Relazione sullo stato della giustizia: siete su scherzi a parte

Seconda tappa a Montecitorio. Il Guardasigilli ammette di essersi divertito a copiare Violante. Ma non ride nessuno Favara critica duramente le proposte incostituzionali . Il Csm lancia l'allarme con la riforma la disciplinare sarà ingestibile

Relazione sullo stato della Giustizia atto secondo. Ieri il ministro della Giustizia ha bissato a Montecitorio la relazione fatta martedì al Senato secondo le disposizioni dettate dalla legge 150/05 di riforma dell'ordinamento giudiziario vedi tra gli arretrati di ieri . Il giorno seguente la novità istituzionale, a scatenare le critiche è stata la proposta del ministro di una riforma che istituisca tribunali indipendenti per i magistrati. Una proposta inaccettabile, grave ed in contrasto con la Costituzione secondo il Procuratore generale della Cassazione Francesco Favara. Ho voluto tendere, un po' maliziosamente, una piccola trappola ha detto ieri il Guardasigilli in Aula a Montecitorio a proposito della riforma dell'azione disciplinare nei confronti dei magistrati. Mi sono divertito - ha detto il ministro - a trascrivere nella mia relazione le parole identiche che ha adoperato l'onorevole Violante . La replica non si è fatta attendere. Lettura tardiva, parziale e distorsiva di una proposta organica per la ricostruzione del sistema giudiziario riportava la nota del portavoce del presidente dei deputati della Quercia Luciano Violante. Nella trappola, come l'ha definita il ministro Castelli, predisposta per i suoi copiosi critici, a ben guardare finisce tutta la politica della giustizia di questo governo - si leggeva nel comunicato - Nel momento in cui prende in prestito un'idea di Violante, scorporandola dal contesto di una organica riforma della giustizia, il ministro sconfessa se stesso, mettendo a nudo il pasticcio compiuto e il danno arrecato alla giustizia con la miriade di leggi e leggine di parte e una cultura avversa all'indipendenza della magistratura e astiosa nei confronti del suo organo costituzionale di autogoverno . La lettura è stata tardiva, perché è arrivata a fine legislatura, diceva la nota del portavoce di Violante, parziale e distorsiva perché non tiene conto di altri aspetti essenziali della proposta Violante come l'attribuzione alla competenza del Csm della Scuola per la magistratura, l'attribuzione ad un'Alta corte della competenza disciplinare per tutte le magistrature e per l'avvocatura, il prolungamento della durata del Csm e la rotazione tra i suoi componenti come accade per la Corte costituzionale . Comunque, concludeva lo scritto, se il ministro fosse realmente interessato, sono a sua disposizione tutti gli articoli, le interviste e gli interventi con cui il presidente Violante ha sostenuto e sostiene l'inderogabile esigenza della ricostruzione del sistema giudiziario sulla base del principio costituzionale dell'indipendenza e della responsabilità della Magistratura e della separazione dei poteri dello Stato. Per rispondere positivamente, come appunto si affermava nell'intervista malamente scopiazzata, all'esigenza dei cittadini ad avere sempre la certezza del rispetto delle regole nel rapporto tra i poteri e nello stesso esercizio del potere . Non ho mai parlato di tribunali speciali, ha comunque precisato il Guardasigilli, ma di riforma istituzionale per istituire un organismo indipendente, rispondendo al Pg Favara. Il giudice deve essere sempre terzo e imparziale, ha continuato il ministro e nella sezione disciplinare non lo è. Secondo Favara, un tribunale ad hoc per i magistrati sarebbe incostituzionale mentre i magistrati che commettono reati comuni hanno il diritto di essere trattati al pari di tutti gli altri cittadini . Non c'è ragione di temere un trattamento di maggior favore per i magistrati - ha affermato il Pg - anzi sarebbe veramente grave un tribunale speciale per i magistrati dove si potrebbero scaricare, non voglio dire rancori, ma atteggiamenti non puramente istituzionali . Rispetto poi alla giustizia domestica attuata dalla sezione disciplinare del Csm, Favara ritiene che, al contrario di quanto affermi il ministro, ci sia un buon controllo dove negli ultimi tempo sono state irrogate un numero maggiore di condanne rispetto al passato. Di sicuro secondo il Pg la sezione disciplinare è in difficoltà perché c'è un continuo aumento dei procedimenti disciplinari, una situazione che si appesantirà ulteriormente con la riforma dell'ordinamento giudiziario se si dovranno applicare le regole del Codice di procedura penale sulla formazione della prova in dibattimento, sarà ulteriormente rallentato il lavoro, con il risultato di mettere in crisi la sezione disciplinare . Dietro la proposta di riforma del ministro, secondo Favara c'è il sospetto di una contiguità tra i magistrati che è da smentire, ma anche l'aspirazione della classe politica di affidare a esponenti esterni alla magistratura il giudizio sulla deontologia . Il Csm intanto ieri ha lanciato l'allarme sezione disciplinare. Con l'approvazione definitiva dei decreti delegati previsti dalla riforma dell'ordinamento giudiziario, il sistema sarà ingestibile, riporta il documento approvato dal plenum con il voto contrario dei laici Giuseppe Di Federico Fi e Mariella Ventura Sarno leggibile tra i documenti correlati . Ci sarà un aumento del carico di lavoro della Procura generale della Cassazione e della sezione disciplinare, un aumento del numero dei magistrati colpiti da azione disciplinare che rischia di avere un effetto discriminatorio. Ma si rischierà soprattutto un danno di immagine perché sarà inevitabile un aumento delle richieste e delle pronunce di proscioglimento. Meglio allora, chiede l'organo di autogoverno, tornare al regime di facoltatività dell'azione per entrambi i titolari, accompagnato da un miglioramento della disciplina della tipizzazione degli illeciti disciplinari ora piuttosto lacunosa. Ieri, intanto, il Parlamento in seduta comune ha eletto il componente laico del Csm, in sostituzione di Antonino Marotta, passato alla Camera dei deputati dopo la nomina di Antonio Marzano alla presidenza del Cnel. Sempre di area Udc, come l'uscente Marotta, approderà a Palazzo dei Marescialli almeno per questi ultimi mesi di consiliatura il rinnovo ci sarà quest'estate Mario Caldarera che al terzo scrutinio ha ottenuto 497 voti su 607. Professore di Diritto amministrativo all'Università di Messina, Catanzaro e Reggio Calabria, Caldarera ha 51 anni e siederà appunto nell'Aula Bachelet per poco più di sei mesi. p.a.

Consiglio superiore della magistratura Valutazione delle ricadute ordinamentali e sulle attività del Consiglio superiore della magistratura determinate dall'approvazione dei decreti delegati attuativi della legge 150/2005 Fascicolo 55/RI/2005 Relatori Giuseppe Salmè, Gianfranco Schietroma, Giuseppe Di Federico, Giovanni Mammone, Luigi Marini e Lanfranco Tenaglia Schema di decreto legislativo recante Disciplina degli illeciti disciplinari dei magistrati e delle relative sanzioni e della procedura per la loro applicazione, nonchè modifica della disciplina in tema di incompatibilità, dispensa dal servizio e trasferimento d'ufficio dei magsitrati, in attuazione degli articolo 1, co. 1, lette F e dell'articolo 2, co. 6 e 7, della L. 25 luglio 2005, n. 150 PARTE PRIMA Gli illeciti disciplinari 1. Premessa - Lo schema di decreto legislativo consta di 33 articoli divisi in quattro capi, rispettivamente dedicati a I normativa di diritto sostanziale sulla responsabilità disciplinare, II procedimento disciplinare, alle incompatibilità, III dispensa dal servizio e trasferimento d'ufficio, IV disposizioni finali ed ambito di applicazione. Il primo capo, relativo alla disciplina di diritto sostanziale, è diviso in due sezioni, una dedicata agli illeciti disciplinari articoli 1-5 e l'altra dedicata alle sanzioni disciplinari articoli 614 . La prima sezione, in attuazione della legge delega, fissa la disciplina sostanziale procedendo alla tipizzazione degli illeciti disciplinari dei magistrati secondo le linee tracciate dalla legge delega, in molti casi ricalcando letteralmente i principi da quest'ultima enunziati, distinguendo le condotte inerenti l'esercizio delle funzioni giudiziarie da quelle estranee ad esse, con la previsione di norme di chiusura per garantire completezza alla normativa. Al riguardo debbono essere preliminarmente richiamati i rilievi già avanzati dal CSM con il parere formulato il 15.7.04 a proposito del secondo maxiemendamento al d.d.l. di riforma dell'ordinamento giudiziario, i quali per il carattere in molti casi ripetitivo della bozza di decreto legislativo, mantengono tutta la loro attualità. Deve, pertanto, rimarcarsi che la tipizzazione dell'illecito, se da un canto costituisce un momento di garanzia in un sistema di responsabilità disciplinare perché attua il principio nullum crimen sine lege, dall'altro deve consentire una sufficiente determinazione delle fattispecie disciplinari, nel contempo evitando puntigliose e troppo rigide tipizzazioni che riducono il necessario spazio valutativo al giudice disciplinare e, in qualche modo, sono destinate a condizionare anche il comportamento dei magistrati. 2. Doveri del magistrato articolo 1 dello schema di d.1gs, in relazione all'articolo 2, comma , lett. b, nn. 1-2-3 della legge delega - L'articolo 1 dello schema di dAgs. è dedicato ai doveri del magistrato e prevede una sorta di catalogo dei doveri fondamentali cui devono attenersi i magistrati. Si tratta di principi e valori deontologici essenziali per chi esercita la funzione giudiziaria la cui inclusione nella norma è doverosa e ovvia al tempo stesso. Nel primo comma vengono richiamati doveri quali quelli di imparzialità, correttezza, diligenza, laboriosità, riserbo, equilibrio nonché di rispetto della dignità della persona, che costituiscono principi fondamentali da osservare nell'esercizio delle funzioni di magistrato. Al riguardo lo schema di decreto ricalca pressoché integralmente il testo legislativo tuttavia, sarebbe auspicabile una migliore formulazione dei concetti di correttezza e riserbo , precisando che comunque deve essere fatto salvo il diritto di manifestare il proprio pensiero, di cui il magistrato gode al pari di ogni altro cittadino, secondo l'affermazione fattane dalla Corte costituzionale sentenza n. 100/81 . Deve notarsi che fra i doveri del magistrato nell'esercizio delle funzioni risulta omesso ogni riferimento all'indipendenza che è dovere fondamentale. Una riaffermazione di tale principio costituzionale rafforzerebbe il carattere doveroso delle regole di comportamento fissate per il magistrato, atteso che l'indipendenza non è un privilegio ma un dovere e, correlativamente, costituisce un diritto ed una garanzia per i cittadini. Il secondo comma individua i doveri che il magistrato deve osservare anche fuori dell'esercizio delle proprie funzioni, precisando che non deve tenere comportamenti, ancorché legittimi, che compromettano la credibilità personale, il prestigio e il decoro del magistrato o il prestigio dell'istituzione giudiziaria. 3. La condotta disciplinarmente rilevante articoli 1, comma , e 2 della bozza di d lgs. - Il comma dell'articolo 1 afferma che le violazioni dei comma e 2 costituiscono illecito disciplinare perseguibile nelle ipotesi previste dai successivi articoli 3, 4 e 5. La disposizione intende dare attuazione al principio di tassatività degli illeciti disciplinari e più in generale al principio di legalità nel giudizio disciplinare, secondo cui i magistrati non possono essere sottoposti a procedimento e a sanzione disciplinare se non nei casi e nelle forme previste dalla legge. Deve comunque notarsi che, sia per quanto riguarda i doveri nell'esercizio delle funzioni che per quelli da osservare fuori dell'esercizio delle stesse, i valori e principi richiamati corrispondono sostanzialmente a quelli affermati seppure non con valore normativo nel c.d. codice deontologico elaborato dall'ANM ed alla giurisprudenza della sezione disciplinare del Consiglio. Il successivo articolo 2 dello schema di decreto prevede una sorta di principio di offensività nell'illecito disciplinare in quanto, sotto la rubrica condotta disciplinarmente irrilevante , esclude la configurabilità dell'illecito disciplinare quando la condotta non incide negativamente, in concreto, sulla credibilità, il prestigio e il decoro del magistrato o sul prestigio dell'istituzione giudiziaria. Tale disposizione persegue l'obiettivo di temperare gli effetti dell'introduzione combinata della tipizzazione e dell'obbligatorietà dell'azione disciplinare per assicurare la ragionevolezza del sistema sanzionatorio , secondo la relazione di accompagnamento , ma non è prevista dalla legge delega, né é giustifica da mera necessità di integrazione o coordinamento. Al riguardo deve osservarsi che mentre la rubrica dell'articolo 2 fa riferimento alla irrilevanza della condotta, in modo da far ritenere che l'indicazione riguardi i profili e le caratteristiche oggettive del comportamento del magistrato, il testo della norma sembra improntato invece a dare attuazione al principio di offensività laddove prevede che, qualora la condotta non leda in concreto la credibilità e il prestigio del singolo magistrato o dell'ordine giudiziario, non sussiste l'illecito. Seguendo l'indicazione testuale della norma potrebbe ritenersi che essa sia applicabile anche ad una condotta disciplinarmente rilevante, anche grave, qualora non conosciuta e che potrebbe non riverberarsi all'esterno al punto da non incidere negativamente sulla credibilità e il prestigio del magistrato. L'accentuazione sulla inidoneità in concreto ad incidere negativamente sui valori richiamati potrebbe far assumere un rilievo preponderante, se non esclusivo, alla risonanza degli eventi rispetto alla oggettiva gravità degli stessi. Di contro, una lieve violazione formale dei doveri d'ufficio soprattutto se esteriorizzata da campagne denigratorie potrebbe rendere impossibile l'applicazione del criterio di ragionevole irrilevanza cui il legislatore ha inteso ispirarsi. Meglio sarebbe attenersi anche al criterio di oggettiva valutazione della condotta in sé considerata relativamente all'osservanza dei doveri del magistrato e non solo al prestigio ed alla credibilità. La giurisprudenza della Sezione disciplinare del Consiglio offre elementi di riflessione in questa direzione laddove concentra la sua attenzione sulla intrinseca rilevanza oggettiva del fatto rapportata con altri elementi di valutazione. In tema, ad esempio, di ritardo nel deposito dei provvedimenti la giurisprudenza della Sezione, accolta anche dalle Sezioni unite civili della Suprema Corte di cassazione, ritiene che anche non occasionali episodi di ritardo nel deposito di provvedimenti e sentenze, che possono potenzialmente incidere negativamente sul prestigio del magistrato, possono essere ritenuti non disciplinarmente rilevanti ove trovino causa nell'impegno particolare del magistrato nell'attività di ufficio, ove caratterizzato da alta laboriosità e da insufficienza di strutture di supporto. Mentre la stessa giurisprudenza è nel senso che a fronte di una grave violazione dei doveri del magistrato è irrilevante che egli, per i più vari motivi, abbia continuato a godere dell'apprezzamento sociale. 4. Illeciti disciplinari compiuti dal magistrato nell'esercizio delle funzioni articolo 3 dello schema di d.1gs, in relazione all'articolo 2, comma , lett. b e c della legge delega - L'articolo 3 dello schema di decreto elenca le ipotesi di illecito disciplinare relative a condotte tenute nell'esercizio delle funzioni giudiziarie. Come già rilevato, lo schema di decreto ricalca ampiamente i termini, anche testuali, della legge n. 150 del 2005 pare, dunque, opportuno richiamare in questa sede solo quei punti dello schema che pongono problemi di autonomo rilievo. 4.1 Violazioni attinenti i doveri fondamentali e, in particolare, il dovere di imparzialità - Le prime tre ipotesi descritte nelle lettere a , b e c possono farsi risalire a violazioni del dovere di imparzialità intesa come valore cardine della funzione giudiziaria. La prima di queste ipotesi, relativa ai comportamenti che, violando i doveri di cui all'articolo 1, arrecano ingiusto danno o indebito vantaggio ad una delle parti , nel riprendere testualmente il disposto della legge delega potrebbe destare equivoci, in quanto si potrebbe verificare che l'errore dovuto a negligenza e il ritardo dovuto a difetto di rendimento, pur di significato oggettivamente modesti, potrebbero dar luogo a danno o vantaggio per una delle parti, a prescindere da ogni intenzionalità del magistrato, il che violerebbe il principio della proporzionalità tra il comportamento e la sanzione irrogata, atteso che per questo tipo di violazioni l'articolo 13 prevede la sanzione minima della censura. Analogamente pare che la violazione del dovere di imparzialità non può prescindere da profili in qualche misura intenzionali. 4.2 Violazioni del dovere di correttezza - Il secondo gruppo di comportamenti, riportati dalle lettere d , e ed f dell'articolo 3, può farsi risalire alla violazione del dovere di correttezza. La prima ipotesi che apre la previsione normativa in esame, rappresentata da i comportamenti abitualmente o gravemente scorretti nei confronti delle parti, dei loro difensori, dei testimoni o di chiunque abbia rapporti con il magistrato nell'ambito dell'ufficio giudiziario, ovvero nei confronti di altri magistrati o di collaboratori' evidenzia quelle carenze di determinatezza evidenziate in premessa. Si tratta di una disposizione con tutta evidenza di carattere strategico in quanto paradigmatica dell'attività svolta nell'assolvimento della funzione giurisdizionale stessa. La genericità della formulazione adottata - testualmente ripresa dal testo della legge delega e che avrebbe dovuto essere superato in sede di redazione del decreto legislativo - appare foriera di ricadute disciplinari di comportamenti di carattere temperamentale o caratteriale che più propriamente rileverebbero ai fini della valutazione di professionalità del magistrato, ma che sono estranei alla deontologia professionale perché non pervengono alla violazione dei doveri di correttezza interpersonale. Con una precisazione sicuramente consentita dalla formulazione del principio-base della legge delega, sarebbe quindi meglio limitare la previsione ai comportamenti gravemente scorretti, lasciando all'interprete di individuare eventualmente nell'abitualità uno dei possibili fattori della gravità. Sarebbe inoltre utile porre in rilievo, nella maniera più appropriata, che la violazione del dovere di correttezza si ha principalmente nei casi in cui il comportamento del magistrato viola il rispetto dovuto alla dignità della persona, nell'esercizio delle funzioni giudiziarie. 4.3 Violazioni del dovere di diligenza - Gran parte delle ipotesi previste dalla lettera g alla lettera p attengono alla violazione del dovere di diligenza. La fattispecie della grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile deve essere letta assieme alla disposizione del comma dello stesso articolo 3, per la quale l'attività di interpretazione di norme di diritto in conformità dell'articolo 12 delle disposizioni sulla legge in generale non dà mai luogo a responsabilità disciplinare . Da tale lettura discende che tutto ciò che è interpretazione della legge, intesa in senso sostanziale e non formale, non può essere violazione di legge e non può quindi dar luogo a responsabilità disciplinare. Ciò ovviamente non esclude che l'attività di interpretazione ed applicazione del diritto sia un'attività il cui carattere di discrezionalità sia senza limiti, ma comporta che la definizione normativa ai fini disciplinari della violazione di legge deve comprendere nel campo dell'interpretazione tutta l'area della discutibilità, riservando il campo della violazione di legge disciplinarmente rilevante solo all'area di ciò che è fuori dall'interpretazione. Conferma a questa impostazione è data dall'utilizzo dell'aggettivo grave , che sembra alludere non tanto all'importanza della norma violata e all'entità della lesione prodotta, quanto la gravità dell'errore e cioè anche al suo carattere macroscopico, riconoscibile come tale senza possibilità di dubbi o discussioni. In questo senso, la qualificazione grave si ricollega alla ignoranza o negligenza inescusabile lett. g , nel senso che sarà da considerarsi grave quella violazione di tale natura ed entità da poter essere spiegata solo in quanto frutto di grave negligenza e non come risultato di una consapevole scelta interpretativa. Valutazioni di carattere analogo possono essere effettuate a proposito del travisamento dei fatti determinato da negligenza inescusabile lett. h , dal quale dovrebbe essere esclusa la fisiologica attività valutativa del fatto. La fattispecie della emissione di provvedimenti privi di motivazione, ovvero la cui motivazione consiste nella sola affermazione della sussistenza dei presupposti di legge senza indicazione degli elementi di fatto dai quali tale sussistenza risulti, quando la motivazione è richiesta dalla legge lett. 1 , è inserita dalla relazione di accompagnamento tra i casi in cui il magistrato compie attività tipiche della propria funzione in violazione delle norme sostanziali o processuali che avrebbe dovuto osservare, dimostrando, tra l'altro, un'intollerabile negligenza e superficialità nell'effettuare analisi e valutazioni sul piano del fatto e del diritto . Sembrerebbe, pertanto, che l'intenzione del legislatore delegato sia quella di colpire non tanto la fattispecie della motivazione apparente , quanto la mancanza di motivazione nascente da valutazione dei fatti e delle ragioni di diritto. Tale, intento, non è desumibile dalla formulazione della norma che anche qui ricalca testualmente la legge delega , la quale sembra fermarsi al dato formale della motivazione testuale. Rimarrebbero, pertanto, colpiti quei provvedimenti come le convalide degli arresti in flagranza o, per i giudici civili, i decreti ingiuntivi che per prassi constano di una succinta motivazione, pur nascendo da una attenta disamina del fatto. 4.4 Violazione del dovere di laboriosità - Le violazioni del dovere di laboriosità sono individuate dalle ipotesi di cui alle lettere da q a t la prima ipotesi attiene al reiterato, grave e ingiustificato ritardo nel compimento degli atti relativi all'esercizio delle funzioni, con la presunzione negativa che esclude la gravità nel caso di ritardo non eccedente il triplo dei termini previsti dalla legge. Le altre ipotesi descrivono una vasta casistica di condotte rilevanti sulle quali non vi sono osservazioni significative. 4.5 Violazione dell'obbligo di riserbo - La violazione dell'obbligo di riserbo è condensata nelle fattispecie previste dalla lett. u alla lett. bb . La divulgazione di atti del procedimento coperti dal segreto o di cui sia vietata la pubblicazione è prevista come ipotesi di illecito disciplinare insieme alla violazione dell'obbligo di riservatezza sugli affari in corso di trattazione o sugli affari definiti, quando è idonea a ledere indebitamente i diritti altrui. Le disposizioni in questione affermano con assolutezza il principio di riserbo e non prendono in considerazione i casi in cui il magistrato effettua dichiarazioni in risposta ad attacchi mediatici oppure per soddisfare l'esigenza della corretta informazione della opinione pubblica. Tale esigenza è stata sottolineata in passato dal CSM, il quale ha affermato che è diritto di ciascun magistrato difendere il proprio prestigio e la propria credibilità in presenza di denigrazioni diffamatorie che attengano all'esercizio delle funzioni giudiziarie al fine di garantire una corretta e compiuta informazione ai cittadini risoluzioni del 18.4.90, del 19.5.93 e dell' 1.12.94 . Meriterebbe quindi uno spazio la possibilità di fornire precisazioni e correzioni, fatto salvo evidentemente il segreto d'ufficio, al fine di ristabilire la verità dei fatti. In altre parole, ferma restando la affermazione dell'obbligo di riserbo del magistrato, sarebbe opportuna una formulazione più attenta delle disposizioni, che tenga conto delle contrapposte esigenze della riservatezza e della corretta informazione del pubblico. Le ipotesi successive previste dalle lettere da v a bb riproducono esattamente la legge delega e rappresentano una sorta di decalogo delle condotte disciplinarmente rilevanti in tema di rapporti dei magistrati con i mass-media. Vengono infatti ad avere rilievo disciplinare le dichiarazioni o le interviste che riguardino soggetti a qualsiasi titolo coinvolti in affari in trattazione ovvero trattati e non ancora definiti con provvedimento non più ordinariamente impugnabile. Inoltre vengono vietati i rapporti con gli organi di informazione al di fuori delle modalità previste dalla legge delega in favore dei soli Procuratori della Repubblica. Così ancora è vietato sollecitare la pubblicità di notizie attinenti la propria attività d'ufficio ovvero costituire e utilizzare canali informativi personali riservati o privilegiati. Infine non è permesso rilasciare dichiarazioni ed interviste in violazione dei criteri di equilibrio e di misura. Al riguardo, come già segnalato nel parere del 15.7.04, nel fissare queste fattispecie disciplinarmente rilevante avrebbe dovuto tenersi in considerazione la sfera delle libertà e dei diritti riconosciuti a tutti i cittadini, anche se magistrati cfr. Corte Cost. sent. n. 100 del 7.5.81 , in modo da non porre in antitesi il dovere deontologico con l'espressione di facoltà costituzionalmente riconosciute al cittadino. 4.6 Violazioni intenzionali di doveri funzionali - Le ipotesi di cui alle lettere cc e ff sono accomunate dal carattere fuorviante del comportamento del magistrato, che dà luogo ad un provvedimento consapevolmente alterato nel suo obiettivo giurisdizionale, perché affetto o da inequivocabile contraddittorietà cc , abnormità o da carenza assoluta di potere ff . La prima fattispecie, che nel testo proposto ricalca integralmente la legge delega, punisce l'adozione intenzionale di un provvedimento che manifesti precostituita ed inequivocabile contraddizione sul piano logico, contenutistico e argomentativo tra il dispositivo e la motivazione. Essa colpisce una vera e propria deviazione della funzione giudiziaria e, pertanto, il suo accertamento presuppone lo sviamento della attività di interpretazione della norma e l'accertamento dell'intenzionalità del comportamento. La seconda fattispecie prevede l'illecito disciplinare nel caso di adozione di provvedimenti al di fuori di ogni previsione processuale ovvero sulla base di un errore macroscopico o di grave e inescusabile diligenza ovvero di atti e provvedimenti che costituiscono esercizio di una potestà riservata dalla legge ad organi legislativi o amministrativi ovvero ad altri organi costituzionali. Tale formulazione tenta di dare corpo alla previsione della legge delega che si riferisce ai provvedimenti abnormi . Tuttavia l'espressione provvedimenti al di fuori di ogni previsione processuale è adattabile ai provvedimenti atipici che cioè non hanno una chiara riferibilità con una previsione normativa, mentre l'abnormità del provvedimento si ricava dall'estraneità dell'atto da qualsiasi riferimento processuale che determina una stasi del procedimento. Meglio sarebbe quindi prevedere una definizione che consenta di escludere la semplice atipicità del provvedimento dalle ipotesi disciplinarmente rilevanti. In quest'ultimo caso sarebbe stata opportuna una ulteriore precisazione definitoria, per la fissazione di chiari limiti concettuali, precisando, ad esempio, che non sussiste illecito ove il preteso sconfinamento di potere sia conseguenza o di una coerente operazione interpretativa della norma legge, o di una carente formulazione di quest'ultima. In ogni caso deve farsi notare che l'usurpazione del potere legislativo non è ipotizzabile allorché il giudice decida un caso singolo e concreto con effetti limitati alle parti del processo, posto che la caratteristica della legge è quella di regolare categorie generali ed astratte di casi con efficacia erga omnes. 4.7 Residue fattispecie. La norma di chiusura - Le fattispecie sub dd e gg riprendono testualmente 1'enunziazione della prima parte del n. 8 e del n. 10 dell'articolo 2, comma , lett. c della legge delega. Più complessa si presenta, invece, la ricostruzione della fattispecie sub ee , che intende riprendere il principio enunziato dalla seconda parte del n. 8 suddetto. La disposizione in questione intende colpire l'omessa comunicazione al CSM delle situazioni di incompatibilità previste dagli articoli 18 e 19 ord. giud. nuovo testo introdotto dal seguente articolo 30 e delle situazioni che possono dar luogo all'adozione dei provvedimenti di cui agli articoli 2 e 3 del RDlgs. 31.5.46 n. 511, come modificati dall'articolo 12 del presente decreto . Tale ultima formulazione non corrisponde al principio enunziato dalla legge delega, il quale seconda parte del detto n. 8 intende sanzionare l'omissione di segnalazione al CSM non di comportamenti disciplinarmente rilevanti come genericamente si legge nella relazione di accompagnamento ma a dei casi di incompatibilità determinata da causa incolpevole da cui può originare, dopo la modifica dell'istituto, un procedimento di trasferimento di ufficio in sede amministrativa e b dei casi di debolezza di mente od infermità da cui, ai sensi dell'articolo 3 del rAlgs. 511 del 1946, può derivare la dispensa del magistrato e secondo l'innovazione introdotta dalla lett. o dell'articolo 2, comma della legge , la eventuale sua destinazione nella pubblica amministrazione. La formulazione del punto ee , invece, per il richiamo all'articolo 12 che indica quali sono gli effetti della sanzione della rimozione , risulta o incomprensibile in quanto la sanzione della rimozione ha carattere giurisdizionale e non ha senso la segnalazione al CSM in sede amministrativa degli illeciti che ne comportano l'irrogazione o, quantomeno, frutto di un errore di coordinamento, in quanto sono altre articoli 28 e 30 le disposizioni della bozza di decreto legislativo che prevedono la nuova formulazione degli articoli 2 e 3. La lett. a dell'articolo 2, comma , della legge delega prevede che il legislatore delegato debba garantire comunque la necessaria completezza della disciplina con adeguate norme di chiusura . Tale principio è attuato dall'articolo 3 della bozza di decreto legislativo con l'inserimento del punto hh , per il quale costituisce illecito disciplinare, in aggiunta alle numerose fattispecie precedentemente individuate ogni altra violazione dei doveri di imparzialità, laboriosità, correttezza e diligenza . Onde evitare che vengano frustrati gli obiettivi di certezza nascenti dalla tipizzazione degli illeciti, questa norma deve essere intesa nel senso che i doveri che in via residuale debbono essere comunque adempiuti sono quelli affermati dalla legge e, quindi, dalla fonte legislativa delegata. Considerato, pertanto, che violerebbe il principio della tipizzazione il richiamo generico ad ulteriori e non esplicitati doveri di imparzialità, laboriosità, correttezza e diligenza , sarebbe opportuno che la fattispecie sub hh fosse integrata con la locuzione [doveri] previsti dal presente decreto . 5. - Illeciti disciplinari compiuti dal magistrato fuori dall'esercizio delle funzioni - L'articolo 4 dello schema di decreto elenca le ipotesi di illecito disciplinare relative a condotte tenute fuori dall'esercizio delle funzioni giudiziarie, che alterano la credibilità del magistrato nel consesso sociale. Come già rilevato, lo schema di decreto ricalca ampiamente i termini, anche testuali, della legge n. 150 del 2005 anche in questo caso pare, dunque, opportuno richiamare in questa sede solo quei punti dello schema che pongono problemi di autonomo rilievo. Mentre le ipotesi descritte dalle lettere da a-b-c ricalcano la casistica maturata in argomento nella giurisprudenza disciplinare, la fattispecie sub d impone una precisazione. La legge delega articolo 2, comma , lett. d, n. 3 considera illecito disciplinare lo svolgimento di attività incompatibili con la funzione giudiziaria o tali da recare concreto pregiudizio all'assolvimento dei doveri indicati nella lettera b , nn. 1-2-3 . La fattispecie sub d rapporta le attività incompatibili a quelle di cui all'articolo 16, comma , ord. giud. ovvero all'assunzione di uffici pubblici, di impieghi o uffici privati, all'esercizio di industrie, commerci e libere professioni , senza tenere conto che alcune delle funzioni quelle riconnesse agli incarichi pubblici ivi previste sulla base della vigente legislazione hanno perso ogni carattere di incompatibilità e possono essere espletate dal magistrato in regime di aspettativa articolo 23 bis dAgs. 30.3.01 n. 165 . Onde evitare incertezze, sarebbe opportuno precisare che il richiamo all'articolo 16 lascia salva l'eventuale disciplina in deroga. La fattispecie di cui all'articolo 4, lett. e dello schema di decreto legislativo precisa la fattispecie descritta dalla legge delega nel senso che per il magistrato costituisce illecito ottenere prestiti o agevolazioni non solo dalle parti ed ai rispettivi difensori dei processi pendenti presso il proprio ufficio o altro ufficio del distretto, ma anche da parti offese, testimoni o soggetti comunque coinvolti in detti processi. Dato che la norma mira alla tutela della credibilità del magistrato, dovrebbe essere sanzionata già la semplice richiesta e non solo la avvenuta concessione dell'agevolazione e, tantomeno, per testi e parti offese detta concessione dovrebbe essere limitata come invece fa la norma delegata alla sussistenza di condizioni di eccezionale favore . Quanto alla manifestazione di consenso o dissenso in ordine a procedimenti in corso di cui alla lettera f la formulazione rappresenta una sintesi fra valori contrapposti. Il valore che la previsione è qui diretta a tutelare è soltanto la libertà di decisione di chi esercita la funzione giudiziaria e non il suo prestigio , la sua tranquillità o il suo desiderio di non essere criticato o discusso. In questo senso, a differenza della ipotesi di cui all'articolo 3 lettera v , la norma appresta un bilanciamento tra il principio fondamentale della libertà di manifestazione del pensiero e il principio dell'autonomia della funzione giudiziaria. Quanto alle ipotesi sub h ed 1 si fa riferimento a categorie generiche quali l'iscrizione o la partecipazione a centri politici che possono condizionare l'immagine del magistrato. Mentre è legittima la previsione del divieto di iscrizione ai partiti politici, è poco chiara la definizione del coinvolgimento in attività di centri politici diversi dai partiti, di modo che del concetto potrebbero darsi interpretazioni oscillanti, condizionate da fattori esterni che poco attengono alla credibilità del magistrato. Per quanto riguarda la norma di chiusura di cui alla lettera 1 , che contiene il riferimento all'apparenza come fattore ulteriormente qualificante i valori di indipendenza, terzietà e imparzialità, onde evitare confusioni di carattere concettuale sarebbe bene dare corpo alla precisazione contenuta nella relazione di accompagnamento, ove è fatto esplicito riferimento alla giurisprudenza disciplinare per la quale il magistrato non solo deve essere imparziale, ma deve apparire comunque tale in tutti i suoi atteggiamenti pubblici e privati. 6. Illeciti disciplinari conseguenti a reato - L'articolo 5 del decreto individua gli illeciti disciplinari conseguenti al reato riproducendo, sostanzialmente, la legge delega. Va segnalato però che nella lettera d di tale articolo si prevede una clausola di chiusura secondo cui costituisce illecito disciplinare qualunque fatto costituente reato idoneo a ledere l'immagine del magistrato. Anche in questo caso si fa ricorso ad un criterio generico come l'immagine del magistrato che non è, peraltro, previsto dalla legge delega, la quale fa invece, riferimento ai fatti-reato idonei a compromettere la credibilità del magistrato. PARTE SECONDA Le sanzioni disciplinari 1. L'apparato sanzionatorio. Il concorso degli illeciti - La seconda sezione dello schema di d.lgs. Delle sanzioni disciplinari, articoli 6-14 , in attuazione dei principi enunziati all'articolo 2, comma , lettere f-g-h-i-1-m, della legge delega, fissa l'apparato sanzionatorio della riforma della responsabilità disciplinare. La legge delega introducendo l'applicazione del criterio tale crimen talis poena, come conseguenza della tipizzazione degli illeciti, parallelamente, affronta un problema nuovo in materia di responsabilità disciplinare, quale quello della individuazione della sanzione da irrogare nel caso di concorso degli illeciti. La legge stessa affronta il problema in termini generici, in quanto si limita ad affermare che quando, per il concorso di più illeciti disciplinari, si dovrebbero irrogare più sanzioni meno gravi, si applichi altra sanzione di maggiore gravità, sola o congiunta con quella meno grave se compatibile articolo 2, comma , lett. g, n. 7 . L'articolo 6 dello schema di d.lgs., invece, dopo aver riportato le sanzioni fissate dalla legge delega ammonimento, censura, perdita dell'anzianità, incapacità temporanea a esercitare un incarico direttivo o semidirettivo, sospensione dalle funzioni da tre mesi a due anni, rimozione, comma , affronta la materia del concorso prendendo in esame due ipotesi comma a la commissione di più illeciti disciplinari con una pluralità di azioni od omissioni concorso materiale quando per il concorso di più illeciti disciplinari si debbano irrogare più sanzioni b la commissione di più illeciti disciplinari con una sola azione od omissione concorso formale quando più illeciti disciplinari, commessi in concorso tra loro, sono puniti . Circa la compatibilità delle sanzioni da cumulare si rinvia al seguito a proposito della disciplina generale delle sanzioni. La distinzione concettuale è opportuna e doverosa in un sistema ormai tipizzato tuttavia, qualche dubbio solleva la soluzione adottata sul piano sanzionatorio. Infatti, per il concorso materiale è presa in esame solamente l'ipotesi che debbano irrogarsi più sanzioni di gravità diversa con la conseguenza della applicazione della sola sanzione prevista per l'infrazione più grave e non anche quella che debbano irrogarsi più sanzioni della stessa gravità. Per il concorso formale è, invece, presa in considerazione solo l'ipotesi opposta, e cioè che debbano applicarsi sanzioni della stessa gravità con la conseguenza dell'applicazione della sanzione immediatamente più grave, sola o congiunta con quella meno grave se compatibile , mentre non viene considerata l'ipotesi che debbano applicarsi sanzioni di diversa gravità. Di fronte alla già rilevata genericità della norma della legge delega, avrebbe potuto proporsi una disciplina sul piano tecnico meglio articolata, distinguendosi quanto alla misura della sanzione l'ipotesi in cui la condotta sia unica da quella in cui la condotta è plurima in ragione della diversa intensità dell'elemento soggettivo , ma prevedendosi che la conseguenza sanzionatoria più grave applicazione congiunta della sanzione maggiore e di quella minore fosse prevista per l'ipotesi di concorso materiale in cui sono poste in atto più azioni e non per l'ipotesi di concorso formale in cui l'azione posta in atto è unica . Ancora priva di regolamentazione sul piano sanzionatorio rimane, invece, l'ipotesi in cui più illeciti di eguale natura siano posti in essere in tempi diversi, come avviene ad esempio nel caso di ricorrenti incolpazioni di ritardo nel deposito dei provvedimenti a carico di magistrati già sanzionati per lo stesso addebito, ove i ritardi contestati successivamente derivano dall'avere l'incolpato dovuto prioritariamente sanare i ritardi precedentemente contestati. In questi casi, pur trovando origine le successive incolpazioni in una medesima situazione soggettiva dell'incolpato, il giudice disciplinare dovrà irrogare distinte sanzioni per fatti oggettivamente tra di loro concatenati. 2. Le sanzioni - Pochi sono i rilievi da effettuare a proposito della configurazione della sanzioni, atteso che gli articoli da 7 a 12 e l'articolo 13 dello schema di d.lgs. ripetono pressoché integralmente il testo dell'articolo 2, comma , rispettivamente lettere g con esclusione del n. 7 e h-i-1 della legge delega. In particolare avrebbe dovuto essere precisato a livello normativo il contenuto del richiamo e della dichiarazione formale di biasimo in cui si sostanziano rispettivamente l'ammonimento la censura e che debbono essere contenute nel dispositivo della decisione disciplinare. Nulla è, parimenti, detto circa la compatibilità delle sanzioni, nel senso che, ferma restando la grande divisione tra sanzioni conservative, espulsive ed interdittive queste ultime di nuova introduzione temporanea incapacità ad esercitare un incarico direttivo o semidirettivo, articolo 10, e sospensione dalle funzioni, articolo 11 , non è detto se le misure della stessa specie ad esempio ammonimento e censura siano tra di loro cumulabili ai fini della sanzione dei reati commessi in concorso. In proposito va rilevata una lacuna dello schema di d.lgs., atteso che la legge delega nel far riferimento al cumulo delle sanzioni se compatibili , postula un intervento del legislatore delegato chiarificatore. Nel ricalcare il testo della legge delega l'articolo 13 dello schema di d.lgs. non apporta alcuna razionalizzazione al catalogo delle sanzioni applicabili, nel senso che permane la parziale asimmetria tra le fattispecie tipizzate all'atto della descrizione degli illeciti e quelle corrispondenti alle singole tipologie di sanzione. Pertanto, viene lasciato all'interprete il compito di verificare - al fine di individuare la sanzione irrogabile - in quale categoria si colloca l'illecito accertato, facendo venire meno l'automatismo auspicabile in una materia così delicata quale il rapporto tra illecito e sanzione. 3. La sanzione accessoria e la misura cautelare del trasferimento di ufficio - Nel prevedere la sanzione accessoria del trasferimento di ufficio, l'articolo 2, comma , lett. m della legge delega afferma che la sanzione stessa possa essere disposta se la permanenza nella stessa sede o nello stesso ufficio del magistrato condannato ad una sanzione diversa dall'ammonimento o dalla rimozione contrasti con il buon andamento dell'amministrazione della giustizia. L'irrogazione della sanzione accessoria è obbligatoria quando ricorre una delle violazioni previste dal n. 1 della lett. c , ad eccezione dell'inosservanza dell'obbligo di astensione nei casi previsti dalla legge e dell'inosservanza dell'obbligo di comunicazione al CSM, dal n. 1 della lett. d , ovvero se è inflitta la sanzione della sospensione dalle funzioni . L'articolo 14, comma , dello schema di d.lgs., che pure in larga parte riprende il testo della legge delega, nel prevedere le fattispecie cui si applica la sanzione accessoria, richiama quella prevista dal n. 1 della lett. c e relative eccezioni, ma tralascia quella prevista dal n. 1 della lett. d , ovvero l'uso della qualità di magistrato alfine di conseguire vantaggi ingiusti per sé o per altri , trasfusa nell'articolo 4, comma , lett. a dello schema in esame, che è fattispecie punita con la perdita dell'anzianità e, quindi, ben più grave di quella accolta. L'articolo 14, comma , in attuazione dell'articolo 2, comma , lett. n, prima parte, della legge delega, introduce la nuova misura cautelare del trasferimento ad altra sede o della destinazione ad altre funzioni del magistrato incolpato, che può essere richiesta dal Ministro o dal Procuratore generale presso la Corte di cassazione nei casi di procedimento disciplinare per addebiti punibili con sanzione diversa dall'ammonimento. Sui profili processuali si rinvia alla parte terza, paragrafo 5. PARTE TERZA Il procedimento disciplinare 1. Titolarità ed esercizio dell'azione disciplinare. In attuazione dei principi dettati dall'articolo 2, comma 7 lettera c nn. 1 e 2, l'articolo 15 della bozza di decreto delegato prevede che l'azione disciplinare è promossa obbligatoriamente dal procuratore generale presso la corte di cassazione, mentre il ministro della giustizia ha solo facoltà di promuoverla, mediante richiesta di indagini al procuratore generale. Al ministro, tuttavia, la nuova disciplina attribuisce una serie di rilevanti poteri processuali, in quanto lo stesso può a chiedere, nel corso delle indagini, l'estensione ad altri fatti dell'azione disciplinare promossa dal procuratore generale articolo 15, 3 comma della bozza di decreto delegato b chiedere l'integrazione della contestazione formulata dal procuratore generale o la modificazione della contestazione stessa nel caso di azione da lui promossa, dopo aver ricevuto la comunicazione della richiesta di fissazione dell'udienza di discussione orale del p.g. articolo 18, 3 comma c proporre opposizione in caso di richiesta di dichiarazione di non luogo a procedere, se ha promosso l'azione disciplinare o ha chiesto l'integrazione della contestazione articolo 18, 7 comma d richiedere direttamente la fissazione dell'udienza di discussione, sempre nel caso in cui abbia promosso l'azione o abbia chiesto l'integrazione della contestazione e il p.g. abbia chiesto di dichiarare non luogo a procedere articolo 18, 8 comma e partecipare, delegando un magistrato dell'ispettorato, all'udienza articolo 18, 5 comma , presentando memorie, esaminando i testi, consulenti e periti e interrogando l'incolpato articolo 19, 1 comma f proporre ricorso per cassazione articolo 25, 1 comma e chiedere la revisione articolo 26, 6 comma . La disciplina dell'azione disciplinare è completata dalla previsione dell'obbligo di comunicazione ai titolari dell'azione di ogni fatto rilevante sotto il profilo disciplinare a carico del Csm, dei consigli giudiziari, dei dirigenti degli uffici, dei presidenti di sezione e dei presidenti di collegio. La nuova disciplina pone tre ordini di problemi in relazione a alla ricadute dell'obbligatorietà dell'azione del p.g. b all'incidenza dell'ampio obbligo di rapporto disciplinare a carico di una pluralità di soggetti istituzionali c al concorso dei poteri sostitutivi e/o concorrenti del ministro con quelli del p.g. la L'obbligatorietà dell'azione disciplinare del p.g. L'obbligatorietà dell'azione disciplinare mira, in linea di principio, a garantire l'eguaglianza di trattamento dei magistrati. E' tuttavia evidente che un regime di obbligatorietà comporta a un effetto incentivante delle denunce e degli esposti dei privati attualmente pervengono al Csm e sono trattati dalla prima commissione referente circa mille esposti ogni anno , che possono essere indotti a vedere nel disciplinare un anomalo e improprio mezzo di gravame nei confronti di provvedimenti non graditi, mentre un'ulteriore dilatazione del numero delle notitiae deriva anche dalla previsione dell'ampio obbligo di rapporto b un conseguente aumento del carico di lavoro della procura generale e della sezione disciplinare c un aumento del numero di magistrati colpiti da azioni disciplinari, con conseguente effetto intimidatorio e di spinta al conformismo giurisprudenziale e all'assunzione di un ruolo meramente burocratico d un inevitabile aumento delle richieste e delle pronunce di proscioglimento rispetto alle affermazioni di responsabilità, con pregiudizio della credibilità della stessa funzione disciplinare. Di tali effetti negativi dell'obbligatorietà si è ben reso conto il legislatore delegato che, infatti, come si è già rilevato, sia pure eccedendo manifestamente dalla delega e con formulazione tecnica non ineccepibile, ha introdotto con Particolo 2 una clausola generale di irrilevanza disciplinare delle condotte proprio allo scopo di limitare l'area del disciplinarmente rilevante. D'altra parte, al di là dei pur gravi effetti negativi evidenziati, non può tralasciarsi di rilevare che in nessun ordinamento conosciuto si registra un numero di procedimenti disciplinari che, in caso di entrata in vigore della nuova disciplina, supererebbe il migliaio ogni anno. In tali ordinamenti, specialmente di quelli europei che sono più facilmente conoscibili, lo stesso attuale numero di procedimenti disciplinari, pari a circa 150 l'anno, costituisce un unicum che è difficile spiegare. La realtà è che in altri ordinamenti l'area del disciplinarmente rilevante, inteso come violazione del minimo etico , è molto bene delimitata rispetto a quella della valutazione di professionalità e, in alcuni casi, rispetto a quella della deontologia, che raccoglie i precetti, sprovvisti di sanzione, idonei a far raggiungere i massimi livelli possibili di professionalità e di credibilità dei magistrati. Se, pertanto, in mancanza di interventi che restituiscano al disciplinarmente rilevante il ruolo proprio di sistema di sanzioni per violazioni del minimo etico , è difficile trovare un accettabile punto di equilibro tra i benefici e i costi dell'obbligatorietà. Tale equilibrio sembra irraggiungibile quando, come nel caso della nuova disciplina che si sta esaminando, l'obbligatorietà si cala in una disciplina della tipizzazione degli illeciti largamente lacunosa, che mantiene numerosi ipotesi di illeciti generici e non determinati e viene accompagnata da un regime di facoltatività dell'azione del ministro, che rischia di sommare i costi del regime dell'obbligatorietà con quelli della facoltatività. Se invece si riuscisse a migliorare la disciplina della tipizzazione degli illeciti, superando le genericità e indeterminatezze concettuali segnalate nella parte relativa ai profili di diritto sostanziale, meglio sarebbe ritornare al regime della facoltatività dell'azione per entrambi i titolari dell'azione disciplinare, in quanto non ne deriverebbe, sostanzialmente, una diminuzione delle garanzie del magistrato, assicurate dalla tipicità dell'illecito, ma sarebbero evitati i costi dell'obbligatorietà, che potrebbero finire per rendere ingestibile il sistema. 1b L'obbligo di rapporto disciplinare. La previsione di un obbligo di rapporto disciplinare a carico di un'ampia categoria di soggetti è una scelta del legislatore delegante, e quindi di quello delegato, che non costituisce una conseguenza necessaria del dovere di vigilanza. L'inevitabile enfatizzazione del ruolo di controllo dei dirigenti ma anche dei presidenti di sezione e dei presidenti di collegio ha invece un duplice effetto negativo da un lato rischia di introdurre nella vita degli uffici un generalizzato clima di sfiducia e di diffidenza, dall'altro renderà difficile che i dirigenti o i collaboratori possano conseguire quel livello di autorevolezza che soltanto può riuscire a ottenere la necessaria collaborazione di tutti i componenti dell'ufficio, unica garanzia di un efficiente esercizio del servizio giudiziario. lc Il ruolo del ministro. L'attribuzione al ministro, titolare di un'azione disciplinare facoltativa, non di un autonomo potere di indagine come pure la lettera della norma costituzionale consentirebbe , ma di significativi poteri processuali sostitutivi o concorrenti con quelli del procuratore generale, oltre agli effetti negativi del concorso di due discipline della titolarità dell'azione ispirati a logiche opposte, ma con cumulo degli effetti negativi dell'uno e dell'altro sistema, provoca due ulteriori inconvenienti. Da un lato aumenta il rischio del moltiplicarsi di divergenze e potenziali conflitti tra i due titolari dell'azione disciplinare, con disorientamento dei soggetti processuali e dell'opinione pubblica. Dall'altro si attribuisce al ministro un ruolo di accusatore atipico che, senza sottoporre integralmente la sua azione al controllo del giudice visto che le indagini sono attribuite al p.g. interviene solo in alcune fasi processuali potenziando in modo anomalo la funzione di accusa . Ne deriva un'evidente lesione del principio della parità delle armi proprio di ogni procedimento giurisdizionale, che deve svolgersi nel rispetto delle garanzie sancite dall'articolo 111 Cost., essendo l'incolpato costretto a difendersi rispetto a strategie accusatorie imprevedibili e non convergenti. 2. Termini e nullità. Sia la legge delega che la bozza di decreto delegato si limitano a disciplinare i termini processuali e le conseguenze dell'inosservanza di tali termini, ma non affrontano il diverso problema della prescrizione dell'illecito disciplinare che pure sarebbe stato necessario affrontare. La conseguenza è che l'illecito disciplinare dei magistrati continua a rimanere imprescrittibile. Anche se il fenomeno, per effetto del funzionamento dei termini processuali della decadenza e quindi dell'estinzione del procedimento, può assumere contorni più limitati, resta pur sempre il disagio che deriva dal dover svolgere procedimenti disciplinari a distanza di tempo rilevante, che in alcuni casi, in concreto, ha superato perfino i venti anni. L'articolo 16 della bozza di decreto delegato prevede che l'azione deve essere promossa dal p.g. entro un anno dalla notizia del fatto, acquisita a seguito dell'espletamento di sommarie indagini preliminari o di denuncia circostanziata o di segnalazione del ministro. Mentre la legge delega articolo 2, comma 7, lettera b n. 1 prevede che tale termine sia riferito al promovimento dell'azione disciplinare senza distinguere tra azione del ministro e azione del p.g., l'articolo 16, 1 comma della bozza di decreto delegato limita l'applicazione del termine al promovimento dell'azione da parte del p.g., il che, a parte la mancanza di ragioni di una diversità di trattamento, anche rispetto alla disciplina attuale che prevede solo un'autonomia dei due termini, costituisce un chiaro eccesso di delega. La specificazione della nozione di denuncia circostanziata contenuta nell'ultima parte del primo comma dell'articolo 16 la denuncia è circostanziata quando contiene tutti gli elementi costitutivi di una fattispecie disciplinare , non soddisfa pienamente l'esigenza di ancorare il decorso del termine a un dato obbiettivo e facilmente verificabile, trattandosi di nozione che implica l'accertamento di problemi giuridici e di fatto a volte di soluzione non facile. Più utile sarebbe stata la previsione di un registro ove iscrivere o annotare la notizia di illecito disciplinare, analogamente a quanto avviene nel processo penale, con possibilità del passaggio da un registro all'altro in ragione dell'esito degli accertamenti o delle indagini svolte. D'altra parte una previsione di tale natura è già presente nell'ordinamento articolo 17 del d.p.r. n. 198/2000 in materia di procedimenti disciplinari, di decadenza e di dispensa, dei giudici di pace, in quanto si prevede che ogni notizia non manifestamente infondata concernente fatti di rilievo per l'instaurazione degli anzidetti procedimenti deve essere iscritta a cura del presidente della corte d'appello immediatamente in apposito registro con indicazione degli estremi di essa e del giudice alla quale si riferisce. Altri termini riguardano la comunicazione dell'inizio del procedimento e delle ulteriori contestazioni all'incolpato, le richieste conclusive del procuratore generale, la decisione della sezione disciplinare che passa dagli attuali due anni a un anno , delle sezioni unite penali della corte di cassazione e del giudizio di rinvio. Mentre, tuttavia l'articolo 16 comma 7 , prevede che l'inosservanza dei termini previsti da tale disposizione per la promozione dell'azione disciplinare, la comunicazione dell'avvio del procedimento, la definizione della fase di indagini e la decisione della sezione disciplinare comporta l'estinzione del procedimento, se l'incolpato vi consente, analogo effetto non è previsto per l'inosservanza dei termini per il giudizio di cassazione e per quello di rinvio, mentre sarebbe opportuno non lasciare all'interprete il compito di colmare la lacuna con un'operazione di integrazione della lacuna normativa di dubbia correttezza ermeneutica. Una particolare disciplina delle nullità è prevista soltanto per gli atti d'indagine compiuti senza previa comunicazione all'incolpato o al suo difensore, quando tale comunicazione sia prevista dalla legge articolo 16 comma 5 . Tale nullità non può rilevarsi se non è eccepita con dichiarazione scritta e motivata nel termine di dieci giorni dalla data in cui l'interessato ha avuto conoscenza del contenuto di tali atti. Si tratta di un termine evidentemente molto breve, eccessivamente limitativo del diritto di difesa. 3. Rapporti con il processo penale. Circa i rapporti tra procedimento disciplinare e giudizio penale 1'articolo21, comma 2 numero lett.b sancisce l'autorità di cosa giudicata nel giudizio disciplinare, quanto all'accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale e dell'affermazione che l'imputato lo ha commesso, oltre che della sentenza di condanna irrevocabile, anche della sentenza irrevocabile prevista dall'articolo444, comma 2 Cpp, in applicazione del principio introdotto con l'articolo 2 della legge n. 97 del 2001 che ha esteso l'efficacia di giudicato nei procedimenti disciplinari davanti a pubbliche autorità anche alle sentenze di patteggiamento. Attiene ai rapporti tra processo penale a disciplinare anche la previsione, contenuta nell'articolo 17, 4 comma, della non opponibilità del segreto investigativo al p.g., salvo l'obbligo di segretezza degli atti, nel caso in cui il Procuratore della Repubblica comunichi che la divulgazione possa provocare grave pregiudizio alle indagini. In tal caso il procedimento disciplinare si sospende per analogo periodo. La norma, tuttavia, non appare condivisibile perché altera il principio della prevalenza e delle priorità delle esigenze della repressione penale rispetto a quella disciplinare, esigenze che non appaiono adeguatamente tutelate dalla breve sospensione di un anno, insufficiente in caso di indagini complesse. In tal modo è evidente che l'esito delle indagini penali può essere definitivamente pregiudicato dalla conoscenza degli atti che dopo l'anno di sospensione tutte le parti processuali potranno conseguire. 4. I provvedimenti cautelare. La disciplina dei procedimenti cautelari si articola nelle disposizioni di cui agli articoli 14 e da 22 a 24 della bozza di decreto delegato, mentre Particolo 25 si occupa dell'impugnazione dei provvedimenti di sospensione obbligatoria e facoltativa dalle funzioni e dallo stipendio. A questo proposito deve essere segnalata una evidente lacuna in quanto non è espressamente prevista l'impugnazione del trasferimento d'ufficio cautelare, di cui all'articolo 14 ultimo comma. Tale misura va a collocarsi nell'ambito della revisione dell'istituto del trasferimento di ufficio, che mantiene la sua natura di provvedimento amministrativo solo per le ipotesi in cui il magistrato sia incompatibile con la sede per causa incolpevole, mentre per le ipotesi in cui sia da collegare ad un comportamento intenzionale del magistrato, assume carattere di sanzione da irrogare all'esito del procedimento disciplinare. A differenza che per la sospensione cautelare dal servizio prevista dagli articoli 22 e 23 dello schema di dAgs., per la misura cautelare in esame non è prevista una procedura di irrogazione. Sarebbero, pertanto, opportuni o uno spostamento della sedes materiae nella parte del decreto legislativo dedicata agli aspetti processuali o, quantomeno, un coordinamento con la procedura prevista per la sospensione cautelare. Il che, tra l'altro, avrebbe evitato la lacuna segnalata nella disciplina dei mezzi di impugnazioni, dovuta a evidente difetto di coordinamento. Quanto alla sospensione deve essere segnalata una rilevante differenza della disciplina processuale, in quanto, mentre per la sospensione facoltativa l'articolo 23, 2 comma prevede il rito camerale partecipato, l'articolo 22 nulla dice e, pertanto, dovrebbe ritenersi che sia applicabile la procedura de plano. La scelta, anche se non contrasta palesemente con alcun principio costituzionale essendo compatibili con il principio costituzionale dell'inviolabilità del diritto di difesa, modelli processuali a contraddittorio eventuale e differito che adottino lo schema della decisione de plano in prima battuta, seguita da una fase a contraddittorio pieno, attivata dalla parte che intenda insorgere rispetto al decisum v. da ultimo Corte cost.,5 dicembre 2003, n. 352 non sembra del tutto opportuna, in quanto, nell'ipotesi di sospensione obbligatoria, se è molto ristretto l'ambito di valutazione del fumus, resta pur sempre un ampio margine di discrezionalità nell'apprezzamento del periculum, e, pertanto, bene sarebbe che la decisione sul punto fosse preceduta da una fase a contraddittorio di merito pieno, non apparendo sufficiente il contraddittorio posticipato nel giudizio di impugnazione che si svolge con i noti limiti del giudizio di cassazione. L'articolo 24, che disciplina la cessazione degli effetti della sospensione cautelare, appare largamente eccedente i limiti della legge delega che, all'articolo 2, comma 7 lettera m n. 1 afferma che la reintegrazione nella situazione anteriore alla sospensione consiste nel diritto a tornare nel posto in precedenza occupato, ovvero, nel caso in cui tale posto non sia vacante, nella scelta fra i posti disponibili, prevedendo altresì un diritto di prelazione su altri eventuali concorrenti a condizione che si tratti posto analogo a quello originariamente ricoperto e che la scelta avvenga entro un anno dalla cessazione di efficacia della misura cautelare. La norma della bozza del decreto delegato, invece, aggiunge una possibilità di vedersi attribuito, con concorso virtuale, funzioni di livello pari a quelle più elevate assegnate ai magistrati che lo seguivano nel ruolo al momento della sospensione cautelare, ad eccezione delle funzioni direttive superiori giudicanti e requirenti di legittimità e delle funzioni direttive superiori apicali di legittimità . Non solo, inoltre, la legge delega non prevedeva questa modalità di reintegrazione, ma anche tale modalità è estranea alla disciplina della restituito contenuta nelle leggi n. 350 del 2003 e 66 del 2004, richiamate al primo comma dell'articolo 24. 5. Chiusura delle indagini. La fase delle indagini, disciplinata dalle norme del vigente codice di procedura penale, in quanto compatibili e con l'esplicita esclusione dei poteri coercitivi nei confronti dell'incolpato, delle persone informate dei fatti e degli interpreti, si chiude con il deposito degli atti presso la segreteria della sezione disciplinare e, alternativamente, con la richiesta di non luogo a procedere o con la richiesta di fissazione dell'udienza di discussione orale. Il ministro che abbia promosso l'azione disciplinare ovvero abbia chiesto l'integrazione della contestazione ha rilevanti poteri in relazione alle determinazioni assunte dal p.g. all'esito delle indagini. In merito, tuttavia la bozza di decreto delegato articolo 18, commi 6-8 detta una disciplina di difficile comprensione e, comunque, difforme da quella contenuta nella legge delega articolo 2, comma 7, lettera e , nn. 2-8 . Infatti, mentre la legge delega distingueva tra l'ipotesi di richiesta del p.g. di declaratoria di non doversi procedere n. 2 e richiesta di non luogo a procedere per insussistenza dell'addebito n. 6 , prevedendo nel primo caso un potere del ministro di proporre opposizione, da decidere in camera di consiglio, e nel secondo il potere, insindacabile, di chiedere la fissazione della discussione orale, la bozza di decreto delegato non distingue tra le due ipotesi, riconducibili agli schemi della richiesta di proscioglimento per motivi processuali ovvero a quello della richiesta di proscioglimento per motivi di merito, pur mantenendo ferma l'alternativa tra opposizione e richiesta di fissazione dell'udienza di discussione, con la conseguenza che non è più facile comprendere la portata dei due istituti dell'opposizione e della richiesta insindacabile di fissazione dell'udienza di discussione. 6. La discussione. Carattere inquisitorio del procedimento. Non ostante che il 4 comma dell'articolo 19 della bozza di decreto delegato ribadisca il rinvio, anche per la disciplina del dibattimento, al codice di procedura penale vigente, con i consueti limiti della compatibilità e dell'esclusione dei poteri coercitivi, il procedimento appare in realtà ben lontano dal modello accusatorio, che, sia pure con rilevanti limiti, può sostanzialmente ritenersi adottato per il dibattimento penale. Infatti, il 3 comma dell'articolo 19 limita fortemente la formazione della prova in contraddittorio pubblico, ammettendo la lettura, oltre che dei rapporti dell'ispettorato, dei consigli giudiziari, dei dirigenti degli uffici e degli atti dei fascicoli personali, di tutte le prove acquisite nel corso delle indagini. Né la rilevanza della deroga ai principi del contraddittorio e dell'oralità può ritenersi adeguatamente temperata dal diritto dell'incolpato di chiedere l'ammissione di prove e del potere del giudice disciplinare di disporre d'ufficio, essendo in entrambe le ipotesi necessario addurre specifiche motivazioni per superare l'ammissibilità della lettura, che continua a rimanere la regola. Tale disciplina fa sorgere dubbi di legittimità costituzionale, perché, se è vero che l'articolo 111 Cost.commi 4 e 5 afferma che il principio del contraddittorio nella formazione della prova riguarda il processo penale, resta pur sempre, da un lato, che l'irrogazione della sanzione disciplinare ha un carattere, sia pure in diversa misura, affittivo, e dall'altro, che il contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti al giudice terzo e imparziale è principio generale inderogabile in ogni processo giurisdizionale. PARTE QUARTA Modifica della disciplina in tema di incompatibilità, dispensa dal servizio e trasferimento di ufficio L La revisione delle competenze consiliari in tema di articolo 2 Lg. - L'articolo 2, comma , lett. n, prima parte della legge delega, dopo aver ricondotto nell'ambito della sanzione disciplinare l'istituto del trasferimento di ufficio del magistrato, prevede che permanga un'area di irrogabilità in sede amministrativa del trasferimento ad altra sede o a diverse funzioni, prevedendone l'irrogazione con procedimento amministrativo dal CSM solo per una causa incolpevole tale da impedire al magistrato di svolgere le sue funzioni, nella sede occupata, con piena indipendenza e imparzialità . In attuazione di questa disposizione, l'articolo 27 del disegno di d.lgs. modifica l'articolo 2 del r.d.lgs. 31.5. 46 n. 511 nel senso di mantenere la competenza amministrativa del CSM, solo quando l'incompatibilità con la sede o le funzioni nasca da causa indipendente da colpa del magistrato e sia tale da determinare l'impossibilità che egli svolga le proprie funzioni con piena indipendenza e imparzialità . In via transitoria, inoltre, lo stesso articolo 27 stabilisce che i procedimenti amministrativi di trasferimento di ufficio pendenti presso il CSM ma originati da fatti astrattamente riconducibili alle fattispecie disciplinari tipizzate dal decreto siano trasmessi al Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di cassazione per le sue determinazioni in ordine all'azione disciplinare. Come già il CSM ha avuto modo in parte di osservare nel parere del 14.7.04, il discrimen tra procedura amministrativa e procedimento giurisdizionale viene fondato interamente sulla valutazione dell'elemento psicologico del comportamento, confinandosi nell'area del procedimento di natura amministrativa i soli fatti incolpevoli. Tale opzione postula, tuttavia, una esaustiva conoscenza dei fatti già nel momento iniziale della procedura, sicché risulta ribaltato l'intero iter conoscitivo, richiedendosi subito una corretta valutazione delle condotte già ai fini dell'attribuzione della competenza. Tale soluzione si traduce in una forzatura ove si osservi che la colpevolezza, ai fini dell'individuazione della sussistenza di una situazione di incompatibilità ambientale che suggerisce il trasferimento di ufficio del magistrato, è stato tradizionalmente considerata neutra ed irrilevante dalla giurisprudenza amministrativa per tutte vedasi, al riguardo, CAS., sez. IV, 12 ottobre 2000, n. 5418, Min. Giust. c. Latini, in Foro amm., 2000, f. 10 CAS., Sez. IV, 3 marzo 2000, n. 1133, Min. Giust. c. Misiani, ivi, p. 803 T.A.R. Lazio, Sez. I, 12 dicembre 1994, n. 1742, Scalfari c. CSM, in T.A.R., 1995, I, p. 14 . La scelta legislativa, se da un lato evita la duplicazione di procedure amministrative e disciplinari originate dagli stessi fatti, d'altro canto riduce la possibilità di intervento del CSM per ovviare a situazioni nelle quali è lo stesso prestigio della giurisdizione ad essere messo in discussione. A ciò aggiungasi che in sede disciplinare il trasferimento di ufficio non solo è sanzione non irrogabile in via autonoma, ma è soggetta ai tempi della formazione del giudicato disciplinare, che postula l'avvenuto esaurimento dei mezzi di impugnazione riconosciuti dall'ordinamento. Nella pratica, dunque, è lecito pronosticare un ampio ricorso al trasferimento di ufficio in sede cautelare. Ciò diminuirà le garanzie dell'incolpato di fronte ad un provvedimento di rilevante impatto quale il trasferimento di sede o ufficio, atteso che il relativo giudizio di irrogazione - come sopra rilevato - non è munito di alcuna particolare procedura ed è sicuramente meno garantito dell'attuale procedura di irrogazione fissata in sede amministrativa dal CSM. 2. La nuova disciplina delle incompatibilità parentali - L'articolo 2, comma , lett. p della legge delega, che prevede la nuova disciplina delle incompatibilità per vincoli di parentela, trova attuazione nell'articolo 30 dello schema, che modifica gli articoli 18 e 19 del r.d. 30.1.41, n. 12. Il principio enunziato dalla legge è tassativo, atteso che si impone una disciplina più puntuale e rigorosa , ferma l'incompatibilità del magistrato con gli uffici presso i quali parenti sino al secondo grado, affini in primo grado, il coniuge o il convivente esercitano la professione di magistrato o di avvocato o di ufficiale o agente di polizia giudiziaria , ma consente eccezioni specificamente disciplinate con riferimento all'entità dell'organico nonché alla diversità dell'incarico . Il legislatore delegato ha, pertanto, uno spazio abbastanza vasto di intervento. Le modifiche apportate dall'articolo 30 sono state anticipate dal CSM in sede di normazione secondaria con la circolare prot. 23531 del 2003, deliberata il 4 dicembre 2003, recante Applicazione degli articoli 18 e 19 o.g. nonché di situazioni analoghe rilevanti ex articolo 2 l.g. , all'emanazione della quale si è accompagnato anche un censimento generale delle situazioni rilevanti ai fini della incompatibilità, i cui esiti sono in corso di valutazione. Di tali elaborazioni la relazione allo schema del decreto legislativo dà atto. 2.1 Il nuovo articolo 18 o.g. - Il nuovo articolo 18 o.g., pur mantenendo ferma la regola per la quale i magistrati giudicanti e requirenti delle corti di appello e dei tribunali non possono appartenere ad uffici giudiziari di sedi in cui loro parenti fino al secondo grado o affini in primo grado esercitano la professione di avvocato, prevede un ventaglio di parametri normativi in base ai quali verificare in concreto la sussistenza dell'incompatibilità. Detti parametri sono individuati nella rilevanza della professione forense svolta dinanzi all'ufficio di appartenenza del magistrato, a sua volta ricavabile dagli indici distinti della frequenza, sporadica o continuativa, dell'esercizio di detta professione nonché della rilevanza delle forme, associate o individuali, con le quali viene gestito lo studio legale. Segue il parametro delle dimensioni dell'ufficio giudiziario in cui il magistrato esercita le proprie funzioni, con la precisazione che occorre aver riguardo al dato che siano o meno previsti distinti settori, individuati soprattutto in quelli del diritto civile, del diritto penale, del diritto del lavoro e della previdenza, ferma la possibilità che l'organizzazione tabellare introduca dei sottosettori specialistici. Quanto a questi ultimi è da ritenere che l'espresso ed unico richiamo al settore del diritto civile sia meramente esemplificativo, essendo ben possibile ipotizzare un sottosettore specialistico anche nelle materie penalistiche. Particolarmente rigorosa è la disciplina con riguardo agli uffici giudiziari, tribunali o procure della Repubblica, di piccole dimensioni, organizzati cioè in un'unica sezione, per i quali è previsto che il magistrato sia sempre in situazione di incompatibilità con i parenti che esercitano l'attività forense. Unica eccezione è quella del magistrato che opera esclusivamente in una sezione distaccata ove il parente o l'affine non svolga alcuna attività. Parimenti rigorosa è la disciplina delle incompatibilità del magistrato con funzione direttiva, per il quale è prevista sempre l'incompatibilità di sede ove un suo parente o affine eserciti la professione forense presso l'ufficio da lui diretto. In deroga il CSM può valutare caso per caso nelle ipotesi in cui i tribunali ordinari siano organizzati con una pluralità di sezioni per ciascun settore di attività civile e penale . Sembra tuttavia esclusa dalla lettera della legge l'applicabilità della deroga alle procure della Repubblica, il che in concreto sta a significare che mai un parente o affine del procuratore potrà esercitare la professione forense nell'ufficio, quand'anche quest'ultimo fosse di grosse dimensioni. Tale soluzione, peraltro non imposta dalla legge delega la quale non distingue tra uffici requirenti e giudicanti e consente in ogni caso eccezioni specificamente disciplinate con riferimento all'entità dell'organico , appare estremamente rigida. Più elasticamente lo schema prevede che gli stessi parametri possano utilizzarsi per verificare la compatibilità tra le funzioni del magistrato e l'esercizio dell'attività forense di un affine o parente praticante avvocato, precisando che in tal caso deve applicarsi l'articolo 2, comma , del r.d.lgs. 31.5.46, n. 511 e non l'articolo 18, con la conseguenza che il dato da valutare è quello della possibilità di amministrare giustizia nelle condizioni richieste dal prestigio dell'ordine giudiziario. Alla luce della modifica dell'articolo 2 l.g. contenuta nell'articolo 27 rimane nell'ambito delle attribuzioni amministrative del CSM, in virtù della non riconducibilità a colpa del magistrato la scelta professionale di un soggetto diverso pur ricompresso nella sua cerchia affettiva o familiare. Preso atto dell'adeguamento della norma, che prevede ora anche il rapporto di coniugio e di convivenza tra le situazioni di potenziale incompatibilità, per le ipotesi considerate, proprio perché disciplinate espressamente dall'articolo 18 o.g., non dovrebbe più ricorrersi all'applicazione dell'articolo 2 l.g., al quale invece si dovrà ancora far riferimento per i rapporti di parentela ed affinità che non rientrano nella stretta interpretazione del testo normativo ora proposto e che in concreto implichino una lesione potenziale del bene protetto. 2.2 Il nuovo articolo 19 o.g. - La nuova disciplina dell'articolo 19 o.g., che parimenti è stata anticipata dal CSM attraverso la normazione secondaria già menzionata, lascia ferma la regola che i magistrati che hanno tra loro vincoli di parentela o di affinità sino al terzo grado non possono far parte della stessa corte, dello stesso tribunale o dello stesso ufficio giudiziario e quella che i magistrati che hanno tra loro vincoli di parentela o di affinità fino al quarto grado incluso non possono far parte dello stesso collegio giudicante nelle corti e nei tribunali, prevedendo un ampliamento di dette limitazioni ai casi di coniugio e di convivenza tra magistrati. Per l'accertamento in concreto dell'incompatibilità sono richiamati i criteri indicati nell'articolo 18 o.g., il che comporta intuibilmente il rischio di applicare gli stessi parametri per casi non facilmente assimilabili, stante la palese eterogeneità degli ambiti applicativi dei due articoli. Detto rischio, per quanto fosse stato, del resto, già segnalato dal Csm nel parere del 14 luglio 2004, sembra essere stato non sufficientemente considerato. Si esclude che i magistrati che hanno tra loro vincoli di parentela o di affinità sino al terzo grado, di coniugio o di convivenza possano far parte dello stesso tribunale o della stessa corte, ove gli stessi sia organizzati in unica sezione così come si esclude che possa un magistrato far parte di uffici giudicanti organizzati in tal modo mentre un parente, un affine, il coniuge ed il convivente facciano parte delle relative procure. Anche in tal caso, tuttavia, si fa eccezione per l'ipotesi che uno dei due magistrati operi esclusivamente in sezione distaccata e l'altro in sede centrale. Quanto ai titolari di uffici direttivi, si introduce la regola che gli stessi, se preposti rispettivamente alla direzione di uffici giudicanti o requirenti, sono sempre in situazione di incompatibilità. Una deroga è prevista e rimessa alla valutazione del CSM nelle ipotesi degli uffici giudicanti organizzati in pluralità di sezioni per ciascun settore di attività civile e penale. Appare evidente che, in questi termini, l'ambito della deroga è molto ristretto, potendovi rientrare soltanto i dirigenti degli uffici giudicanti con almeno due sezioni civili e due sezioni penali. Lo schema tipizza, inoltre, dei casi standard di incompatibilità - nascenti dal pericolo di condizionamenti sull'esercizio del potere di sorveglianza - tra il dirigente ed il magistrato addetto al medesimo ufficio a lui legato da rapporto di parentela, affinità entro il terzo grado, di coniugio o convivenza, nonché tra il procuratore generale presso la corte d'appello ed un magistrato addetto alla procura della Repubblica del distretto, ivi compresa quella presso il tribunale per i minorenni, nonché tra il presidente della corte di appello ed un magistrato del tribunale del distretto ed, infine, tra il presidente del tribunale del capoluogo di distretto ed i giudici addetti al locale tribunale per i minorenni. Desta invece perplessità la norma per la quale i magistrati non possono appartenere all'ufficio giudiziario ove i loro parenti fino al secondo grado o gli affini in primo grado svolgano attività di ufficiale o agente di polizia giudiziaria. Non si scorge quali possano essere le ragioni di interferenza tra l'una e l'altra attività, anche tenendo conto dell'opportunità di garantire il corretto esercizio del potere di sorveglianza, soprattutto ove si consideri che recenti interventi legislativi hanno distolto molti appartenenti alle forze di polizia da attività strettamente giudiziarie, quali ad esempio l'attività di udienza dinanzi al giudice di pace o al giudice monocratico articolo 17 d.l. 27.7.05 n. 144, conv. dalla 1. 31.7.05 n. 155 . 3. Il reimpiego del magistrato dispensato - L'articolo 2, comma , lett. o della legge delega prevede la modifica dell'articolo 3, comma , del rAlgs. 511 del 1946 dispensa del magistrato per debolezza di mente od infermità nel senso di consentire anche il transito nella pubblica amministrazione del magistrato dispensato per lo svolgimento di funzioni amministrative. In attuazione di questa disposizione l'articolo 28 dello schema modifica detto articolo 3 prevedendo la possibilità di destinare, a sua domanda e nei limiti dei posti vacanti, a funzioni amministrative presso una amministrazione pubblica e con priorità presso il Ministero della giustizia il magistrato che sia stato dispensato. A tal fine è, comunque, necessario che l'infermità o la sopravvenuta inettitudine consentano l'efficace svolgimento di dette funzioni. Sul piano procedurale è indispensabile che il Ministro della giustizia fissi le modalità della destinazione, e sono previsti il concerto con il Ministro per la funzione pubblica e con il Ministro dell'economia e delle finanze, tenendo conto del tipo e della gravità dell'infermità o della sopravvenuta inettitudine. Se la norma è finalizzata a recuperare le energie lavorative del magistrato alla pubblica utilità ed a salvare la professionalità della persona anche sotto il profilo sociale e psicologico, non sembra funzionale la previsione della condizione della disponibilità dei posti. Parimenti, essendo lasciata all'iniziativa del Ministro la nuova collocazione è destinata a disperdersi la conoscenza consiliare che, per quanto maturate solo sull'an della dispensa, potrebbero ben essere recuperata a livello consultivo ed in chiave prognostica anche in merito all'an ed al quomodo della destinazione del magistrato alle funzioni amministrative. 4. L'equiparazione degli effetti della decadenza e delle dimissioni - L'articolo 2, comma , lett. q della legge delega prevede l'equiparazione degli effetti della decadenza a quelli delle dimissioni. L'articolo 29 dello schema di dAgs. modifica l'articolo 11 o.g., prevedendo che il magistrato decaduto dall'impiego per mancata assunzione delle prime o delle successive funzioni si considera aver cessato di far parte dell'ordine giudiziario in seguito a dimissioni . Viene quindi meno esplicitamente il potere discrezionale del CSM di riammettere il magistrato decaduto entro un anno dal provvedimento che assegnava la sede non ricoperta, previsto dal precedente testo dell'articolo 11. Il nuovo articolo 11 o.g. equipara l'ipotesi della decadenza per mancata assunzione delle funzioni a quella della decadenza per assenza dall'ufficio, prevista dall'articolo 127, lett. c, del D.P.R. n. 3 del 1957, di modo che anche in questo caso il magistrato decaduto subisce le stesse conseguenze delle dimissioni e non può richiedere la riammissione ai sensi dell'articolo 132 del D.P.R. 10.1.57 n. 3 che pure è ritenuto applicabile anche al rapporto di impiego dei magistrati ex articolo 276 o.g. , atteso che, come noto, per l'articolo 211 o.g. il magistrato che ha lasciato il servizio a domanda non può essere riammesso in magistratura. La norma, dunque, lungi dall'assimilare le due diverse figure della decadenza e delle dimissioni, si limita ad equiparane gli effetti sotto il profilo dell'esclusione della possibilità di riammissione.