Le eccezioni del giudice del rinvio e le testimonianze indirette della Pg: due questioni di costituzionalità

di Giuseppe Santalucia

È rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 627, comma 3, Cpp per contrasto con gli articoli 3, 24 e 111 Costituzione, nella parte in cui non consente al giudice di rinvio di rilevare e sollevare eventuale eccezione di incostituzionalità con riferimento al principio di diritto enunciato dalla Corte di cassazione con la sentenza di annullamento, nel caso in cui il giudice di legittimità in un momento successivo abbia ad adottare una diversa interpretazione delle norme ritenendo l'incompatibilità costituzionale della precedente interpretazione. È rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 195, comma 4, Cpp per contrasto con gli articoli 3, 24 e 111 Costituzione, nella parte in cui consente agli appartenenti alla polizia giudiziaria di riferire circa notizie apprese da persone informate sui fatti, le chi dichiarazioni non siano state verbalizzate, mentre non consente tale testimonianza nel caso in cui la verbalizzazione sia avvenuta. Sono questi i principi di diritto contenuti nella sentenza 19103/06 della Cassazione penale qui pubblicata tra i documenti correlati. di Giuseppe Santalucia* La Corte prospetta due questioni di costituzionalità, l'una diretta a colpire le norme che impongono al giudice di rinvio di soggiacere fedelmente al principio di diritto ed all'interpretazione da esso offerta della norma da applicare per la definizione del giudizio di merito, l'altra volta a censurare la lettura interpretativa che la sentenza di annullamento ha cristallizzato nel principio di diritto in ordine al regime della testimonianza indiretta degli appartenenti alla polizia giudiziaria. IL FATTO Dopo un annullamento con rinvio della sentenza di assoluzione, la Corte di assise di appello ha confermato la condanna pronunciata in primo grado per il delitto di tentata estorsione aggravata utilizzando probatoriamente le dichiarazioni di due funzionari di polizia giudiziaria che avevano riferito di aver appreso, fuori verbale , dalla persona offesa dell'episodio di tentata estorsione da essa subito. Sentita nel corso del dibattimento in confronto con i funzionari di polizia la persona offesa aveva negato la detta circostanza. Il giudice di rinvio si è uniformato, nel pronunciare la condanna, al principio di diritto fissato dalla Corte di cassazione, sezione prima, che aveva affermato, vigente già la norma di cui all'articolo 195 come novellata dalla legge 63/2001, che la sanzione dell'inutilizzabilità non era prevista per le deposizioni de relato e che, fatti salvi i divieti di cui all'articolo 350, comma 6 e 7, Cpp relativi al divieto di ogni documentazione e utilizzazione delle notizie e delle indicazioni assunte senza l'assistenza del difensore sul luogo o nell'immediatezza del fatto ed al divieto di utilizzazione in dibattimento, fatta eccezione di quanto previsto dall'articolo 503, comma 3, lettera b Cpp, delle dichiarazioni spontanee fatte dalla persona sottoposta ad indagine alla polizia giudiziaria , le dichiarazioni non verbalizzate resa dalla persona offesa potevano essere oggetto di testimonianza indiretta ad opera della polizia giudiziaria. La vincolatività del principio di diritto ha impedito al giudice di rinvio di tener conto della sentenza delle Su, 36747/03, ric. Torcasio, emessa dopo l'annullamento con rinvio, che ha stabilito che il divieto di testimonianza indiretta degli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria di cui all'articolo 195, comma 4, Cpp si riferisce tanto alle dichiarazioni ritualmente assunte e documentate quanto ai casi in cui la polizia giudiziaria non abbia provveduto alla redazione del relativo verbale, così eludendo le modalità di acquisizione prescritte dagli articoli 351 e 357, secondo comma, lettera a e b , Cpp richiamati dall'articolo 195, comma 4, Cpp. Il ricorrente ha di contro evidenziato che il giudice di rinvio, invece di conformarsi al principio di diritto, avrebbe dovuto sollevare la questione di costituzionalità dell'articolo 195, comma 4, Cpp nella lettura data ad esso dalla sentenza di annullamento. IL DECISUM La Corte di cassazione, quale giudice di impugnazione sulla pronuncia del giudice di rinvio, si trova a valutare l'incidenza sull'obbligo per quest'ultimo di uniformarsi alla sentenza della Corte di cassazione per ciò che concerne ogni questione di diritto con essa decisa - articolo 627, terzo comma, Cpp - del mutamento di giurisprudenza dovuto ad un intervento delle Su, che nel rifiutare la pregressa interpretazione, a cui si informa il principio di diritto, individua la soluzione costituzionalmente orientata che dà corpo al c.d. diritto vivente . Con questa formula i giudici di legittimità intendono sottolineare il fatto che non si è di fronte ad un pur rilevante mutamento negli orientamenti giurisprudenziali, quanto all'affermazione, ad opera dell'organo a cui nel grado più elevato è demandata la funzione nomofilattica, dell'unica possibile interpretazione del dato normativo, in grado di evitare il contrasto con i principi costituzionali. Le decisioni delle Su della Corte di cassazione sono quelle in cui si sostanzia il cd. diritto vivente, perché esse esprimono la maggiore autorevolezza che in un sistema che non conosce la regola dello stare decisis le sentenze possono vedersi riconosciute. Deve sul punto ricordarsi che la Corte costituzionale, sentenza 408/05, ha escluso in linea generale che una decisione della Corte di cassazione nella sua più autorevole composizione possa costituire diritto vivente . Ciò ha fatto per negare che la questione di costituzionalità dell'articolo 297 Cpp, per la parte in cui non prevede va la retroattività dei termini di custodia cautelare anche in relazione all'emissione di titoli custodiali per fatti diversi non legati da connessione qualificata, non fosse più rilevante in forza della decisione delle Su, 21957/05, ric. Pm in proc. Rahulia ed altri, che aveva appunto affermato, tra l'altro, che il cd. divieto di contestazioni a catena doveva ritenersi operante anche nel caso di emissione nei confronti di un imputato di più ordinanze che dispongono la medesima misura cautelare per fatti diversi tra i quali non sussiste la connessione prevista dall'articolo 297, comma 3, Cpp se al momento dell'emissione della prima ordinanza erano desumibili dagli atti gli elementi che hanno giustificato le ordinanze successive. L'eccezione di non rilevanza della questione, sollevata dall'Avvocatura generale dello Stato, è stata dunque rigettata non tanto e non solo perché nei giudizi a quibus i giudici remittenti erano vincolati all'opposta interpretazione dell'articolo 297, comma 3, Cpp recepita nel principio di diritto, ma appunto perché neanche le pronunce delle Su sono in grado di dar vita al diritto vivente , all'unica interpretazione che dà alla norma scritta dal legislatore il suo significato realmente precettivo. Al di là del contrasto tra le due Corti circa il grado di autorevolezza ed effettività delle decisioni delle Su, la vicenda appena ricordata dà implicitamente ragione alle determinazioni assunte dalla Corte di cassazione con la sentenza Labate ora in esame anche a giudizio della Corte costituzionale il sistema normativo vigente non consente al giudice di rinvio di liberarsi dal vincolo stringente del principio di diritto, pur quando esso si fondi su una lettura del dato normativo difforme dal principio costituzionale, e già smentita da un sopravvenuto pronunciamento delle Su della Corte di cassazione. Non così accade nel caso in cui, dopo la pronuncia di annullamento con rinvio, sopravvenga una diversa disposizione normativa di cui all'evidenza non si è potuto tenere conto nella formulazione del principio di diritto. Nessun dubbio che il principio di diritto perda il suo carattere vincolante per il cambiamento del quadro normativo nel quale esso era stato strutturato. In tal senso La Corte di cassazione si è più volte pronunciata, con sezione quinta, 11990/01, ric. Agosta ed altri, e sezione seconda, 1635/03, ric. Stati, che escludono la soggezione del giudice di rinvio al principio di diritto nell'ipotesi in cui la norma, dalla quale il principio è stato tratto, sia stata nelle more del giudizio abrogata espressamente o anche implicitamente, per effetto di una nova legge che abbia diversamente disciplinato la materia con sezione sesta, 26119/03, ric. Cottone ed altri, per la quale l'obbligo di uniformarsi al principio di diritto attiene solo all'interpretazione delle norme che hanno formato oggetto della decisione del giudice di legittimità e non anche di quelle entrate in vigore successivamente, rispetto alle quali occorre verificare l'applicabilità nel giudizio di rinvio. Le difficoltà che invece connotano la ricerca di un'appagante soluzione per il caso del sopravvenuto mutamento di orientamento interpretativo sono anche effetto della giurisprudenza consolidata. La stessa sentenza Labate ricorda che Su, 4460/94, ric. Cellerini ed altri, ebbe a confermare l'orientamento costante secondo cui l'obbligo del giudice di rinvio di uniformarsi alla sentenza di cassazione per ciò che concerne ogni questione di diritto con essa decisa è assoluto ed inderogabile, anche se sia intervenuto mutamento di giurisprudenza ad opera delle stesse Su della Corte di cassazione. Ciò fece dopo aver ribadito la tesi della formazione progressiva del giudicato in caso di annullamento parziale con riferimento alle parti non annullate della sentenza concernenti l'esistenza del reato e la responsabilità dell'imputato e non in rapporto di connessione essenziale con quelle annullate. Escluse quindi l'operatività delle cause di estinzione del reato venute in essere dopo l'annullamento parziale, non potendo l'articolo 129 Cpp, che pur ne prevede l'efficacia in ogni stato e grado del procedimento, superare la barriera del giudicato , essendosi orami concluso in maniera definitiva l'iter processuale per quelle parti della sentenza che tale autorità hanno acquistato. Ma devono essere menzionate anche sezione prima, 5690/95, ric. Pg in proc. Libri, per la quale il vincolo del principio di diritto non viene meno neanche in conseguenza di mutamenti giurisprudenziali avvenuti al più alto livello di giurisdizione, quello appunto delle Su sezione terza, 4611/95, ric. Capogrossi, che al medesimo fine giudica irrilevante che le Su abbiano nel frattempo indicato un orientamento del tutto opposto sezione terza, 12947/98, ric. Schiavone, che sulla stessa linea ha precisato che la statuizione giurisdizionale più elevata, come quella delle Su, assolve per legge ad una specifica funzione nomofilattica ma non assurge mai al livello di vincolo giuridico vero e proprio, e soprattutto non può modificare la regiudicata che si è già perfezionata sul punto di diritto deciso nella sentenza di annullamento della Cassazione infatti il principio di diritto , in quanto immodificabile da parte del giudice e sottratto a ulteriori mezzi di impugnazione, acquista autorità di giudicato interno per il caso di specie . Di certo la questione di costituzionalità dell'articolo 195, comma 4, nell'interpretazione superata dalla sentenza Torcasio delle Su, è rilevante. Le dichiarazioni de relato su informazioni raccolte fuori verbale hanno costituito il dato probatorio decisivo per la pronuncia di condanna, sicché l'eventuale dichiarazione di incostituzionalità opererebbe automaticamente la selezione del materiale probatorio indirizzando in senso diverso la nuova decisione del giudice. Le argomentazioni utilizzate dalla sentenza Torcasio delle Su inducono poi ad una prognosi di fondatezza della questione di costituzionalità dell'articolo 195, comma 4, Cpp, dal momento che l'interpretazione contenuta nel principio di diritto espresso in precedenza dalla Corte di cassazione cozza con il significato autentico del principio costituzionale del contraddittorio. Quest'ultimo, come ha già evidenziato proprio la Corte costituzionale, sentenza 32/2002, vieta di accordare valore probatorio al materiale informativo raccolto unilateralmente nel corso delle indagini preliminari, in assenza della dialettica tra le parti. Del tutto condivisibile è il ragionamento svolto dalla menzionata decisione delle Su, secondo cui il riferimento alle modalità di cui agli articoli 351 e 357 di cui all'articolo 195, quarto comma, Cpp non può essere letto nel senso di rendere legittima la testimonianza de relato della polizia giudiziaria in caso di mancata verbalizzazione dell'atto di acquisizione delle informazioni ricevute. L'interpretazione rifiutata è elusiva del divieto normativo il cui scopo è quello di evitare l'introduzione nel dibattimento, a fini probatori, di dichiarazioni acquisite in un contesto procedimentale non correttamente formalizzato, di salvaguardare il principio di formazione della prova nel contraddittorio del dibattimento e di sanzionare, quindi, l'obbligo di documentazione dell'attività investigativa tipica della p.g., osservando le particolari modalità prescritte dal codice di rito . Aggiunge la sentenza Labate che nell'interpretazione precedente alla sentenza Torcasio si riscontra la violazione anche del principio di uguaglianza, per la disparità di trattamento che determina tra l'indagato/imputato nei cui confronti siano state rese dichiarazioni diligentemente verbalizzate dalla polizia giudiziaria e l'indagato/imputato che invece sia raggiunto da dichiarazioni che la polizia giudiziaria ha omesso di verbalizzare, e che dunque potrebbero essere utilizzate probatoriamente contro di lui attraverso la deposizione de relato della polizia giudiziaria inadempiente alla verbalizzazione. L'intensità del vincolo derivante per il giudice di rinvio dal principio di diritto dà luogo ad una situazione irragionevole se si ritiene che il principio di diritto sia del tutto impermeabile al mutamento di giurisprudenza consistente nell'individuazione ad opera delle Su dell'unica interpretazione costituzionalmente compatibile. E l'irragionevolezza è tale anche perché la forza cogente del vincolo del principio di diritto si estende dal giudice di rinvio allo stesso giudice di legittimità come giudice dell'impugnazione, che resta di riflesso vincolato all'interpretazione non condivisa che è contenuta nel principio di diritto, come si rileva dall'articolo 628, secondo comma, Cpp, che consente l'impugnazione della sentenza del giudice di rinvio soltanto per motivi non riguardanti i punti già decisi dalla Corte di cassazione ovvero per inosservanza della disposizione dell'articolo 627 comma 2 . Si è di fronte, a giudizio della Corte di cassazione, ad un cortocircuito interpretativo , al quale può porre riparo soltanto la Corte costituzionale. La sentenza Labate ora in esame sembra muoversi lungo la falsariga tracciata da sezione quinta, 26649/04, ric. Tringali, secondo cui la questione di legittimità costituzionale relativa alla norma che il giudice di rinvio è tenuto ad applicare sulla base del principio di diritto è irrilevante, in quanto l'eventuale annullamento della norma denunciata non sarebbe in grado di produrre effetti nel giudizio a quo, non potendosi mettere in discussione un punto della sentenza in ordine al quale si è formato il giudicato. Per questa ragione si trova costretta a sollevare due questioni di costituzionalità, l'una direttamente afferente alla norma che il giudice di rinvio deve applicare, l'altra attinente alle norme che, nell'interpretazione accolta, impediscono al giudice di rinvio, ma a questo punto non al giudice dell'impugnazione sulla pronuncia del giudice di rinvio, di sollevare la questione di legittimità in relazione al principio di diritto impostogli. La possibilità di censurare la costituzionalità della norma la cui applicazione sia imposta dalla forza cogente del principio di diritto è stata più volte riconosciuta dalla Corte costituzionale. Con la sentenza 30/1990, ripresa dalla sentenza 130/93, la Corte precisò che il profilo attinente alla interpretazione della norma alla quale il principio di diritto vincola il giudice di rinvio resta distinto dal profilo che attiene alla legittimità costituzionale della norma stessa, perché la preclusione di questioni di legittimità costituzionali della norma comporterebbe la violazione dei precetti riguardanti la materia, dato che essi non contengono al riguardo alcuna specifica limitazione. Ed ancora con la sentenza 314/96 la Corte costituzionale ribadì che il giudice del rinvio può sollevare questioni di legittimità costituzionale relative all'interpretazione della norma quale risulta dal principio di diritto, perché essendo vincolata al principio di diritto non ha altra possibilità per contestare la regula iuris indicata dalla Corte di cassazione che quella di sollevare questione di legittimità costituzionale della norma che sarebbe tenuto ad applicare, proprio perché così interpretata. La Corte ha invece rigettato le questioni di legittimità costituzionale dell'articolo 627, comma 3, Cpp con l'ordinanza 501/00, ha infatti dichiarato la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli articoli 627, commi 3 e 4, e 628, comma 2, Cpp, rilevando che le norme denunciate sono espressione di un'esigenza logica prima ancora che giuridica, quella cioè che il sistema delle impugnazioni ordinarie abbia in fine una pronuncia terminale, che nel sistema positivo si individua nella pronuncia della Corte di cassazione per il ruolo di supremo giudice di legittimità ad essa affidato dalla stessa Costituzione , per dare certezza alle situazioni giuridiche controverse. E con l'ordinanza 11 del 1999 aveva già sancito la manifesta infondatezza, rilevando che il diritto di difesa non può estendersi sino a ricomprendere l'interpretazione più favorevole per la parte interessata, interpretazione che è destinata a soccombere di fronte all'esigenza, pur essa costituzionalmente presidiata, che il giudice di merito sia assoggettato alle valutazioni che la legge dà dei rapporti, degli atti e dei fatti ed al rispetto degli effetti che ne desume. Tanto si verifica appunto con la previsione della vincolatività del principio di diritto con cui il legislatore persegue l'esigenza logica prima che giuridica che le linee del procedimento siano tracciate in modo che esso abbia a progredire verso la soluzione finale attraverso al concatenazione di atti aventi valore definitivo, così da impedire la perpetuazione dei giudizi . A questo disegno risponde il modello della scissione tra giudizio rescindente e giudizio rescissorio, in cui il secondo è fondato sul risultati del primo, fermo restando il potere del giudice del rinvio di sindacare in sede di legittimità costituzionale il principio di diritto enunciato all'esito del giudizio rescindente . Il vincolo derivante dal principio di diritto imposto al giudice di rinvio, in questa prospettiva, rappresenta la conseguenza necessaria del modello della separazione del giudizio rescindente da quello rescissorio, che implica che il secondo debba essere fondato sui risultati del primo. Ferma restando, però, la facoltà del giudice del rinvio di mettere in discussione, sotto il profilo della legittimità costituzionale, non già le norme che limitano i contenuti del giudizio rescissorio, ma - eventualmente - quelle che sarebbe tenuto ad applicare nella lettura datane dal giudice di legittimità . Magistrato 5

Cassazione - Sezione quinta penale up - sentenza 3-30 maggio 2006, n. 19103 Presidente Calabrese - Relatore Fumo Pg De Sandro - Ricorrente Labate Fatto e svolgimento del processo Labate Santo fu condannato alla pena di anni 12 di reclusione e lire 3.500.000 di multa oltre pene accessorie e misura di sicurezza dalla Corte di assise di Reggio Calabria con sentenza 16 giugno 1997 perché riconosciuto colpevole dei reati di cui all'articolo 416bis Cp, 9 legge 575/65, 56-629 in relazione all'articolo 628 comma 3 n. 3 e 7 legge 152/91. La Corte di assise di appello, con sentenza 9 febbraio 2001, in parziale riforma, lo assolse dal reato di tentato estorsione aggravata perché il fatto non sussiste, rideterminando in melius il trattamento sanzionatorio. La prima sezione della Corte di cassazione, con sentenza 14 febbraio 2002, ha annullato con rinvio la pronunzia di secondo grado limitatamente alla assoluzione per tentata estorsione aggravato. La Corte di assise di appello di Reggio Calabria, giudice di rinvio, con sentenza 2 marzo 2005, ha confermato la affermazione di responsabilità pronunziata dal giudice di primo grado con riferimento al delitto di tentata estorsione aggravata e, stante la declaratoria di estinzione del reato contravvenzionale, ha rideterminato la pena, ritenuto la continuazione, in anni 11 e mesi 9 di reclusione, convertendo in euro 1.807,59 la pena pecuniaria originariamente stabilita in lire, confermando anche le statuizioni accessorie interdizione perpetua dai pubblici uffici, stato di interdizione legale durante espiazione pena, libertà vigilata, a pena espiata, per la durata di anni 3. Per quanto specificamente riguarda il tentativo di estorsione, Labate è chiamato a rispondere di aver commesso atti idonei diretti inequivocamente a costringere, al fine di procurarsi profitto ingiusto e con minaccia indiretto, il suo omonimo Labate Lorenzo a pagare una tangente di lire 100 milioni in relazione ad opere di sistemazione urbanistica assegnate dal Comune di Reggio Calabria al consorzio Con.Re.Ca. La prova della penale responsabilità, in ordine a tale delitto, fu raggiunta dal giudice di primo grado sulla base delle dichiarazioni di due funzionari di polizia giudiziaria Calabrese e Blasco , i quali riferirono che Labate Lorenzo, da loro ascoltato nell'ambito di indagini condotte, aveva fuori verbale riferito l'episodio poi sintetizzato nel capo di imputazione. Nel corso del dibattimento in primo grado era stato disposto confronto tra la persona offesa che, ascoltato, aveva negato la circostanza e il Blasco, erano stati assunti testi l'ex sindaco di Reggio, Licandro Agatino, il consigliere comunale Quattrone Giuliano , le cui dichiarazioni erano state ritenute riscontro alle affermazioni rese dai due appartenenti alla Polizia di stato. La natura informale del colloquio tra Labate Lorenzo, da un lato, Blasco e Calabrese, dall'altro, fu tuttavia ritenuta dal primo giudice di appello ragione di inutilizzabilità delle dichiarazioni dei due funzionari di polizia conseguentemente, come anticipato, l'imputato fu assolto dal delitto di tentato estorsione aggravato. Con la sentenza di annullamento, la prima sezione della Corte di cassazione ha ritenuto non corretta tale valutazione, asserendo che la sanzione processuale in questione non è prevista nell'ordinamento, con la conseguenza che -salvi ovviamente i divieti ex articoli 350 commi 6 e 7 Cpp - le dichiarazioni non verbalizzate, rese dalla persona offesa potevano essere oggetto di testimonianza indiretta da parte di ufficiali di polizia giudiziario. Pertanto, rilevato che il giudice di secondo grado, in conseguenza della ritenuto e dichiarata inutilizzabilità, aveva omesso di valutare le deposizioni di Blasco e Calabrese in una con gli altri elementi emersi , ha annullato, come premesso, la sentenza di appello con rinvio ad altra sezione della Corte di assise di appello di Reggio Calabria. Il giudice di rinvio, pur prendendo atto a della riforma dell'articolo 111 della Costituzione ad opera della legge costituzionale 2/1999 e della normativa transitoria ex lege 35/2000, b delle modifiche apportate al sistema processuale penale dalla legge 63/2001, c di quanto stabilito dalle Su della Corte di cassazione con sentenza 36747/03, ric. Torcasio, ha ritenuto di essere vincolato, ci sensi del comma 3 dell'articolo 627 Cpp, dalla pronunzia della Corte di legittimità, intervenuta prima della sentenza Torcasio, ma dopo la introduzione delle modifiche apportate dalla ricordato legge 63/2001. Essa ha insomma ritenuto che la Suprema corte avesse statuito tenendo conto dello jus superveniens ed avesse assunto la suo decisione sulla base di un orientamento giurisprudenziale antecedente alla detta pronunzia delle Su, orientamento che, in tema di inutilizzabilità della testimonianza indiretta della polizia giudiziario, faceva differenza tra la ipotesi in cui le dichiarazioni del teste erano state verbalizzate come la legge impone e quella in cui tele verbalizzazione non era avvenuta. Valutando dunque le testimonianze de relato dei due funzionari di polizia, unitamente cigli altri elementi emersi nel corso del dibattimento, il giudice di rinvio è giunto alla affermazione di responsabilità di Labate Santo, anche in ordine al delitto di estorsione aggravata. Ricorso Ricorre per cassazione il difensore dell'imputato, eccependo innanzitutto la incostituzionalità dell'articolo 195 comma 4 Cpp, cosi come modificato dalla legge 63/2001, nella parte in cui non prevede che non siano utilizzabili le dichiarazioni acquisite da parte della polizia giudiziario da persone informate sui fatti, anche senza le modalità di cui agli articoli 351 e 357 comma 2 lettera a e b Cpp. Il ricorrente critica in sostanza la interpretazione della norma data dal giudice di rinvio e la conseguente ritenuto utilizzabilità delle dichiarazioni de relato dei verbalizzanti, in ossequio al dictum della sentenza di annullamento sostiene, conseguentemente, che la Corte di assise di appello avrebbe dovuto sollevare questione di legittimità costituzionale della norma per violazione degli articoli 3, 111 e 24 della Carta fondamentale. Il giudice di rinvio infatti ha reso la sua sentenza, come premesso, dopo il deposito della sentenza Su Torcasio, che, come è noto, ha stabilito che il divieto di testimonianza indiretta degli ufficiali di polizia giudiziario si riferisce tanto alle dichiarazioni che siano state ritualmente assunte e documentate, quanto ai casi nei quali gli operanti non abbiano provveduto alla redazione del relativo verbale, eludendo le modalità di acquisizione previste del codice di rito. Questa, per le Su, è l'unica interpretazione costituzionalmente compatibile. Anche alla luce di tale pronunzia di legittimità, il giudice di rinvio avrebbe dovuto rendersi conto, secondo il ricorrente, della irragionevole disparità di trattamento tra la posizione dell'imputato oggetto di dichiarazioni testimoniali verbalizzate dalla polizia giudiziario e quella dell'imputato nei cui confronti un terzo abbia reso dichiarazioni ai funzionari della polizia, senza che gli stessi, venendo meno a unloro preciso dovere, abbiano provveduto alla verbalizzazione. Il giudice di rinvio, viceversa, ha ritenuto doversi conformare al principio di diritto enunziato nella sentenza di annullamento, ma non ha tenuto conto della incostituzionalità della interpretazione seguito dalla prima sezione della Corte di cassazione resa manifesta dalla sentenza delle Su medio tempore intervenuto . Proprio per tale ragione, invece, avrebbe dovuto rimettere la questione al giudice delle leggi. Il ricorrente deduce inoltre 1 carenze motivazionali in relazione all'articolo 192 comma 2 Cpp e agli articoli 56, 629, 628 comma 2 Cp e 7 legge 152/91, atteso che la mera convergenza del molteplice non basta a integrare sempre e comunque la prova che altrimenti si ridurrebbe al concetto di prova legale , dovendo comunque il giudice procedere a valutazione della chiamata in correità, laddove i giudici di rinvio hanno ritenuto di fondare il loro convincimento basandosi quasi esclusivamente sulle dichiarazioni dei funzionari di polizia Blasco e Calabrese, che avevano riferito de relato come si è detto su quanto avrebbero appreso dalla persona offesa, 2 mancanza di qualsiasi motivazione in ordine alla violenza o minaccia che avrebbe subito la persone offesa, 3 carenze motivazionali in relazione alla sussistenza della aggravante ex articolo 7 legge 192/91, atteso che la sentenza si limita a riportare la formula di legge, ma non chiarisce donde abbia dedotto l'uso di modalità mafiose o la destinazione dell'eventuale introito a vantaggio di clan mafioso. È poi da rilevare che il tempus commissi delicti è da retrodatare rispetto a quanto compare nel capo di imputazione inizio esecuzione lavori di urbanizzazione e dunque ad epoca anteriore alla entrata in vigore della legge 152/91, 4 carenze motivazionali in ordine alla applicazione degli articoli 62bis e 133 Cp e al conseguente trattamento sanzionatorio. Diritto e motivi della decisione La questione di costituzionalità sollevato dai ricorrente è rilevante. E invero il convincimento del giudice di rinvio e conseguentemente la condanno dell'imputato è fondato proprio sull'utilizzo delle dichiarazioni dei funzionari di polizia Blasco e Calobrese, che riferirono quanto affermarono aver appreso dalla persona offesa. Tanto ciò è vero, che il primo giudice di appello, ritenendo di non dover utilizzare dette testimonianze, assolse il Labate si badi bene proprio e solo dalla imputazione di tentata estorsione aggravato per insussistenza del fatto scil. per mancanza di prova sulla suo sussistenza . In altre parole la utilizzazione delle testimonianze de relato dei due ufficiali di polizia giudiziaria è il perno sul quale ruota l'intero apparato argomentativo esibito dal giudice di rinvio. La eventuale dichiarazione di non conformità a Costituzione della interpretazione dell'articolo 195 comma IV cpp operata dalla sentenza di annullamento stante, come si vedrà, la impossibilità per il giudice di rinvio di fornire, nel caso in esame, diversa interpretazione si riverbererebbe inevitabilmente sulla selezione del materiale probatorio utilizzabile, orientando in maniera diversa la decisione giudiziale. La questione inoltre non è manifestamente infondata e, conseguentemente, merito di essere sottoposta al vaglio della Corte costituzionale, per le ragioni che di seguito si espongono. È noto l'orientamento di questa Corte di legittimità in tema di giudizio di rinvio e jus superveniens. È stato infatti chiarito che il giudice di rinvio non è tenuto ad uniformarsi al principio di diritto affermato nella sentenza di annullamento nell'ipotesi in cui la norma, della quale quel principio è stato tratto, sia stato, nelle more del giudizio, abrogato -espressamente o anche implicitamenteper effetto di una nuova legge che abbia disciplinato diversamente la materia cosi Cassazione Sezione secondo sentenza 1635/04, ric. Stati, rv 227797, conf. Sezione quinta, sentenza n. 11990/02, ric. Agosto, rv 221722 . Nel caso in esame, tuttavia, come premesso, la sentenza di annullamento emesso da questa Corte 14.2.2002 , non precede, ma segue il novum legislativo la riformulazione del comma 4 dell'articolo 195 Cpp , del quale deve dunque necessariamente aver tenuto conto nel fornire la interpretazione imposta al giudice di rinvio, cui è stato richiesto di far differenza tre dichiarazioni rese a funzionari di polizia e da costoro verbalizzate e dichiarazioni rese agli stessi soggetti, ma non verbalizzate. Queste ultime, secondo parte della giurisprudenza all'epoca vigente cfr. Cassazione Sezione seconda, sentenza 855/00, ric. Lanzillotta, rv 216514, conf. Sezione prima, sentenza 4582/99, ric. Santoro, rv 214017, conf. Sezione quinta, sentenza 6251/99, ric. Tinnirello, rv 213073 , ben potevano essere oggetto di testimonianza indiretto da parte degli appartenenti alla polizia giudiziaria. Sennonché, come sopra ricordato, prima ancora che il giudice di rinvio assumesse la suo decisione, emettendo sentenza di condanno e carico di Labate 2.3.2005 , le Su di questa Corte, con sentenza depositato il 24 settembre 2003 n. 36747, ric. Torcasio , risolvendo un contrasto giurisprudenziale, affermavano che il divieto di testimonianza indiretta da parte di soggetti appartenenti alla polizia giudiziario ha carattere assoluto e riguarda, come correttamente osserva il ricorrente, tanto le dichiarazioni verbalizzate, quanto quelle non verbalizzate, essendo questa l'unica interpretazione conforme a Costituzione, anche a seguito delle intervenute, recenti modifiche apportate alla Carte fondamentale in tema di giurisdizione legge costituzionale 2/1999 . Non si è dunque al cospetto di un semplice mutamento di giurisprudenza rectius alla composizione ad opera delle Su di un contrasto giurisprudenziale , ma ci uno interpretazione costituzionalmente orientato operato oltretutto dopo un significativo mutamento dell'impianto costituzionale , tese a individuare e affermare il c.d. diritto vivente . Di talché il principio, a suo tempo, affermato da Su sentenza 4460/94, ric. Cellerini, rv 196893, in base al quale l'obbligo del giudice di rinvio di uniformarsi alla sentenza della Corte di cassazione, per ciò che concerne ogni questione di diritto con esso decisa, è assoluto ed inderogabile, anche se sia intervenuto un mutamento di giurisprudenza dopo la detto sentenza, non sembra possa trovare applicazione nel caso di specie. E tuttavia un temperamento di tale asserzione sembra inevitabile. Invero è certamente esatto affermare che anche la statuizione giurisdizionale più elevato, come quella delle Su, pur assolvendo a una specifica funzione nomofilattica, non per questo, assurge ci vincolo giuridico vero e proprio, anche perché non può modificare la regiudicata essa infatti è tale perché si è già perfezionata sul punto di diritto deciso nella sentenza di annullamento della Corte di cassazione, atteso che il principio affermato, appunto, dalla sentenza di annullamento, in quanto immodificabile da parte del giudice e sottratto a ulteriori mezzi di impugnazione, acquista autorità di giudicato interno per il caso di specie in tal senso, invero, la Corte costituzionale -cfr sentenza 50/70, 21/1982, 247/95, 294/95, 224/96- si è più volta pronunziata, affermando con forzo la presenza nell'ordinamento di un principio di definitività delle sentenze di cassazione, funzionale ad evitare il regressus in infinitum dei giudizi vedesi anche Cassazione Sezione terza, sentenza 12947/98, ric. Schiavone, rv 212423 . E tuttavia, quando la funzione di nomofilachia esercitata dalle Su fa perno su quella che viene ritenuta ed enunziata come l'unica interpretazione costituzionalmente compatibile, sembra incongruo, irragionevole e iniquo che il giudice di rinvio debba ritenersi vincolato a un'interpretazione contra Constitutionem fornita dal giudice di legittimità e smentita da successiva sentenza delle Su. Sicché un primo aspetto della questione da sottoporre al giudice delle leggi è quello della conformità degli articoli 627 comma 3 e 628 comma 2 Cpp agli articoli 3, 24 e 111 Costituzione, anche alla luce di quanto a suo tempo enunziato dallo stesso Giudice con ordinanza 501/00, con la quale, nel respingere, per manifesta infondatezza, la questione all'epoca sollevata si dubitava allora della costituzionalità del divieto in generale per il giudice di rinvio di non uniformarsi al dictum della sentenza di annullamento della Corte di cassazione , si faceva salva la facoltà del giudice di rinvio di mettere in discussione, sotto il profilo della legittimità costituzionale, non già le norme che limitano i contenuti del giudizio rescissorio, ma -eventualmentequelle che sarebbe tenuto ad applicare nella lettura datane dai giudice di legittimità. Né potrebbe, a sua volta, questa Corte di cassazione, investito della impugnazione proposta avverso la sentenza di rinvio dall'imputato soccombente proprio in virtù di quella lettura non costituzionalmente corretto, applicare esso il diritto vivente , individuato dalla sentenza delle Su successiva, come si è detto, a quella di annullamento da parte del Giudice di legittimità , in quanto, se si ritiene che il giudice di rinvio sia vincolato ci sensi del disposto del comma 3 dell'articolo 627 Cpp, non si vede come non debba ritenersi vincolato di riflesso e a maggior ragione la Corte di cassazione, giudice di una impugnazione proposta entro i ristretti limiti consentiti dal comma 2 dell'articolo 628 dello stesso codice. Si tratto, con ogni evidenza, di un cortocircuito interpretativo che, ci parere di questo Collegio, solo una pronunzia della Corte costituzionale potrebbe neutralizzare. D'altronde, se, non aderendo a tale impostazione, si ritenesse che il giudice di rinvio sia comunque vincolato ai dettami indicatigli con la sentenza di annullamento, anche quando essi siano ictu oculi contrastanti con ben individuate direttrici costituzionali nel nostro caso, certamente, oltre che con il diritto di difesa, con il principio del contraddittorio nella formazione della prova, in quanto verrebbe attribuito valore di prova a dichiarazioni raccolte unilateralmente da organi investigativi, cfr. sentenza costituzionale 32/2002 , allora risulterebbe inevitabilmente violato anche il principio di eguaglianza ex articolo 3 Costituzione, atteso che -evidentementesi verificherebbe un'irragionevole disparità di trattamento tra il l'indagato/imputato, a carico del quale siano state rese alla polizia giudiziaria dichiarazioni, diligentemente verbalizzate dall'accipiente e colui nei cui confronti tale verbalizzazione per impossibilità, dimenticanza, colpevole o dolosa inerzia non sia stata effettuato. Quest'ultimo, paradossalmente -e come nel caso in esamesi troverebbe in posizione peggiore in conseguenza delle minori garanzie che l'ordinamento finirebbe per approntargli. In sintesi dunque sembra legittimo dubitare. 1 della conformità e costituzione dell'articolo 627 comma 3 Cpp per contrasto con gli articoli 3, 24, 111 Costituzione nella parte in cui non consente al giudice di rinvio di rilevare e sollevare eventuale eccezione di incostituzionalità con riferimento ai principi di diritto impostigli dalla Corte di cassazione con la sentenza di annullamento, quando lo stesso giudice di legittimità, in dato successiva ci detto sentenza, ma anteriore alla sentenza del giudice di rinvio, abbici poi abbandonato, in quanto costituzionalmente incompatibile, il principio di diritto enunziato nel giudizio rescindente, 2 della conformità e costituzione ove non si accedesse alla tesi sub 1 dell'articolo 195, comma 4 Cpp, dopo l'intervenuto modifica legislativo apportato con la legge 63/2001 sempre per contrasto con gli articoli 3, 24, 111 Costituzione , nella parte in cui consente agli appartenenti alla polizia giudiziario di riferire circa notizie apprese da persone informate sui fatti, le cui dichiarazioni non siano state verbalizzate, mentre non consente tele testimonianza de relato, nel caso in cui la verbalizzazione sia avvenuta. Si impone dunque, previa sospensione del presente procedimento, la trasmissione degli atti alla Corte costituzionale. La Cancelleria si farà carico delle comunicazioni di legge. PQM La Corte, visto l'articolo 23 comma 3 della legge 87/1953, dichiara di ufficio rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale, con riferimento agli articoli 3, 24 e 111 della Costituzione degli articoli a 195 comma 4 Cpp come modificato dalla legge 63/2001, nella parte in cui non prevede che siano inutilizzabili le dichiarazioni acquisite da parte della polizia giudiziario da persone informate sui fatti, senza le modalità di cui agli articoli 351 e 357 comma II lettera a e b Cpp, 9 627 comma 3 Cpp, nella parte in cui non consente di rilevare e sollevare questione di costituzionalità con riferimento ci principi di diritto enunziati dalla Corte di cassazione nella sentenza di annullamento con rinvio.