Collusione con la mafia, il Palazzaccio aggiusta il tiro: le sentenze Carnevale e Mannino non sono un salvagente per gli imputati

Annullata con rinvio per la seconda volta la sentenza della corte d'appello siciliana che aveva assolto il magistrato Giuseppe Prinzivalli dalle accuse concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione in atti giudiziari aggravata dall'articolo 7

Con una sentenza dalle motivazioni molte dure, la Cassazione Quinta sezione penale, n. 16493 depositata il 15 maggio e leggibile tra i correlati spiega che deve essere rifatto il processo d'appello il terzo per mafia e corruzione nei confronti dell'ex giudice Giuseppe Prinzivalli, assolto nell'appello bis dall'accusa di aver favorito Cosa Nostra. Il concreto sostegno fornito alla mafia - spiega in sintesi la Suprema Corte ritoccando il verdetto 'Carnevale' - ben potrebbe essere stato quello, come sostenuto dai primi giudici di merito, di aver elaborato una giurisprudenza volutamente opposta a quella di Giovanni Falcone. In questo modo, a favore della Cupola, il processo maxi-ter presieduto da Prinzivalli - che velocizzava molto i tempi del dibattimento strozzando le richieste della pubblica accusa e venendo incontro a quelle del boss Michele Greco che platealmente plaudiva - si sarebbe concluso prima del maxi-uno basato sul teorema Buscetta. In pratica Cosa Nostra avrebbe potuto contare su una sentenza di piena assoluzione dei capimandamento che opponeva principi di diritto nettamente contrastanti con quelli affermati dal giudice Falcone. Adesso, per effetto della decisione della Suprema Corte, Prinzivalli dovrà tornare a fare i conti con l'originaria accusa per la quale in primo grado era stato condannato a 11 anni di reclusione, divenuti otto in appello. In seguito ad un parziale annullamento con rinvio della Cassazione nel 2003, la condanna fu interamente annullata dalla Corte di Appello di Caltanissetta, l'8 ottobre 2004. Adesso, su ricorso della Procura nissena - interamente condiviso dai supremi giudici - il processo a carico del giudice sospettato di aver aggiustato i processi ai mafiosi riprenderà e sarà spostato davanti alla Corte di Appello di Catania. Sicuramente, se non è maturata la prescrizione, verrà confermata la condanna per corruzione denaro e titoli di Stato ricevuti dai boss sulla quale, avverte la Cassazione, si è ormai formato il giudicato. Tra le molte e sferzanti bacchettate riservate da piazza Cavour al verdetto assolutorio, il rimprovero di aver inspiegabilmente omesso di apprezzare le dichiarazioni dei collaboranti, ignorandone il contributo probatorio, così mutilando il compendio delle acquisizioni . Quanto alle cosiddette anomalie del processo maxi-ter - condotto da Prinzivalli - ossia gli elementi rivelatori dell'accordo collusivo e dell'ausilio promesso dall'imputato ai vertici mafiosi , la Cassazione rimprovera di aver tralasciato di evincere le conseguenze dovute al riconoscimento di circostanze significative . Tra queste, l'intimidazione subita dal giudice Marino dopo la rivelazione del Prinzivalli, ai mafiosi, circa la sua 'riottosità', e il parere negativo formulato sulla richiesta dei giudici popolari che volevano essere messi sotto protezione . Per non parlare del proditorio inserimento di circa cento pagine di motivazione con le quali Prinzivalli - di nascosto al resto del collegio - offriva la cornice 'ideologica' all'assoluzione, invece ampiamente dubitativa, scritta dal giudice relatore Marino, in 4000 pagine. Ad avviso di piazza Cavour questo fatto potrebbe essere chiaro indice dell'espressione di una filosofia pregiudizialmente innocentista, in sintonia con i condivisi intenti della Cupola di Cosa Nostra . In poche parole - per gli ermellini - nel comportamento di Prinzivalli che è stato anche presidente di Corte di Assise a Palermo puoò coesistere sia l'intento di contrastare livorosamente Falcone, sia quello di assecondare le richieste degli imputati di mafia . Con questa pronuncia la Quinta sezione penale coglie l'occasione per dire che il famoso verdetto che portò all'assoluzione del giudice Corrado Carnevale, non deve essere inteso in maniera riduttiva e schematica . Nel senso che per provare la collusione di un magistrato con la mafia, non serve dimostrare che un giudice - o un qualsiasi colletto bianco - abbia tenuto condotte scopertamente arbitrarie e esulanti da ogni limite di ragionevolezza . Al contrario - dice piazza Cavour - il contributo penalmente rilevante si mimetizza, di regola, nelle condotte di persuasione ed orientamento, attuate tanto al momento del verdetto finale, quanto nel corso del dibattimento in riferimento alle decisioni interlocutorie . Dunque anche gli interventi 'soft' - da parte del presidente di un collegio giudicante - possono ricevere condanna penale.

Cassazione - Sezione quinta penale up - sentenza 20 aprile-15 maggio 2006, n. 16493 Presidente Foscarini - Relatore Amato Pg in proc. Prinzivalli Motivi della decisione Il Tribunale di Caltanissetta condannava Prinzivalli Giuseppe per i reati di cui agli articoli 110 e 416bis Cp per avere, quale presidente di sezione di Corte di assise, in concorso con Riina Salvatore, capo di Cosa Nostra, e gli altri esponenti di vertice di questa, assicurato l'esito favorevole del processo noto come maxi ter , relativo all'omicidio Mazzola ed alla strage di Bagheria, sconfessando l'impianto accusatorio, negando il carattere verticistico ed unitario del sodalizio e dimostrando comunque disponibilità giudicata illimitata dalla stessa associazione criminale e 319ter Cp e 7 legge 203/91 per avere ricevuto denaro o titoli di Stato e relative cedole per l'importo di centinaia di milioni di lire, in cambio di atti contrari ai doveri d'ufficio, favorendo i predetti capi-mafia nella decisione e nella redazione della sentenza del citato processo, svolto a carico di Alaimo+125 , in continuazione. Il Tribunale assolveva il Prinzivalli dal delitto di cui all'articolo 323 Cp, poiché il fatto non è previsto dalla legge come reato. La Corte d'appello, sul gravame dell'imputato, riqualificava il reato sub c ai sensi del testo previgente dell'articolo 319 Cp, escludeva l'aggravante di mafia e riduceva la pena. La Sc, delimitato nei sensi indicati il più ampio addebito originariamente formulato e rilevato un contrasto fra le dichiarazioni del collaborante Cangemi o Cancemi circa l'urgenza dei vertici mafiosi per la più sollecita definizione del processo ed il comportamento processuale dilatorio di Michele Greco, assecondato dal prevenuto, annullava, invitando il giudice di rinvio ad un nuovo esame dei dati fattuali acquisiti ed a ripercorrere la valutazione dei riscontri alle propalazioni del principale collaborante. Precisava pure che non poteva essere attribuita al Prinzivalli la deliberazione del collegio giudicante, ma solo la precostituzione del voto con uso della propria influenza e delle prerogative presidenziali. In ordine all'intervento manipolativo della motivazione redatta dal giudice a latere dottor Marino, la Sc rilevava che non erano stati esplorati i motivi per i quali il Prinzivalli non aveva scelto di provvedervi di persona, esercitando i legittimi poteri presidenziali. Circa la corruzione, poi, osservava che l'indagine patrimoniale è argomentata e non affetta da palese illogicità. Il giudice di rinvio assolveva l'imputato da tutte le imputazioni poiché il fatto non sussiste ex articolo 530 cpv Cpp in ordine alla seconda ed alla terza . La Corte nissena riferiva il contributo dei collaboranti Cangemi, Mannoia, Spatola, Mutolo, Ferrante, Barbagallo, Giorgianni e Cannella ed esaminava gli indizi l'atteggiamento sbrigativo del Prinzivalli, conforme, secondo l'accusa, all'intento dei capimafia di far si che in Corte di cassazione pervenisse il processo maxi ter prima del maxi uno, istruito dal dott. Falcone, che aveva dato il crisma al canone Buscetta, secondo il quale i delitti di mafia di un certo spessore non possono avvenire senza il previo assenso dei membri della cupola di Cosa Nostra, struttura unitaria e verticistica la conduzione del dibattimento, improntata ad atteggiamento di favore verso le richieste della difesa, di chiusura verso quelle dell'accusa, da parte di un presidente tendenzialmente prevaricatore la minaccia fatta al giudice Marino, attraverso il congiunto avvocato Bianco il parere negativo espresso in ordine alla richiesta di misure di protezione dei giudici popolari l'anomala e proditoria manipolazione della motivazione del dott. Marino e l'attribuzione a sé della qualifica di coestensore. Va chiarito in proposito che l'indebita addizione motivazionale di circa cento pagine v.p. 111 sent. Imp. avvenne all'insaputa del giudice a latere e si tradusse in una feroce ripulsa del metodo probatorio fatto proprio dal dott. Falcone, paventato dai capimafia. Quell'aggiunta contravveniva all'orientamento compromissorio del dott. Marino, che non smentiva quello del dott. Falcone, ma perveniva a pronuncia assolutoria dei capi donde i malumori esternati dalla manovalanza criminale per la ritenuta mancata dimostrazione del movente di mafia come ispiratore dell'omicidio Mazzola e della strage di Bagheria. La Corte escludeva che l'interpolazione fosse definibile come segnale diretto al vertice mafioso, rapportandola alla accesa rivalità che opponeva al pool del dott. Falcone l'imputato, che ebbe a reiterare le ulceranti critiche già esternate con la motivazione della sentenza riguardante il processo di piazza Scaffa. Non poteva affermarsi che l'imputato avesse violato gli accordi col dott. Marino, poichè egli si era riservato di redigere una parte, benché esigua, della motivazione in via esclusiva. La Corte di merito giustifica la singolarità del comportamento del Prinzivalli con la mancanza di piena armonia col giudice Marino. Non diversamente, il contrasto tra la formula assolutoria piena e la motivazione dubitativa, indicato pure dall'accusa come rivelatore del favore accordato a Cosa Nostra, in quanto sostanzialmente demolitorio del cosiddetto teorema Buscetta, non sarebbe dovuto all'iniziativa del presidente, poiché lo stesso dott. Marino ha dichiarato aver condiviso la scelta della formula ampia, negando ogni condizionamento al riguardo da parte del Prinzivalli. Ad integrare il concorso esterno in associazione mafiosa, secondo la Corte di rinvio, non basta la precostituzione del proprio voto da parte di uno dei membri del collegio, pur se in posizione di preminenza, come il presidente, ma occorre un quid pluris, individuato, sulla scorta della nota sentenza Carnevale Su 22327/02 , come apprezzabile in termini di concretezza, specificiosità e rilevanza a determinare, sotto il profilo causale, la conservazione ed il rafforzamento dell'associazione. Non basta la semplice contiguità, né la mera disponibilità a recare il contributo così qualificato, che va effettivamente precisato. Ne deriva che occorre fornire la prova, se non di una vera e propria coartazione e prevaricazione, almeno di un concreto condizionamento esercitato sulla volontà dei componenti del collegio o di qualcuno di essi. E posto che i provvedimenti decisori adottati nell'ambito del processo maxi ter sono di natura collegiale, non è sufficiente la dimostrazione del venir meno dell'imparzialità di uno dei giudici, occorrendo dimostrare come l'opinione preconcetta di questi si sia tradotta nel concreto condizionamento della decisione adottata. Si precisa, infine, sempre nell'alveo della citata pronuncia, che ai fini dell'accertamento di responsabilità penali, è possibile sindacare il contenuto dei provvedimenti giurisdizionali, onde cogliere gli indizi del condizionamento, sempre che si tratti di una decisione apertamente arbitraria, in alcun modo giustificabile, affetta da un grado di abnormità tale da superare ogni di ragionevolezza, non già solo opinabile o errata. Analogamente, la Corte territoriale non ha ritenuto decisivo, come riscontro alle dichiarazioni del Cangemi che ha parlato di una borsa di piccioli , lo sbilancio patrimoniale riscontrato dai periti nella misura di lire 126.000.000 circa nel periodo considerato maggio-dicembre 1988 . Importo non comparabile alle varie centinaia di milioni cui corrispondere la borsa dei piccioli . Le perplessità derivanti dall'intento dell'imputato di impedire il controllo di terzi sull'ammontare e sull'andamento dei flussi finanziari gestione personale di tali strumenti acquisto di titoli all'emissione, con assegni tratti da terzi o contante non prelevato da istituti bancari il ricorso, per la gestione delle transazioni mediante Sicilcassa - ove regnavano confusione e negligenza - al dott. Cuccia, persona condannata per concorso esterno in associazione mafiosa, che custodiva la documentazione della posizione del Prinzivalli unitamente a quella di alcuni mafiosi l'immissione di titoli non comprovata da contratto di acquisto possono far propendere per una dazione esterna , tanto più che le evidenze contabili non valgono ad escutere una siffatta ipotesi. Resta, però, che non è stato acquisito al processo un dato certo, che possa fungere da riscontro alla dichiarazione del Cangemi circa la somma erogata per la corruzione. Ricorre il Pg deducendo violazione di legge e vizio di motivazione a è stato disatteso il vincolo decisorio di cui all'articolo 627 comma 3 Cpp, poiché la Corte di rinvio ha ritenuto necessario l'aggiustamento del processo laddove era sufficiente, ad integrare il reato, l'assicurazione data agli esponenti di Cosa Nostra di adoperarsi per una decisione favorevole ad essi, come previsto dalla contestazione. Quanto alla sentenza Carnevale, se essa pone un nuovo principio nell'elaborazione giurisprudenziale del tema ne occupa, non può vincolare il giudice di rinvio, essendo stata resa in data successiva alla pronuncia rescindente del 17 gennaio 2003 se, invece, essa non è innovativa, il thema probandum non esorbita dal devoluto e non può estendersi oltre la precostituzione di un giudice non imparziale, ma prevenuto in favore degli imputati. b Pur individuando riscontri ai detti del Cangemi come la minaccia al dott. Marino e la mancata protezione dei giudici popolari, i cui nomi e recapiti furono rinvenuti nel covo di Madonia , la Corte omette il apprezzarne la valenza. Del pari, è stata trascurata la considerazione delle convergenti propalazioni di altri e numerosi collaboratori di giustizia, che hanno superato il vaglio di attendibilità nella sede di legittimità. La sentenza impugnata è anche contraddittoria, perché riconosce che l'imputato informò i vertici mafiosi della mancanza di plasmabilità del dott. Marino e scelse di non dare sostengo alle richieste di misure di protezione dei giudici popolari, senza desumerne che l'imputato aveva accettato di garantire, nell'ambito dei suoi poteri, l'esito favorevole del processo. c La Corte di merito ha ripetuto la valutazione circa lo sbilancio patrimoniale fra le entrate e le uscite del Prinzivalli, su cui si era formato il giudicato interno ed è andata in difforme avviso rispetto alla Sc così violando il giudicato stesso. La Corte d'appello ha pure obliterato le dichiarazioni del pentito Ferrante, che nell'economia della sentenza, poi annullata, avevano assunto valore di conferma ai detti del Cangemi. d Il Pg ricorrente censura infine la valutazione parcellizzata della costellazione indiziaria e sottolinea la dirompente valenza del contrasto fra la motivazione dubitativa e il dispositivo ampiamente assolutorio per non aver commesso il fatto della sentenza che definisce il maxi ter, che vanifica il canone Buscetta, ispiratore del maxi uno, che in linea di principio non era stato disatteso dal dott. Marino, estensore della sentenza, così suffragando l'accusa del Cangemi. È pervenuta memoria difensiva in data 15 marzo 2006. Il ricorso è fondato e va accolto. La Corte di merito si è uniformata ad un principio di diritto diverso da quello cui lo vincolava la pronunzia di annullamento della Sc in data 17 gennaio 2003 così svisando il tema della prova. Una volta ritenute la mancanza della prova del concreto condizionamento della volontà dei giudici del collegio e del tenore della decisione, ha preferito senza ragione le numerose e convergenti dichiarazioni accusatorie dei pentiti ed omesso di apprezzare alcuni indici rivelatori della collusione con cui i vertici di Cosa Nostra, pur dandone atto nel corso di una diffusa ed attenta enunciazione. Altre anomalie la manipolazione della motivazione redatta dal dott. Marino, il contrasto fra motivazione e dispositivo vengono sminuite con argomentazioni incongrue ed inappaganti sotto il profilo logico. Le dichiarazioni accusatorie rese dal coimputato nel medesimo procedimento o da persona imputata in procedimento connesso vanno valutate alla stregua dell'articolo 192, comma 3 Cpp e cioè insieme agli altri elementi di prova che ne confermano l'attendibilità. Esse hanno valore di prova e non di mero indizio, come si desume sia dai lavori preparatori del codice di rito, sia dalla locuzione altri elementi di prova , contenuta nella norma suddetta. La chiamata di correo, pertanto, è idonea a costituire oggettivo sostengo del libero convincimento del giudice, se suffragata da altri elementi o dati probatori che, in via generale, possono essere di qualsiasi tipo e natura Su, 1048/92, Scala . Il riscontro non consiste necessariamente in una prova distinta di colpevolezza, che renderebbe superflua la verifica dell'accusa, potendo essere individuato in elementi fattuali e logici che ne dimostrino per taluni effetti la veridicità e, integrandosi con esse, ne garantiscono l'attendibilità anche ab estrinseco Cassazione, Sezione prima, 9531/99, Merlino . I riscontri esterni possono essere di qualsiasi natura, rappresentativa o logica, purché dotati di consistenza tale da resistere agli elementi contrari dedotti dall'imputato Su, 21 aprile 1995, Costantino, Su 21 febbraio 1992, Marino . Ha valore di riscontro esterno anche l'ulteriore chiamata di correo, poiché ciascuna di esse è dotata di propria efficacia probatoria e capacità sinergica nell'incrocio con le altre. Sicché l'affermazione di responsabilità può essere fondata sulla valutazione unitaria di una pluralità di chiamate convergenti, che non siano frutto di collusioni o intento calunniatorio. Il requisito della convergenza non va, tuttavia, inteso come piena sovrapponibilità che sarebbe, d'altro canto, sospetta , bensì come concordanza dei nuclei essenziali delle stesse in riferimento al thema decidendum. Le plurime dichiarazioni accusatorie, per poter essere reciprocamente confermative, devono mostrarsi convergenti in ordine al fatto materiale oggetto della narrazione, indipendentemente non devono, cioè, derivare da intese fraudolente, suggestioni o condizionamenti che possano inficiare la concordanza e specifiche, ossia sufficientemente individualizzanti. La cosiddetta convergenza del molteplice è legittima sul piano probatorio, confluiscono su fatti che riguardano direttamente sia la persona dell'incolpato, sia le imputazioni attribuite Sezione quinta, 23 maggio 2001, Alcamo e altri Sezione seconda, 7437/99, Castaldo . Prezioso, poi, è il contributo conoscitivo di provenienza endocriminale quando si verte, come nella specie, in tema di reati associativi, ove si consideri, segnatamente, la difficile permeabilità di compagini ove regna l'omertà. Orbene, è pacifico che le dichiarazioni degli affiliati fuoriusciti dal sodalizio non costituiscono esternazioni de relato pur suscettibili benché con vaglio più rigoroso di costituire riscontri,bensì dirette, essendo espressione di un flusso circolare di informazioni dello stesso genere di quello che si produce, di regola, in ogni organismo di tipo associativo, sui fatti di interesse comune Sezione quinta, 211926/98, Di Natale Sezione prima, 11344/93, Algranati . Orbene, la Corte nissena ha inspiegabilmente omesso di apprezzare il contributo probatorio, così mutilando il compendio delle acquisizioni. Quanto alle cosiddette anomalie del processo indici rivelatori dell'accordo collusivo e dell'ausilio promesso dall'imputato ai vertici mafiosi , la Corte tralascia di evincere le conseguenze dovute al riconoscimento di circostanza significative, quali l'intimidazione del giudice Marino dopo la rivelazione del Prinzivalli circa la sua riottosità , il parere negativo formulato circa la richiesta dei giudice popolari. Di altri elementi sintomatici, poi, quali la manipolazione della motivazione della sentenza e il contrasto fra motivazione e dispositivo, la Corte stessa svilisce riduttivamente la portata. Fra le possibili alternative che il dato oggettivo offre, la scelta della Corte si indirizza verso l'opzione più favorevole all'imputato, malgrado la riconosciuta mancanza di trasparenza e di correttezza professionale riscontrata nel corso del dibattimento. La frettolosità del Prinzivalli tesa, secondo l'accusa, alla più celere definizione del maxi ter, per contrastare efficacemente e quam primum il teorema Buscetta, in conformità al volere dei capimafia non è incompatibile con l'indulgenza mostrata verso Michele Greco riguardo alle richieste apparentemente dilatorie di questi. Vi è piuttosto da chiedersi perché mai un presidente, così ostico e poco aperto alle richieste formulate dall'accusa, sia tanto indulgente con quelle avanzata dalla difesa di un imputato, anche se appaiono defatiganti o pleonastiche. Il giudice di rinvio si sofferma ampiamente sull'intervento manipolativo della sentenza, ma ravvisa la ragione della scorrettezza del Prinzivalli nella rivalità con il collega Falcone e minimizza il rilievo della vicenda, assumendo, per vero nella scia della pronuncia rescindente della Sc, che il senso della decisione argomenta in circa 4000 pagine dal dott. Marino non poteva essere sovvertito dall'esigua addizione . Ma l'approccio quantitativo ad un tema così delicato è riduttivo e fuorviante, perché non coglie il carattere snaturante di quell'intervento, che veniva ad incidere sulla filosofia della prova fatta propria dal processo maxi uno, cui il giudice a latere dott. Marino afferma di aderire in via di principio. Ed è pur vero che questi assume che il proditorio inserimento delle interpolazioni non è valso a modificare il senso del suo ordito argomentativi, ma resta il fatto che la surrettizia aggiunta, non concordata ed eseguita di soppiatto, è ispirata a principi di metologia probatoria di segno antitetico a quello che fu adottato dal dott. Falcone e che i mafiosi intendevano contrastare con ogni mezzo. V'è da chiedersi se l'interpolazione fu un mero accidens o non piuttosto l'espressione di una filosofia pregiudizialmente innocentista, in sintonia con i condivisi intenti della cupola di Cosa Nostra. Ed in questa luce va inquadrata anche la singolare antinomia fra la motivazione improntata al dubbio e la pronuncia ampiamente assolutoria, poiché è innegabile che quest'ultima costituisce anch'essa una sottile ed insidiosa smentita del teorema Buscetta . Contrariamente a quanto ritiene la Corte di merito, l'intento di contrastare livorosamente l'impianto probatorio del maxi uno ben può coesistere con quello di assecondare le richieste degli imputati di mafia, nella motivazione psicologica del comportamento del ricorrente. Né basta replicare che, se costui avesse voluto imporre la filosofia del processo di piazza Scaffa, ben avrebbe potuto assumere su di è l'onere della redazione della sentenza. È agevole replicare, infatti, che per tradizione consolidata alla stesura di questa provvede il giudice a latere e che, in ogni caso, nella specie, la manipolazione del Prinzivalli, connotata da modalità riprovevoli e singolari con la introduzione, di soppiatto, di brano modificativi della linea compromissoria seguita dal dott. Marino pare suscettibile di minare la coerenza del costruito motivazionale laboriosamente elaborato dal magistrato più giovane. Ed allora appare cauteloso lenimento affermare che le decisioni adottate anche quelle interlocutorie furono sostanzialmente condivise dal giudice a latere, che ascrisse a proprio merito di avere trovato un modus vivendi col presidente, con l'insistere correttamente, ma con fermezza sulle proprie posizioni, allorquando sorgeva un contrasto di vedute. [omissis] 22327 , essa Corte ha escluso il concorso, in difetto della prova del condizionamento operato sugli altri giudici ed ha ritenuto che perdessero significato e valore tanto le convergenti chiamate in correità, quanto le anomalie evidenziatesi nel corso del processo, dimostrative dell'ausilio in concreto fornito ai vertici mafiosi. L'opzione interpretativa privilegiata dalla sentenza impugnata è fallace e va disattesa, venendo finanche a costituire una sorta di singolare franchigia per condotte concorsuali nel reato associativo, agevolate anche - per così dire - dal segreto d'ufficio che copre rigorosamente la deliberazione collegiale svolta nella camera di consiglio Su, 22327/02, Carnevale, m. 224182 . Ma è irrealistico ipotizzare che un magistrato o qualsiasi colletto bianco si induca a porre in essere condotte di sopraffazione e coartazione nei confronti di altri giudici, membri dell'organo collegiale, al momento della decisione. Né questa deve essere scopertamente arbitraria ed esulante da ogni limite di ragionevolezza. Una siffatta decisione, invero, si denuncerebbe da sé sola, in quanto abnorme e dunque suicida e rivelerebbe vistosamente la collusione illecita, e l'appoggio indebitamente fornito alla mafia. Al contrario, il contributo penalmente rilevante si mimetizza, di regola, nelle condotte di persuasione ed orientamento, attuate tanto al momento del verdetto finale, quanto nel corso del dibattimento in riferimento alle decisioni interlocutorie. Sicché i provvedimenti adottati saranno giustificati con scelte ed argomentazioni plausibili, e sorretti da motivazioni non stravaganti ed atipiche. Se si accogliesse l'avviso della Corte nissena, si dovrebbe paradossalmente escludere la sussistenza del concorso anche nell'ipotesi in cui tutti i giudici del collegio si fossero accordati separatamente con la mafia, essendo così ciascuno di essi ignaro del contributo recato dagli altri al sodalizio. In un'ipotesi siffatta, malgrado l'innegabile manipolazione e l'inquadramento del processo decisionale, il concorso andrebbe escluso per la mancanza del condizionamento evocato dalla Corte territoriale. Al contrario, necessario e sufficiente ad integrare la condotta costitutiva del reato è la concreta e reale precostituzione di un giudice non imparziale, ma prevenuto in favore degli imputati, cui è stato promesso il voto assolutorio ed una gestione compiacente del dibattimento. Non si tratta, dunque, di mera disponibilità ad operare, bensì di un contributo effettivo e non virtuale, di una promessa che diviene vincolante nel momento stesso in cui viene formulata. Si è, pertanto, alla presenza di una condotta concretamente adiutoria, che rafforza ed esalta il vincolo associativo in maniera esponenziale, dal momento che il sodalizio è riuscito ad acquisire il contributo di un membro dell'istituzione giudiziaria, deputata a giudicare l'associazione illecita. Vincolata da un principio di diritto icasticamente ed inequivocamente esplicitato dalla Sc con la sentenza di annullamento 42/2003 del 17 gennaio 2003 la Corte di rinvio vi si è sottratta evocando la sentenza Carnevale, innanzi citata, interpretandola in maniera riduttiva e schematica. In tema di reati associativi è configurabile il concorso cosiddetto esterno nel reato in capo alla persona che, priva della affectio societatis e non inserita nella struttura organizzativa del sodalizio, fornisce un contributo concreto, specifico, consapevole e volontario, a carattere indifferentemente occasionale o continuativo, purché detto contributo abbia un'effettiva rilevanza causale ai fini della conservazione o del rafforzamento dell'associazione e l'agente se ne rappresenti, nella forma del dolo diretto, l'utilità, per la realizzazione, anche parziale, del programma criminoso Su 22327/02, Carnevale, 33748/05, Mannino . Non v'è dubbio che tali estremi rivesta la condotta del magistrato che assicuri il suo atteggiamento favorevole agli imputati di mafia, a prescindere dal condizionamento degli altri membri del collegio giudicante. Rimosso, infatti, l'estremo argine contro le malefatte del sodalizio criminale, Cosa Nostra si rinvigorisce nella nuova linfa rappresentata dal contributo del magistrato colluso, ottenendo risultati favorevoli nell'immediato, insieme con l'aspettativa che l'orientamento della Corte presieduta dal Prinzivalli faccia aggio in ségutio, presso la giurisprudenza, su quello espresso dal processo maxi uno, ispirato al più rigoroso approccio alla prova, dovuto al dott. Falcone. Indiscutibili, pertanto, appaiono la specificità e la cospicua rilevanza del contributo recato in un momento di crisi del sodalizio e di ambasce vissute dai vertici dello stesso, che a ragione si consideravano più esposti e vulnerabili in relazione alle inchieste giudiziarie improntate ad un metodo probatorio quello inaugurato dal pool del dott. Falcone incisivo e capace di attingere ai livelli superiori dell'organizzazione di mafia. Si impone, dunque, l'annullamento della sentenza impugnata, in ordine al capo b di rubrica. Il giudice di rinvio si uniformerà al principio di diritto già enunciato con la sentenza 17 gennaio 2003 di questa Corte Sezione prima penale e più volte qui ribadito. Saranno dovutamente apprezzate le dichiarazioni dei collaboranti, già vagliate positivamente sotto il profilo motivazionale della Sc, così come saranno oggetto di doverosa considerazione tutte le anomalie riscontrate ed enunciate dalla Corte nissena, al fine di stabilire se sussista l'accordo collusivo, integrante la condotta costitutiva del concorso nel reato associativo. La sentenza impugnata è viziata anche per ciò che attiene al capo c dell'imputazione, ossia il delitto di corruzione in atti giudiziari articolo 319 Cp . Con la pronuncia 17 gennaio 2003 la Sc si è espressa nel senso della validità della motivazione del giudice a quo all'esito dell'indagine patrimoniale, siccome ampiamente argomentata ed esente da aspetti di illogicità. La Corte di rinvio non avrebbe potuto, dunque, rivalutare il contesto di prova emerso al riguardo. La Corte di cassazione, rilevato il contrasto fra la dichiarazione del Cangemi circa l'urgenza dei capimafia di pervenire ad una sollecita definizione del processo ed il comportamento dilatorio del Greco assecondato dal ricorrente , invitava il giudice di rinvio a ripercorrere l'iter motivazionale di riscontro alle propalazioni del pentito, precisando che di tali riscontri quello derivante dalla perizia patrimoniale era immune da vizi logici. Sicchè la rivisitazione del materiale probatorio ed il difforme avviso cui la Corte di rinvio è pervenuta costituiscono violazione del giudicato interno. D'altra parte, la stessa Corte nissena riconosce l'esistenza di uno sbilancio, pur se di entità più contenuta rispetto al dato iniziale rimarca che le cospicue immissioni di titoli sono concentrate nell'anno 1988 momento cruciale per il processo e che l'acquisto non è comprovato da contratti, bensì da distinte di deposito, che possono accreditare la dazione esterna . Non sono stati valutati ulteriori elementi, quali la custodia dei titoli all'esterno dell'istituto di credito e il rapporto privilegiato col dott. Cuccia, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, che custodiva il carteggio Prinzivalli nella sua scrivania, unitamente a quello di altri soggetti, quali Santomauro Giuseppe e Santomauro Pietro, uomini d'onore di Villafrati. D'altro canto, non è detto che l'intera e forte somma di cui il Cangemi ha parlato, riferendo di una borsa di piccioli , dovesse confluire nel patrimonio mobiliare dell'imputato, movimentato tramite il Banco di Sicilia. Appare, pertanto, incongruo attenersi rigorosamente ai dati contabili e pretendere finanche - come fa la Corte di rinvio - di acquisire un dato certo di quella natura che possa rivestire la qualità di riscontro alla dichiarazione del Cangemi. Altri erano, ripetesi, i profili motivazionali da ripercorrere, siccome censurati dalla Sc, attinenti al complessivo quadro, caratterizzato dalla lacunosità dell'indagine e delle valutazioni v. p. 57 ss sentenza 42/2003 . L'annullamento con rinvio per nuovo esame va disposto anche in ordine al capo riguardante la corruzione in atti giudiziari. Il giudice di rinvio è la Corte di appello di Catania. PQM Annulla la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d'appello di Catania per nuovo esame.