Vendita di semi di Cannabis on-line e istigazione all'uso di sostanze stupefacenti

di Giovanni Guarini

di Giovanni Guarini Le fattispecie di istigazione previste dal codice penale e il rapporto con il principio di libertà di manifestazione del pensiero. Un recente sentenza della Cassazione Cass. penale sez. IV 20 maggio 2009, n. 23903 in www.dirittoegiustizia.it del 18 giugno 2009 in materia di istigazione all'uso delle sostanze stupefacenti offre l'occasione per riaffrontare problemi antichi, ritornati in auge anche grazie all'emergere di nuove tecnologie informatiche vendita di semini di canapa sativa o cannabis su internet quali la illiceità penale delle condotte di istigazione alla commissione di un reato. A tal fine occorre ricordare che la norma generale in materia di istigazione a delinquere la si ravvisa nell'art. 115 commi I e III c.p., che stabilisce la non punibilità dell'istigazione a commettere un reato, quando l'istigazione sia accolta, ma il reato non sia commesso, salvo che la legge disponga altrimenti. In tali ultime ipotesi fatte salve dalla legge altro non si fa che rinviare a casi tipici e tassativi di punibilità dell'istigazione a commettere singoli reati, originariamente previsti dal codice penale agli artt. 266, 270, 271, 302, 303, 304, 305, 306, 322, 327, 414 ss., 548, nonché da norme contemplate in leggi speciali fra le quali, a titolo meramente esemplificativo, l'art. 82 D.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309, art. 3 l. 13 ottobre 1975, n. 654. Fatta questa premessa, occorre ricordare la principale problematica che accomuna tutte queste disposizioni, ossia la compatibilità con il principio di libertà di manifestazione del pensiero contemplato dall'art. 21 Cost. Inoltre, le fattispecie astratte in parola sono ulteriormente associabili quanto a struttura. Infatti, trattasi sempre di reati di pericolo astratto cfr. Marinucci G. - Dolcini E., Manuale di Diritto Penale Parte Generale, Milano, Giuffrè, 2006, che definisce i reati di pericolo astratto, quelli in cui il legislatore non menziona il pericolo fra gli elementi della fattispecie, poiché lo ritiene implicito nella realizzazione della condotta descritta, in base a comuni regole di esperienza. Di conseguenza il giudice non dovrà accertare che si sia verificato il pericolo, ma semplicemente dovrà verificare che sussistano gli elementi richiesti dalla fattispecie astratta interpretati, tuttavia, dalla giurisprudenza costituzionale, e poi da quella di legittimità, quali reati di pericolo concreto ossia nei quali la lesione o messa in pericolo del bene giuridico tutelato va accertata di volta in volta dall'interprete . Così, in tema di apologia di reato di cui all'art. 414 comma III c.p., laddove la Corte Costituzionale C. Cost. Sent. 4 maggio 1970, n. 65 in Giurisprudenza Costituzionale 1970, 1 , 959 ha asserito che ricorre solo quando per le sue modalità integri un comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti non può costituire impedimento alla libertà di manifestare il proprio pensiero, garantito dall'art. 21, primo comma, della Costituzione, ove della norma incriminatrice si dia corretta interpretazione. La mera critica della legislazione e della giurisprudenza, l'attività propagandistica diretta alla deletio legis, l'affermazione che fatti previsti come delitti possono avere positivo contenuto morale e sociale non costituiscono il reato di apologia di delitto . Peraltro, la giurisprudenza della Cassazione ex pluribus Cass. Pen. Sez. I, 15 dicembre 1997, 11578 - Gizzo ha precisato il dictum del Giudice delle Leggi ritenendo che a integrare l'elemento oggettivo del delitto di cui all'art. 414 comma III non basta l'esternazione di un giudizio positivo su un episodio criminoso ma occorre che il comportamento dell'agente sia tale per il suo contenuto intrinseco, per la condizione personale dell'autore e per le circostanze di fatto in cui si esplica, da determinare il rischio, non teorico, ma effettivo, della consumazione di altri reati . Analogamente, la Corte Costituzionale ha affermato, in tema di reato ex art. 415 c.p., che non ogni pubblica istigazione all'odio fra le classi sociali è punibile, ma solo quella attuata in modo pericoloso per la pubblica tranquillità , escludendo le attività dirette a manifestare un'ideologia politica o filosofica basata sulla lotta e il contrasto fra le classi sociali , libera manifestazione del pensiero tutelata ex art. 21 Cost. C. Cost. 23 aprile 1974, n. 108 . A partire da tali due casi emblematici, affrontati dalla giurisprudenza costituzionale, la successiva giurisprudenza di legittimità si è allineata all'insegnamento della Consulta, estendendo il menzionato canone ermeneutico anche alle altre fattispecie astratte di istigazione cfr., in tema di istigazione a delinquere ex art. 414 c.p., Cass., sez. I, u.p. 17 novembre 1997, G. Cass., sez. I, u.p. 3 novembre 1997, G. Cass., sez. I, u.p. 23 gennaio 1979, P. Cass., sez. I, u.p. 14 gennaio 1972, B. di istigazione a disobbedire alle leggi ex art. 415 c.p., Cass., sez. I, u.p. 15 dicembre 1980, P. di pubblica istigazione e apologia ex art. 303 c.p., Cass., sez. I, u.p. 25 settembre 1992, D. M. Cass., sez. I, u.p. 28 ottobre 1987, B. di istigazione di militari a disobbedire alle leggi ex art. 266 c.p., Cass., sez. I, c.comma aprile 1988, G. di istigazione alla corruzione ex art. 322 c.p., Cass., sez. VI, u.p. 30 novembre 1995, V in tema di istigazione all'odio razziale ex l. 25 giugno 1993 n. 205 Cass. Sezione I, sentenza n. 25184 del 17 giugno 2009, in www.dirittoegiustizia.it del 25 luglio 2009 . Tutte queste ipotesi di non punibilità, se a livello costituzionale trovano il proprio referente normativo negli artt. 21 principio di libertà di manifestazione del pensiero e 25 comma II e 27 comma III Cost. considerati da una parte della dottrina fondamenti normativi del principio di offensività cfr. GALLO, I reati di pericolo , in Foro Pen., 1969 , a livello codicistico trovano base nell'art. 49 comma II c.p., che esclude la punibilità quando per la inidoneità dell'azione è impossibile l'evento dannoso o pericoloso . La fattispecie di cui all'art. 82 D.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309 ed i relativi problemi applicativi. Orbene, il medesimo principio è stato affermato anche rispetto alla fattispecie di istigazione prevista dall'art. 82 D.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309. Occorre a tal fine premettere che la indicata norma punisce con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da .1032 a .5164 chiunque pubblicamente istiga all'uso illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope, ovvero svolge, anche in privato, l'attività di proselitismo per tale uso delle predette sostanze, ovvero induce una persona all'uso medesimo comma I , prevedendo un aumento di pena se il fatto è commesso nei confronti di persone di età minore ovvero all'interno o nelle adiacenze di scuole di ogni ordine e grado, di comunità giovanili o di caserme, all'interno di carceri, di ospedali o di servizi sociali e sanitari comma II e un raddoppio di pena se i fatti sono commessi nei confronti di minore degli anni quattordici, di persona palesemente incapace o di persona affidata al colpevole per ragioni di cura, educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia. La disposizione contempla, quindi, tre condotte che possono essere ben distinte sul piano fattuale l'istigazione pubblica, l'attività di proselitismo e l'induzione. Circa la differenza fra le tre differenti azioni descritte dalla fattispecie incriminatrice, occorre in primo luogo distinguere la condotta di proselitismo, dalle altre due punite. In particolare, secondo la Corte di Cassazione proselitismo, [è] nozione che, calata nell'economia della norma di cui si tratta, implica un'attività volta ad ampliare la schiera di utilizzatori di sostanze stupefacenti da parte di chi non solo ne fa propaganda, ma già ne fa abituale uso, e che incita o tenta di persuadere altri a seguire il suo esempio Cassazione penale, sez. VI, 5 marzo 2001, n. 16041, Gobbi e altro, in Cass. pen. 2002, 3898 in ciò sarebbe differente da istigazione pubblica ed induzione che presuppongono l'assenza della qualifica di utilizzatori da parte dei soggetti attivi del reato. Ancora, in giurisprudenza si è delineata ulteriormente la distinzione fra istigazione pubblica ed induzione le due condotte sono ontologicamente diverse, laddove l'istigazione avviene nei confronti di una platea indeterminata di soggetti e pubblicamente, mentre l'induzione deve essere diretta a uno o più soggetti determinati attraverso un'opera di persuasione degli stessi Tribunale di Firenze - Giudice per le indagini preliminari, Sentenza 23 luglio 2007 in www.altalex.it . Una volta delineate compiutamente le tre ipotesi alternative di reato tipizzate all'art. 82 D.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309, occorre sottolineare come la fattispecie che ha avuto nel tempo maggiore rilevanza applicativa è stata quella di istigazione . Come, si è detto, è apparsa pacifica l'interpretazione della fattispecie quale reato di pericolo concreto, effettuata per via giurisprudenziale. Così, è incontrastata la massima secondo cui ai fini della configurabilità del reato di istigazione all'uso di sostanze stupefacenti occorre che l'agente, per il contesto in cui opera e per il contenuto delle sue esortazioni, abbia, sul piano soggettivo, l'intento di promuovere tale uso e, dal punto di vista materiale, di fatto si adoperi, con manifestazioni verbali, con scritti, o anche con il ricorso a un linguaggio simbolico , affinché l'uso di stupefacenti da parte dei destinatari delle sue esortazioni sia effettivamente realizzato ex alii Cassazione penale, sez. VI, 5 marzo 2001, n. 16041, cit. Tribunale min., L'Aquila, 6 febbraio 1997, in Foro it., 1997, II, 355 Tribunale di Piacenza, 29 novembre 1993, in Riv. pen., 1994, 314 . Fermo tale principio i problemi hanno riguardato le concrete fattispecie sussumibili in tale disposizione. In passato la Suprema Corte Cassazione penale, sez. VI, 5 marzo 2001, n. 16041, cit. aveva escluso l'integrazione del reato di cui all'art. 82 D.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309, nel caso di una manifestazione politico-culturale favorevole alla liberalizzazione dell'uso delle droghe leggere, nel corso della quale erano stati distribuiti alcuni volantini recanti varie teorie circa la infondatezza della nocività della marijuana. In quell'occasione la Cassazione aveva qualificato tali condotte come una presa di posizione politico - culturale favorevole alla liberalizzazione dell'uso delle droghe leggere ed in quanto tali rientranti nell'ambito di applicazione dell'art. 21 Cost. Di conseguenza veniva ritenuta insussistente alcuna ipotesi di reato, poiché il contenuto dei volantini non incitava all'uso di hashish o marijuana, limitandosi a propagandare la non nocività di tali sostanze, o se si vuole, la irragionevole loro assimilazione legislativa a quelle stupefacenti . La questione dell'illiceità penale della vendita on line di semi da piante stupefacenti. Diversamente, al cambiare dell'ipotesi concreta oggetto di analisi, mutava anche l'orientamento della giurisprudenza circa l'integrazione del reato di cui all'art. 82 cit. Così, nell'ipotesi di vendita di bustine di semi di cannabis sativa con indicazioni e consigli per la relativa coltivazione la giurisprudenza della Cassazione Cassazione penale sez. IV, 23 marzo 2004, n. 22911, in Cass. pen. 2005, 9, 2731 aveva confermato un'ordinanza del Tribunale del Riesame, che si era pronunciata sui presupposti della misura cautelare applicata per il reato di cui all'art. 82 cit. Peraltro, nel caso di specie l'idoneità della condotta di commercializzazione di tali semini a determinare l'uso di sostanze stupefacenti era stata affermata nonostante l'acquirente non avesse effettuato alcuna coltivazione con il predetto materiale. Ancora, nell'ipotesi summenzionata la Suprema Corte aveva ritenuto prive di pregio le obiezioni difensive. In particolare si riteneva non inquadrabile la vendita di semini nell'alveo del reato di istigazione all'uso di stupefacenti, proprio perché la siffatta alienazione poteva avere al massimo come scopo prossimo l'istigazione alla coltivazione e non all'uso. Tuttavia, la Cassazione aveva rigettato tali doglianze in base all'asserto secondo cui la coltivazione ha inevitabilmente il fine dell'uso, di tal che parlare di induzione alla coltivazione è equipollente a parlare di induzione all'uso Cassazione penale sez. IV, 23 marzo 2004, n. 22911, cit. . In questa sede è, peraltro, opportuno ricordare che il termine canapa è riferibile unicamente alle sommità fiorite o fruttifere della pianta ad esclusione dei semi e delle foglie non accompagnate dalle relative sommità. Infatti, con la L. 5 giugno 1974, n. 412 l'Italia ha recepito la Convenzione unica sugli stupefacenti adottata a New York il 30 marzo 1961 in base alla quale art. 1, comma 1, lett. b vengono espressamente esclusi dal concetto di cannabis i semi della pianta. Ed, infatti, la Tabella II della Convenzione parla espressamente di cannabis indica, foglie e infiorescenze . Di conseguenza nell'ordinamento italiano non risulta vietato il commercio di semi di cannabis. Sul punto si è espressa anche la giurisprudenza di legittimità escludendo la fattispecie di cui all'art. 73 D.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309 Cassazione penale, sez. II, 1 settembre 1988, n. 10496 . Successivamente al riferito intervento della giurisprudenza di legittimità il dibattito sulla liceità o meno della vendita di semini stupefacenti si faceva più articolato in seno alle decisioni dei tribunali. Infatti, mentre una parte della giurisprudenza di merito Tribunale di Firenze - Giudice per le indagini preliminari, Sentenza 23 luglio 2007 in www.altalex.com , ponendosi nel solco della sentenza del 23 marzo 2004 della Cassazione, ne confermava e ne esplicitava il dictum, altro orientamento pretorio Tribunale di Rovereto, Sentenza 29 novembre 2007, n. 300, con nota di N. Canestrini in www.dirittoegiustizia.it del 16 febbraio 2008 Tribunale di Benevento, Sentenza 7 febbraio 2008, n. 74 in www.altalex.com Tribunale di Ferrara, Sez. riesame, Ordinanza 3 dicembre 2008, in www.penale.it era giunto ad opposte conclusioni. Preliminarmente occorre ricordare che in giurisprudenza vi era stata una certa oscillazione circa l'inquadramento in astratto della condotta di vendita di semini di piante stupefacenti, nel caso in cui alla vendita fosse seguita la coltivazione delle piantine da parte dell'acquirente. In particolar modo ad un minoritario orientamento Tribunale di Benevento, Sentenza 7 febbraio 2008, n. 74, cit. che aveva sussunto la fattispecie nell'ambito del concorso morale nel reato di coltivazione di piantine stupefacenti ai sensi degli artt. 110 c.p. e 73 D.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309, si era contrapposta un'altra parte della giurisprudenza, che aveva qualificato tale condotta quale istigazione all'uso di stupefacenti ex art. 82 D.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309 Tribunale di Firenze - Giudice per le indagini preliminari, Sentenza 23 luglio 2007 cit. Tribunale di Rovereto, Sentenza 29 novembre 2007, n. 300 cit. Tribunale di Ferrara, Sez. riesame, Ordinanza 3 dicembre 2008 cit. . Ciò detto, una sentenza del giudice di merito Tribunale di Firenze - Giudice per le indagini preliminari, Sentenza 23 luglio 2007 cit. , conformemente alla decisione della Cassazione sez. IV, 23 marzo 2004, n. 22911, aveva ritenuto integrato il reato dell'art. 82 D.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309, da parte del venditore di semini. Nell'ipotesi analizzata dal Tribunale fiorentino l'imputato effettuava tale attività di commercializzazione di sementi attraverso un sito internet. Sul sito era, da una parte, menzionata l'avvertenza al lettore circa il divieto di coltivare cannabis previsto dalla legislazione italiana ed il consiglio di utilizzare i semi per fini non vietati dalla legge ad es. collezionismo , dall'altra venivano indicate le varietà di semini contenuti nel catalogo con apposizione della fotografia delle piante alla cui nascita i semini erano prodromici e la spiegazione di caratteristiche e proprietà delle piante, con indicazione dei tempi per la fioritura e la stagione, se è possibile coltivarla all'esterno o all'interno, nonché la precisazione dell'aroma delle piante e delle loro qualità narcotiche. Ebbene, il Giudice toscano proprio valorizzando il contenuto descrittivo delle piantine ricavabili dai semi aveva ritenuto costituisse elemento oggettivo idoneo a qualificare come istigazione la condotta del gestore del sito, nonché capace di munire di pericolosità la suddetta, giungendo alla condanna dell'imputato ex art. 82 D.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309. Con una decisione apparentemente di tenore opposto, altro orientamento pretorio era giunto ad assolvere il venditore di semini di cannabis Tribunale di Rovereto, Sentenza 29 novembre 2007, n. 300 cit . Nel caso in questione si giungeva all'assoluzione dal reato di cui all'art. 82 D.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309, poiché nessun tipo di indicazione veniva in quella sede fornito per la coltivazione di piante né, tantomeno, per la successiva preparazione del prodotto stupefacente ricavabile,né veniva svolta attività di promozione della successiva coltivazione . In ciò la sentenza del giudice lagarino collimava con il precedente fiorentino, pur giungendo a diverse conclusioni infatti, in quest'ultima sede proprio in base alla presenza on line di indicazioni delle modalità di coltivazione veniva ritenuto integrato il fatto di istigazione. In altri precedenti, la giurisprudenza di merito Tribunale di Benevento, Sentenza 7 febbraio 2008, n. 74 cit. , invece, valorizzando la circostanza che i gestori del sito avevano invitato gli utenti dal desistere dal consumo di sostanze stupefacenti e senza nulla indicare circa eventuali istruzioni sulla coltivazione, era giunta alla conclusione che manca, pertanto, qualsiasi forma di concreta istigazione non potendosi la stessa ravvisare puramente e semplicemente nella vendita dei semi in contestazione dovendosi altrimenti ritenere configurata l'istigazione in tutti i casi di vendita di beni pericolosi e potenzialmente lesivi per la collettività si pensi, ad esempio, alle armi, ai veleni, ecc. . Una successiva decisione, maggiormente ferma nel ritenere in astratto non penalmente perseguibile il comportamento del venditore di semi da stupefacenti, precisava che la vendita sarebbe dovuta avvenire in maniera asettica e neutrale , concludendo perentoriamente che in definitiva è del tutto evidente come il sistema della legge se da un canto vieta la coltivazione, dall'altro non vieta affatto la produzione o la vendita delle cose necessarie per la coltivazione, creando così una classica lacuna nel sistema sanzionatorio che non può essere coperta in via interpretativa per il principio della tassatività della fattispecie penali da interpretare restrittivamente e con esclusione di qualunque estensione analogica Tribunale di Ferrara, Sez. riesame, Ordinanza 3 dicembre 2008 cit. . Proprio quest'ultima decisione è stata annullata da una recente sentenza della Suprema Corte Cassazione, sez. IV pen. - sentenza 10 giugno 2009, n. 23903 cit. in base all'asserto secondo cui nel caso concreto la vendita non era avvenuta in maniera asettica e neutrale , come aveva opinato il giudice del riesame. Invero, essendoci stata pubblicità on-line sulle metodologie di coltivazione e sugli accessori idonei a migliorare la crescita delle piantine, era concretamente integrato sia l'elemento soggettivo del reato ex art. 82 D.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309, contestato all'indagato, costituito dall'intento di promuovere l'uso di sostanze stupefacenti, sia l'elemento materiale, costituito dall'essersi l'indagato avvalso di manifestazioni verbali, di scritti e di un linguaggio simbolico , affinché l'uso di stupefacenti, da parte dei destinatari delle sue esortazioni, fosse effettivamente realizzato. Le istruzioni per l'uso - coltivazione del prodotto semini quale ago della bilancia ai fini della punibilità della vendita on line una conclusione criticabile. Dall'esame dei precedenti giurisprudenziali è possibile, allora, affermare che la condotta di istigazione all'uso di stupefacenti è penalmente rilevante solo se attuata con modalità tali da integrare comportamento concretamente idoneo a provocare l'uso di stupefacenti e prima ancora la coltivazione degli stessi. In particolare, si è ritenuto integrativa del reato di cui all'82 D.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309, la condotta di chi vende semi di canapa indica, dando istruzioni circa le modalità di coltivazione dei medesimi, nonché degli effetti droganti della sostanza ricavabile. In altri termini, la Cassazione fa dipendere la punibilità della condotta dalla presenza o assenza di informazioni sulla coltivazione, non essendo reato la vendita di semini secondo modalità asettiche . In realtà, tale affermazione si presta ad alcune obiezioni. In primo luogo non può tacersi delle conseguenze inique che tale orientamento può portare ed ha già portato nella realtà fattuale. Così non sarà punibile l'accorto venditore di semi che si astenga dal dare informazioni sulle modalità di coltivazione degli stessi e sulle qualità stupefacenti cfr. Tribunale di Rovereto, Sentenza 29 novembre 2007, n. 300 . A ben vedere il disvalore della condotta non è molto differente da quello di chi vende semi pubblicizzandone le metodologie di coltivazione. In altre parole, non appare convincente distinguere la capacità istigativa della condotta a seconda che vi siano o meno le istruzioni per l'uso - coltivazione del prodotto semini . Il rischio di ingenerare possibili disparità di trattamento evidenzia le fallacia di tale canone ermeneutico. A parere di chi scrive al fine della risoluzione della questione occorre partire dalla nozione di istigazione all'uso di sostanze stupefacenti tipizzata e punita dall'art. 82 D.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309. L'istigazione è la condotta di chi fa sorgere in altri un proposito criminoso prima inesistente determinatore o si limita a rafforzare o eccitare in altri un proposito criminoso già esistente istigatore in senso stretto cfr. Mantovani F., Manuale di Diritto penale - parte generale, Padova, Cedam, 2007 . Come si è detto, l'art. 82 D.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309 pone una deroga alla regola di cui all'art. 115 comma III c.p., che stabilisce la non punibilità dell'istigazione rimasta sterile, prevedendo la sanzionabilità dell'istigazione finalizzata all'uso di stupefacenti. Dirimente ai fini della soluzione della questione è invece l'oggetto della condotta istigativa l'uso di sostanze stupefacenti . Ci si chiede, altrimenti, quali siano le condotte che il legislatore ha voluto inibire. A tal riguardo, un'opzione interpretativa alternativa rispetto a quella giurisprudenziale menzionata era già stata avanzata in passato da un'acuta dottrina Canestrini N. Istigazione all'uso di sostanze stupefacenti e libera manifestazione del pensiero in www.dirittoegiustizia.it del 16 febbraio 2008 . Tale Autore ritenendo che il termine uso di cui all'art. 82 c.p. fosse elemento normativo che rinviava necessariamente alla nozione di cui all'art. 75 comma 1 D.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309, aveva concluso per la non sanzionabilità della vendita di semini finalizzata alla coltivazione ed al consumo esclusivamente personale di stupefacenti. Tuttavia, la menzionata ricostruzione, pare essere difficilmente condivisibile, per due ordini di motivi. In primo luogo anche l'uso personale delle sostanze stupefacenti è illecito, come è desumibile dal fatto che l'art. 75 comma I cit. utilizza l'avverbio illecitamente e dalla conseguenza prevista per tale comportamento, costituita dalla sanzione amministrativa comminata agli autori di tali atti. Inoltre, tale tesi appare difficilmente proponibile a seguito di una recente sentenza delle Sezioni Unite Sentenza n. 28605 del 24 aprile 2008 - depositata il 10 luglio 2008 che, affermando la punibilità della condotta di coltivazione di piante stupefacenti a prescindere dall'uso personale o al fine di spaccio delle stesse, ha indirettamente confinato la non punibilità dell'uso personale alle sole condotte di importazione, acquisto e detenzione di cui all'art. 75 D.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309. Un'alternativa a mezza via fra le tesi proposte dovrebbe partire dall'interpretazione teleologica dell'art. 82 cit. in particolare l' uso illecito di sostanze stupefacenti istigato dall'agente è quello pregiudizievole per la salute individuale e collettiva, bene giuridico tutelato dal D.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309 cfr. fra le tante Cass. Sez. IV, 14 aprile 2005, n. 22037 Gallob, CED Cassazione, 2005, Riv. Pen., 2006, 7-8, 882, Corriere del Merito, 2008, 11, 1185 . Se così stanno le cose l'istigazione sanzionata dovrebbe essere solo quella volta alla coltivazione prodromica all'assunzione di sostanze stupefacenti a tal fine cfr. Cassazione penale sez. IV, 23 marzo 2004, n. 22911 cit., secondo cui la coltivazione ha inevitabilmente il fine dell'uso, di tal che parlare di induzione alla coltivazione è equipollente a parlare di induzione all'uso , non quella avente diverse finalità. Così, a rigore non dovrebbe rientrare nella fattispecie astratta di cui all'art. 82 cit. la condotta di chi vende semi per la coltivazione piantine di canapa indiana finalizzata alla produzione di materie tessili, corde, carta, olio combustibile, prodotti cosmetici, nonché chi vende canapa a soggetti autorizzati alla coltivazione ex artt. 17 ss. D.p.r. 9 ottobre 1990, n. 309. Di conseguenza, a parere di chi scrive, non potrà essere considerato elemento univoco ai fini della incriminazione a titolo di istigazione all'uso di sostanze stupefacenti l'allegazione da parte del venditore di semini di istruzioni per la coltivazione degli stessi. Infatti, dovranno valutarsi ulteriori elementi dimostrativi del fatto che i semini da vendere non hanno nessun altra destinazione se non la coltivazione di piantine destinate alla consumazione quali droghe leggere . Così, la presenza sul sito del venditore di informazioni in merito ad usi della canapa indiana diversi dall'assunzione quale sostanza psicoattiva potrebbero deporre nel senso della non volontà di istigare all'uso degli stupefacenti. Al contrario, il principio attivo di grado elevato della piantina, alla nascita della quale i semi sono prodromici, potrebbe essere un indizio della destinazione dei sementi per piantine ad uso drogante visto che per la produzione di materiale tessile non è necessario che il prodotto sia ricco di principio attivo . Infine, dovrà essere dato adeguato rilievo alle eventuali informazioni fornite dal venditore in merito all'illiceità dell'uso di stupefacenti ad opera della legislazione dello Stato e circa gli intenti della propria attività. In conclusione, l'ago della bilancia ai fini della punibilità non potrà essere la mera sussistenza di istruzioni per l'uso dei semini di cannabis, ma l'interprete dovrà valutare il comportamento dell'agente nel più ampio contesto nel quale si svolge. In conclusione, in tale materia il giudice avrà un compito assai delicato dovendo discernere l'opera di mera commercializzazione nociva da quella avente fine commerciale - divulgativo circa l'utilizzo della cannabis. A tal fine ricordando l'insegnamento della Cassazione secondo cui una presa di posizione politico - culturale favorevole alla liberalizzazione dell'uso delle droghe leggere non potrà mai essere punita, poiché rientrante nell'ambito di applicazione dell'art. 21 Cost.