Warrants azionari: attenzione alla clausola di rettifica

È l'unico strumento di tutela se la società emittente aumenta il capitale e il valore del titolo cala ma non può servire a ripristinare l'utilità economica

Nel caso in cui durante il periodo di esercizio di un warrant azionario la società emittente esegua un aumento di capitale, che comporti quale effetto indiretto il decremento del valore del titolo di compendio con pregiudizio del titolare del warrant, questi trova tutela nell'eventuale clausola, prevista dal Regolamento di emissione dei warrants, di rettifica automatica al ribasso del prezzo di riscatto c.d. strike price . L'inadeguatezza della suddetta rettifica a tutelare per intero l'interesse economico del portatore di warrant, non è indice dell'abusività della clausola del Regolamento di emissione ai sensi dell'articolo bis ss. c.c., poiché tali norme riguardano lo squilibrio normativo del negozio in danno del consumatore e non invece la salvaguardia della sua utilità economica, che nel caso di warrants è rimessa essenzialmente all'alea delle fluttuazioni di borsa. Il principio della buona fede nell' esecuzione del contratto al fine di preservare l'interesse della controparte, non può essere esteso al punto da ritenere doveroso sostituire il contenuto espresso del negozio con dei termini più favorevoli alla controparte nella specie il Tribunale ha ritenuto che i portatori di warrants non avevano diritto, invocando il principio della buona fede, ad ottenere dalla società emittente la modifica della data di scadenza del warrant e del prezzo di esercizio dell'opzione .

Tribunale di Ivrea - Sezione civile - sentenza 1 settembre 2005, n. 329 Giudice Marra Martini e altri avv. Galgano, Contini, Anselmi contro Telecom Spa avv. Weigmann e D'Alessandro Svolgimento del processo Con atto di citazione regolarmente notificato i sig.ri Luciano Martini, Gian Maria Martini, Oliver Martini, Gioia Martini, Andrea Martini convenivano in giudizio avanti questo Tribunale Olivetti s.p.a. ora Telecom s.p.a. , per far accertare l'inadempimento contrattuale della convenuta e di conseguenza ottenere la risoluzione dei contratti di opzione corrispondenti ai 15.970.025 Warrants azioni ordinarie Telecom - già Tecnost 199/2004 di titolarità degli Attori, con condanna della Olivetti spa alla restituzione di quanto ricevuto in relazione agli stessi Warrants e condanna generica al risarcimento dei danni a titolo di responsabilità contrattuale e/o extracontrattuale, da liquidare in separato giudizio. Nella citazione si assumeva che in pendenza del termine di esercizio dell'opzione di sottoscrizione di azioni ordinarie connessa ai warrants in possesso agli attori, la società convenuta aveva realizzato una serie di operazioni straordinarie aumenti di capitale e fusioni che avrebbero modificato unilateralmente le originarie condizioni di esercizio dei warrants e cagionato un ingente danno economico ai portatori di essi, e ciò a causa della significativa riduzione del valore di mercato delle azioni da sottoscrivere cosiddetto titolo di compendio in forza dei warrants, riduzione da ricollegarsi al noto fenomeno della diluizione della partecipazione azionaria in seguito all'aumento del capitale sociale . Con comparsa di risposta si costituiva in giudizio la Telecom s.p.a. società succedutasi per fusione alla Olivetti spa contestando il fondamento delle pretese avversarie e chiedendone la reiezione, sotto diversi profili, sia processuali introduzione di domande nuove sia di merito inammissibilità della domanda risolutoria non imputabilità del danno alla convenuta, stante l'aleatorietà dell'operazione finanziaria connessa ai warrants . Il Giudice Istruttore, espletato invano il tentativo di conciliazione ed ammesse con ordinanza del 4 dicembre 2004 le sole prove documentali come chieste dalle parti, ritenendo poi la causa già matura per la decisione, all'udienza del 2 marzo 2005, sulle conclusioni riportate in epigrafe, la tratteneva in decisione, assegnando alle parti i termini di rito per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica. Motivi della decisione Le domande degli attori sono infondate e non possono essere accolte per i motivi che di seguito verranno esposti. Quanto all'eccezioni processuali sollevate dalla convenuta relativamente alla formulazione di domande nuove nel corso del giudizio, va al riguardo evidenziato 1 con riferimento alla domanda di risoluzione dei contratti di opzione contenuti nei warrants, non vi è stata una modifica della stessa da parte degli attori, da domanda dichiarativa della risoluzione a domanda costitutiva infatti sia nell'atto di citazione sia nelle successive memorie autorizzate, i fatti e le norme poste a fondamento delle pretese attoree non sono stati in nulla modificati, e dal loro svolgimento appare chiaro che è sempre stata richiesta una sentenza costitutiva di risoluzione dei contratti non vi è mai stato ad esempio il richiamo a clausole risolutive espresse o al termine essenziale, casi nei quali la risoluzione opera di diritto ed è sufficiente una sentenza dichiarativa . La poca precisione della domanda svolta nell'atto di citazione laddove si chiede di dichiarare risolti i contratti d'opzioni è stata poi oggetto di correzione degli attori entro il termine di cui all'articolo183 ult. com. Cpc, precisando essi la domanda nel senso di risolvere i contratti d'opzione 2 con riferimento invece alla connessa domanda restitutoria, ben ha fatto la difesa convenuta ad eccepire l'inammissibilità della modifica apportata in corso di causa, rispetto all'originaria richiesta volta ad ottenere la restituzione di quanto pagato dagli attori in relazione agli stessi warrants infatti gli attori hanno poi chiesto la condanna della Convenuta alla restituzione di quanto ricevuto dalla società in relazione agli stessi Warrants , fattispecie che in tutta evidenza è ben diversa, anche solo per il fatto che in tal modo viene chiesta la restituzione di somme che potrebbero anche non essere mai state pagate dagli attori, a cui invece in precedenza essi avevano vincolato la propria domanda svolta in citazione. Ragion per cui questo Giudice sarà tenuto a rispondere solo nei limiti dell'originaria domanda, non avendo il convenuto accettato il contraddittorio in ordine alla modifica della stessa 3 con riferimento infine alla domanda di condanna generica al risarcimento del danno, non consta alcuna modifica in quanto la precisazione che il risarcimento dovrà essere per un importo comunque non inferiore a 14.177.202,43 di euro, è comunque sempre relativa all'eventuale separato giudizio di liquidazione, che qui non interessa. Davanti a questo Giudice gli attori hanno solo e sempre chiesto la condanna generica al risarcimento dei danni, contrattuali e extracontrattuali. L'opposizione svolta dalla convenuta a che la domanda risarcitoria sia limitata al solo an debeatur, con richiesta anche implicita di accertamento dell'insussistenza del danno attraverso un giudizio di certezza e non di mera probabilità, va qualificata in termini di vera e propria domanda riconvenzionale, da proporre quindi a pena di decadenza entro i venti giorni precedenti l'udienza ex articolo180 Cpc cfr. seppure non espressamente sul punto Cassazione, Su 12103/95 . La convenuta ha invece formulato l'opposizione/domanda riconvenzionale solo all'udienza ex articolo180 Cpc, quindi tardivamente. Quanto al merito delle domande risolutoria, restitutoria e risarcitoria è opportuno, seppur sinteticamente, ricostruire in fatto alcune circostanze di rilievo. In data 6 aprile 1999 il C.d.A. della Tecnost spa società poi fusa in Olivetti spa, ora divenuta Telecom spa a seguito di altra fusione deliberava un aumento di capitale con emissione di nuove azioni per un certo numero di esse, era anche prevista a favore di chi sottoscrivesse l'aumento di capitale, l'attribuzione di warrants azionari abbinati al titolo azionario sottoscritto, e ciò ad un prezzo complessivo di euro 2,87 per ciascuna azione, unitamente quindi ad un warrant. Il termine per esercitare il diritto d'opzione alla sottoscrizione di ulteriori azioni Tecnost contenuto nel warrant, era fissato entro il giugno 2004, con le modalità previste nell'apposito Regolamento di emissione dei warrants nel proseguo si indicherà per comodità solo Regolamento . In particolare all'articolo2 dello stesso, era stabilito che entro i 60 giorni successivi alla data di inizio del periodo di esercizio dell'opzione, il prezzo di sottoscrizione delle nuove azioni fosse di 2,80 euro per azione. Invece il prezzo di esercizio dei warrants le cui richieste fossero state successive ai primi 60 giorni, sarebbe poi stato pari a quello ottenuto maggiorando il prezzo iniziale del 15% in ragione d'anno. L'articolo3 del Regolamento in secondo luogo prevedeva espressamente che, qualora nel corso del periodo di esercizio dell'opzione con scadenza al giugno 2004, la società emittente avesse deliberato aumenti di capitale a pagamento, il prezzo di sottoscrizione delle azioni per i portatori di warrants sarebbe stato diminuito di un importo pari alla formula Pcum - Pex , laddove il termine Pcum rappresenta la media aritmetica semplice degli ultimi cinque prezzi ufficiali cum diritto ovvero con abbinato il warrant dell'azione ordinaria Tecnost registrati in borsa, mentre Pex rappresenta la media aritmetica semplice dei primi cinque prezzi ufficiali ex diritto ovvero senza l'opzione del warrant dell'azione ordinaria Tecnost registrati in borsa. E' infine di rilievo il fatto che il Regolamento considerava espressamente la circolazione separata dei warrants rispetto alle azioni sottoscritte a cui essi erano abbinati. A tal proposito gli attori hanno infatti affermato nei loro atti, che essi erano entrati in possesso dei warrants di cui è causa, in parte attraverso la sottoscrizione del primo aumento di capitale, quello deliberato il 6 aprile 1999, ed in parte acquistando sul mercato mobiliare altri warrants dello stesso tipo, che, come detto, potevano circolare autonomamente rispetto alle azioni già sottoscritte. Nel corso del periodo di esercizio dei warrants, posseduti a vario titolo dagli attori, si verificavano le condotte che ad avviso di quest'ultimi avrebbero danneggiato il loro patrimonio, ed in particolare in data 18 dicembre 2000 veniva stipulato l'atto di fusione per incorporazione di Tecnost in Olivetti, con gli opportuni adattamenti quanto alle azioni di competenza sempre il 18 dicembre 2000 il C.d.A. Olivetti deliberava un nuovo aumento di capitale oneroso, in cui il prezzo delle azioni immesse sul mercato veniva poi fissato in euro 2,60 ciascuna esattamente con decisione del C.d.A. del 9/02/01 ancora successivamente, il 13 ottobre 2001, l'Olivetti deliberava un ulteriore aumento di capitale, con azioni offerte al prezzo di 1 euro ciascuna. Alla data del 20 giugno 2004, scadenza dei warrants, gli attori, secondo quanto da loro indicato, avrebbero dovuto pagare per esercitare l'opzione di sottoscrizione delle azioni, divenute nel frattempo Telecom, quale prezzo di riscatto il c.d. strike price l'importo di circa 9,5 euro per azione, a dispetto del prezzo di mercato assestato intorno a 2,5 euro per azione. E' evidente l'antieconomicità dell'esercizio dei warrants Tecnost 1999/2004 di cui è causa. In forza di queste premesse gli attori asseriscono che le operazione straordinarie, sopra sinteticamente descritte, compiute dalla società convenuta nel corso del termine di esercizio del suddetto warrant, avrebbero provocato 1 una notevole modifica delle originarie condizioni di esercizio dei warrants 2 l'annacquamento della partecipazione potenziale dei titolari di warrants al capitale sociale 3 la diluizione del valore stesso del titolo di compendio rispetto al prezzo di riscatto che i titolari avrebbero dovuto sborsare per l'esercizio dell'opzione 4 la continua sconvenienza dell'esercizio delle opzioni. Essi lamentano quindi la sostanziale modifica unilaterale delle condizioni contrattuali inerenti i warrants, che sarebbe stata compiuta dalla convenuta con le varie operazioni straordinarie sul capitale di cui sopra, facendosi essa scudo della clausola di cui all'articolo3 del Regolamento, la quale sarebbe a loro avviso abusiva ai sensi degli articoli1469 bis ss. c.c., in quanto non tutelerebbe adeguatamente la posizione dei risparmiatori, sostanzialmente in balia delle scelte unilateralmente compiute dalla società emittente il warrant de quo. Gli attori infatti imputano il decremento di valore del titolo azionario sul mercato mobiliare, oggettivamente verificatosi, alle scelte errate o comunque ampiamente opinabili degli amministratori della convenuta, i quali nei due aumenti di capitale descritti avrebbero fissato un prezzo di sottoscrizione delle azioni inferiore a quello di mercato, e così facendo avrebbero spinto al ribasso la successiva quotazione del titolo Olivetti. Essi inoltre denunciano il difetto di buona fede nell'esecuzione del contratto contenuto nei warrants da parte della convenuta, poiché essa si sarebbe sempre rifiutata di ridurre il prezzo di riscatto del warrant la previsione del Regolamento oppure di prorogare il termine d'esercizio dell'opzione come invece fatto da altre società emittenti , condotte che avrebbe potuto salvaguardare l'interesse dei portatori del valore mobiliare de quo. La difesa della convenuta contesta le premesse in fatto della domande attoree, nonché ovviamente le conseguenze giuridiche in particolare, tra le tante argomentazioni svolte, essa sostiene che il prezzo fissato nel corso dei due aumenti di capitali deliberati da Olivetti spa il 18.12.00 ed il 13.10.01, sarebbe stato conseguenza del valore del titolo sul mercato e non il contrario, come invece sostenuto da controparte inoltre i warrants oggetto di causa sarebbero stati attribuiti ai sottoscrittori del primo aumento di capitale, quello del 6.04.1999, a titolo gratuito, in abbinamento alla sottoscrizione di azioni di nuova emissione, per cui gli attori non avrebbero azione per chiedere la risoluzione del contratto di opzione in esso incorporato, né la restituzione di alcunché in ogni caso l'acquisto di titoli derivati sul mercato mobiliare, come sono i warrants, è ad avviso della convenuta sicuramente un'operazione speculativa, con evidenti elementi di aleatorietà, di cui la società emittente ha cercato di limitarne gli effetti pregiudizievoli di operazioni straordinarie sul capitale, con la clausola dell'articolo3 del Regolamento già utilizzata da numerose altre società in casi analoghi , la quale consente in caso di aumenti di capitale della società emittente, una rettifica del prezzo d'esercizio dell'opzione in favore dei portatori dei warrants, quindi clausola di favore per i risparmiatore e assolutamente non abusiva ai sensi degli articoli1469 bis ss. c.c Orbene pur non potendosi soffermare funditus per ragioni d'economia processuale sulla natura del warrant, appare opportuno affermare alcuni principi basilari per sgombrare il campo da alcune questioni poste dalle rispettive difese. Ad avviso di questo Giudice non pare discutibile che l'operazione economica sottesa all'acquisto di warrants abbia funzione speculativa, scontando essa una indubbia natura aleatoria del contratto d'opzione connesso. E' evidente infatti che chi acquista un warrant con un prezzo di esercizio predefinito, spera che entro la data di scadenza dell'opzione il valore sul mercato dell'azione da sottoscrivere si sia nel tempo incrementato, guadagnando egli sulla differenza tra il c.d. strike price ed il prezzo di borsa. Tale investimento, al pari di gran parte di quelli effettuati su valori mobiliari intrinsecamente volatili, può anche concludersi con una perdita secca per circostanze del tutto imprevedibili es. scoppio di una guerra o fatti similari , che fanno calare gli indici di borsa quello che appare invece del tutto prevedibile per l'investitore è l'alea della sua operazione finanziaria. Viene tradizionalmente definito aleatorio, in contrapposizione a quello commutativo, il contratto caratterizzato da una iniziale incertezza in ordine al risultato economico perseguito dalle parti. La ratio dell'esclusione dei rimedi dell'onerosità nei contratti aleatori può cogliersi nel fatto che in tale tipologia contrattuale il rischio dell'alterazione dell'economia dell'affare e dei termini del rapporto prefigurato è connotato peculiare ed intrinseco dello schema causale. La distinzione tra contratti commutativi e contratti aleatori segna pertanto il limite di operatività dei rimedi dell'onerosità. Rilevando, peraltro, come in ogni contratto, e dunque anche in quelli commutativi, sia insito un margine più o meno ampio di rischio, la dottrina ha operato una distinzione tra un'alea propriamente economica o normale , propria dei contratti commutativi, ed un'alea propriamente giuridica, connaturale ai contratti tipicamente aleatori. Mentre l'alea normale è estrinseca al contratto, quella propria dei contratti aleatori è elemento essenziale del contratto. La giurisprudenza pur non parlando di alea giuridica, si preoccupa di distinguere l'alea propria dei contratti aleatori dall'alea normale che caratterizza i contratti commutativi. E così, perché si possa parlare di contratto aleatorio è necessario che il rischio assunto da uno o più contraenti caratterizzi l'intero negozio, e renda del tutto incerto il vantaggio economico prospettato dalle parti Cassazione 6452/91 . Secondo la Cassazione perché un contratto possa dirsi aleatorio è necessario che l'alea, ovvero l'incertezza sul risultato economico dell'affare concluso dalle parti, sia obiettiva e dipenda dal verificarsi o meno di un evento futuro dedotto quale fonte dell'alea Cassazione 10/1993 . In base a queste considerazioni si deve ritenere che il warrant, strumento finanziario atipico, sia caratterizzato da un'alea intrinseca, essendo del tutto incerto il risultato economico a cui tende l'investitore a causa della normale fluttuazione dei valori borsistici. Si è evitato in questa definizione di affermare che il warrant sia un contratto, perché tale terminologia potrebbe ingenerare una serie di problematiche ulteriori di cui non è possibile dare conto in questa sede, anche perché la tipologia dei warrants è molto varia. Per quello che interessa nella fattispecie è evidente che l'espressa previsione dell'articolo1 del Regolamento, ovvero l'autonoma circolazione dei warrants rispetto alle azioni ad essi abbinate, consente di affermare, concordemente a quanto ritenuto dalla dottrina prevalente e dalla giurisprudenza cfr. Trib. Torino, 21/6/1994 in Banca e borsa, 1995, II, 227, con approfondita nota di F. Guerrera , che si è di fronte ad un titolo di credito rectius credito d'opzione , di cui perciò è consentita la circolazione cartolare all'ordine o al portatore. Tale affermazione non esclude però che il titolo di credito abbia incorporato in esso una serie di diritti es. il diritto di esercitare l'opzione al prezzo prefissato oppure il rispetto del termine per l'esercizio stesso di natura contrattuale, esercitabili dal portatore del warrant nei confronti della società emittente. Questi diritti confluiscono tutti nel c.d. contratto di rilascio del buono d'opzione , predisposto unilateralmente dall'emittente, solitamente con la redazione di un apposito Regolamento, il cui contenuto è destinato ad essere ricostruito alla luce delle fonti di integrazione articoli1372, 1375 Cc. , nonché dei criteri legali d'interpretazione articoli1362 ss. cc , in conformità dei principi generali del diritto dei contratti negli stessi termini autorevole dottrina . I summenzionati diritti del titolare del warrant possono essere violati da parte della società emittente, sia direttamente es. con il mancato rilascio dell'azione a seguito dell'esercizio dell'opzione , sia in modo indiretto es. con deliberazioni sociali che incidendo sulla struttura, patrimoniale o organizzativa, della società emittente, siano idonee a incidere anche sull'oggetto dei diritti di sottoscrizione , a fronte delle quali violazioni il portatore del warrant e non quindi il solo primo prenditore, come invece adombrato dalla convenuta può chiedere una tutela giudiziaria. Tra le operazioni c.d. indirette che possono incidere sulle posizioni giuridiche dei portatori di warrants, assume certamente centralità quella dell'aumento di capitale durante la pendenza del periodo di esercizio dell'opzione. L'autore che più ha approfondito specificatamente il rapporto tra aumenti di capitale e warrants, ha sostenuto al riguardo che l'emissione di nuove azioni e di titoli rappresentativi di diritti di sottoscrizione dà adito infatti a una vicenda di diluizione delle partecipazioni azionarie, che si ripercuote in maniera differenziata sulla posizione dei soci e dei portatori di warrants. E' opportuno precisare sin d'ora che, mentre il decremento del valore patrimoniale e della redditività delle azioni costituisce effetto normale, ma non necessario, dell'operazione sul capitale, la diluizione dei diritti amministrativi connessi alla partecipazione rappresenta una conseguenza inevitabile, che incide sfavorevolmente sulla posizione dei sottoscrittori potenziali . Quanto al problema della diluizione del valore economico delle partecipazioni azionarie, oggetto precipuo della presente causa, l'insigne autore ha precisato che trattasi di di una conseguenza naturale, non necessaria, dell'operazione di aumento, poiché in effetti non può escludersi a priori che i conferimenti abbiano consistenza quantitativa o qualitativa tale da incrementare il patrimonio e la capacità reddituale della società in misura più o meno proporzionale rispetto al numero delle nuove azioni . Lo studio, anche comparatistico, dei mezzi di tutela approntati dagli operatori finanziari nei paesi ad economia di mercato in favore dei portatori di warrants, ha evidenziato che in tali ipotesi, da considerarsi quindi frequenti, la tecnica di protezione convenzionale correttamente impiegata è quella che consiste nel ridurre il prezzo unitario di sottoscrizione delle azioni optabili, lasciando inalterato il rapporto d'opzione originario , e ciò in base a clausole di salvaguardia, la cui efficacia varia a seconda delle diverse formule operative praticate. Nel caso di specie si è già evidenziato che la Tecnost operò in quest'ottica, prevedendo all'articolo3 del Regolamento la rettifica automatica del prezzo di riscatto del warrant, secondo la formula Pcum - Pex sopra descritta, ad avviso degli attori del tutto inadeguata e perciò fonte d'inadempimento da parte della convenuta rispetto al suo obbligo giuridico di salvaguardare l'interesse degli investitori in warrants. Non vi è dubbio che uno dei mezzi di tutela di fronte all'inadempimento della controparte contrattuale sia quello risolutorio, e anche nel caso di specie ciò appare in astratto possibile. Ovviamente la risoluzione per inadempimento riguarderebbe i soli contratti sinallagmatici, quelli cioè che hanno prestazioni corrispettive, come espressamente prevede l'articolo1453 c.c. Assume perciò molta importanza nella decisione della presente controversia, accertare quale fosse il rapporto giuridico che vincolava la società emittente i warrants e gli odierni attori, sicuramente legittimati ad agire in forza del possesso del valore mobiliare. Secondo gli attori l'acquisto dei warrants Tecnost 1999/2004 di cui è causa sarebbe stata a titolo oneroso, poiché l'operazione di collocamento delle azioni insieme ai warrants, compiuta certamente in maniera unitaria nella sua fase genetica, potrebbe essere facilmente scissa anche sul piano economico, oltre che su quello giuridico dove si è visto che i warrants ben potevano poi circolare autonomamente sul mercato mobiliare, separati dalle azioni con cui erano stati rilasciati. La difesa attorea ha infatti rilevato che le azioni abbinate ai warrants erano collocate ad un prezzo unitario di 2,87 euro per ciascuna azione insieme ad un warrant , mentre la sottoscrizione delle azioni di compendio, entro i primi 60 giorni di esercizio dell'opzione incorporata nel warrant, era fissata dall'articolo2 del Regolamento ad un prezzo di soli euro 2,80 per ciascuna azione la differenza dei due prezzi 2,87 e 2,80 euro indicati dalla stessa società emittente per l'acquisto di un'azione, vale a dire 0,07 euro, rappresenterebbe il costo del singolo warrant, che ognuno dei sottoscrittori del primo aumento di capitale, avrebbe pagato implicitamente acquistando le azioni che lo portavano in abbinamento. Di questo costo aggiuntivo gli attori chiedono oggi la restituzione, previa risoluzione del contratto di opzione incorporato nei warrants. La convenuta contesta in toto questa ricostruzione, e rileva che la sottoscrizione delle nuove azioni comportava l'attribuzione in abbinamento ed a titolo gratuito di 1 warrant per ogni azione, senza che fosse richiesto e indicato alcuno specifico importo per l'acquisto del warrant il prezzo di sottoscrizione era unico, ovvero 2,87 euro per azione la difesa ha evidenziato che il documento informativo dell'operazione finanziaria redatto da Tecnost, faceva infatti espresso riferimento al fatto che il warrant fosse abbinato gratuitamente a ciascuna azione di nuova emissione . E' sicuramente plausibile ritenere che la società emittente abbia implicitamente fatto pagare ai sottoscrittori delle azioni di nuova emissione un costo aggiuntivo per il rilascio in abbinamento dei warrants. Tuttavia tale considerazione non può mutare la valutazione giuridica che dell'operazione finanziaria de qua va fatta, in cui l'assenza di un corrispettivo specifico ed esplicito per la consegna dei warrants, esclude la sinallagmaticità del rapporto ad essi relativo e con essa la domanda di risoluzione. Concordemente con la dottrina che ha approfondito questo argomento, si deve ritenere che la caratteristica della sinallagmaticità debba inerire alla struttura causale del contratto della cui risolubilità si discute, e non possa invece desumersi dalle condizioni alle quali è stipulato il negozio il mutuo obbligazionario o di sottoscrizione azionaria ad esso economicamente collegato. . Vale la pena precisare al proposito, che ai fini dell'applicazione della disciplina di cui agli articoli1453 ss. c.c., per contratto a prestazioni corrispettive si intende non soltanto quello dal quale nascano obbligazioni contrapposte, ma altresì quello in cui, a fronte dell'obbligazione in senso tecnico di una parte stia comunque un'attribuzione patrimoniale della controparte, contestuale al contratto o scaturente immediatamente da esso. Tale fattispecie giuridica si sarebbe realizzata nell'ipotesi in cui la società emittente come succede di frequente avesse immesso sul mercato dei warrants da acquistare a titolo oneroso, vale a dire con un prezzo individuale ben definito, e non invece nel caso che qui interessa dove il prezzo richiesto riguardava la sottoscrizione delle sole azioni con abbinati i warrants. Non vale obiettare che le società commerciali non agiscono senza la prospettiva di un corrispettivo anche per tale argomentazione, la miglior dottrina ha evidenziato che l'attribuzione del warrant senza corrispettivo non costituisce una donazione. L'attribuzione dell'opzione contrattuale non avviene per spirito di liberalità, per arricchire l'altra parte, ma corrisponde all'interesse proprio della società emittente, ad incentivare concedendo un differimento la sottoscrizione e così l'afflusso di nuovi mezzi propri. . Si può quindi affermare conclusivamente che l'attribuzione dei warrants Tecnost 1999/04 avvenne a titolo gratuito, ragione per la quale è inammissibile la domanda di risoluzione del rapporto contrattuale d'opzione ad esso sotteso, per difetto degli estremi richiesti dall'articolo1453 Cc. La mancanza poi di un corrispettivo pagato direttamente alla società emittente esclude inoltre l'ammissibilità anche della domanda consequenziale di restituzione di somme di denaro. Tale conclusione è a maggior ragione valida per le somme che gli attori in un secondo momento avrebbero pagato a terzi per l'acquisto sul mercato dei soli warrants lì ovviamente ci fu un negozio a prestazioni corrispettive tra chi vendeva e chi acquistava i warrants, ma di esso la convenuta era estranea e perciò non può risponderne a nessun titolo. Oltre alle domande di risoluzione e di restituzione, gli attori hanno svolto una domanda generica di condanna al risarcimento danni per responsabilità contrattuale e/o extracontrattuale. Tale domanda risarcitoria, che si è puntualizzato è stata promossa anche in via autonoma rispetto a quella di risoluzione del contratto, ha come proprio fondamento la violazione dell'obbligo giuridico di esecuzione del contratto secondo buona fede sancito dall'articolo 1375 Cc, e quale presupposto l'accertamento della vessatorietà della clausola di adeguamento del prezzo di esercizio di cui all'articolo 3 del Regolamento e la conseguente sua inefficacia ex articolo1469 bis Cc. Pare opportuno prendere le mosse da quest'ultima lagnanza, la cui soluzione negativa toglie in parte spazio all'altra censura attorea, quella riguardante la violazione della buona fede contrattuale. Gli attori in realtà non hanno individuato uno specifico motivo di abusività della clausola suddetta, richiamandosi in generale al comma 1 dell'articolo1469 bis Cc che sanziona il significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi tra professionista e consumatore a favore del primo, mostrando l'inadeguatezza del Regolamento a tenere indenni le aspettative economiche dei portatori di warrants nel caso di operazioni straordinarie da parte della società emittente. Deve al riguardo sottolinearsi nuovamente che la clausola contestata prevede un meccanismo di rettifica automatica del prezzo di esercizio dell'opzione in favore del consumatore e non a suo carico che essa sia poi inadeguata sotto il profilo economico a tutelare gli interessi di quest'ultimi, non rileva ai fini della disciplina invocata, dato che la tutela offerta dal comma 1 dell'articolo1469 bis c.c. riguarda solo lo squilibrio normativo a carico del consumatore del negozio intercorso con il professionista. L'articolo 1469 ter comma 2 Cc precisa infatti che La valutazione del carattere vessatorio della clausola non attiene alla determinazione dell'oggetto del contratto, né all'adeguatezza del corrispettivo di beni e servizi, purchè tali elementi siano individuati in maniera chiara e comprensibile. , il che sta a significare l'indifferenza dell'ordinamento rispetto all'eventuale squilibrio economico delle prestazioni concordate. Né peraltro può essere invocata l'apposita previsione di vessatorietà di cui al comma 3 numero del 1469 bis Cc, e cioè consentire al professionista di modificare unilateralmente le clausole del contratto, ovvero le caratteristiche del prodotto o del servizio da fornire, senza un giustificato motivo indicato nel contratto stesso infatti il comma 6 dello stesso articolo sancisce espressamente che I numeri 8 , 11 , 12 e 13 del terzo comma non si applicano ai contratti aventi ad oggetto valori mobiliari, strumenti finanziari ed altri prodotti o servizi il cui prezzo è collegato alle fluttuazioni di un corso e di un indice di borsa o di un tasso di mercato finanziario non controllato dal professionista, nonché la compravendita di valuta estera, di assegni di viaggio o di vaglia postali internazionali emessi in valuta estera. . Quindi se si contesta che il Regolamento di emissione dei warrants avrebbe consentito alla società convenuta di modificare unilateralmente le caratteristiche del prodotto, incidendo indirettamente sul valore delle azioni di compendio a causa delle operazioni sul capitale sociale, va rilevato che si tratta di strumenti finanziari ed altri prodotti o servizi il cui prezzo è collegato alle fluttuazioni di un corso e di un indice di borsa, per i quali non trova quindi applicazione il richiamato numero dell'elencazione delle clausole presuntivamente abusive. Per queste ragioni, va respinta la domanda incidentale d'inefficacia ex articolo1469 quinques Cc della clausola automatica di rettifica contenuta nell'articolo3 del Regolamento, la quale come ha fatto rilevare la difesa di parte convenuta è applicata di frequente nella prassi finanziaria di emissione di warrants in Italia, senza che risultino sul punto contestazioni di sorta. Infine quanto alla presunta violazione del dovere di buona fede, è necessario poi svolgere alcune specificazioni al fine di meglio focalizzare l'oggetto del contendere. Nella comparsa conclusionale degli attori può leggersi espressamente Quanto ai warrants , essendo evidente la centralità del valore del titolo di compendio è solo in base a tale parametro che il portatore di warrants può scegliere di esercitare o meno l'opzione , la società avrebbe dovuto astenersi dal compiere operazioni idonee ad incidere sul valore dei titoli di compendio e, quantomeno, avrebbe dovuto agire attivamente per evitare che operazioni straordinarie realizzate in quanto necessarie si ripercuotessero negativamente sugli interessi degli oblati. . Sempre nella comparsa, ad ulteriore precisazione di quali sarebbero i doveri di buona fede violati dalla convenuta, viene affermato una corretta esecuzione del rapporto, avrebbe importato che Telecom, nell'ottica di realizzare le utilità dei portatori di warrants, accordasse quegli aggiustamenti che il Regolamento di Borsa le impone, e superasse i termini di rettifica dell'articolo3 del Regolamento di emissione una volta accertatane l'incapacità ad assolvere la propria funzione adeguatrice. . Ciò al fine ultimo di ottenere dalla Telecom l'adeguamento del prezzo di esercizio dei warrants o, semplicemente un rinvio della scadenza , richieste a cui la convenuta ha sempre rifiutato sull'assunto che sarebbe necessario o comunque opportuno salvaguardare parità di trattamento a tutti i portatori di warrants. Quindi da un lato si imputa alla convenuta di non essersi astenuta da quelle scelte gestionali che hanno inciso indirettamente sul valore del titolo di compendio, e dall'altro di non essersi poi attivata per salvaguardare in qualche modo l'interesse economico della controparte. Quanto alla pretesa condotta omissiva, appare assolutamente priva di pregio la doglianza degli attori l'aumento di capitale per una società di capitali è lo strumento tipico e primario di recupero di risorse finanziarie sul mercato, le cui ragioni gestionali nel merito non sono sindacabili dal Giudice. Si è peraltro già evidenziato che l'effetto diluitivo del valore del titolo azionario di compendio a seguito dell'aumento di capitale, è fenomeno conosciuto e probabile, ma non certo necessario. Analogamente per quanto riguarda la fusione di Tecnost con Olivetti, e di quest'ultima con Telecom, si tratta di condotte perfettamente lecite, di cui peraltro gli attori non hanno mai indicano quali sarebbero stati gli effetti dannosi nei loro confronti. Quanto invece al rifiuto della società convenuta di giungere ad una modifica dei termini dell'opzione per salvaguardare gli interessi di controparte, va in primo luogo affermato che la motivazione del rifiuto resa dalla Telecom, vale a dire di non voler alterare la parità di trattamento tra i portatori di warrants, appare del tutto ragionevole e condivisibile, anche solo per il discredito che deriverebbe all'immagine della società nel caso in cui essa favorisca l'utilità di alcuni risparmiatori senza curarsi degli altri, che ad esempio hanno esercitato l'opzione entro i termini del Regolamento, a prezzi maggiori rispetto a quelli poi concordati con i portatori che hanno agito giudiziariamente. Tuttavia quel che interessa, a prescindere dalla ragionevolezza di alcune condotte, è ovviamente la loro conformità ai principi dell'ordinamento giuridico . Va sottolineato che i termini essenziali del diritto d'opzione contenuto nel warrant, sono in pratica due 1 la scadenza del diritto alla data prestabilita 2 il prezzo concordato per la sottoscrizione delle azioni di compendio. Gli attori, invocando il principio di buona fede nell'esecuzione del contratto, pretenderebbero che la società emittente sostituisse in loro favore i termini essenziali dell'accordo il prezzo di esercizio del warrant oppure il termine di scadenza. Senza necessità di soffermarsi funditus sul contenuto dell'articolo1375 c.c., si può affermare sinteticamente che in tema di esecuzione del contratto, la buona fede si atteggia come un impegno od obbligo di solidarietà tale da imporre a ciascuna parte comportamenti che, a prescindere da specifici obblighi contrattuali, ed a prescindere altresì dal dovere extracontrattuale del neminem laedere, siano idonei a preservare gli interessi dell'altra parte. In particolare, l'obbligo della buona fede in sede di esecuzione del contratto deve, pertanto, ritenersi violato non solo nel caso in cui una parte abbia agito con doloso proposito di recare pregiudizio all'altra, ma anche qualora il comportamento da essa tenuto non sia stato, comunque, improntato alla diligente correttezza ed al senso di solidarietà sociale che integrano, appunto, il contenuto della buona fede Cass. 14726/02 Cass. 3185/03 . Pare inoltre appropriato il richiamo operato alla massima di Cass. 6763/02, nella quale può infatti leggersi Tuttavia, le clausole generali di correttezza e buona fede non introducono nei rapporti giuridici diritti e obblighi diversi da quelli legislativamente o contrattualmente previsti, ma sono destinate ad operare all'interno dei rapporti medesimi, in funzione integrativa di altre fonti esse, pertanto, rilevano soltanto come modalità di comportamento delle parti, al fine della concreta realizzazione delle rispettive posizioni di diritto o di obbligo e, in quanto attengono alle modalità comportamentali ed esecutive del contratto, quale esso è stato stipulato dalle parti, si pongono nel sistema come limite interno di ogni situazione giuridica soggettiva, attiva o passiva, contrattualmente assunta o legislativamente imposta, così concorrendo alla relativa conformazione in senso eventualmente ampliativo o restrittivo rispetto alla fisionomia apparente e consentendo al giudice di verificarne la coerenza con i valori espressi dal rapporto, garantendo in tal modo l'apertura del sistema giuridico a un rapporto dialettico costante con il contesto socio - economico e culturale di riferimento. E' ad avviso di questo Giudice evidente che la giurisprudenza, pur ampliando al massimo la portata precettiva della buona fede nell'esecuzione dei contratti, consente sì di integrare il contenuto dell'accordo negoziale con le clausole generali di correttezza e buona fede, ma non certo di sostituire i termini essenziali dell'accordo stesso, vale a dire nel caso di specie il prezzo di esercizio e/o la scadenza dell'opzione, con altri più favorevoli ai soli attori. Del tutto inappropriato è il richiamo giurisprudenziale operato dalla difesa attorea, ovvero la sentenza Trib. Genova, 31 marzo 2004 edita su le Società, 2002, 498, con nota di Pericu , perché in quel caso la società emittente era stata condannata al risarcimento dei danni in favore dei portatori di warrants, per essere stata essa inadempiente al patto di emissione, anticipando unilateralmente i termini di scadenza dei warrants è paradossalmente per il richiamo operato proprio il caso inverso rispetto a quello presente, in cui invece la società convenuta si difende proprio invocando il suo rispetto del contenuto dei termini del Regolamento. Non vi è quindi alcuna violazione del precetto di buona fede da cui possa discendere una responsabilità contrattuale, né tantomeno risultano condotte ascrivibili alla responsabilità extra-contrattuale, dato che l'effettuazione di aumenti di capitale da cui sarebbe derivato il danno agli attori è operazione del tutto legittima. La circostanza oggettiva della perdita economica degli attori va quindi ascritta alla natura aleatoria del negozio di warrant, nel quale era da mettere in conto il rischio di subire eventuali c.d. effetti diluitivi a causa di operazioni straordinarie sul capitale, tanto che questo rischio era oggetto di apposita clausola di adeguamento del prezzo. Vale infine la pena sottolineare che l'intento altamente speculativo dell'investimento finanziario de quo è provato dalla stessa condotta degli attori, più precisamente di Martini Luciano, il quale ha acquistato una parte dei warrants in suo possesso vedi doc.18 di parte attrice nel settembre 2001, quando era già stato effettuato l'aumento di capitale del 18.12.2000, che egli stesso ora assume essere stata una delle cause del ribasso del valore del titolo di compendio in borsa, mentre evidentemente a quella data riteneva non in grado di ridurre le sue prospettive di guadagno. La totale soccombenza degli attori, comporta a loro carico anche la condanna in solido a rifondere a parte convenuta le spese di lite che si liquidano in euro 4.994,00 per diritti euro 5,00 per spese imponibili, ed euro 85.000,00 per onorario, oltre rimborso forfetario per spese generali nella misura del 12,5%, ed accessori di legge. PQM il Tribunale, definitivamente pronunciando, respinta ogni altra domanda, istanza od eccezione, dichiara inammissibili le domande di risoluzione e di restituzione avanzate da Luciano Martini, Gian Maria Martini, Oliver Martini, Gioia Martini, Andrea Martini nei confronti di Olivetti Spa ora Telecom Spa , rigetta la domanda di condanna generica al risarcimento dei danni avanzate da Luciano Martini, Gian Maria Martini, Oliver Martini, Gioia Martini, Andrea Martini nei confronti di Olivetti s.p.a. ora Telecom s.p.a. ,condanna in solido Luciano Martini, Gian Maria Martini, Oliver Martini, Gioia Martini, Andrea Martini al pagamento in favore di Telecom s.p.a. delle spese di lite che si liquidano in euro 4.994,00 per diritti euro 5,00 per spese imponibili, ed euro 85.000,00 per onorario, oltre rimborso forfetario per spese generali nella misura del 12,5%, ed accessori di legge.