Ammonito il presidente del Tribunale di Napoli per un'intervista

Secondo i giudici di piazza Cavour Angelica Di Giovanni accreditava nell'opinione pubblica l'insinuazione che la figlia di un collega avesse beneficiato di favori nel concorso per uditore giudiziario

Le Sezioni unite civili della Cassazione - con il verdetto 13532 depositato il dodici giugno e qui leggibile tra i documenti correlati - hanno confermato la sanzione dell'ammonimento nei confronti di Angelica Di Giovanni, presidente del tribunale di sorveglianza di Napoli, convalidando la sentenza emessa dal Csm lo scorso 20 settembre. Il magistrato è stato incolpato per un'intervista rilasciata al quotidiano Libero il 23 maggio 2005, nella quale accreditava nell'opinione pubblica l'insinuazione che la figlia di Ettore Ferrara già componente del Csm e attualmente chiamato al ministero di Via Arenula dal ministro della Giustizia Clemente Mastella avesse beneficiato di manovre fraudolente nel concorso per uditore giudiziario. La Di Giovanni aveva dichiarato È di questi giorni la notizia, di una gravità abissale, dell'intervento di un magistrato componente la commissione d'esame, per l'ultimo concorso in magistratura in favore del familiare di un noto magistrato napoletano, naturalmente già componente del Csm e, ancor più naturalmente, al momento, ai vertici dell' Associazione nazionale magistrati . La notizia della frode non era vera e senza successo il magistrato ha sostenuto di non volersi riferire a Ferrara e che sua intenzione era solo quella di mettere in evidenza l'intreccio di interessi fra l'Anm e il Csm . Ad avviso della Cassazione, il magistrato ha leso il prestigio dell'ordine giudiziario, con il suo comportamento, non solo per aver divulgato insinuazioni pregiudizievoli nei confronti di un collega, ma per averne asseverato dinanzi alla pubblica opinione la fondatezza in considerazione dell'importante ruolo da lei ricoperto nell'ambito degli uffici giudiziari napoletani . La Suprema Corte, così, ha rigettato il ricorso del magistrato. Anche il sostituto procuratore generale di Piazza Cavour, Vittorio Scardaccione, aveva chiesto la conferma della sanzione.

Cassazione - Sezioni unite civili - sentenza 11 maggio-12 giugno 2006, n. 13532 Presidente Prestipino - Relatore Vitrone Pm Iannelli - conforme - Ricorrente Di Giovanni Svolgimento del processo In data 25 febbraio 2001 il Pg presso la Sc di Cassazione promuoveva nei confronti della dott.ssa Angelica Di Giovanni, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, azione disciplinare per aver l'incolpata gravemente violato il dovere di riserbo, correttezza e rispetto nei confronti dei componenti del Csm, dei Consigli Giudiziari, dei vertici dell'Associazione Nazionale Magistrati e, specificamente, di un collega non equivocamente individuabile propalando e accreditando nell'opinione pubblica, attraverso un'intervista rilasciata al quotidiano Libero e pubblicata il 23 maggio 2005, l'insinuazione diffusa - nell'ambiente giudiziario e non - che ispiratore e beneficiario di manovre fraudolente ad opera di un commissario del concorso a uditore giudiziario, ampiamente riportate dalla stampa, fosse la figlia del dott. Ettore Perrara dichiarando È di questi giorni la notizia, di una gravità abissale, dell'intervento di un magistrato componente la commissione d'esame per l'ultimo concorso in magistratura in favore del familiare di un noto magistrato napoletano, naturalmente già componente del Csm e, ancor più naturalmente, al momento, ai vertici dell'Associazione Nazionale Magistrati . La dott.ssa Di Giovanni riconosceva per sue le dichiarazioni rese all'organo di stampa ma sosteneva che, nel far riferimento a un noto magistrato napoletano , non intendeva riferirsi al dott. Ettore Ferrara, poiché era sua intenzione unicamente sottolineare come dalla situazione evidenziata fosse emerso un intreccio di interessi fra l'Associazione Nazionale Magistrati e il Csm, tanto più che vari avrebbero potuto essere i magistrati napoletani potenzialmente interessati dalla vicenda, e non era tuttora in grado di precisare se taluno di essi avesse una figlia che avesse partecipato al concorso per uditore giudiziario. Depositava quindi una memoria nella quale precisava che altre erano le fonti di stampa che avevano ricollegato il dott. Ferrara al comportamento tenuto da un commissario di esame e sottolineava che aveva rilasciato una dichiarazione pubblicata dal giornale -Libero il 12 giugno 2003 con la quale aveva chiarito che lo scopo della sua intervista era solo quello di sottolineare la gravità dei fatti verificatisi durante lo svolgimento delle operazioni concorsuali. Con sentenza del 10 giugno - 20 settembre 2005 la Sezione Disciplinare del Consiglio Superiore del la Magistratura dichiarava la dott.ssa Di Giovanni responsabile dell'incolpazione ascrittale e le infliggeva la sanzione disciplinare dell'ammonimento limitatamente alle insinuazioni rivolte contro il dott. Ferrara, osservando che le critiche dirette contro i componenti del Csm, dei Consigli Giudiziari e dell'Associazione Nazionale Magistrati fossero solo espressione di una personale convinzione liberamente manifestata, seppur con asprezza di toni. Rilevava al riguardo che il riferimento a questo magistrato nell'intervista rilasciata al giornale Libero in data 28 maggio 2003 era assistito da una tale dovizia di particolari che la sua individuazione risultava evidente. non essendo credibile l'affermazione resa dall'incolpata nel corso dell'interrogatorio del 23 giugno 2004 secondo cui ella ignorava tuttora la circostanza della partecipazione della di lui figlia al concorso per uditore giudiziario, poiché la notizia era ormai di pubblico dominio in quanto già resa nota dal Corriere della Sera del 12 luglio 2003. LI incolpata, pertanto, con il suo comportamento, aveva divulgato -in qualche modo asseverandola dinanzi all'opinione pubblica per l'importante ruolo da lei ricoperto nell'ambito degli uffici giudiziari napoletani -l'insinuazione a carico del dott. Ferrara, insinuazione che solo successivamente all'intervista da lei rilasciata era stata ripresa e riportata dal Corriere della Sera. Contro la sentenza ricorre per cassazione la dott.ssa Angelica Di Giovanni con un unico complesso motivo. Non hanno presentato difese gli intimati. Motivi della decisione La ricorrente solleva, preliminarmente, la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 4 della legge 195/58 alla luce dell'articolo 5 della legge 1/1981, e dell'articolo 5 della legge 44/2002, per contrasto con gli articoli 3, 24, 28, 111 e 112 Costituzione e dell'articolo 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali nella parte in cui prevede che nella composizione della sezione disciplinare del Csm siano presenti solo due componenti laici, e cioè il vicepresidente e un componente eletto dal Parlamento, su sei componenti effettivi e quattro supplenti. Ripropone, inoltre, l'eccezione di nullità della notificazione del plico sigillato accompagnato dalla nota n. 124/094 del Csm contenente avviso di fissazione della discussione, effettuata in datata 12 ottobre 2004 mediante trasmissione degli atti al Presidente del Tribunale di Napoli per la consegna personale in via riservata all'interessata, nonostante ella avesse eletto domicilio presso il Tribunale di Sorveglianza, organo diverso e autonomo rispetto a quello incaricato della consegna. L'eccezione di nullità della notificazione costituisce mera riproposizione di quella già sottoposta all'esame della Sezione Disciplinare che la ha disattesa e non merita accoglimento poiché l'avvenuta costituzione nel procedimento disciplinare dell'incolpata, che ha ricevuto la consegna dell'atto in mani proprie da parte del presidente del tribunale, cui era stato rimesso, ha sanato qualsiasi eventuale nullità ed esclude ogni lesione del diritto di difesa - mai denunciata. del resto, dalla ricorrente - con riferimento agli atti del procedimento successivi alla detta notifica. Passando all'esame della questione di costituzionalità, la sua illustrazione è contenuta in una memoria sottoscritta dalla ricorrente, notificata unitamente al ricorso per cassazione come allegato B . Tale memoria non può trovare ingresso nel presente giudizio - e di essa non può perciò tenersi conto - in quanto la regola generale secondo cui la difesa personale in giudizio è consentita solo a coloro che abbiano la qualità necessaria per esercitare l'ufficio di difensore con procura presso il giudice adito non incontra deroghe con riferimento al giudizio per cassazione promosso per impugnare le sentenze della Sezione Disciplinare del Csm. Restando nell'ambito della scarna formulazione della censura cosi. come articolata in ricorso la Di Giovanni sostiene che la norma che disciplina la composizione della Sezione Disciplinare, prevedendo che di essa faccia parte, oltre al vicepresidente del Consiglio Superiore, un solo membro scelto tra quelli eletti dal Parlamento mentre gli altri componenti sono tutti membri togati,eletti dagli stessi magistrati, non offrirebbe le garanzie di imparzialità, terzietà e indipendenza che debbono presiedere ad un giusto processo e precluderebbe una adeguata tutela del diritto di difesa, con violazione del principio di eguaglianza nei confronti di tutti i pubblici dipendenti, come può desumersi dal mero richiamo alle norme della costituzione indicate come parametro di riferimento. Sostiene la ricorrente in buona sostanza, che il magistrato sottoposto a giudizio disciplinare si troverebbe in una posizione deteriore rispetto a quella che rivestono tutti i cittadini nei confronti dell'esercizio della giurisdizione, in quanto l'organo giudicante sarebbe un giudice privo di autonomia, di terzietà e di imparzialità poiché i suoi componenti sono chiamati a giudicare i propri elettori. La questione è manifestamente infondata poiché l'origine elettiva dei componenti del Csm, tra i quali vengono designati quelli chiamati a comporre la Sezione Disciplinare, non crea alcun rapporto di dipendenza con le parti in causa da un lato infatti, la composizione collegiale dell'organo giudicante esclude qualsiasi attentato all'imparzialità nei confronti del magistrato elettore sottoposto a giudizio disciplinare con riferimento alla sua eventuale appartenenza alle4diverse correnti in cui si divide l'Associazione Nazionale Magistrati dall'altro l'assoluta indipendenza del collegio rispetto al ministro della Giustizia ed al Procuratore Generale presso la Corte di cassazione, organi titolari dell'azione disciplinare, ne garantisce pienamente la autonomia, non potendo là posizione funzionale del magistrato giudicante temere alcun pregiudizio in dipendenza dell'atteggiamento da lui tenuto nell'esercizio del l'attività di componente della Sezione Disciplinare. Non è dato infine comprendere, per assoluto difetto di illustrazione, l'eccezione di incostituzionalità sollevata con riferimento alla asserita violazione del diritto di difesa, essendo consentita nel giudizio disciplinare l'assistenza di un avvocato a seguito della dichiarazione di incostituzionalità dell'articolo 34, comma 2, del R.D.Lgs 511/46, che ammetteva solo l'assistenza di altro magistrato Corte costituzionale, 497/00 . Passando all'esame dei motivi di ricorso, viene dedotta la violazione e l'erronea applicazione dell'articolo 18 del R.D.Lgs 511/46, in relazione all'articolo 360, nn. 3 e 5, Cpc e si sostiene che la decisione impugnata avrebbe affermato la mancanza deontologica dell'incolpata senza indicare le modalità, le circostanze e i fatti che avrebbero causato la compromissione del prestigio dell'ordine giudiziario e senza verificare se il comportamento addebitato fosse illegittimo e imputabile sotto il profilo soggettivo e ciò anche con riferimento alla determinazione della sanzione inflitta. La censura non merita accoglimento poiché la ricorrente, sotto il pretesto della denuncia di violazione di legge, mira a ottenere dal giudice di legittimità un'inammissibile riesame delle risultanze istruttorie, minutamente ripercorse nell'illu5trazione del mezzo di ricorso in questione, al fine di pervenire ad una decisione ad essa favorevole. Pretestuoso infatti appare il rilievo secondo cui non sarebbe stato individuato nella sua materialità l'illecito disciplinare con particolare riferimento al requisito della compromissione del prestigio dell'ordine giudiziario,in quanto la piena ammissione dell'incolpata in ordine alla provenienza delle dichiarazioni riferite dalla stampa e la motivata distinzione tra il diritto di libera manifestazione del pensiero, quando esso si esplichi in forma di critica contro le istituzioni, e la diffusione di insinuazioni contro un collega agevolmente identificabile - insindacabilmente accertata dalla Sezione Disciplinare - preclude qualsiasi possibilità di esclusione dell'elemento soggettivo della colpa sotto il profilo dell'esercizio putativo del diritto di critica. Né poi sussiste il vizio di omessa motivazione con riferimento alla lesione del prestigio dell'ordine giudiziario dovendo essa ritenersi implicita nell'affermazione che la ricorrente, con il suo comportamento, non solo aveva divulgato per mezzo della stampa insinuazioni pregiudizievoli nei confronti di un collega, ma ne aveva asseverato dinanzi al la pubblica opinione la fondatezza, in considerazione dell'importante ruolo da lei ricoperto nell'ambito degli uffici giudiziari napoletani, e ciò indipendentemente dalla maggiore o minore diffusione dell'organo di stampa che aveva pubblicato le sue dichiarazioni, poiché ciò valeva comunque a propaga re la conoscenza della notizia oltre l'ambito degli ambienti giudiziari direttamente interessati. Generica deve poi ritenersi la censura diretta a lamentare la mancata valutazione della articolata memoria difensiva depositata in sede di interrogatorio non essendo tenuta la Sezione Disciplinare ad esaminare singolarmente tutte le argomentazioni difensive svolte dalla parte quando ciò non incida -come nella specie - sulla correttezza e la congruità logica della motivazione addotta a sostegno della sua decisione. Né, infine, sussiste il vizio di motivazione contraddittoria con riferimento all'entità della sanzione irrogata - la quale è stata contenuta nei limiti dell'ammonimento i che è la censura di tipo più lieve e come tale non richiederebbe apposita motivazione in quanto appare del tutto corretto il rilievo secondo cui la gravità dell'illecito disciplinare è stata ritenuta attenuata per il fatto che le insinuazioni formulate a carico di un collega erano comprese in un più ampio contesto nel quale si esprimevano legittime seppur aspre critiche nei confronti dei rapporti fra Associazione Nazionale Magistrati e Csm che avrebbero determinato le sue dimissioni dall'Associazione a causa dei fatti emersi in occasione dello svolgimento del concorso per uditore giudiziario. In conclusione il ricorso non può trovare accoglimento e deve essere respinto. La mancata partecipazione al giudizio degli intimati preclude qualsiasi pronuncia sulle spese giudiziali. PQM La Corte, decidendo a sezioni unite, rigetta il ricorso.