Il patteggiamento non giustifica la destituzione

Bacchettato Palazzo Chigi che non ha motivato, autonomamente e analiticamente, la decisione di rescindere il rapporto di lavoro

Non basta la sentenza di patteggiamento per giustificare la destituzione del lavoratore. A stabilirlo è stata la sesta sezione del Consiglio di Stato con la decisione 2572/06 depositata lo scorso 10 maggio e qui leggibile nei documenti correlati . Palazzo Spada ha respinto il ricorso della Presidenza del Consiglio dei ministri che si era vista annullare dal Tar Campania il decreto con cui aveva disposto la destituzione di un proprio collaboratore amministrativo. Un provvedimento che traeva la sua giustificazione da una sentenza di patteggiamento emessa nei confronti del lavoratore per il reato di peculato. I giudici di piazza Capo di Ferro, nel confermare la sentenza dei colleghi di Salerno, hanno ritenuto che la sanzione irrogata non era stata adeguatamente motivata, risultando fondata esclusivamente sulla condanna a pena patteggiata. I consiglieri di Stato hanno quindi sconfessato la tesi dell'amministrazione secondo la quale la sentenza di irrogazione della sanzione su richiesta delle parti, implicando una sostanziale ammissione di responsabilità per i fatti addebitati, produce gli stessi effetti di una pronuncia di condanna. Per cui, ha concluso il Consiglio di Stato, prima di destituire il dipendente è necessario uno specifico accertamento da parte dell'amministrazione sulla effettiva esistenza dei reati contestati e su un autonomo apprezzamento della loro incidenza a livello disciplinare. cri.cap

Consiglio di Stato - Sezione sesta - decisione 29 novembre 2005-10 maggio 2006, n. 2572 Presidente Varrone - Estensore Luce Ricorrente Presidenza del Consiglio dei Ministri Fatto Con sentenza 511/99, il Tar regionale per la Campania, sezione di Salerno, accoglieva il ricorso n. 2597/1994 proposto da Di Filippo Antonio ed annullava il decreto del Ministro dell'interno con il quale era stata disposta la destituzione del ricorrente dal servizio di collaboratore amministrativo del Ministero, con i relativi atti presupposti. Con la stessa sentenza era anche dichiarato improcedibile l'ulteriore ricorso n. 2400/1992 , al primo riunito e proposto dallo Stesso Di Filippo per l'annullamento del provvedimento con il quale il Ministero dell'interno aveva disposto la sua sospensione cautelare dal servizio. Contro l'indicata decisione le rubricate amministrazioni hanno proposto appello al Consiglio di Stato deducendone l'erroneità e chiedendone la riforma con il rigetto dei ricorso di primo grado e la condanna del Di Filippo al pagamento delle spese processuali. Il ricorso, nella resistenza del Di Filippo Antonio che ne ha chiesto il rigetto, è stato chiamato per l'udienza odierna al cui esito è stato trattenuto in decisione dal collegio. Diritto Di Filippo Antonio, collaboratore amministrativo contabile del ministero dell'Interno, è stato, prima sospeso e poi destituito dal servizio ai sensi della legge 16/1992. I provvedimenti disciplinari traevano giustificazione da una sentenza di irrogazione di pena patteggiata emessa nei confronti del dipendente per il reato di cui all'articolo 314 del Cp. I giudici di primo grado, cui ha fatto ricorso il Di Filippo, con l'impugnata sentenza hanno, come già rilevato nelle premesse di fatto, dichiarato improcedibile il ricorso per la parte relativa alla disposta sospensione cautelare e lo hanno accolto per la parte concernente la decadenza dall'impiego. Secondo il Tribunale amministrativo regionale, l'irrogata sanzione non era stata adeguatamente motivata, risultando fondata esclusivamente sulla condanna a pena patteggiata stanti i gravissimi effetti della disposta sanzione, secondo i giudici di primo grado, non poteva ritenersi adeguata una motivazione di stile, che si era limitata a fare riferimento alle ipotesi di cui all'art. 54 del Tu 3/1957 senza alcun richiamo a fatti concreti effettivamente addebitabili. Di avviso diverso è l'amministrazione appellante, secondo cui la sentenza di irrogazione di pena patteggiata, implicando una sostanziale ammissione di responsabilità per i fatti addebitati, produce gli stessi effetti di una pronuncia di condanna. Inoltre, secondo l'amministrazione appellante, i fatti posti a base della disposta destituzione erano stati ammessi dal dipendente ed autonomamente valutati dalla commissione di disciplina, unitamente al comportamento complessivo del dipendente anche successivo all'avvenuta irrogazione della sanzione penale. L'appello è tuttavia infondato e va respinto. Come correttamente rilevato dai giudici di primo grado, la sentenza di irrogazione della pena patteggiata non fa stato sull'accertamento dei fatti posti a fondamento dell'imputazione. Per la considerazione in sede disciplinare dei fatti medesimi occorre, pertanto, uno specifico accertamento da parte dell'amministrazione sulla loro effettiva esistenza e portata ed un autonomo apprezzamento della loro significanza in sede disciplinare. Tutto ciò non sembra sia avvenuto nel caso di specie, in cuicome hanno rilevato i giudici di primo gradola disposta misura sanzionatoria è stata basata esclusivamente, stando il dato formale della adottata motivazione, sulla aprioristicamente ritenuta equiparazione della sentenza di irrogazione della pena patteggiata alla sentenza di condanna passata in giudicato. Il riscontrato difetto di motivazione dell'impugnato provvedimento pare sufficientead avviso del collegioa farne ritenere legittimo il disposto suo annullamento da parte del Tar, con assorbimento delle ulteriori articolate censure riproposte in appello dal Di Filippo in merito alla ritualità e tempestività del procedimento disciplinare. L'appello va conclusivamente respinto con compensazione delle spese processuali ricorrendovi giusti motivi per la peculiarità della lite. PQM Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, sezione sesta, respinge l'appello e conferma l'impugnata decisione. Spese compensate. Ordina che la decisione venga eseguita in via amministrativa. 2 N.R.G. 1467/2000 FF