criminali. Risulta quindi evidente che nel corso della deposizione testimoniale il Sinfori ebbe modo di riferire sia il motivo dell'intervento dei La Delia nelle opere in corso di esecuzione sia l'origine dei suoi rapporti con il Leonardo, al quale veniva concesso il ritiro di materiale senza versare alcun prezzo e ciò per circostanze che evidentemente il giudice di merito del procedimento nel quale l'imputato veniva escusso ben poteva autonomamente valorizzare, fatto questo poi realmente accaduto come emerge per tabulas dalla lettura della sentenza emessa al termine del dibattimento e precisamente delle pagine 14 e 15 in atti, dalle quali risulta che il Sinfori aveva riferito detti elementi senza che nessuna specifica censura allo stesso venne mossa se non quella di non avere identificato gli autori delle telefonate estorsive e degli attentati che però l'imputato non aveva nemmeno indicato nel verbale di dichiarazioni reso dinanzi al Pm il 25 febbraio del 1993. In conclusione, quindi, nessuno degli addebiti specificamente individuati nel contesto del capo di imputazione può ritenersi integrare la contestata condotta illecita invero l'avere attribuito i danneggiamenti subiti al precedente licenziamento di alcuni operai è precisazione formulata dal Sinfori solo nel contesto della deposizione testimoniale mai negata in precedenza e di cui non si può escludere a priori la rispondenza al vero, l'avere negato la qualifica di mafiosi dei La Delia e del Leonardo è circostanza non demandabile al testimone, mentre risulta invece che lo stesso espressamente individuava nel tentativo di garantirsi la protezione dei primi la scelta di coinvolgerli nelle attività lavorative e non negava poi di avere permesso il prelievo di materiale edile al Leonardo pur avendolo conosciuto solo in seguito. Sussistono quindi plurimi elementi per ritenere che i fatti contestati all'imputato e ritenuti nell'impugnata sentenza non sussistano poiché lo stesso o venne chiamato a riferire valutazioni e non fatti o comunque perché l'analisi complessiva della sua deposizione non evidenzia alcun effettivo ed apprezzabile contrasto tra quanto appreso in precedenza riferito al Pm e quanto poi dichiarato a dibattimento. Alla luce delle suesposte considerazioni, pertanto, il gravame va accolto e Sinfori Natale Tindaro conseguentemente assolto perché il fatto non sussiste. PQM La Corte visto l'articolo 605 Cpp in riforma della sentenza emessa dal Tribunale di Enna, in composizione monocratica, in data 14 dicembre 2000, appellata da Sinfori Natale Tindaro assolve il predetto dal reato ascrittogli perché il fatto non sussiste.