Aveva paura di essere “fregato”, per questo ha accusato i commercialisti

L’accertamento del dolo nel delitto di calunnia consiste nella considerazione e nella valutazione delle circostanze e delle modalità della condotta che evidenziano la cosciente volontà dell’agente e sono indicative dell’esistenza di una rappresentazione del fatto.

Così ha ribadito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4283, depositata il 29 gennaio 2013. Il caso. E’ proprietario di due società, una s.a.s. ed una s.r.l Si affida, per la gestione e gli adempimenti contabili, a due studi di consulenza fiscale. Gli vengono sottratti 650 mila euro. Con atto indirizzato ai consigli nazionali dei ragionieri e dei commercialisti e con querela presentata alla Procura, accusa 4 tra ragionieri e commercialisti di essere responsabili della sottrazione. Uno di questi patteggia. Gli altri tre, non riconosciuti colpevoli, querelano, a loro volta, per calunnia, chiedendo anche un risarcimento danni per offesa all’onore ed alla reputazione. Il defraudato viene assolto perché il fatto non costituisce reato. La Corte d’Appello, confermando la sentenza del Tribunale, rileva che egli si fosse in buona fede intimamente convinto della possibile colpevolezza dei tre, visto che le trattative di componimento della questione civile erano state interrotte dall’accusa con denuncia, di uno dei tre, alla persona che poi ha patteggiato. Poteva sembrare un tentativo per dissimulare delle distanze che in realtà non c’erano. Contro questa decisione i tre ricorrono per cassazione. La sfera volitiva del soggetto. La Corte rigetta il ricorso. Specifica che in tema di calunnia, ex art. 368 c.p., c’è uno ius receptum della Cassazione. La prova dell’elemento soggettivo può desumersi dalle concrete circostanze e modalità esecutive dell’azione criminosa, attraverso le quali, con processo logico-deduttivo, è possibile risalire alla sfera intellettiva e volitiva del soggetto , così da poterne evidenziare la cosciente volontà di un’accusa mendace nell’ambito di una piena rappresentazione del fatto attribuito all’incolpato . Le circostanze specifiche. La corte territoriale ha correttamente esaminato le circostanze. Da una testimonianza è emerso che l’imputato stesso, appena appresa la querela di uno dei commercialisti verso un altro, era intimamente convinto che le odierne parti civili volessero fregarlo per la seconda volta, nel senso che intendessero scaricare, sul solo socio accusato, la responsabilità. Inoltre, il mancato esercizio dell’azione penale a carico di uno dei tre è dipeso solo dall’intervenuta prescrizione. Visto ciò, la Corte evidenzia come i giudici della Corte d’Appello, pure facendo emergere gli elementi indiziari dimostrativi dell’assenza dell’elemento psicologico della calunnia, con un richiamo complessivo ai motivi dell’impugnazione, hanno succintamente ed implicitamente, ma in maniera congrua, richiamato la sentenza appellata nella quale quegli stessi dati informativi erano stati valorizzati per escludere un reale intento denigratorio.

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 10 29 gennaio 2013, n. 4283 Presidente De Roberto Relatore Aprile Ritenuto in fatto 1. Con la sentenza sopra indicata la Corte di appello di Potenza confermava la pronuncia di primo grado del 07/04/2010 con la quale il Tribunale della stessa città aveva assolto G B. , perché il fatto non costituisce reato, dai reati di cui agli artt. 595 e 81-368 cod. pen., per avere, il 07/06/2003, con atto indirizzato al Consiglio nazionale ragionieri professionisti e commercialisti d'impresa ed Consiglio dei ragionieri periti commercialisti della , offeso l'onore e la reputazione di A.N. , G.C F. , F.F. e M L. , sostenendo di essere stato vittima di una sottrazione, ad opera dei quattro prevenuti nell'esercizio della loro professione di ragionieri e dottori commercialisti, della somma di 650.000 Euro, appartenente alle società Euromedical s.a.s. e Biomedica GMC s.r.l. , facenti capo al B. capo a dell'imputazione e per avere, il OMISSIS ed il OMISSIS , con querele presentate alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Potenza, accusato falsamente, sapendoli innocenti, i due F. e la L. di avergli sottratto la suddetta somma di 650.000 Euro nella loro veste di soci e/o proprietari degli studi di consulenza fiscale Fusco & amp Associati s.r.l. e Consorzio Syntesi , che avevano curato gli adempimenti contabili delle due menzionate società del B. capo b dell'imputazione . Rilevava la Corte di appello come dovesse essere confermata la decisione assolutoria di primo grado in quanto le emergenze processuali avevano provato che il B. , vittima della sottrazione del rilevante importo sopra richiamato, appartenente alle due società a lui facenti capo, si fosse in buona fede intimamente convinto della possibile colpevolezza dei due F. e della L. , atteso che le trattative intercorse per un bonario componimento della questione civile erano state interrotte bruscamente dalla presentazione, da parte di F.G.C. , di una denuncia contro l'A. , circostanza che il B. aveva interpretato come il tentativo dei componenti dello studio F. di prendere le distanze dall'A. e che il B. ben sapeva che della contabilità fiscale delle due sue società si era occupata anche la L. , e che gli assegni che egli aveva consegnato, portanti le somme poi risultate sottratte, erano transitati indifferentemente sui conti correnti di quello studio professionale o di qualcuno dei suoi soci-dipendenti. 2. Avverso tale sentenza hanno presentato ricorso le tre parti civili elencate in epigrafe il F. in proprio ed anche quale legale rappresentante del Consorzio Syntesi , la L. in proprio ed anche quale legale rappresentante della Fusco & amp Associati s.r.l. , a mezzo del loro procuratore speciale e difensore avv. Donatello Cimadomo, le quali hanno dedotto i seguenti due motivi. 2.1. Violazione di legge, in relazione all'art. 368 cod. pen., per avere la Corte di appello di Potenza erroneamente confermato la sentenza di assoluzione del giudice di prime cure benché dagli atti emergessero precisi elementi di prova idonei a dimostrare che l'imputato avesse presentato le querele contro le odierne parti civili con un chiaro intento calunniatore, ben sapendo che i destinatari della sua iniziativa erano innocenti. 2.2. Vizio di motivazione per avere la Corte territoriale effettuato un mero rinvio alla motivazione della sentenza di primo grado, senza operare alcuna autonoma valutazione delle doglianze contenute negli atti di appello in ordine alla iniziativa assunta dal B. con la segnalazione del 07/06/2003, di cui al capo a dell'imputazione, obiettivamente lesiva dell'onore e della reputazione di cui le tre parti civili godono nella collettività. 3. Con memoria depositata il 12/06/2012 gli avv.ti Donato e Leonardo Pace, difensori dell'imputato B. , hanno chiesto dichiararsi l'inammissibilità o il rigetto dei ricorsi delle parti civili. 4. Con memoria depositata il 23/06/2012 l'avv. Giuseppe Merlino, qualificatosi come difensore di fiducia e procuratore speciale delle tre parti civili, ha dedotto motivi nuovi. Considerato in diritto 1. Ritiene la Corte che i ricorsi siano inammissibili per la manifesta infondatezza dei relativi motivi. 2.1. Costituisce ius receptum nella giurisprudenza di questa Corte il principio secondo il quale, in tema di calunnia, la prova dell'elemento soggettivo può desumersi dalle concrete circostanze e modalità esecutive dell'azione criminosa, attraverso le quali, con processo logico-deduttivo, è possibile risalire alla sfera intellettiva e volitiva del soggetto, in modo da evidenziarne la cosciente volontà di un'accusa mendace nell'ambito di una piena rappresentazione del fatto attribuito all'Incolpato. Ne consegue che l'accertamento del dolo nel delitto di calunnia consiste nella considerazione e nella valutazione delle circostanze e delle modalità della condotta che evidenziano la cosciente volontà dell'agente e sono indicative dell'esistenza di una rappresentazione del fatto così, tra le tante, Sez. 6, n. 32801 del 02/02/2012, Bracchi e altro, Rv. 253270 Sez. 6, n. 31446 del 24/05/2004, Prandelli, Rv. 229271 Sez. 6, n. 448/03 del 05/12/2002, Greco, Rv. 223321 . Di tale criteri ermeneutici la Corte distrettuale ha fatto corretta applicazione evidenziando, con una motivazione completa ed esente da vizi di manifesta illogicità, come fossero risultati determinanti, ai fini della esclusione della sussistenza del richiesto elemento psicologico della calunnia, due circostanze accertate nel corso del processo di primo grado. La prima era desumibile dalla deposizione testimoniale di Fa.Gi. , addetto alla contabilità di una della società facenti capo al B. , il quale aveva riferito che il suo datore di lavoro, non appena appreso da ufficiali di polizia giudiziaria, che il F. avevano presentato una querela nei riguardi del solo A.N. , si era intimamente convinto che le odierne parti civili volessero fregarlo per la seconda volta , nel senso che intendessero scaricare sul solo socio A. la responsabilità per quanto accaduto. La seconda circostanza riguardava, invece, la posizione di L.M. , soda e legale rappresentante della società di consulenza fiscale diretta da G.C F. , padre di F. , L. la quale si era occupata direttamente con l'A. della contabilità fiscale delle società del B. medesimo dati quanto mai significativi della buona fede del prevenuto, il quale si era fondatamente convinto di essere stato vittima di una appropriazione di denaro ad opera non del solo A. , convinzione che aveva concreti agganci alla realtà se è vero che quelle somme erano state portate da assegni posti all'incasso anche su conti della società di consulenza gestite dalle odierni parti civili e che, nel procedimento penale successivamente aperto a carico della L. l'A. , nel frattempo, aveva chiesto ed ottenuto di patteggiare la pena , una possibile responsabilità a carico della predetta era stata appurata ed il mancato esercizio dell'azione penale era dipeso solo dalla intervenuta estinzione del reato per prescrizione v. pagg. 4-6 della sentenza impugnata . In un siffatto contesto, solo immaginando quello che si svolge in sede di legittimità come giudizio di terza istanza sarebbe possibile chiedere a questa Corte una differente ricostruzione della vicenda accertamento precluso a questo giudice che non può, di certo, operare un'inammissibile incursione nei fatti , peraltro valorizzando dati informativi - quali le azioni civili o esecutive reiteramente promosse dal B. contro le odierne parti civili, per giunta con esiti a lui favorevoli, o la veste di mera associata e non di soda azionaria di F F. nel più volte menzionato studio di consulenza fiscale - dal significato neutro, se non confermativo della soluzione assolutoria. 2.2. Con riferimento al secondo motivo del ricorso, va osservato che la Corte territoriale ha fatto buon governo delle norme e dei principi che disciplinato la tecnica della motivazione c.d. per relationem, trattandosi di metodo argomentativo il cui impiego è pacificamente considerato legittimo dalla giurisprudenza di questa Corte, laddove - come nella fattispecie è accaduto - siano rispettati tre requisiti che il provvedimento in esame faccia riferimento, recettizio o di semplice rinvio, a un legittimo atto del procedimento, la cui motivazione risulti congrua rispetto all'esigenza di giustificazione propria del provvedimento di destinazione che fornisca la dimostrazione che il giudice ha preso cognizione del contenuto sostanziale delle ragioni del provvedimento di riferimento e le abbia meditate e ritenute coerenti con la sua decisione che l'atto di riferimento, quando non venga allegato o trascritto nel provvedimento da motivare, sia conosciuto dall'interessato o almeno ostensibile, quanto meno al momento in cui si renda attuale l'esercizio della facoltà di valutazione, di critica ed, eventualmente, di gravame e, conseguentemente, di controllo dell'organo della valutazione o dell'impugnazione così a partire da Sez. U, n. 17 del 21/06/2000, Primavera Rv. 216664 conf., in seguito, Sez. 4, Sentenza n. 4181 del 14/11/2007, Benincasa, Rv. 238674 Sez. U, n. 45189 del 17/11/2004, Esposito, Rv. 229246 Sez. 5, n. 39219 del 29/09/2003, Pucci, Rv. 226786 Sez. 3, n. 2125/03 del 27/11/2002, Ferretti, Rv. 223294 Sez. 3, n. 41529 del 05/11/2002, Del Santo, Rv. 223046 Sez. 4, n. 34913 del 25/06/2002, Macrì, Rv. 223434 Sez. 1, n. 15418 del 12/04/2002, La Valle, Rv. 221941 Sez. 1, n. 41375 del 12/09/2001, Domizi, Rv. 220077 Sez. 3, n. 2727 del 10/07/2000, Blasi, Rv. 217008 . In tale ottica va evidenziato come i Giudici di merito, pure facendo emergere gli elementi indiziari dimostrativi dell'assenza dell'elemento psicologico della calunnia, con un richiamo complessivo ai motivi dell'impugnazione, hanno succintamente ed implicitamente, ma in maniera congrua, richiamato la sentenza appellata nella quale quegli stessi dati informativi erano stati valorizzati per escludere che il B. avesse agito con un reale intento denigratorio ovvero lesivo della reputazione dei destinatari della segnalazione de qua v. pag. 4 della sentenza impugnata . 3. I motivi nuovi avanzati con la memoria a firma dell'avv. Giuseppe Merlino sono inammissibili perché formulati da un secondo difensore di fiducia nominato dalle tre parti civili, nomina che, ai sensi dell'art. 24 disp. att. cod. proc. pen., deve considerarsi priva di efficacia in quanto effettuata da parti private in eccesso rispetto al numero di un difensore, previsto dall'art. 100 cod. proc. pen., senza che risultasse revocato il precedente difensore e procuratore speciale delle stesse parti, l'avv. Donatello Cimadomo, che aveva presentato l'originario ricorso. L'interpretazione delle suddette disposizioni, privilegiata in questa sede, non si pone in contrasto con il principio di diritto desumibile dalla giurisprudenza di legittimità secondo il quale - pur venendo confermato che a norma dell'art. 24 disp. att. cod. proc. pen. la nomina di difensori eccedenti il numero previsto dall'art. 100 c.p.p. si considera senza effetto finché la parte non provveda alla revoca delle nomine precedenti - il predetto art. 100 non prevede alcuna sanzione processuale, né di nullità, né di inammissibilità nel caso che la parte civile nomini più di un difensore così Sez. 5, n. 22671 del 29/04/2002, Maestri, Rv. 222600 Sez. 5, n. 10104 del 06/07/2000, P.G. in proc. Battaglia, Rv. 219378 Sez. 3, n. 5342 del 26/02/1998, Querin, Rv. 210864 in quanto tale regula iuris è stata enunciata con riferimento a situazioni nelle quali era stata posta la specifica questione della validità dell'atto di costituzione di parte civile che aveva nominato due difensori di fiducia e correttamente era stato ritenuto che non fosse affetta da alcuna nullità quella costituzione, ed in particolare l'autenticazione della sottoscrizione della parte civile, in quanto atto comunque avente tutti i requisiti di legge. Né elementi di segno contrario sono desumibili dalla pronuncia con la quale le Sezioni Unite hanno sostenuto che la disposizione generale di cui all'art. 24 disp. att. cod. proc. pen., secondo la quale la nomina di ulteriori difensori si considera senza effetto finché la parte non provvede alla revoca delle nomine precedenti che risultino in eccedenza rispetto al numero previsto dagli artt. 96, 100 e 101 del codice, non è applicabile nel giudizio di legittimità, valendo per esso la norma speciale contenuta nell'art. 613 comma 2 cod. proc. pen., la quale prevede che nel procedimento davanti alla Corte di cassazione il difensore è nominato per la proposizione del ricorso o successivamente , e che solo in mancanza di nomina il difensore è quello che ha assistito la parte nell'ultimo giudizio Sez. U, n. 1282 del 09/10/1996, Carpanelli, Rv. 206847 e ciò perché tale pronuncia riguardava una fattispecie ben diversa da quella verificatasi in questo processo, nella quale il ricorso era stato presentato dall'imputato il quale aveva poi provveduto a nominare apposito difensore, diverso dai due difensori di fiducia che avevano assistito il medesimo imputato nei gradi precedenti, ed era sorta la questione se potesse ritenersi integrato il contraddittorio in presenza della notificazione dell'avviso di fissazione dell'udienza al solo difensore nominato per il giudizio di legittimità, anziché ai due difensori di fiducia che avevano assistito quell'imputato nei precedenti gradi di giudizio. 4- Alla declaratoria di Inammissibilità dei ricorsi consegue, a norma dell'art. 616 cod. proc. pen., i, condanna dei ricorrenti al pagamento in favore dell'erario delle spese del presente procedimento e ciascuno al pagamento in favore della Cassa delle ammende di una somma che si stima equo fissare nell'importo indicato nel dispositivo che segue. P.Q.M. Dichiara Inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e ciascuno della somma di Euro 1.000,00 In favore della Cassa delle ammende.