Illeciti disciplinari dei magistrati: note in tema di destituzione e principio di proporzionalità

di Luigi Di Paola

di Luigi Di Paola La sentenza della Sezione disciplinare del Csm - depositata il 12 dicembre 2005 e qui leggibile tra gli allegati - offre lo spunto per divagare su un aspetto rimasto in qualche modo in ombra nell'impianto che regola la responsabilità disciplinare dei magistrati. Per rendere più digeribile la disamina pare opportuno evitare tediosi preamboli e muovere, fin da subito, dal caso affrontato dal giudice della deontologia. Un magistrato viene condannato in sede penale, con sentenza divenuta irrevocabile, per un delitto doloso i.e. falso ideologico commesso dal pubblico ufficiale in atto pubblico, di cui all'articolo 479 Cp alla pena di otto mesi di reclusione, con i benefici di legge. All'esito del procedimento disciplinare il magistrato in questione viene sanzionato cfr. sentenza del 22.11.2002 con la misura estrema della destituzione ovvero con l'estromissione dal posto di lavoro . Al riguardo, il giudice disciplinare prende le mosse dalla previsione di cui all'articolo 29, comma 4, del R.D.Lgs 511/46 la cui scomparsa dovrebbe essere imminente, per effetto del subingresso della nuova norma, sulla quale si tornerà a breve, di cui all'articolo 21 - recante Rapporti tra il procedimento disciplinare e il giudizio civile o penale - dello schema di D.Lgs concernente la Disciplina degli illeciti disciplinari dei magistrati e delle relative sanzioni e della procedura per la loro applicazione, nonché modifica della disciplina in tema di incompatibilità, dispensa dal servizio e trasferimento di ufficio dei magistrati, in attuazione degli articoli 1, comma 1, lettera f , e 2, commi 6 e 7, della legge 150/05 , in corso di definitiva approvazione da parte del Consiglio dei Ministri , ai sensi della quale Nel procedimento disciplinare fa sempre stato l'accertamento dei fatti che formarono oggetto del giudizio penale, risultanti dalla sentenza passata in giudicato . Sull'episodio acclarato in sede penale, corrispondente a quello fatto oggetto di addebito in sede disciplinare, il Csm innesta, quindi, la propria autonoma valutazione in punto di gravità del fatto, avuto riguardo alle modalità della condotta posta in essere e alla qualità soggettiva del magistrato e conclude nel senso che il vulnus inflitto all'Ordine Giudiziario si presenta irrecuperabile, non apparendo più sanabile l'effetto pregiudizievole prodottosi per la stima del magistrato, per il prestigio della funzione esercitata e per la credibilità dell'intero corpo giudiziario e risultando incrinata in maniera irreparabile la fiducia in questo riposta dai cittadini . In uno dei vari motivi di ricorso per Cassazione, articolati dalla difesa del magistrato, ci si duole del fatto che il giudice della deontologia abbia omesso di considerare la dimensione soggettiva dell'illecito, attesa l'assenza, nel magistrato medesimo, di una volontà diretta ad una finalità trasversale o comunque deviata non mancandosi, peraltro, di porre in evidenza il dato dell'avvenuta abrogazione, ad opera dell'articolo 9 della legge 19/1990, dell'istituto della destituzione di diritto. Il giudice di legittimità rileva, nella ampia e convincente motivazione cfr. sentenza 15399/03 , che va effettuato, non già in astratto ma con specifico riferimento a tutte le circostanze del caso concreto, un vero e proprio giudizio di proporzionalità fra il fatto addebitato e la sanzione che deve essere erogata, in base al quale debbono formare oggetto di valutazione, in primo luogo, la gravità dei fatti in rapporto alla loro portata oggettiva, in secondo luogo, la natura e l'intensità dell'elemento psicologico nel comportamento contestato unitamente ai motivi che lo hanno ispirato e, infine, la personalità dell'incolpato, in relazione, soprattutto, alla sua pregressa attività professionale e agli eventuali precedenti disciplinari. Tale valutazione deve essere particolarmente approfondita qualora la scelta si rivolga alla più grave delle sanzioni previste dall'articolo 19 del R.D.Lgs 511/46 la destituzione sul presupposto che l'illecito contestato al magistrato sia di tale entità che ogni altra sanzione risulti insufficiente alla tutela di quei valori che la legge intende perseguire e che sono costituiti dalla fiducia e dalla considerazione di cui il magistrato deve godere nonché dal prestigio dell'Ordine giudiziario . Quanto al profilo della affermata abrogazione della destituzione automatica, il giudice di legittimità osserva, succintamente, che nessun rilievo, ai fini della decisione che doveva essere emessa, ha il fatto che da parte del legislatore sia stata eliminata l'ipotesi della destituzione di diritto del magistrato che si rende colpevole di gravi mancanze . Il giudizio finale della Suprema corte si risolve nella cassazione, con rinvio, della sentenza della Sezione disciplinare del Csm per esser ivi mancata, con riferimento ad un capo dell'incolpazione, la completa e doverosa attività di valutazione in ordine all'elemento soggettivo dell'illecito contestato, nonché per essere stata svolta in maniera insufficiente la valutazione sulla personalità dell'incolpato. Nella sentenza qui in esame il giudice della deontologia, a sostanziale premessa dell'iter motivazionale, rileva, tra l'altro, che ai fini della irrogazione di una sanzione disciplinare deve compiersi una valutazione più ampia rispetto a quella del giudice penale, che consideri l'intensità dell'elemento soggettivo anche con riferimento ai profili deontologici, che non si esauriscono nel rispetto delle norme penali . Ed anche in virtù di tale affermazione perviene alla conclusione che sulla base del materiale probatorio, l'indagine sui motivi che hanno spinto il dottor ad attestare falsamente l'esistenza di una decisione collegiale non può che pervenire al solo risultato negativo di cui s'è già dato conto l'insussistenza di motivi di interesse personale e di terzi per cui solo la circostanza dell'assenza di interesse personale patrimoniale o di favore per terzi può giustificare la esclusione della più grave delle sanzioni irrogabili . In ordine all'indagine sulla personalità dell'incolpato il giudice della deontologia osserva che il quadro di una vita professionale positiva, con difficoltà insorte solo nella seconda metà degli anni '90, vale dunque a supportare la esclusione della necessità della più grave delle sanzioni, la destituzione . Per chiudere, la Sezione disciplinare ricorda che i precedenti di destituzione o di rimozione riguardano tutti illeciti disciplinari caratterizzati, oltre che dalla gravità dei fatti, dall'esistenza di un fine di profitto o di vantaggio o dall'accertamento di rapporti con persone malavitose oppure dalla reiterazione di condotte illecite particolarmente gravi o continue nel tempo . In definitiva, il giudice della deontologia, escludendo che la condanna penale alla reclusione del magistrato per un delitto doloso conduca automaticamente alla sanzione espulsiva senza, in verità, sfiorare la questione, del resto mai sorta nelle altre fasi del giudizio , applica nel caso all'incolpato la massima sanzione conservativa ovvero la perdita di anzianità per anni due . Il complessivo impianto argomentativo sembra potersi, sul piano concettuale, condividere, ricalcando per lo più quelli che, nel settore lavoristico privato e in quello dell'impiego pubblico privatizzato, costituiscono gli attuali approdi, consolidati, di matrice normativa e giurisprudenziale. Si è dell'idea, infatti, che l'espulsione dal lavoro, da un lato, non possa essere conseguenza automatica di una sentenza penale di condanna, avendo spinto in questa direzione, in prima battuta, la Corte costituzionale dichiarando illegittime, fin dalla fine degli anni '80, alcune norme contemplanti destituzioni di diritto dall'impiego , e, poi, il legislatore che per taluno avrebbe, però, lasciato nel tessuto normativo ipotesi di destituzione automatica mascherata cfr., ad esempio, nel settore del pubblico impiego, le previsioni di cui all'articolo 5, commi primo, secondo e terzo della l. n. 97/2001, alla cui lettura per brevità si rinvia dall'altro, debba conseguire ad un giudizio di proporzionalità calibrato sul noto insegnamento forgiato dalla Suprema Corte con particolare riguardo al licenziamento per giustificato motivo e, ancor meglio, per giusta causa. Sta però di fatto che nel sistema normativo in via di superamento del quale qui si discute vi è qualcosa che pare non quadrare alla perfezione. L'articolo 29, comma 1, del R.D.Lgs 511/46 dispone, infatti, che Il magistrato condannato alla reclusione per delitto non colposo, diverso da quelli previsti dagli articoli 581, 582 cpv., 594 e 612 prima parte del Cp, è destituito di diritto . Tale disposizione, di sapore arcaico, non consta sia mai stata demolita dal giudice delle leggi pertanto è lecito desumerne che non sia stata mai sollevata la questione giacché, in caso contrario, la Corte costituzionale, in conformità al proprio condivisibile orientamento, si sarebbe pronunciata, con molta probabilità, nel senso della fondatezza . Il che si spiega in ragione della ritenuta, senza ombra di dubbio alcuno, vigenza della disposizione di cui all'articolo 9 della legge 19/1990 anche nell'area del sistema disciplinare dei magistrati. La paternità dell'indirizzo risale, in primo luogo, alla Sezione disciplinare del Csm, la quale, nella non recente sentenza del 4 ottobre 1991 di cui non si è avuto però modo di scrutinare il testo integrale , affermava che dopo l'entrata in vigore dell'articolo 9 della legge 19/1990, secondo cui il pubblico dipendente non può essere destituito di diritto a seguito di condanna penale, non è applicabile l'articolo 29, comma 1, del R.D.Lgs 511/46, che prevede la destituzione di diritto del magistrato condannato per determinati reati ed è attribuito alla sezione disciplinare il potere di valutare la gravità dei fatti accertati in sede penale per commisurarvi la sanzione da infliggere in concreto . Il costrutto sembrerebbe esser stato, di recente, convalidato dalla Suprema corte proprio nella sentenza 15399/03, della quale è stato sopra riportato il passo di interesse. Ma quel passo potrebbe essere inteso anche diversamente nel senso, cioè, che non avendo il giudice disciplinare, nella primitiva sentenza, applicato la destituzione automatica, ma essendo pervenuto alla sanzione espulsiva a seguito di procedimento disciplinare, non poteva aver rilievo, in ogni caso, il profilo dell'automatismo. In tal modo, però, il nesso del ragionamento ne esce non poco ingarbugliato in punto di diritto, giacché si dà per scontato che il giudice di legittimità, a fronte di una sanzione espulsiva adottata in seguito a procedimento disciplinare, ovvero in difformità della prescrizione di legge che considera tale sanzione obbligatoria e svincolata da una procedura garantita sul versante disciplinare, debba disinteressarsi della violazione di legge in effetti da nessuno prospettata e contenere il proprio giudizio nell'ambito dei motivi addotti dal ricorrente, in buona sostanza stralciati dall'eventuale erroneità di fondo che ha connotato l'iniziativa disciplinare. Ma, senza addentrarsi in elucubrazioni troppo sottili, resta il fatto che quella disposizione che si vorrebbe risolutiva della questione non sembra esserlo affatto, poiché essa si riferisce, chiaramente, al pubblico dipendente e tale non è mai stato considerato, stando al linguaggio ordinariamente adottato dal legislatore nell'individuare l'appartenente alla particolare categoria, il magistrato, da sempre titolare di uno statuto speciale. Sembrerebbe costituire riprova della non manifesta infondatezza del sollevato dubbio la disposizione del comma 2 dello stesso articolo 9 della legge 19/1990, ove si prevede che La destituzione può sempre essere inflitta all'esito del procedimento disciplinare, che deve essere proseguito o promosso entro centottanta giorni dalla data in cui l'amministrazione ha avuto notizia della sentenza irrevocabile di condanna e concluso nei successivi novanta giorni . In altri termini, la disposizione scandisce i tempi del procedimento disciplinare con riferimento al pubblico impiego, diversi da quelli valevoli nella procedura applicabile ai magistrati. E non sembra ragionevole ritenere che solo il primo comma della predetta disposizione si riferisca anche a questi ultimi. Che la riflessione non sia frutto di una svista pare confermato da un recente pronunciato cfr. sentenza 10384/03 della stessa Corte di cassazione, ove, sia pure in un obiter dictum, si afferma testualmente che il primo comma dell'articolo 29 del R.D.Lgs 511/46 prevede che, in caso di condanna definitiva per i delitti ivi indicati, la destituzione del magistrato consegua al giudicato penale come effetto disciplinare , e che, quindi, la sanzione sia automaticamente inflitta indipendentemente dall'osservanza delle forme stabilite per il procedimento disciplinare . Ovviamente qui taluno potrebbe, per ipotesi, sostenere che la svista, nel caso, sia imputabile proprio ai supremi giudici. Potrebbe, peraltro, più semplicisticamente sostenersi che l'articolo 9, comma 1, della citata legge 19/1990 abbia costituito una interessante scorciatoia, più agevolmente percorribile rispetto alla ordinaria via che conduce al giudice delle leggi, per bandire dal sistema di riferimento la destituzione automatica, sulla base dell'orientamento generale che ne evidenzia la irragionevolezza di fondo. Infatti l'automatismo della sanzione disciplinare infrange, nella sostanza, il dogma imperniato sulle diverse nature dell'illecito deontologico e di quello penale e, di conseguenza, impedisce il dispiegarsi del giudizio di proporzionalità che deve guidare il datore di lavoro nella comminatoria della sanzione. A questo punto occorre verificare quale è l'approccio del nuovo ordinamento giudiziario alla questione. L'articolo 5 dello schema di D.Lgs sopra menzionato, avvalendosi per lo più alla lettera della disposizione contenuta nella legge delega, prevede che costituiscono illeciti disciplinari conseguenti al reato, tra l'altro, i fatti per i quali è intervenuta condanna irrevocabile o è stata pronunciata sentenza ai sensi dell'articolo 444, comma 2, del Cpp, per delitto doloso o preterintenzionale, quando la legge stabilisce la pena detentiva sola o congiunta alla pena pecuniaria. In buona sostanza, la riconducibilità di fatti costituenti reato anche pesanti nell'ambito dell'illecito disciplinare comporta che la rivalutazione interna della gravità di essi debba essere effettuata in sede di procedimento disciplinare, con conseguente abrogazione, stavolta esplicita, ai sensi dell'articolo 32, lettera b , dello schema di D.Lgs, della destituzione automatica. Quest'ultima, però, sul piano sostanziale, pare, per delitti particolarmente gravi, tornare in auge. Infatti, l'articolo 13, comma 5, del predetto schema, recita, tra l'altro Si applica la sanzione della rimozione al magistrato che incorre in una condanna a pena detentiva per delitto non colposo non inferiore a un anno la cui esecuzione non sia stata sospesa, ai sensi degli articoli 163 e 164 del Cp o per la quale sia intervenuto provvedimento di revoca della sospensione ai sensi dell'articolo 168 dello stesso codice . In altri termini il filtro del procedimento disciplinare dovrebbe servire a poco o nulla al magistrato condannato per delitto doloso ad una pena consistente, refrattaria alla concessione del beneficio della pena sospesa. Senza che al magistrato possa venire in soccorso la previsione dell'articolo 2 dello schema di D.Lgs, ai sensi del quale L'illecito disciplinare non è configurabile quando la condotta non incide negativamente sulla credibilità, il prestigio ed il decoro del magistrato o sul prestigio dell'istituzione giudiziaria giacché pare inverosimile immaginare l'inidoneità dell'avvenuta condanna per un grave reato ad incidere positivamente sui menzionati valori. In buona sostanza il giudice disciplinare, nel caso illustrato, ha le mani legate, dovendo il giudizio finale prendere atto del responso del giudice penale, tenuto anche conto dell'effetto preclusivo ad ogni modo analogo a quello ancora per poco vigente sancito dall'articolo 21, comma 2, dello schema di D.Lgs, il quale, analogamente a quanto prevedono gli articoli 1, lettera c , e 2, legge 97/2001 alla cui lettura per brevità si rinvia , dispone che hanno autorità di cosa giudicata nel giudizio disciplinare quanto all'accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale e dell'affermazione che l'imputato lo ha commesso a la sentenza penale irrevocabile di condanna b la sentenza irrevocabile prevista dall'articolo 444, comma 2, del Cpp . La garanzia offerta dalla celebrazione del procedimento disciplinare, il quale a questo punto diventa per il magistrato incolpato un cammino senza speranza, è quindi soddisfatta, per così dire, sulla carta. Ma ciò per lo più accade anche nel settore dell'impiego pubblico privatizzato emblematica, al riguardo, è la disposizione di cui all'articolo 25, comma 6, lettera e del Ccnl del comparto Ministeri, come rinnovellato dall'articolo 13 del Ccnl sottoscritto il 12 giugno 2003, la quale prevede la comminatoria del licenziamento senza preavviso al dipendente per il caso di condanna irrevocabile per alcuni delitti. Ma del resto sarebbe un artifizio di mera forma anche affidare, in questi casi, al solo principio di proporzionalità il destino del giudizio disciplinare, giacché il giudice della deontologia difficilmente finirebbe per applicare una sanzione diversa dalla rimozione. Rimane l'incongruenza di mero fatto scaturente dalla diversità di sorte riservata al magistrato particolarmente fortunato nel caso in cui il delitto doloso punibile con una pena detentiva superiore all'anno di cui il medesimo si fosse reso autore, ad esempio, si estingua. Nell'ipotesi infatti opera la previsione di cui all'articolo 5, lettera d , dello schema del D.Lgs, la quale dispone che costituisce illecito disciplinare conseguente al reato qualunque fatto costituente reato idoneo a ledere l'immagine del magistrato, anche se il reato è estinto per qualsiasi causa o l'azione penale non può essere iniziata o proseguita . Ciò significa che ricorrendo una tale ipotesi normativa di chiusura la quale, se presa alla lettera, non si allinea in pieno al principio di offensività di cui all'articolo 2 il magistrato sarà comunque sottoposto a procedimento disciplinare ma all'esito potrà ipoteticamente non essere condannato alla sanzione della rimozione, in difetto di sentenza penale di condanna. Non rimane che da verificare in quale modo la novella abbia codificato il principio di proporzionalità, che per converso dovrebbe supportare, nei casi restanti, il responso del giudice della deontologia. Nel settore del lavoro privato il principio è delineato dall'articolo 2106 del Cc nel settore dell'impiego pubblico privatizzato sempre dallo stesso articolo, in virtù del richiamo ad esso operato dall'articolo 55, comma 2, del D.Lgs 165/01. Nel nuovo ordinamento giudiziario il principio, stranamente, non risulta previsto in alcuna disposizione di legge onde, in tale settore, esso deve ritenersi insito nel sistema, ovvero ricavato dall'insegnamento giurisprudenziale corrente. Per cui, quando non risulta operata dal legislatore la correlazione biunivoca secca tra infrazione e sanzione, il giudice della deontologia, nella determinazione del quantum di pena, dovrà fare ricorso ai parametri della gravità dell'infrazione, dell'elemento soggettivo nonché della personalità dell'incolpato. Con l'avvertenza che, in taluni casi, il nesso di proporzionalità è scolpito in via diretta, ex ante, dal legislatore come si evince dal raffronto tra la previsione di cui all'articolo 13, comma 1, lettera a e quella dell'articolo 13, comma 2, lettera a dello schema di D.Lgs .

Consiglio superiore della magistratura - Sezione disciplinare - sentenza 20 ottobre-12 dicembre 2005 Svolgimento del procedimento Il 22 novembre 2002 la Sezione disciplinare affermava la responsabilità del dr. xxx per i fatti indicati in epigrafe e gli infliggeva la sanzione della destinazione. Il dr. xxx ricorreva per Cassazione e le Su civili accoglievano i motivi di gravame, limitatamente alla determinazione della sanzione. Le Su affermavano i seguenti principi di diritto. A seguito del riconoscimento della responsabilità, va effettuato, non già in astratto ma con s specifico riferimento a tutte le circostanze del caso concreto, un vero e proprio giudizio di proporzionalità fra il fatto addebitato e la sanzione che deve essere erogata, in base al quale debbono formare oggetto di valutazione, in primo luogo, la gravità dei fatti in rapporto alla loro portata oggettiva, in secondo luogo, la natura e l'intensità dell'elemento psicologico nel comportamento contestato unitamente ai motivi che lo hanno ispirato e, infine, la personalità dell'incolpato, in relazione, soprattutto, alla sua pregressa attività professionale e agli eventuali precedenti disciplinari . Tale valutazione , proseguiva la Sc, deve essere particolarmente approfondita qualora la scelta si rivolta alla più grave delle sanzioni previste dall'articolo 19 RD.Lgs 511/46 la destituzione sul presupposto che ogni altra sanzione risulti insufficiente alla tutela di quei valori che la legge intende perseguire . Nell'applicazione di questi principi di diritto, la Sezione disciplinare aveva - nel giudizio della Sc - considerato i fatti materiali posti in essere dal dr. xxx della massima gravità, con motivazione sorretta da adeguata e logica motivazione. Se era appagante la motivazione circa la gravità dei fatti materiali, non altrettanto poteva dirsi dell'indagine sulla personalità dell'incolpato. La Sezione disciplinare, infatti, pur dimostrando consapevolezza dei principi di diritto innanzi riassunti, non era pervenuta alla loro corretta applicazione, considerato in primo luogo che il parere del Consiglio giudiziario presso la Corte d'appello di xxx era stato reso in epoca immediatamente successiva agli accadimenti che avevano dato luogo al procedimento disciplinare, mentre, in base al principio di diritto sopra enunciato, la valutazione in questione avrebbe dovuto riguardare anche la pregressa attività professionale del magistrato in secondo luogo, che nella sentenza non è stato riportato il contenuto del parere in questione, sicché non è dato conoscere se in esso fossero stati utilizzati, quali presupposti di fatto, soltanto i suddetti accadimenti o anche altresì ed estranei elementi e, infine, che non sono state riportate le controdeduzioni che erano state fornite dall'interessato, delle quali, nel quadro complessivo dell'apprezzamento di tutti i dati utili per l'erogazione di una sanzione di così rilevante entità, occorreva pure l'esame . La Sc poneva infine in rilievo un ulteriore profilo di incompletezza della motivazione. Il giudice disciplinare, scriveva la Corte, solo per uno dei due capi di incolpazione ha tenuto conto dell'altra regola, quella che impone che l'indagine necessaria per rendere la sanzione proporzionata all'illecito e alla accertata responsabilità deve essere svolta anche sull'elemento soggettivo e sui motivi che hanno indotto il magistrato a tenere il comportamento sanzionato . Mentre infatti per il capo b era stato compiuto un approfondito esame dell'elemento psicologico dell'illecito, non altrettanto poteva dirsi per i fatti contestati sub a , sottolineandosi in proposito che da parte del giudice penale era stato riconosciuto che il magistrato non aveva inteso perseguire interessi di natura patrimoniale, come deve intendersi più o meno disdicevoli propri o altrui . In sede di giudizio di rinvio tanto il dr. xxx quanto i difensori depositavano articolate memorie, delle quali si darà conto in parte motiva. Al termine della discussione le parti concludevano come in atti. Motivi della decisione La sentenza delle Su segna i limiti del giudizio di rinvio. Essa non impedisce la irrogazione della più grave delle sanzioni, ma impone che a tale eventuale decisione si giunga sulla base di un percorso motivazionale che soddisfi i principi di diritto innanzi ricordati. Ciò implica, innanzitutto, che è preclusa una rivalutazione degli aspetti relativi alla sussistenza dei fatti riconosciuti o della loro qualificazione giuridica. Non può dunque valutarsi la questione, prospettata nella memoria dell'incolpato, relativa alla insuperabilità, ai fini dell'accertamento penale, del segreto della camera di consiglio segreto che peraltro, sia detto per puro inciso, non sarebbe opponibile nel procedimento disciplinare, per come statuito dalle Su civili della Sc nella decisione in data 22 aprile-21 luglio 2004. Neppure può accedersi alla richiesta dell'incolpato di esaminare la questione del rapporto esistente tra i due capi di incolpazione e in particolare della loro asserita contraddittorietà, essendo il primo ascritto a titolo di dolo e il secondo a titolo di colpa il dr. xxx conclude per l'assorbimento del secondo illecito nel primo. Anche qui per mero inciso, sia detto che la doglianza sarebbe palesemente infondata, giacché è evidente che ben possono coesistere nella medesima condotta profili diversi di rilevanza deontologica e penale. Sul punto dell'elemento soggettivo dell'illecito contestato sub b , peraltro, vi è ampia e diffusa motivazione, ritenuta adeguata dalla Sc. Preclusa è quindi anche una rivalutazione del giudizio circa la gravità della condotta e dell'intensità dell'elemento soggettivo per tale capo di incolpazione capo b , così come della gravità della condotta e della sua lesività degli interessi sottesi alla previsione legislativa per ciò che concerne l'addebito sub a . Va dunque concentrata l'attenzione sull'elemento soggettivo di quest'ultima parte della contestazione. Se fattore determinante, ai fini dell'esclusione della irrogazione della sanzione della descrizione, secondo l'insegnamento della Sc nella sentenza nel procedimento in esame, è la valutazione dell'intensità del dolo della contestazione sub a , essendo escluso ogni intento di recare con la redazione della decisione ideologicamente falsa un vantaggio a sé o ad altri, ai fini della irrogazione di una sanzione disciplinare deve compiersi una valutazione più ampia rispetto a quella del giudice penale, che consideri l'intensità dell'elemento soggettivo anche con riferimento ai profili deontologici, che non si esauriscono nel rispetto delle norme penali. Da questo punto di vista va considerato che il dr. xxx aveva da pochi giorni preso servizio quale Presidente di sezione, trovandosi quindi in un ambiente giudiziario non conosciuto e in una funzione in precedenza mai esercitata. Tanto maggiore avrebbe dovuto essere, di conseguenza, l'attenzione per il rispetto della collegialità delle decisioni e per le osservazioni avanzate dai due giudici a latere. I due giudici, infatti, avevano rilevato che la relazione del presidente non teneva conto dei precedenti loro noti, risalenti a poche settimane prima e che erano in contrasto con i dati di fatto dallo stesso prospettati. Come risulterà poi, queste osservazioni erano fondate, giacché riguardavano proprio la sussistenza dei presupposti soggettivi della misura di prevenzione patrimoniale, erroneamente attestati come inesistenti nel provvedimento esteso dal dr. xxx capo b della contestazione . Questi non si curò delle osservazioni dei giudici a latere e della necessità, dalle stesse prospettata, di un più accurato esame collegiale degli atti del procedimento dopo pochi giorni egli depositò una decisione, mai assunta in camera di consiglio, che per di più recava i gravi errori di fatto indicati nel capo b e che erano frutto proprio della violazione della collegialità della decisione. Se questi profili appaiono di particolare gravità, deve però escludersi che il dr. xxx abbia agito per finalità di lucro o per recare vantaggio o svantaggio a terzi. Ciò risulta con chiarezza dalla sentenza della Corte d'appello, che nel riconoscere la responsabilità del dr. xxx ha ritenuto le circostanze attenuanti generiche e ha irrogato una pena nei minimi edittali, proprio sulla base di tale valutazione. Dagli atti del procedimento disciplinare non emergono elementi che possano portare a discostarsi da tale valutazione, neppure entro i ristretti limiti della distinzione fra fattispecie penale sulla quale si è formato il giudicato ed elemento soggettivo dell'illecito disciplinare. Sulla base del materiale probatorio, l'indagine sui motivi che hanno spinto il dr. xxx ad attestare falsamente l'esistenza di una decisione collegiale non può che pervenire al solo risultato negativo di cui s'è già dato conto l'insussistenza di motivi di interesse personale o di terzi. In via di ipotesi, può prospettarsi ragionevolmente che il dr. xxx abbia ritenuto di dover affermare il proprio ruolo di presidente del collegio e della sezione, ove era giunto per inesistenza di altri candidati , rispetto a un dibattito in camera di consiglio nel quale era rimasto soccombente a due giovani colleghe. L'accertamento dei motivi a delinquere non è comunque necessario, una volta che si sia accertata la coscienza e volontà dell'azione delittuosa, così come ha statuito la Sc, con giurisprudenza costante. In conclusione sul punto, la Sezione disciplinare ritiene che l'intensità del dolo, si sia manifestata attraverso la volontà di assumere la deliberazione senza tener in alcun conto le osservazioni dei giudici a latere, pur se questa erano pressanti, puntuali e di primario rilievo ai fini di una corretta decisione. La condotta tenuta si è cioè connotata di particolare disvalore e, rispetto ad essa, solo la circostanza dell'assenza di interesse personale patrimoniale o di favore per terzi può giustificare la esclusione della più grave delle sanzioni irrogabili. Per ciò che concerne la valutazione della personalità dell'incolpato, con riferimento alla sua attività professionale, va rilevato innanzitutto che in sede disciplinare non può essere compiuto un giudizio sostitutivo delle valutazioni di professionalità, attribuite a circuito del governo autonomo e da ultimo al Consiglio superiore. Quest'ultimo non si è ancora espresso circa il parere del Consiglio giudiziario di xxx cui accede quello parziale del Consiglio giudiziario di xxx. Tali parerei sono gravati dalle deduzioni contrarie del dr. xxx. In questa sede ci si limiterà, dunque, ad una valutazione finalizzata a raccogliere gli elementi utili ai fini della gradazione della sanzione disciplinare. Il parere del Consiglio giudiziario di xxx in data 16 luglio 1998 fu emesso al termine di una complessa istruttoria, che - per qui rispondere alle considerazioni contenute nella sentenza della Corte di cassazione - non ebbe a presupposti di fatto gli accadimenti di cui al procedimento disciplinare ma valutò la professionalità del dr. xxx anche ricorrendo ad una audizione dei Capi degli uffici e alla convocazione del dr. xxx per acquisire dai complessivi e chiarimenti che prescindevano dall'addebito in questione. Il dr. xxx tuttavia, non ritenne di rispondere finché non avesse avuto cognizione degli atti che lo riguardavano. Il parere del Consiglio giudiziario innanzitutto le valutazioni positive espresse nei precedenti provvedimenti dei Consigli giudiziari esso prosegue indicando gravi lacune nell'applicazione di regole di diritto processuale penale e, soprattutto, inefficacia e perfino negligenza nella trattazione degli affari , anche sotto il profilo della produttività. Il dr. xxx avrebbe dimostrato carenze anche nella direzione del dibattimento e si sarebbe rivelato spigoloso nei rapporti con i colleghi. Il Procuratore della repubblica, ascoltato dal Consiglio giudiziario il 18 aprile 1998, aveva affermato che il dr. xxx aveva rivelato carenze nella gestione del dibattimento, omettendo di curare la preventiva verifica della regolarità del contraddittorio, causando così rinvii che avrebbero potuto essere evitati con una maggiore diligenza in particolare, dalle dichiarazioni del dirigente risultava che il dr. xxx era uso fissare un numero elevato di processi per ciascuna udienza, salvo poi rinviarne alcuni, ma omettendo di effettuare quella preventiva verifica che avrebbe consentito di trattare processi nei quali il contraddittorio si era regolarmente costituito. A questa doglianza si collegava il rilievo dei disagi recati all'ufficio del Pm dal fatto che il dr. xxx benché continuamente invitato , non comunicava quali dei tanti processi fissati avrebbe trattato, così aggravando il compito dei magistrati d'udienza. Il Procuratore della Repubblica indicava poi singolari iniziative del dr. xxx in udienza, quale quella di aver fatto osservazioni al Pm circa la inopportunità di contestazioni suppletive, che avrebbero allungato i tempi del processo, oppure la ritenuta superfluità del giuramento della persona offesa costituita parte civile, sentita in qualità di testimone . Anche il presidente del Tribunale rendeva dettagliate dichiarazioni di tenore sostanzialmente analogo. Il dr. xxx sottolineava innanzitutto le difficoltà relazionali del dr. xxx in particolare nella camera di consiglio. Dal punto di vista organizzativo il dr. xxx a dire del Presidente del tribunale, era inaffidabile , non preparando in modo adeguato e conveniente l'udienza egli, poi, teneva udienza prefallimentare in forma collegiale e risultava, nel processo penale, aver omesso di dichiarare la contumacia dell'imputato, mentre aveva nominato un difensore di ufficio alla parte civile. Il Consiglio giudiziario deliberava di ascoltare personalmente il dr. xxx Questi, nella seduta dell'8 maggio 1998, affermava di non aver contrasti personali e che era in corso da mesi uno sciopero degli avvocati, cui si doveva il rallentamento delle attività giudiziarie sul merito delle dichiarazioni acquisite dal Consiglio giudiziario non intendeva però rispondere, riservandosi di presentare delle controdeduzioni. Queste venivano presentate il 5 novembre 1998. Si tratta del documento la cui omessa menzione nella sentenza in data 22 novembre 2002 comportò la decisione negativa delle Su. Il dr. xxx rilevò innanzitutto che la sua vicenda doveva iscriversi nel clima degli uffici giudiziari di xxx che aveva determinato l'apertura di numerose procedure disciplinari o di trasferimento ex articolo 2 lg. Per ciò che concerne il parere parziale del Consiglio giudiziario di xxx il dr. xxx contestava innanzitutto che nella sua produttività vi fosse effettivamente stato un calo negli anni indicati e attribuiva una generale difficoltà nella definizione dei procedimenti dovuta alla trattazione contestuale di cause di vecchio e nuovo rito escludeva, di conseguenza, che sue vicende personali potessero aver influito sul suo rendimento, così come invece affermato dal Presidente della Sezione terza civile. Va però rilevato che dalle statistiche, anche comparate, risulta effettivamente un calo di produttività marcato a partire dal secondo semestre 1996. I ritardi segnalati dal Presidente xxx appaiono effettivamente sussistenti e per di più risulta che al momento del trasferimento il dr. xxx non depositò numerosi provvedimenti, di cui ben 59 riservati in udienze del 1996 cosicché ininfluenti appaiono le circostanze delle modalità del suo trasferimento alla nuova sede . Infine, il dr. xxx non cita per intero la valutazione del Presidente di sezione. Nella nota in data 8 maggio 1997 si legge infatti che il dr. aveva dato luogo a rilievi anche per la qualità delle motivazioni dei provvedimenti, talmente stringate da aver determinato l'intervento del presidente per l'integrazione della motivazione e la nuova stesura delle motivazioni. Si noti che tale giudizio si lega a quelli successivi, prospettati dal Consiglio giudiziario di xxx. Venendo a quest'ultimo parere, il dr. xxx contesta che nelle loro audizioni il Procuratore della Repubblica e il Presidente del Tribunale avrebbero improvvisamente e immotivatamente mutato il giudizio espresso nel rapporto informativo del 10 marzo 1998. Il realtà, la nota citata dal dr. xxx si conclude proprio con un giudizio negativo circa la idoneità del magistrato a ricoprire incarichi direttivi o semidirettivi e quindi con un giudizio sostanzialmente negativo, viste le funzioni svolte dal dr. xxx semidirettive, appunto . Già nella nota suddetta, poi, si evidenziavano sinteticamente i rilievi, che avrebbero costituito oggetto delle audizioni il dr. xxx ha palesato difficoltà di inserimento nell'organo collegiale e a causa dell'inesperienza in materia ha denotato all'inizio una qualche difficoltà nella direzione del dibattimento, come riferito dai giudici componenti il collegio e dai rappresentanti del Pm in udienza . Il dr. xxx ha contrastato i rilievi circa la sua scarsa produttività a xxx segnalando i molti problemi organizzativi e il fatto della continua sospensione delle udienze a causa di agitazioni del Foro. Va però rilevato che le statistiche comparate dallo stesso esibite confortano le valutazioni del Consiglio giudiziario, avendo il dr. xxx depositato un numero di provvedimenti sensibilmente inferiore a quello degli altri magistrati dell'Ufficio e non risultando alcuna ragione che possa giustificare tale ridotto rendimento comparativo. Del pari egli ha contestato la genericità dei rilievi mossigli per ciò che concerne provvedimenti non corretti che avrebbe assunto rilievi che peraltro avrebbero attinto anche il merito delle scelte giurisdizionali assunte ad esempio in materia fallimentare . Effettivamente tali aspetti delle doglianze del dr. xxx appaiono fondate, almeno entro i limiti di valutazione che si sono richiamati in premessa. In conclusione, nei pareri e nelle valutazioni relativi alla professionalità del dr. xxx si dà atto dell'ottima preparazione giuridica, della solida cultura, della chiarezza espositiva e della capacità di argomentare, di una condotta riservata, seria, dignitosa e dunque ineccepibile. A partire dal periodo immediatamente antecedente al suo trasferimento a xxx, tuttavia, cominciano ad emergere alcune notazioni negative che concernono l'impegno lavorativo sia sotto il profilo produttivo che sotto quello della qualità dei provvedimenti . Si noti che le valutazioni del Presidente della terza Sezione civile del consiglio giudiziario di xxx sono antecedenti ai fatti, oggetto del presente procedimento disciplinare e quindi da essi non possono in alcun modo esserne state condizionate. Esse, peraltro, appaiono in linea con le analoghe valutazioni del Procuratore della Repubblica e del Presidente del tribunale di xxx, riprese nel parere del consiglio giudiziario di xxx. Depurate delle valutazioni circa aspetti che riguardano il merito delle decisioni o circa aspetti non sufficientemente documentati, esse delineano comunque un quadro di difficoltà nella gestione delle udienze e nei rapporti con i colleghi e con gli altri uffici. Se si eccettua il fatto per il quale è giudizio disciplinare, non risultano però condotte neghittose o indicative di un approccio non corretto al proprio ruolo. Il quadro di una vita professionale positiva, con difficoltà insorte solo nella seconda metà degli anni '90, vale dunque a supportare la esclusione della necessità della più grave delle sanzioni, la destituzione. Va infine rilevato che i precedenti di destituzione o di rimozione riguardano tutti illeciti disciplinari caratterizzati, oltre che dalla gravità dei fatti, dall'esistenza di un fine di profitto o di vantaggio o dall'accertamento di raporti con persone malavitose cfr. ad esempio Sezione disciplinare 96/2005 77/2002 28/1998 33/1994 oppure dalla reiterazione di condotte illecite particolarmente gravi o continue nel tempo cfr. ad esempio 32/2000, relativa ad ipotesi di plurimi falsi, anche per soppressione, in documenti di fede privilegiata e connessi con fatti di violenza privata aggravati . La gravità dei fatti peraltro costituenti delitto doloso , insita nella violazione della collegialità realizzata attraverso il deposito di un atto ideologicamente falso da parte di un giudice, l'intensità dell'elemento soggettivo con riferimento alla contestazione sub b , elementi tutti su cui si è già formato il giudicato e su cui dunque non può che richiamarsi quanto già affermato nella sentenza in data 22 novembre 2002, e anche - limitatamente ai profili deontologici - l'intensità dell'elemento soggettivo per il fatto sub a , il profilo professionale come sopra delineato, escludono la possibilità di infliggere al dr. xxx sanzioni più lievi e impongono invece di ritenere equa la perdita di anzianità nel massimo previsto. La Sezione disciplinare ritiene infine che non sia possibile irrogare anche la sanzione del trasferimento di ufficio, giacché il dr. xxx esercita ormai la professione di un distretto diverso da quello ove si verificarono i fatti. Una diversa interpretazione porterebbe ad attribuire alla misura del trasferimento d'ufficio, accessoria alla sanzione disciplinare, un carattere affittivo, di sanzione autonoma. Essa invece è finalizzata a rimuovere - nei casi di illecito disciplinare particolarmente grave - il magistrato dall'ufficio al fine di tutelare il valore del prestigio della giurisdizione. PQM La Sezione disciplinare del Csm, visto l'articolo 35 del Rdl 511/46, pronunciando in sede di rinvio a seguito della sentenza 15399/03 delle Su civili in data 15 ottobre 2003 dichiara il dr. xxx responsabile della incolpazione ascrittagli e gli infligge la sanzione disciplinare della perdita di anzianità per anni due.