Le scuole forensi. Se ne discute a Pisa

di Nicola Rocco

Le scuole forensi, la crisi dei luoghi di formazione e le esigenze del mercato , questo il tema a cui sarà dedicata la IV conferenza sulle scuole forensi promossa dall'Associazione Italiana dei giovani avvocati che si terrà a Pisa dal 29 al 1 luglio all'evento interverrà il ministro della Giustizia Clemente Mastella. Pubblichiamo di seguito l'intervento del vicepresidente dell'Aiga, l'avvocato Nicola Rocco. di Nicola Rocco* La Conferenza nazionale delle scuole forensi è giunta al suo quarto appuntamento, col delicato compito di rilanciare un confronto dialettico - culturale di alto profilo sul tema dell'accesso alla professione forense e, dunque, sui tanti rivoli problematici che si snodano attorno alla questione di fondo al centro del dibattito. L'iniziativa è intimamente legata alle precedenti conferenze di Ancona 1999 , Bari 2003 e Taormina 2004 , e ne costituisce il fisiologico sviluppo, per il raggiungimento dell'obiettivo prioritario di consegnare alle migliaia di giovani che intendono affacciarsi alla professione forense uno strumento formativo autorevole e, al contempo, efficace che riduca il notevole gap esistente tra insegnamenti universitari e mercato del lavoro. La necessità di integrare il percorso formativo tradizionale con la frequenza di una Scuola post lauream, la istituzionalizzazione delle scuole forensi, la omogeneizzazione dei criteri e dei protocolli formativi, la armonizzazione degli strumenti formativi universitari e ordinistico - forensi, l'aggiornamento professionale permanente della classe forense, sono tutti argomenti che hanno trovato adeguato spazio nel dibattito sollecitato dalle varie Conferenze non soltanto tra gli addetti ai lavori, ma anche nella la società civile. In occasioni come queste, occorre, tuttavia, prestare molta attenzione a non ripetersi, a non essere ridondanti e, in ispecie, a non cadere nella più miope delle autoreferenzialità, che, molto di frequente, ha fatto letteralmente perdere di vista alla classe forense strategie, priorità ed obiettivi. Proprio per evitare di cadere in un simile errore, l'Aiga, con il decisivo contributo degli Ordini Territoriali e gli enti istituzionali coorganizzatori, ha pensato di porre al centro dell'importante assise pisana un tema di grandissima attualità, quale, per l'appunto, è quello della Crisi dei luoghi di formazione ed esigenze del mercato , che, peraltro, tocca il vero nervo scoperto della politica formativa sinora attuata dal ceto forense ossia, l'aver trascurato di considerare le aspettative dei consumatori, delle imprese e, più in generale, di tutti coloro che, a vario titolo, fruiscono del servizio legale. E' indubitabile, infatti, che, per poter allestire un impianto formativo accettabile non soltanto da un punto di vista istituzionale - organizzativo, ma anche e soprattutto sotto il profilo contenutistico non possa in alcun modo prescindersi da quelle che sono le esigenze, le aspettative e, molto spesso, le speranze riposte dalla clientela nella prestazione resa dall'avvocato. Un ceto professionale che si candida et pour cause ad essere leader nella competizione dei saperi e che esercita un'attività pacificamente e giustamente ritenuta di rango costituzionale ha il diritto - dovere di elaborare un progetto formativo per i propri iscritti che sappia cogliere le mutevoli dinamiche della società civile e del mercato del lavoro e che, soprattutto, sappia stare al passo con i tempi. Per poter fronteggiare la sfida della globalizzazione, l'Avvocatura deve dotarsi di un modello formativo che non incida soltanto - sensibilmente attenuandolo - sul numero ipertrofico dei giovani che annualmente ingrossano gli Albi, quanto piuttosto sulla qualità del tessuto culturale di una categoria che vede gradualmente ed inesorabilmente diminuire quel prestigio, quell'autorevolezza e quel decoro sociale che univocamente le si attribuiva fino a qualche anno fa'. Il problema è anche nei numeri, ma non solo nei numeri! Per diversi anni, si è assegnato un rilievo sovradimensionato, anche se giustificato da un pericoloso vuoto normativo, al dualismo - da alcuni implementato strumentalmente ad arte - tra scuole forensi e scuole di specializzazione per le professioni legali cosiddette scuole Bassanini , stabilendo una competizione imperniata non sulla qualità dei rispettivi modelli formativi, bensì sulla spendibilità del titolo diploma conseguito all'esito dei relativi corsi didattici. L'Avvocatura ha reciso alla radice tale fastidiosa dicotomia, rivendicando la specificità dei criteri formativi dell'avvocato e facendosi responsabilmente carico di immaginare un'idea formativa svincolata da ogni e qualsiasi forma di sudditanza culturale dalla tradizione universitaria. È chiaro, tuttavia, che questo processo di progressiva emancipazione culturale della categoria transita per un passaggio obbligato, costituito dalla riforma della normativa ordinamentale, che, tra le altre importanti e decisive innovazioni, saprà e dovrà incidere significativamente anche e, si spera, soprattutto sui nuovi principi e sulle nuove regole che dovranno governare l'accesso alla professione forense. È parimenti fuori discussione che la formazione dell'avvocato ha inizio durante il corso di studi universitari e che, pertanto, al di là della composizione dei Consigli di Facoltà, è indispensabile intervenire sulla struttura delle metodologie didattiche e dei programmi di studio, per far sì che, al termine del corso di laurea, il giovane dottore in giurisprudenza consegua un titolo davvero professionalizzante e che, sul piano formativo, determini la definitiva transizione dal sapere al saper fare . Non è più tollerabile, infatti, che, nella stragrande - per non dire la totalità - dei casi, il laureato in giurisprudenza completi il corso di studi senza aver mai visto od esaminato un atto di citazione o una sentenza ovvero senza aver mai assistito ad un procedimento giurisdizionale. La istituzionalizzazione delle scuole forensi postula un investimento notevole e multiforme da parte dell'Avvocatura, investimento che avrà ricadute non soltanto economico - finanziarie, ma anche organizzative, sotto il profilo della migliore e più razionale utilizzazione delle risorse ed energie intellettuali endo professionali. Non si discute il ruolo di coordinamento apicale del Cnf e del Centro per la formazione e l'aggiornamento professionale degli avvocati è altrettanto indubbio, tuttavia, che questo radicale e storico investimento debba poter contare sul contributo sicuramente non marginale che le associazioni maggiormente rappresentative possono e devono assicurare alla massima istituzione forense, senza stabilire gerarchie asimmetriche e/o rendite di posizione. Questi sono alcuni degli argomenti che saranno trattati nel corso della quarta Conferenza delle scuole forensi, nel cui ambito è stato per la prima volta previsto un apposito spazio per i rappresentanti del mondo delle imprese, allo scopo di comprendere quali in effetti sono le aspettative riposte dagli imprenditori nell'Avvocatura e, soprattutto, su quali basi possa avere inizio un dialogo paritetico che possa giovare alla formazione del giovane avvocato. L'Aiga è perfettamente consapevole che le spinte europeiste e le esigenze del mercato globalizzato non consentono all'Avvocatura Italiana di restare imbrigliata in logiche problematiche datate e continuare per tale via a ritardare sine die un intervento riformatore di spessore. Mentre, infatti, l'Avvocatura italiana seguita ad interrogarsi sui problemi sopra accennati, qualcuno giustamente convoglia l'attenzione su di un altro aspetto di sicuro interesse intellettuale vi è ancora spazio per pensare ad un'idea formativa squisitamente nazionale, senza tener conto delle interferenze culturali che inevitabilmente vengono generate dal processo d'integrazione comunitaria? In altri termini, non è forse arrivato il tempo per pensare alla formazione dell'Avvocato europeo, piuttosto che contenere l'orizzonte prospettico - culturale della formazione forense nell'ambito del ristretto perimetro nazionale? *Vicepresidente nazionale dell'Aiga