Gli gnomi di Zurigo all'italiana e i furbetti del quartierino

L'evoluzione della finanza bancaria da via Filodrammatici a via Nazionale

Scalate tempestose, dopo la sentenza del Tar Lazio e la relazione del governatore di Palazzo Koch entrambe pubblicate sul quotidiano on line dell'8 settembre al Comitato interministeriale per il credito e il risparmio Cicr , Diritto& Giustizi@ torna ad occuparsi della vicenda. Pubblichiamo di seguito il commento di Davide Dionisi insieme al documento predisposto dalla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari di Palazzo Madama sulla corrispondenza tra il Senato e gli uffici giudiziari milanesi e romani sviluppatasi nel mese di agosto in ordine alle intercettazioni subite dai senatori Luigi Grillo ed Ivo Tarolli. di Davide Dionisi L'anno in corso, sotto il profilo finanziario, è stato caratterizzato dall'offerta pubblica di acquisto lanciata da due importanti istituzioni bancarie straniere nei confronti di due banche italiane la Banca Nazionale del Lavoro da parte del Banco de Bilbao, Vizcaya y Argentaria Bbva , e l'Antonveneta, ad opera dell'olandese Abn Amro Bank N.V Sarà una peculiarità della nostra Costituzione materiale , ma, in ambedue i casi, il conflitto borsistico che ne è scaturito ha dato luogo a molteplici ricorsi alla magistratura ordinaria ed amministrativa, civile e penale, perfino contabile non si può negare essi abbiano avuto una notevole ricaduta sullo svolgimento delle vicende finanziarie, benché esse siano ancora in corso ed un compiuto giudizio sul loro esito non possa essere tratto. Se poi si considera che sottoprodotto delle fughe di notizie in ordine all'andamento delle indagini penali ed ai mezzi prescelti per l'accertamento della verità esse hanno prodotto una campagna mediatica che ha infervorato l'estate sulla perduta credibilità dei massimi organismi pubblici investiti della funzione di vigilanza , ne deriva che per porsi - come Diritto& Giustizi@ ha deciso di fare - il problema delle molteplici implicazioni giuridiche della vicenda, occorre anzitutto rispettare i criteri aristotelici dell'unità di tempo, di luogo e d'azione. Il procedimento penale n. 19195/05 è stato attivato dalla Procura di Milano contro ignoti per aggiotaggio in riferimento alla scalata che la Banca popolare di Lodi aveva intrapreso, all'inizio di quest'anno, nella Banca Antoniana Popolare Veneta per brevità, Antonveneta . Va infatti ricordato che l'antefatto dell'offerta pubblica di acquisto lanciata dall'Abn Amro era la decisione, annunciata il 20 dicembre 2004, con cui i soci di Antonveneta raccolti in Deltaerre decidevano di disdettare il patto di sindacato che li legava agli olandesi. Dopo che il 14 gennaio 2005 l'amministratore dell' Abn Amro Groenink aveva fatto sapere che la sua banca avrebbe difeso i propri interessi, il 17 gennaio la Banca Popolare di Lodi usciva allo scoperto, dichiarando di aver superato il 2% del capitale sociale di Antonveneta. Da quando, il 9 marzo, la Popolare di Lodi annunciava di essere salita a poco meno del 5% in Antonveneta, le posizioni dei due competitors si invertivano mentre fino a quel momento Abn Amro frenando su un'eventuale fusione Antonveneta-Lodi e difendendo il progetto stand-alone comunicato del 7 febbraio aveva tenuto un approccio difensivo, il 18 marzo 2005 gli olandesi notificavano alla Banca d'Italia l'informativa preliminare di offerta pubblica di acquisto Opa . L'offensiva si completava il 30 marzo successivo, quando Abn Amro lancia l'Opa sul 100 per cento di Antonveneta, offrendo 25 euro in contanti per azione. L'offerta pubblica di acquisto aveva un valore di 6,3 miliardi di euro la banca veneta veniva così valutata 7,2 miliardi Abn Amro partiva da una quota in Antonveneta del 12,71 per cento e l'Opa si riferisce al restante 87,29 per cento, con l'offerta condizionata al superamento del 50 per cento. Tra le condizioni poste dagli olandesi, c'era l'ottenimento dell'autorizzazione da parte di Bankitalia entro il 31 maggio, da cui conseguiva che la data di partenza dell'offerta non cadeva prima del 15 aprile. Va rilevato che, già nella prima fase della contesa, l'interesse delle autorità di vigilanza era stato sollecitato, in una lettera dell'8 febbraio, da parte del commissario dell'Unione europea per il mercato interno McCreevy, che esprimeva preoccupazione per la chiusura del mercato bancario italiano e ricordava che il no di una banca centrale ad un take over lanciato dall'estero può avvenire solo per motivi prudenziali . In effetti, l'8 marzo a Roma la rappresentanza della Abn Amro era ricevuta dal governatore della Banca d'Italia Fazio, mentre il giorno successivo le rappresentanze di Abn Amro e della Popolare di Lodi erano ricevuti dalla Commissione nazionale sulle società e la borsa Consob . Il 5 aprile il governatore Fazio riceveva Fiorani in Banca d'Italia ed il giorno dopo la Popolare di Lodi giunta a quasi l'11 per cento della banca padovana ottiene il via libera della Banca d'Italia per salire al 14,99 per cento dopo essere giunta l'11 aprile al 12,721% di Antonveneta, raggiungendo la stessa quota di Abn Amro, il 12 aprile la banca di Fiorani ottiene un nuovo via libera della Banca d'Italia per salire fino al 29,99% in Antonveneta. Tale ruolo della Banca d'Italia, in pendenza di Opa, era contestato da Abn Amro presso l'Unione europea, dopo averne ricevuto il 13 aprile il via libera preliminare all'Opa nonostante le procedure dell'Opa lanciata proseguissero regolarmente oltre a quello dell'Unione europea pervenne il nulla osta preliminare anche della Consob il 15 aprile il Consiglio di amministrazione di Antonveneta approvò l'Opa di Abn con un solo astenuto, Romeo Chiarotto il 20 aprile l'Autorità antitrust espresse il suo nulla osta, rimettendo alle autorità antitrust europee le valutazioni di loro competenza il 21 aprile fu pubblicato il prospetto dell'Opa della banca olandese , Abn Amro non otteneva il permesso dalla banca centrale italiana di superare la quota del 20 per cento nell'istituto padovano. Ciò nonostante il fatto che proseguiva la scalata della Popolare di Lodi essa il 18 aprile acquistando il 5 per cento di Benetton aveva il 23,3 per cento in Antonveneta, mentre il 20 aprile era al 26,4% quando gli olandesi superavano per la prima volta il 18 per cento . Il 25 aprile la Popolare di Lodi aveva oltre il 28% di Antonveneta i soci italiani superavano insieme il 42 per cento e, tra di essi, la Magiste di Stefano Ricucci che il 20 aprile proponeva anch'essa, oltre ai due competitors maggiori, un proprio elenco di nomi per il nuovo consiglio d'amministrazione e la Fingruppo di Stefano Gnutti che annunciava di essere salita al 4,9 per cento . Il 22 aprile la Consob annunciava una procedura di controllo degli acquisti di azioni Antonveneta per verificare l'esistenza di un concerto fra alcuni soci, teso a consentire alla Popolare di Lodi di non rilanciare l'Opa mantenendosi fittiziamente al di sotto del limite imposto dalla Banca d'Italia mentre nei fatti avrebbe orchestrato un sistema di alleanze tale da conseguire il controllo dell'Antonveneta. Il 27 aprile Abn Amro ricorreva al Tar del Lazio contro l'autorizzazione della Banca d'Italia alla Popolare di Lodi a salire al 29,99 per cento in Antonveneta. Dopo che i commissari europei alla competizione Kroes e per il mercato interno McCreevy esprimevano le loro riserve sulla vicenda, chiedendo informazioni sulla ritardata autorizzazione ad Abn Amro a salire oltre il 20 per cento, il governatore Fazio autorizzava gli olandesi a salire fino alla stessa quota consentita a Fiorani. Ciò avveniva ormai fuori tempo per poter utilizzare i nuovi titoli per l'assemblea in prima convocazione, tanto più che anche la parallela azione legale degli olandesi contro le autorizzazioni all'incremento concesse alla Popolare di Lodi veniva fermata il 28 aprile il Tar respingeva il ricorso cautelare presentato dagli olandesi che il 29 si ritrovavano al 20,7 per cento a fronte dell'ipotesi, affacciata il giorno prima da Groenink, di un possibile rilancio dell'Opa, la Popolare di Lodi il 29 aprile lanciava un'offerta pubblica di scambio Ops Antonveneta, offrendo titoli che valuta 26 euro. Il 30 aprile 2005 era convocata l'assemblea di Antonveneta, che ratificava la nuova situazione azionaria eleggendo i candidati della Popolare di Lodi per il nuovo consiglio d'amministrazione. Il presidente uscente Tommaso Cartone, entrato il 20 aprile a sorpresa nella lista di candidati della Popolare di Lodi, era riconfermato presidente Fiorani era consigliere con deleghe, Romeo Chiarotto era vicepresidente e Giovanni Benevento era vicepresidente vicario. Restavano esclusi gli olandesi, l'amministratore delegato Piero Montani, ma anche i rappresentanti dei piccoli azionisti. La Abn Amro, minoritaria, si riservava di impugnare le delibere assembleari, cosa poi effettivamente avvenuta dinanzi al tribunale civile di Padova. Il 2 maggio 2005 la procura di Milano, come s'è detto, apriva l'inchiesta per aggiotaggio ed ostacolo all'attività della Consob a carico di ignoti per la scalata su Antonveneta. L'esposto da cui parte era curato e trasmesso dal legale dell'Abn Amro e faceva seguito a vari esposti avanzati da associazioni di consumatori che già nel mese precedente s'erano appuntati sulla condotta tenuta dalla Popolare di Lodi l'Adusbef ipotizzava addirittura il reato di insider trading . La Consob nello stesso giorno avviava le audizioni per l'ipotesi di concerto fra gli azionisti, nell'ambito delle quali il 9 maggio avrebbe ascoltato Fiorani. Il 4 maggio la Banca d'Italia rispondeva al commissario europeo McCreevy, escludendo qualsiasi violazione delle norme comunitarie il 6 maggio la Banca d'Italia dava il via libera definitiva all'o.p.a. di Abn Amro, mentre la Popolare di Lodi il 9 maggio depositava presso la Consob il prospetto della sua Ops. L'11 maggio la Consob faceva sapere di avere accertato con delibera 10 maggio 2005 azioni di concerto e un patto nascosto fra la Popolare di Lodi e altri azionisti nella scalata e imponeva un'Opa totalitaria. Fiorani faceva ricorso al TAR contro il provvedimento, ma il 17 maggio la Banca popolare di Lodi presentava comunque la sua offerta su Antonveneta il nuovo prospetto dell'Opas sarà presentato il 3 giugno , che prevedeva anche un accordo parasociale con gli altri alleati stipulato il giorno prima . A seguito dell'incisivo provvedimento dell'autorità di controllo della borsa, la contesa ripartiva, ma con il fatto nuovo di svolgersi in pendenza di numerose azioni legali e, soprattutto, di un procedimento penale proprio il 17 maggio la procura di Milano iscriveva nel registro degli indagati Fiorani, Emilio Gnutti e altre 21 persone. Il 18 maggio partiva l'Opaa di Abn Amro, che offriva 25 euro in contanti per azione dopo che il tribunale di Padova 8 giugno confermava la sospensione del consiglio di amministrazione di Antonveneta, disposta il 21 maggio in seguito all'istanza presentata da Abn Amro, il 10 giugno la banca olandese rilanciava l'Opa da 25 a 26,5 euro per azione, prorogandola dal 22 giugno al 6 luglio. Il 16 giugno la Popolare di Lodi destinata per il prosieguo a diventare Banca Popolare Italiana depositava il prospetto di una nuova Opas a 27,5 euro su di essa il 12 luglio arrivava l'autorizzazione di Banca d'Italia. Va rammentato che il 31 maggio all'assemblea di Banca d'Italia Fazio dichiarava che l'operato dell'istituto era stato e sarebbe rimasto neutrale e trasparente. Il 12 luglio la procura di Roma indagava Fiorani per falso in bilancio, falso in prospetto, abuso d'ufficio e ostacolo all'autorità di vigilanza la mancanza di risorse finanziaria sarebbe stata occultata nei bilanci e nei prospetti i controlli delle autorità vigilanti, sia Banca d'Italia che Consob, sarebbero stati elusi. Il falso in bilancio era relativo al 2004, e alla prima trimestrale 2005 quello in prospetto atteneva all'informativa sull'Opa padovana. Per l'accusa, i contabili lodigiani avrebbero dovuto iscrivere come partecipazioni non come crediti il miliardo di euro prestato a 38 imprenditori - poi indagati per aggiotaggio e insider trading a Milano - per l'acquisto di titoli Antonveneta da rivendere a Lodi. La ragione è che quei titoli erano stati comprati per ordine e conto della Banca popolare italiana stessa. Nella medesima inchiesta dal 15 luglio risulta indagato, per abuso d'ufficio, il responsabile della vigilanza della Banca d'Italia, Francesco Frasca. Il 19 luglio il Tar del Lazio che il 22 giugno con un'interlocutoria aveva richiesto alla Banca d'Italia chiarimenti entro il 2 luglio su autorizzazioni concesse, puntualmente depositati nel termine respingeva il ricorso di Abn Amro contro le autorizzazioni concesse da Banca d'Italia a Popolare Italiana. Il giorno dopo 20 luglio partiva l'Opas di Popolare Italiana a 27,5 euro. Il 25 luglio la procura di Milano incaricava la Guardia di finanza di sequestrare le azioni della Bpi e di Coppola, Gnutti, i fratelli Lonati e di Ricucci, al quale la Consob aveva esteso il concerto. Andava anche deserta l'assemblea di Antonveneta in prima convocazione. Il 26 luglio Il Giornale pubblicava le intercettazioni delle telefonate fra il governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio e Fiorani, utilizzate nel decreto che dispone il sequestro delle azioni da esse emergevano alcune intercettazioni di una telefonata fra Fazio e Fiorani, in cui il governatore informava il banchiere di aver firmato un documento, e Fiorani - che in altre intercettazioni appare avere dimestichezza personale con la famiglia del Governatore - gli esprimeva gratitudine. Secondo i pubblici ministeri le intercettazioni provavano l'esistenza di un concerto fra i pattisti, che avrebbero rastrellato azioni Antonveneta attraverso società finanziate dalla Popolare di Lodi. Intanto la Banca d'Italia, che ribadiva la correttezza del proprio operato, sterilizzava i diritti di voto in Antonveneta della Popolare di Lodi e di Ricucci. Il 27 luglio si teneva l'assemblea di Antonveneta, in seconda convocazione Abn Amro conquistava il consiglio di amministrazione con tutti i suoi 15 candidati, ponendovi alla testa come presidente Augusto Fantozzi. Nello stesso giorno la Consob sospendeva l'Opa e l'Opas lanciate dalla Banca Popolare Italiana, la quale il 29 luglio ricorreva al Tar del Lazio contro la decisione della CONSOB. Il 30 luglio la Banca d'Italia sospendeva l'autorizzazione temporaneamente concessa alle offerte lanciate dalla Banca Popolare Italiana. Il 1 agosto il Gip di Milano, dottoressa Clementina Forleo, con tre distinti atti resi noti il 2 agosto confermava il sequestro delle azioni Antonveneta possedute da Bpi e dai suoi alleati e sospendeva per 2 mesi Gianpiero Fiorani dalla carica di amministratore delegato della Banca Popolare Italiana. Il Gip disponeva anche l'interdizione all'esercizio delle attività imprenditoriali e professionali per Emilio Gnutti e Stefano Ricucci. Il 4 agosto 2005, i principali organi di stampa nazionali rivelavano i contenuti delle intercettazioni utilizzate dall'ordinanza del Gip Forleo, affermando che con il deposito in cancelleria era cessato su di essi il segreto. Una terza ondata di rivelazioni avveniva ad opera del Corriere della sera del 12 agosto 2005 si trattava di una parte delle intercettazioni che la procura di Milano aveva disposto nell'indagine su Antonveneta, ma che si sarebbe accorta non interessare la sua competenza e che avrebbe trasmesso alla procura della Repubblica presso il tribunale di Roma. Vi compaiono i soggetti dell'altra contro-scalata lanciata recentemente contro un'o.p.a. straniera su banca italiana quella di Bbva su Bnl la tesi del giornale è che l'Unipol di Giovanni Consorte avrebbe tenuto, durante tutto il mese di luglio, contatti con i concertisti sotto inchiesta nel caso Antonveneta. Giova ricordare che i punti di contatto tra le due vicende rimontano alle stesse iniziative delle scalate il 18 marzo 2005 giorno dell'informativa Abn Amro alla Banca d'Italia era notificata l'informativa Opa anche del Bbva alla Banca d'Italia, ed anche su questa si appuntavano le critiche dei difensori dell'italianità delle banche tra i parlamentari, i senatori Grillo e Pedrizzi secondo cui era stato violato il dovere di riservatezza della comunicazione. Quando poi il 15 luglio, nel corso della relazione annuale dell'organo di controllo della Borsa, il presidente della Consob Lamberto Cardia denunciò gli effetti distorsivi alla competizione per il controllo delle società provocato dall'attuale disciplina dell'Opa obbligatoria, in alcuni ambienti - non solo economici - si lamentò che proprio questo strumento sarebbe quello utilizzato da Unipol nell'iniziativa, assunta a fine giugno, per contrastare l'Opa del Bbva sulla Banca Nazionale del Lavoro in tal modo si sarebbe elusa la normale procedura che prevede la possibilità di competere nel progetto di acquisizione di una società oggetto di un'offerta di pubblico acquisto attraverso il lancio di un'altra Opa a condizioni migliori e quindi concorrente. Nell'ambito di tali polemiche, la tesi dell'esistenza di punti di contatto coll'iniziativa di Fiorani in Antonveneta riaffiorò addirittura in atto parlamentare il 29 luglio, in un'interrogazione urgente ai ministri dell'Economia, dell'interno e della giustizia, il senatore Zanda ed altri senatori richiedevano se la Banca d'Italia abbia rilevato connessioni o analogie tra le modalità di svolgimento dell'Opa che sta interessando la Banca Antonveneta e che sono state censurate dalla Consob e dall'autorità giudiziaria, con quelle che hanno caratterizzato l'Opa della Banca Nazionale del Lavoro. E inoltre, se il ministro dell'Economia e delle finanze non ritenga indispensabile che la Banca d'Italia confermi l'effettivo possesso da parte del signor Ricucci, nel tempo in cui compariva tra i più rilevanti azionisti della Bnl, dei requisiti d'onorabilità richiesti dalla legislazione bancaria per i partecipanti al capitale delle banche in modo da poter confermare il regolare svolgimento dell'Opa sulle azioni della Bnl . Nel provvedimento del Gip Forleo del 1 agosto, poi, si leggevano le risultanze delle intercettazioni telefoniche compiute dalla procura, anche in relazione alla scalata Bnl Emergeva innanzitutto che il Fiorani risultava in stretto contatto, in ordine alle attività incriminate, sia con Gnutti che con Ricucci sia con altri personaggi emersi in indagini parallele e relative a rastrellamenti di azioni di altre società, quali Consorte Giovanni, A.D. di Unipol, società fortemente interessata alla scalata Bnl p. 22 . Le rivelazioni del Corriere della sera del 12 agosto 2005, quindi, erano solo il quarto momento in cui riaffiorava la tesi di punti di contatto tra le due vicende azionarie ma esse stavolta, più che soffermarsi sul ruolo della Banca d'Italia, veniva affacciata la tesi che il regista occulto delle due operazioni risiederebbe in ambienti finanziari londinesi ed avrebbe concordato il da farsi in un incontro tra Ricucci, Gnutti e Consorte. Presentando le due operazioni come connesse, il Corriere adombrava quindi che vi fossero motivi di interesse nei colloqui intercettati tra cui quelli di Consorte con esponenti politici di primo piano dell'opposizione per la magistratura della capitale, a cui sarebbero stati trasmessi dalla procura di Milano interi faldoni compresi i verbali ancora segreti . Va ricordato che l'inchiesta della procura di Roma nasceva dall'esposto presentato il 25 maggio 2005 dal Bbva, dopo che l'Unipol aveva richiesto alla Banca d'Italia l'autorizzazione a far salire la sua partecipazione in Bnl fino al 9,9 per cento richiesta del 16 maggio, accordata il 27 maggio l'esposto adombrava i reati di aggiotaggio, insider trading e ostacolo all'attività di Consob e della Banca d'Italia. Fino a quel momento, la procura di Roma aveva disposto delle acquisizioni di documenti su Unipol nella sede della Banca d'Italia 20 luglio . Il 25 luglio era stato però reso noto che il presidente della Banca Nazionale del Lavoro, Luigi Abete, aveva interessato la procura di Roma in ordine ad un ulteriore sviluppo della vicenda, il patto Caltagirone/Unipol del 18 luglio che avrebbe violato obblighi di informativa ed autorizzazione preventiva la stampa non era in grado di render noto se tale informativa confluisse nell'inchiesta aperta dall'esposto Bbva o se invece la magistratura romana avesse in animo di utilizzare le informazioni di Abete nel procedimento penale già in corso per abuso d'ufficio contro dirigenti e funzionari della Banca d'Italia sembra infatti che dal presidente di Bnl venissero sollevate più critiche all'organo di vigilanza che al contropatto in tale eventualità si sarebbe aperto un ulteriore punto di contatto tra le due vicende stavolta processuali Antonveneta e Bnl. Molteplici i profili ordinamentali aperti dalle vicende finanziarie suesposte, e talmente inestricati da far rimpiangere ma solo per un momento i tempi in cui patti di sindacato ed ardite configurazioni azionarie erano concertate in un salotto di via Filodrammatici e l'opinione pubblica meno che mai Palazzo di giustizia ne era posta al corrente con molti mesi di ritardo, sui fogli semipubblici del borsino a riproduzione riservata, prendendo atto senza fiatare di come la nostra versione degli gnomi di Zurigo suonava il piffero magico che inevitabilmente portava il parco buoi ad indirizzarsi verso il recinto voluto. Stavolta i furbetti del quartierino si sono tirati addosso non solo l'interpretazione autentica delle norme comunitarie sulla concorrenza, resa da coloro che - secondo il meccanismo della revolving door tra imprese multinazionali ed istituzioni europee - hanno probabilmente contribuito a scriverle. Anche l'accanimento delle associazioni dei consumatori da anni ipersensibili alla tematica borsistica ed alle falle del sistema di tutela dei piccoli azionisti, a torto od a ragione addebitate ad un presunto grande disegno del Governatore ha contribuito a moltiplicare le istanze giurisdizionali adite, sollecitando una pluralità di riflessioni che qui si enunciano solo per sommi capi. Le istruttorie amministrative condotte dagli organi di vigilanza, anzitutto, hanno prodotto esiti divergenti, che la sentenza 13-19 luglio - 9 agosto 2005 del Tar Lazio ha volutamente mantenuto su piani separati 3.2.9 ma che, proprio per questo, rendono lampante l'esistenza di un problema da risolvere de iure condendo in sede di approvazione della legge sul risparmio, da anni pendente nelle aule parlamentari se la Consob ha accertato l'avvenuta stipulazione di un patto parasociale occulto in data 18 aprile 2005 comportante il superamento della soglia rilevante ai fini Opa al 19 aprile 2005, eppure ciò non può incidere sulla legittimità del rilascio delle autorizzazioni all'incremento delle quote sociali date in precedenza da un organo diverso come la Banca d'Italia, allora non si realizza alcuna sinergia tra i due organi di controllo, ma anzi l'uno pregiudica l'efficacia dell'operato dell'altro. Se poi si calcola l'effetto moltiplicatore che in tale corto circuito deriva dalla natura dei provvedimenti discrezionali di un soggetto riconducibile alla categoria delle autorità indipendenti per i quali è dato registrare sovente una contestualità cronologica ed una parziale sovrapposizione logica tra il momento della valutazione tecnica e la ponderazione dell'interesse pubblico, e più in generale la fusione dei due momenti in un procedimento logico unitario , a ciò conseguendo il riconoscimento di un potere di valutazione tendenzialmente riservato all'amministrazione 3.2.3 , ne consegue che anche lo strumento di tutela giurisdizionale amministrativa soffre di gravi limitazioni di efficacia. A fronte di un patto parasociale occulto intercorso tra Bpl ed altri soggetti, il tribunale civile ordinario ha potuto impedire l'insediamento del consiglio d'amministrazione frutto dell'intesa il tribunale amministrativo, invece, non ha saputo far altro che ascrivere alla discrezionalità amministrativa della Banca d'Italia la decisione di giudicare la Bpi gestita in modo sano e prudente - ossia rispondente a criteri di piena efficienza funzionale e di correttezza nello svolgimento degli affari - sormontando l'evidente elusione degli articoli 122 D.Lgs Tuf, e 20, 2 comma, Tub sulla comunicazione degli accordi alle Autorità di vigilanza quando la scalata borsistica lasciava intendere l'esistenza di un patto occulto. Ovviamente, la percezione dell'opinione pubblica - e degli ambienti finanziari internazionali - è che la partita si stesse giocando in modo gravemente sperequato, con Fiorani autorizzato ad incrementare la sua partecipazione a semplice richiesta, e Groenink costretto a subire la contro-scalata senza poter dar corso all'Opa prima del suo formale inizio, con vistosi ritardi della Banca d'Italia nell'autorizzarlo ad incrementare a sua volta il capitale societario una lotta con una mano legata dietro alla schiena , com'è stato detto in ambienti comunitari attentissimi a valutare la condotta della Banca d'Italia sin da quando avevano creduto di percepire favoritismi in precedenti vicende borsistiche finite male vedasi il caso Parmalat . Anche nei rapporti tra Consob e giudice penale, la normativa è lungi dall'essere trasparente. Va rilevato che le ipotesi di reato adombrate il 2 maggio aggiotaggio e violazione degli obblighi verso gli organi di vigilanza non sono necessariamente implicate dall'accertamento effettuato dalla Consob il 10 maggio, essendo esso funzionale solo alle procedure di competenza dell'autorità di vigilanza e non rappresentando affatto una surrogazione nelle competenze del magistrato di accertamento delle diverse fattispecie apprestate dall'ordinamento penale in ordine alla tutela dell'esercizio dei poteri di vigilanza ed alla pubblica fede degli azionisti . L'onere di tale accertamento ricadeva tutto sulla Procura che, pur valendosi degli atti compiuti dai vari organi di controllo, doveva ricercare elementi di prova in ordine a condotte che in ipotesi si erano già verificate, benché il provvedimento del Gip Forleo sottolinei la circostanza dell'evidente permanenza dell'attualità delle condotte incriminate p. 22 . Il Ministro della giustizia, nella sua relazione dinanzi al Consiglio dei ministri del 2 settembre 2005, contestò la pertinenza, per l'autorizzazione ad effettuare intercettazioni nell'ambito di questa indagine preliminare, del principio del tempus regit actum che sembra impropriamente richiamato nei provvedimenti del Gip di Milano . Per il Ministro è vero che dal 12 maggio 2005 era possibile ricorrere al mezzo della intercettazione per l'accertamento dei reati di cui agli articoli 184 e 185 Tuf, in virtù dell'articolo 9 della legge comunitaria 62/2005 che, nel recepire nel nostro ordinamento le direttive comunitarie in materia di abuso di informazioni privilegiate e manipolazione del mercato, ha anche modificato, in punto di pena, le previsioni di cui al testo precedente degli articoli 184, 185 e 186 Tuf, stabilendo un massimo edittale di sei anni, oltre ad includere i reati di insider trading ma è anche vero che tale mezzo investigativo può essere utilizzato unicamente per l'accertamento dei reati in questione commessi successivamente alla data di entrata in vigore della nuova normativa, e non per quelli commessi in epoca precedente curiosamente il Guardasigilli ignora che la legge n. 62 non recava alcun catenaccio , per cui la sua entrata in vigore non risale al 27 aprile 2005, come detto in relazione, bensì al quindicesimo giorno successivo a questa che è la data della sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale . Nel caso di specie secondo il Ministro vi sarebbe incertezza sulla data di commissione dei reati perché nel decreto di sequestro preventivo viene indicata come data di commissione il periodo dal 14 dicembre 2004 al 21/04/2005, mentre nell'ordinanza applicativa della misura interdittiva si parla di condotta perdurante. Se peraltro la data di commissione del reato è quella riportata nel decreto di sequestro, le intercettazioni sarebbero state disposte in modo illegittimo, per un reato per il quale non erano autorizzabili, in considerazione della pena edittale all'epoca prevista, inferiore a quella che, ex articolo 268 Cpp, consentiva l'intercettazione . Comunque sia, le intercettazioni sono state decise per riscontrare a posteriori l'esistenza di previe intese illecite tra i cosiddetti concertisti nonché per accertare la protrazione dei reati ipotizzati fino ad ulteriori conseguenze concertata azione finalizzata sia a perseverare nell'occultamento del 'concerto' già evidenziato dalla Consob, sia ad occultare la mancata sussistenza del coefficiente patrimoniale minimo di Bpl necessario ai fini della scalata Antonveneta attraverso l'Opas in corso, e ciò attraverso operazioni finanziarie strategiche in essere tra tutti i citati personaggi pp. 22-23 dell'ordinanza del Gip Forleo . È evidente che questa seconda possibilità era destinata ad incidere pesantemente sulla vicenda finanziaria ancora in atto i soggetti indagati potevano essere indotti, nelle loro mosse, a comportamenti orientati dalla consapevolezza di essere sotto l'attento sguardo della magistratura penale. La letteratura criminologica è ricca delle possibili conseguenze di una simile situazione la desistenza non è certo un indizio di innocenza dell'indagato, ma piuttosto di timore di pregiudicare ulteriormente la sua posizione con comportamenti che potrebbero essere ricostruiti dall'organo inquirente come parte di un medesimo disegno criminoso nel quale si inscrive l'originaria notizia di reato. Viceversa, la pervicacia non è necessariamente indizio di colpevolezza, trattandosi anche di una delle possibili modalità con cui l'indagato difende l'onestà della sua originaria condotta dimostrandosi tenacemente convinto della sua giustificazione ne consegue che casi di ostinazione, nel perseguire l'obiettivo sul quale si sono appuntati i sospetti della magistratura, possono essere in corso d'opera ricostruiti volta a volta dall'organo dell'accusa come protrazioni dell'originario illecito verso nuovi ed ulteriori effetti proventi illeciti, occultamenti delle prove, ecc. , mentre per la difesa essi riverberano la liceità della condotta originaria e rifiutano di piegare il corso degli affari degli indagati a comode scappatoie desistenziali. Ciò anche senza considerare che, in varie ipotesi del passato, s'è criticata la supplenza della magistratura - anche nei confronti dei poteri di vigilanza - proprio per le modalità indebite con cui la gestione dei tempi dei processi si traduce in incentivo a contrattare con gli inquisiti forme di desistenza esse, in negativo, uniformano la situazione di fatto ad un nuovo assetto dei poteri politici od economici, assai più che ad un pedissequo ossequio allo stretto diritto che, proprio perché ideale astratto, è irriducibile a configurazioni puntuali delle situazioni oggetto di indagine, le quali assai più concretamente rispondono alle concezioni culturali di questo o quel magistrato . Tutto ciò non poteva essere sconosciuto ai magistrati dell'accusa presso il tribunale di Milano, che tanta parte in passato hanno avuto nel disvelare sistemi di criminalità politica, economica ed amministrativa. Anche nella parte che dovesse essere pervenuta alla Procura da altre fonti, non può aprioristicamente parlarsi di materiale probatorio né tantomeno di prova legale o presuntiva lungi dall'essere succube di intercettazioni raccolte ad altri fini da altri organismi non giurisdizionali, il giudice è legato sempre e soltanto al suo libero convincimento ed alla connessa responsabilità motivazionale, per cui neppure la fonte specialistica dell'indagine lo esenta dall'esercitare appieno il suo ruolo di peritus peritorum. Si deve dunque presumere che i giudici milanesi a ragion veduta avessero prescelto lo strumento delle intercettazioni telefoniche, per riservarsi un accurato esame delle relative risultanze ai fini dell'utilizzo delle parti di interesse dell'indagine, eliminando tutto ciò che non rispondesse al corso della giustizia, inteso sia come efficace che come rispettoso del diritto. Effettivamente, nei brogliacci degli organi di polizia giudiziaria incaricati delle operazioni di intercettazione è entrata una mole di vita di relazione degli indagati, assolutamente sproporzionata in quasi un mese da fine giugno a fine luglio le attività di finanzieri rinomati sono state monitorate sia nei loro rapporti reciproci, sia nei loro contatti con organi dell'amministrazione e della vigilanza, sia nella loro ricerca di referenti pubblici, sia infine nelle loro relazioni private. Qui non si dispone degli elementi d'insieme che, il 2 settembre 2005 in Consiglio dei ministri, hanno fatto dire al Guardasigilli - dopo aver premesso che tranne due casi al centro di procedimenti , le conversazioni hanno riguardato atti notificati agli indagati e ai loro legali e quindi non più riservati - che il fatto che tutti gli atti siano stati depositati, facendoli uscire dal segreto istruttorio, rappresenta una ''prassi discrezionale e alquanto rara'', da cui sarebbe nato un ''processo mediatico nazionale e internazionale''. Per ciascuna di queste fasce di attività vi può essere una spiegazione o una giustificazione, e spetterà agli interessati, nella sede propria degli ulteriori stadi e gradi del giudizio, produrle agli organi della magistratura giudicante competente a valutarle. Le norme europee sulla libera circolazione dei capitali - in virtù delle quali tali offerte erano state se non rese possibili senz'altro agevolate come del resto è avvenuto anche per iniziative che vedevano imprese italiane allargare le loro attività in mercati stranieri, ad esempio quello tedesco con la fusione UniCredit-Hvb - non avevano impedito in passato iniziative pubbliche di difesa della rilevanza strategica di un determinato settore produttivo nazionale, sia in Italia cfr. decreto-legge 192/01, convertito in legge 301/01 , sia all'estero l'acquisizione, da parte dell'inglese Hsbc, del Credit Commercial de France, primo istituto francese passato direttamente sotto il controllo estero, data solo dal 2000 . Nel caso dell'Antonveneta, però, nessuna assunzione di responsabilità in tal senso s'era avuta da parte delle competenti autorità politiche e di Governo, per cui era ragionevole l'affidamento dei soggetti promotori che l'esito delle due iniziative sarebbe stato deciso dal mercato, confrontandosi con tutti gli altri soggetti economici interessati secondo le regole vigenti al momento delle offerte alla neutralità del Governo avrebbe dovuto corrispondere un atteggiamento di totale imparzialità da parte dei soggetti investiti di poteri amministrativi di controllo e vigilanza del settore creditizio ed assicurativo, per quanto riguarda la Bnl . Nonostante ciò, l'elevata valenza politico-economica della questione dell' italianità delle banche determinava da mesi un dibattito sugli organi di stampa non solo di settore ma anche generalisti e nel paese, al quale naturalmente non si sono sottratti parlamentari di vari schieramenti si è avuta in molte tribune, anche parlamentari, l'espressione delle opinioni più diverse in ordine ai moventi ed alle caratterizzazioni culturali delle offerte straniere cfr. Ettore Bernabei sul Corriere della sera del 19 agosto 2005, p. 10 , alla differenza di storia azionaria delle due banche italiane cfr. Roberto Maroni in dichiarazione all'Adn-Kronos del 18 luglio 2005 , all'apertura del mercato nostrano alla globalizzazione cfr. Giuliano Amato, intervista al Corriere della sera del 9 maggio 2005 ed al timore di un drenaggio di risorse di risparmio verso aree geografiche più remunerative con conseguenti ricadute negative sull'occupazione e sullo sviluppo nel nostro Paese . Legittime contrapposizioni di idee si sono spinte fino a dividersi sull'opportunità che una contro-scalata emergesse da parte dell'imprenditoria italiana, per fronteggiare le offerte straniere sul piano della migliore redditività per i detentori di azioni sul mercato. Certo è rimarchevole che nell'attuale fase della vita pubblica esponenti del ceto elettivo si sbilancino ad invocazioni di un intervento di privati che, per interessi sicuramente privati, compiano scelte economiche destinate ad inibire l'accesso ad altri privati ed a locupletare i privati che nel luogo della borsa accettino la loro offerta. Una concezione diversa della vita pubblica, anche quando si parlava di questione morale, indusse - in buona parte del primo cinquantennio di storia repubblicana - a rispettare una rigida delimitazione di ambiti di intervento, e non solo per evitare indebite alterazioni del mercato azionario ma anche per salvaguardare una percezione pubblica dell'esercizio dei poteri amministrativi come indifferenti all'alea intrinseca nel giuoco di borsa. Ma è altrettanto vero che l'ambito di intervento, fin troppo incisivo, che nel medesimo periodo vedeva pesantemente lo Stato presente nell'economia mercé le società a partecipazione statale e le loro holdings , rappresentava una valvola di sfogo per le pulsioni da sempre presenti nella nostra società, da cui provengono richieste alla politica in ordine alla salvaguardia di livelli occupazionali e di sviluppo spesso irriducibili con le rigide regole del mercato internazionale. Il ritiro dello Stato dall'economia, con la fine dell'Istituto per la ricostruzione industriale IRI ed i processi di privatizzazione di enti pubblici economici sviluppatisi nel corso di tutto l'ultimo decennio, avrebbe dovuto sancire un processo di maturazione della nostra società, compensato dall'ingresso in Europa e dalle prospettive dell'integrazione economica nell'area monetaria comune dell'euro. Tutto ciò non pare avvenuto, o almeno non del tutto il modo in cui da varie parti, trasversali a tutti gli schieramenti, si guarda al nuovo settore privato spesso non è solo di propiziamento sul territorio di reinvestimenti, volti all'ulteriore dilatazione nel tessuto economico nazionale della capacità imprenditoriale, ma di arruolamento in contese imprenditoriali con quelle che si percepiscono come le linee di rifornimento degli avversari. La suggestiva spiegazione, che di questo fenomeno talvolta si dà, è che i nuovi soggetti economici - caratterizzati da concentrazioni di ricchezza non dissimili da quelle del passato, ma a vantaggio di personaggi non appartenenti al capitalismo familiare della tradizione nostrana - debbano buona parte della loro fortuna alla svendita del patrimonio industriale e creditizio pubblico, che sarebbe stata perpetrata proprio ad opera dei decisori politici che ora chiedono loro svariate modalità di contraccambio. Ma si tratta di una spiegazione che ignora i dati normativi sopraggiunti proprio in quest'ultimo decennio compendiati nella distinzione tra poteri di indirizzo e di gestione di cui al decreto legislativo n. 165 del 2001 la gestione di quei processi ha coinvolto tali e tanti dirigenze amministrative - ministeriali, di autorità indipendenti, centrali e periferiche - che anche a voler tralasciare il fatto che si è pacificamente articolata lungo almeno tre diverse maggioranze politiche, a partire dal 1994 sarebbe francamente esagerato postulare un disegno unitario di una lobby organizzata per avvantaggiare alcune teste di legno destinate poi a rendere il favore. Quanto poi alla fonte del malcostume economico, tristi esempi anche recenti dimostrano che non necessariamente esso promana da imprenditori sorti o prosperati nell'alveo delle privatizzazioni, essendo i più recenti attentati alla fede pubblica degli investitori azionari - interni ed internazionali - provenuti da dirigenze societarie private stabilmente facenti parte da decenni della clientela bancaria pubblica e privata, con linee di credito praticamente illimitate a fronte di gravissimi dissesti gestionali solo recentemente venuti alla luce. Detto questo, resta comunque un esempio di dubbio gusto - ed un'indubbia caduta di stile - quello che ha visto rappresentanti delle istituzioni, sostenitori della legittima tesi dell'italianità delle banche sotto attacco, invocare pubblicamente la presentazione di contro-offerte il fatto che esse siano state poi effettivamente lanciate da alcune cordate di privati, nei successivi mesi, getta un'ombra indebita sulla trasparenza dei moventi politici, della quale l'unico giudice, comunque, non può che essere l'opinione pubblica. La dimestichezza tra il Governatore ed uno dei concorrenti alla scalata di Antonveneta, che buona parte dell'opinione pubblica crede di vedere provata dal tenore delle intercettazioni divulgate dalla stampa tra la fine di luglio e l'inizio di agosto, ha messo a repentaglio proprio l'immagine che la burocrazia della moneta unica ha rivendicato nei flutti economico-finanziari degli anni Novanta una longa manus dell'Europa protesa a frenare la caduta del nostro Paese nel terzo mondo, un esercito di virtuosi della moneta che impedisce il ritorno ai decenni allegri della spesa pubblica in nome della governance imposta dall'adesione ai trattati di Maastricht e di Amsterdam. In realtà, senza in nulla voler sminuire le gravi responsabilità di chi dal massimo soglio ha inseguito il sogno di un polo industrial-finanziario cattolico del Sud, è la natura anfibologica della Banca d'Italia ad aver rappresentato la tentazione cui resisti non potest. Tra le funzioni tipiche di una banca centrale vi è senz'altro quella di controllo e di supervisione sui circuiti di compensazione e di regolamento, i quali hanno un forte legame con il più vasto settore dell'intermediazione monetaria ma sin da prima della costituzione del Sistema europeo di banche centrali Sebc , la vigilanza sul mercato finanziario tout court era vissuta come dominio riservato della Banca d'Italia e, quando nel 1993 fu varato il Protocollo sullo statuto del Sistema europeo di banche centrali e della banca centrale europea, in appendice al trattato che istituisce la Comunità europea, la burocrazia di palazzo Koch si valse delle pregnanti garanzie di indipendenza ivi previste per i decisori nazionali della moneta, per rivendicarne l'applicabilità anche a quella diversa e tutt'affatto peculiare competenza. Pare quindi una curiosa eterogenesi dei fini quella che vede ora i massimi vertici del Governo nazionale quella stessa indipendenza invocare, per rilanciare in campo europeo la palla della decisione finale sull'esistenza di gravi motivi di sfiducia, che sarebbero idonei a produrre le dimissioni del Governatore. In realtà, l'intervento a più riprese della Commissione europea - nel corso della vicenda Antonveneta - illumina a sufficienza sulle modalità con cui si rapporta in Europa la competenza vigilanza sul mercato finanziario della Banca d'Italia la questione fu sollevata dal commissari al mercato interno ed alla concorrenza, spia piuttosto inequivoca del fatto che le alterazioni al libero accesso di concorrenti stranieri al nostro mercato azionario venissero in rilievo del tutto a prescindere dal fatto che il destinatario dei rilievi fosse il Governatore. L'autorità amministrativa che governa questi settori può essere in larga misura indipendente, ma nulla impone che essa si identifichi con la Banca centrale anzi, la responsabilità che allo Stato italiano deriva dall'inadempimento di obblighi comunitari suggerirebbe che proprio quella peculiarità del nostro sistema di governo della Banca centrale - l'incarico vitalizio - non operi per l'organo investito del controllo della conformità del mercato alle priorità di libera concorrenza imposte dai trattati. Come al solito, per ottenere un risultato che non si ha il coraggio di sostenere pubblicamente si gioca di sponda il Governo ha preso la palla al balzo per proporre l'emendamento più volte adombrato negli anni scorsi in sede parlamentare sull'incarico a tempo quando però si è trattato di disciplinare l'esistente, ha rinviato la questione alla Bce. Ma per quanto tra le funzioni della Banca centrale europea vi sia oltre all'emissione di banconote e moneta, alla cooperazione ed alla stabilizzazione del sistema finanziario la corretta conduzione delle politiche attuate dalle autorità competenti in materia di vigilanza prudenziale degli enti creditizi , è abbastanza chiaro che ciò è funzionale al concorso di tale importante organismo alle determinazioni dei decisori di politica economica, e non certo una competenza esclusiva. Ma, soprattutto, non è necessario rispolverare la giurisprudenza amministrativa sull'appartenenza dei consiglieri comunali ai consigli delle comunità montane per ricordare che l'appartenenza del Governatore al Consiglio direttivo della Bce è la classica carica di secondo grado è il fatto di essere Governatore a Roma che dà titolo ad entrare nel grattacielo sulla Kaiserstrasse di Francoforte. Il codice etico ivi liberamente siglato non ha una propria cogenza, né potrebbe essere in un'Unione che non è ancora uno Stato sovranazionale ma anche ammesso che l'avesse, esso non potrebbe che contestare condotte contrarie alle decisioni dell'organo comunitario di politica monetaria , e non mai questioni ad esso estranee Fiorani od Alvito, non fa differenza ne è parso ben consapevole lo stesso Governatore olandese, che s'è guardato bene dal commistionare la sua funzione di decisione monetario con la difesa d'ufficio dei suoi compaesani dell'Abn Amro, smentendo coi fatti arditi preannunzi di stampa locale. Quanto poi all'articolo 14 paragrafo 2 del citato Protocollo sullo statuto del Sistema europeo di banche centrali e della banca centrale europea, la parola finale l'ha pronunciata il Presidente della Bce rispondendo alle letture interessate di fonte italiana prescrivere che un governatore possa essere revocato dal suo incarico solo se non soddisfa più le condizioni richieste per l'espletamento delle sue funzioni o si è reso colpevole di gravi mancanze non significa affatto che spetterebbe alla Bce il compito di rimuoverlo, perché tale onere spetta a chi lo ha designato, cioè alle autorità nazionali e in base alle leggi nazionali. In altri termini, quella è una norma di garanzia, che la disciplina comunitaria introduce per il caso esattamente opposto a quello del Governatore a vita un responsabile di banca centrale che, tenuto sotto schiaffo dal governo nazionale, veda come garanzia ultima la possibilità di impugnare la decisione di rimuoverlo perché non motivata con quei due soli casi ammessi , da solo o da parte del Consiglio direttivo di cui è membro, appellandosi alla Corte europea di giustizia. E sarebbe davvero una degna chiusa della vicenda quella che, dopo aver visto scomodati praticamente tutti gli ordini giudiziari nazionali, investisse del lodo finale addirittura i supremi giudici dei Trattati, portando a Lussemburgo le irrisolte questioni del nostro rapporto tra amministrazione, politica e finanza.

Senato della repubblica Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari 7 Settembre 2005 85a Seduta Comunicazioni del Presidente sulla corrispondenza tra il Senato ed uffici giudiziari milanesi e romani sviluppatasi nel mese di agosto in ordine alle intercettazioni subite dai senatori Luigi Grillo ed Ivo Tarolli Il Presidente comunica che il 1 agosto 2005 il Presidente del Senato, con lettera al Presidente della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, richiamava l'attenzione sulla notizia, pubblicata dalla stampa nei giorni passati, che, nel corso di una intercettazione telefonica, sarebbe stata captata una conversazione con una utenza del Senato . Nella medesima lettera, il presidente Pera informava di aver richiesto in pari data elementi di informazione sulla vicenda al Presidente del Tribunale di Milano ed al Procuratore della Repubblica presso lo stesso Tribunale il Presidente si riservava di far pervenire alla Giunta queste informazioni perché, nel caso, la Giunta sia in grado di valutare se nella fattispecie siano state rispettate le prerogative del Senato . Il 3 agosto 2005 il Presidente del Senato scriveva nuovamente al Presidente della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, trasmettendogli per opportuna conoscenza una missiva del senatore Ivo Tarolli nella quale egli illustrava le modalità con cui gli era stato comunicato da un'anonima fonte giornalistica che il suo numero di utenza telefonica cellulare risultava presente in un'indagine giudiziaria. Il Presidente informava di aver trasmesso al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma tale missiva, per le eventuali iniziative di sua competenza il Presidente del Senato concludeva riservandosi di tenere informata la Giunta sugli sviluppi della vicenda. Il 5 agosto 2005 era trasmessa alla Giunta, su incarico del Presidente del Senato e per opportuna conoscenza, una lettera con cui il senatore Luigi Grillo informava di aver inoltrato regolare denuncia in ordine ad accessi illegittimi effettuati da ignoti nella sua casella di posta elettronica. Il 31 agosto 2005 il Presidente del Senato trasmetteva alla Giunta, per opportuna conoscenza, copia delle risposte pervenute rispettivamente il 4 agosto dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano in esito alla lettera del 1 agosto, ed il 5 agosto dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma in esito alla lettera del 3 agosto. Ancora il 31 agosto 2005, era trasmessa alla Giunta, su incarico del Presidente del Senato e per opportuna conoscenza, copia della risposta pervenuta in data 5 agosto dal Presidente del Tribunale di Milano in esito alla lettera del 1 agosto. Vanno anzitutto differenziate le posizioni dei due uffici giudiziari investiti delle richieste del Presidente del Senato. Gli uffici giudiziari milanesi avrebbero dovuto fornire elementi di informazione sulla vicenda , mentre l'ufficio requirente romano avrebbe dovuto illustrare le eventuali iniziative di sua competenza . Nel secondo caso il Procuratore della Repubblica Ferrara ha inteso la richiesta come volta ad acquisire elementi di informazione pertanto, nel suo riscontro, ha comunicato che nessuna intercettazione è stata disposta presso questa Procura, né pregressa né attuale, sul telefono cellulare intestato al senatore Ivo Tarolli . Nel primo caso, invece, i magistrati milanesi hanno replicato fornendo informazioni che, nel caso del Presidente del Tribunale, erano anche corredate da un allegato costituito dall'estratto dell'ordinanza del giudice Forleo, relativo alla trascrizione della conversazione di cui si tratta. In particolare, l'ordinanza reca le seguenti parole Il 6 luglio 2005 alle ore 20,30 il FIORANI riceve una chiamata dall'utenza cellulare n. risultata intestata al Senato della Repubblica, parlando con tale 'Gigi', il quale a un certo punto passa il telefono alla ROSATI, che evidentemente è con lui . Nel corso della conversazione tra Fiorani e Rosati, Fiorani afferma quello che io ho successo te lo dirà Gigi , ed a tale nome è giustapposta una nota a pie' di pagina nella quale si legge Verosimilmente lo stesso 'Gigi' a cui la ROSATI passerà poi la conversazione . Infine Rosati conclude con le parole stai tranquillo ti ripasso Gigi, ti ripasso Gigi . Anche in tal caso, però, va rilevata la vasta lacuna informativa nella quale il Senato è mantenuto, in ordine a vicende che potrebbero afferire alle sue prerogative costituzionali il contenuto di atti che gli stessi uffici giudiziari dichiarano pubblicamente non essere più coperti da segreto di indagine - perché comunicati alle parti - non è trasmesso ad un organo costituzionale che abbisogna di elementi informativi certi per poter valutare la situazione nella quale potrebbero venire in rilievo le immunità dell'organo e dei suoi componenti. Pertanto, l'istruttoria condotta - per poter offrire quanto meno una sequenzialità logica e cronologica - si è dovuta arricchire di elementi informativi ulteriori, appartenenti al novero dei fatti notori ad essi si è attinto per rispondere al quesito fondamentale che l'intera vicenda solleva in rapporto alle prerogative parlamentari se cioè l'articolo 6 della legge 20 giugno 2003, n. 140, fosse applicabile al caso di specie e se, pertanto, le avvenute intercettazioni indirette sulle utenze dei senatori Grillo e Taralli fossero oggetto di utilizzo e necessitassero, di conseguenza, della previa autorizzazione della Camera di loro appartenenza. I fatti notori sono i seguenti su disposizioni della Procura della Repubblica presso il tribunale di Milano, sono state effettuate alcune intercettazioni telefoniche nell'ambito del procedimento penale n. 19195/05. In tre riprese, la stampa nazionale ha rivelato i contenuti di tali intercettazioni, ed in tutt'e tre le occasioni è emerso che tra le utenze intercettate ven'erano alcune di senatori della Repubblica il 30 luglio 2005 il quotidiano La Repubblica afferma che tra le conversazioni intercettate di cui aveva dato notizia per primo Il Giornale del 26 luglio 2005 ven'era una tra la consorte del governatore della Banca d'Italia, Cristina Rosati, e l'amministratore delegato della Banca popolare di Lodi, Gianpiero Fiorani, nella quale la signora Rosati avrebbe parlato da un'utenza utilizzata dal senatore Grillo il quotidiano La Repubblica il 6 agosto 2005 riporta stralci delle conversazioni che il senatore Ivo Tarolli avrebbe avuto l'8 ed il 16 luglio con la signora Rosati in telefonate intercettate dalla magistratura milanese nell'ambito dell'inchiesta su Antonveneta infine il Corriere della sera del 12 agosto 2005 cita una conversazione, definita dagli investigatori molto rilevante , avvenuta il 7 luglio tra il presidente della Unipol Giovanni Consorte e un parlamentare ds mediante un cellulare che appartiene al senatore Nicola Latorre . Nella conclusione della sua lettera 4 agosto 2005 di risposta al Presidente del Senato, il procuratore di Milano Minale afferma che il suo ufficio ha operato nel pieno rispetto delle prescrizioni di cui alla legge n. 140/2003 e dei princìpi fissati dalla successiva sentenza della Corte costituzionale n. 163/2005 . La questione dell'immunità che copre le conversazioni dei parlamentari ai sensi dell'articolo 68, terzo comma, della Costituzione, come novellato nel 1993, era quindi ben presente alle autorità responsabili dell'indagine milanese. Le questioni dipendenti dall'immunità parlamentare di alcuni interlocutori degli indagati, per il procuratore Minale, sarebbero state risolte con le seguenti accortezze è stato trascritto il contenuto della conversazione intercorsa tra persona indagata e sottoposta ad intercettazione e persona che ha utilizzato l'utenza in uso al senatore Luigi Grillo la conversazione tra l'indagato ed il parlamentare è stata 'omissata', non trascritta e non utilizzata è stata invece trascritta ed utilizzata la successiva conversazione esclusivamente intercorsa, utilizzando la medesima utenza, tra Cristina Rosati e l'indagato Gianpiero Fiorani . Sostanzialmente analoga la posizione del presidente del tribunale, Cardaci, che rispetto al procuratore Minale si differenzia eminentemente per la precisazione secondo cui l'utenza chiamante è risultata utenza cellulare in uso a 'Gigi' ed intestata al Senato della Repubblica . L'articolo 68, terzo comma, della Costituzione - come è noto - richiede che l'intercettazione in qualsiasi forma di conversazioni di parlamentari sia autorizzato dalla Camera di appartenenza. Una tesi riduttiva afferma che la norma costituzionale riguarda solo le intercettazioni dirette, cioè disposte dalla magistratura sull'utenza telefonica del parlamentare ovvero quelle ambientali che si rivolgano direttamente alla sua persona . Una tesi più ampia, invece, vuole che la guarentigia si estenda anche alle intercettazioni indirette, cioè quelle disposte dalla magistratura sull'utenza di altro soggetto, che poi venga in contatto telefonico ovvero ambientale con un parlamentare. La tesi più ampia è stata accolta dal Legislatore, che l'ha recepita nell'articolo 6 della legge 20 giugno 2003, n. 140 trattandosi in assunto di un evento casuale l'intercettazione indiretta per definizione avviene quando si ignora con chi parlerà l'intercettato la legge non ha imposto la forma dell'autorizzazione preventiva, ma ha invece disposto che, nel momento in cui il giudice per le indagini preliminari ritenga di utilizzare il contenuto delle intercettazioni, deve entro dieci giorni da tale valutazione fatta previa audizione delle parti richiedere l'autorizzazione alla Camera di appartenenza del parlamentare. Giova ricordare che tale procedura è stata seguita dai giudici di Brindisi e Torino nei casi dei senatori Stanisci e Vallone, ed in ambedue i casi il Senato ha accordato l'autorizzazione. La contestazione della legittimità costituzionale della disciplina suddetta, effettuata dalla Corte di cassazione, è naufragata in un nulla di fatto quando la Corte costituzionale, con la sentenza n. 163 del 21 aprile 2005, ha emesso pronuncia di mero rito, dichiarando inammissibile il quesito in quanto non rilevante ai fini della decisione del giudice a quo. L'effetto della sentenza, comunque, non è stato quello di dichiarare l'incostituzionalità della disciplina. Anzi, nella sentenza si sostiene che anche in rapporto alla locuzione in qualsiasi forma , contenuta nel precetto costituzionale, sarebbe astrattamente proponibile - ed è stata in fatto proposta - una interpretazione ampiamente comprensiva, basata sulla ratio del privilegio di cui si discute punto 3 del Considerato in diritto . Si tratta proprio dell'interpretazione di merito data dal Senato, accolta anche dalla Presidenza del consiglio dei ministri ambedue avevano affermato che l'articolo 6 è riconducibile alla previsione dell'articolo 68 Cost., la quale giustificherebbe il trattamento differenziato la tutela della riservatezza del parlamentare - che pure rientrerebbe tra le finalità della norma - non esclude che l'articolo 6 tuteli le prerogative parlamentari e la libertà di esplicazione della funzione connessa al mandato elettivo . Resta dunque allo stato prevedibile che, in caso di mancata richiesta di autorizzazione all'utilizzazione di un'intercettazione indiretta, si determini un vizio processuale idoneo a travolgere con la sanzione dell'inutilizzabilità tutti gli atti che quell'intercettazione utilizzino. La posizione del senatore Luigi Grillo rientrerebbe appieno tra quelle considerate dall'articolo 6 della legge n. 140 del 2003, laddove delle conversazioni da lui tenute si facesse utilizzo in un procedimento penale. Al momento della trasposizione dei contenuti di tale intercettazione nel provvedimento assunto il 25 luglio 2005, l'ufficio del pubblico ministero scelse di coprire con degli omissis le parti della telefonata in cui compariva la voce del senatore Grillo. Ma quel che è certo è che, con la caduta del segreto d'indagine, ogni ulteriore dubbio in ordine all'identificazione di Gigi era stato fugato dalle rivelazioni della stampa. Il 30 luglio 2005 il quotidiano La Repubblica aveva affermato che tra le conversazioni intercettate ven'era una tra la consorte del governatore della Banca d'Italia, Cristina Rosati, e l'amministratore delegato della Banca popolare di Lodi, Gianpiero Fiorani, nella quale la signora Rosati avrebbe parlato da un'utenza utilizzata dal senatore Grillo . Alla data dell'ordinanza del Gip Forleo 1 agosto 2005 , quindi, l'identità di Gigi era fatto notorio e pertanto, la riserva del Gip in ordine al fatto che Gigi fosse in corso di identificazione era poco meno di una clausola di stile. D'altro canto, già in base ai documenti al suo esame il Gip era in grado di inferire l'identità di Gigi , visto che l'ordinanza a pagina 76 si riferisce ad una conversazione del 14 luglio in cui la signora Rosati dice a Fazio che la sera precedente anche Gigi Grillo era preoccupato la signora parla anche delle cose completamente diverse - dall'esistenza di un provvedimento di intercettazioni telefoniche a carico del Fiorani - che aveva detto un onorevole amico di Grillo . Nella ricostruzione della vicenda, contenuta nella medesima ordinanza 1 agosto 2005, il Gip non si limita a trasporre un dubbio identificativo che era già superato. Ella pare ascrivere principalmente a tale dubbio il fatto che non si proceda nei confronti del medesimo Gigi, visto che queste ed altre parti di intercettazioni indurrebbero ad annoverarlo tra i personaggi i cui rapporti con gli indagati lungi dall'incanalarsi in fisiologici rapporti istituzionali o in rapporti meramente amicali - che legittimamente avrebbero potuto snodarsi parallelamente ai primi - appaiono all'evidenza contrassegnati da illegittime pressioni da un lato e da illeciti favoritismi dall'altro p. 23 dell'ordinanza citata . Per quanto riguarda il caso del senatore Tarolli, l'ordinanza del Gip è strutturata come segue. Il signor Fiorani, conversando con la signora Rosati il 18 luglio 2005 in una telefonata intercettata ed utilizzata nell'ordinanza del gip Forleo, richiede non t'ha chiamato invece l'IVO? tu volevi sentire anche lui? . Tali frasi, evidenziate in neretto nel testo, ricevevano la seguente risposta dalla Rosati certo, ci mancherebbe altro cioè era già scontato, figurati . Al nome Ivo è giustapposta una nota con rinvio a pie' di pagina, in cui il gip chiosa Il riferimento a un personaggio di nome 'Ivo' ricorre in molte delle conversazioni intercettate, e spesso lo stesso risulta chiamante dall'utenza sull'utenza della Rosati vedasi tel. nn. 4, 34, 62, 83, 230, 547 , da alcune delle quali si comprende inequivocabilmente trattarsi di un esponente del mondo politico . In tal caso, quindi, non si è avuta neanche pro parte citazione di conversazioni svolte tra indagati ed il senatore la peculiarità, però, è che dell'esistenza di tali intercettazioni indirette offre attestazione la stessa ordinanza, che curiosamente non vi ravvisa elementi sufficienti per addivenire all'identificazione dell'interessato ma è abbastanza sicura di annoverare il soggetto tra gli esponenti del mondo politico. Si tratta di una vaghezza piuttosto artificiosa, evidentemente idonea a sottrarre l'utilizzo che se ne fa dalla possibile obiezione inerente alle prerogative parlamentari dell'interessato. La sua identificazione, del resto, è stata possibile ad un anonimo qualificatosi appartenente all'agenzia stampa Il Velino semplicemente chiamando al numero telefonico indicato in chiaro nella predetta nota a pie' di pagina. Se il materiale a disposizione del gip Forleo consiste anche nei brogliacci di ulteriori telefonate non utilizzate nell'ordinanza, è possibile anche in questo caso che futuri atti processuali ne utilizzino i contenuti e, pertanto, anche per essi è necessario chiarire la vigenza delle prescrizioni dei cui all'articolo 6 della legge n. 140 del 2003. Pur prescindendo dal fatto che il senatore Latorre non abbia avanzato richiesta alcuna al Presidente del Senato, l'utilità di un'estensione al suo caso della materia di competenza in esame va poi attentamente considerata. Infatti, in proposito non si dispone di altro che le rivelazioni del Corriere della sera del 12 agosto 2005, che espressamente menziona la conversazione tra Consorte ed un parlamentare dei Democratici della sinistra mediante il cellulare del senatore Latorre. Poiché si tratta di intercettazioni che sarebbero state trasmesse per competenza alla procura della Repubblica presso il tribunale di Roma, è verosimile che ad essi si applicherà l'articolo 270 del codice di procedura penale, il cui comma 1 prescrive che i risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino indispensabili per l'accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l'arresto in flagranza . Le conclusioni cui la Giunta dovrebbe pervenire, in ordine alla violazione o meno delle prerogative del Senato, sono quelle inerenti al rispetto dell'articolo 6 della legge n. 140 del 2003, che è di attuazione dell'articolo 68 terzo comma della Costituzione. Il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Milano Minale, nella sua risposta, fa riferimento ai princìpi fissati dalla sentenza della Corte costituzionale n. 163 del 2005. Effettivamente, in quella sentenza fu sostenuto che Prende parte a una conversazione o comunicazione chi interloquisce in essa non colui su mandato del quale uno degli interlocutori interviene, sia pure nella veste di mero portavoce . Pertanto, sono esclusi dai soggetti tutelati dalla legge n. 140 del 2003 sia il nuncius, sia chiunque altro intervenga nella conversazione su mandato del parlamentare, senza essere il parlamentare stesso. Ai sensi della giurisprudenza costituzionale, quindi, non può considerarsi violata la prerogativa in presenza dell'utilizzo della parte di conversazione, svoltasi sull'utenza del senatore Grillo, alla quale egli non prendeva parte. I rilievi che il Senato dovrebbe svolgere riguardano invece la mancata distruzione della parte coperta da omissis e la possibilità di un eventuale suo futuro utilizzo, che andrà sempre sottoposto a previa autorizzazione parlamentare. Laddove non ci sia utilizzo delle intercettazioni indirette di conversazioni cui abbiano preso parte parlamentari, deve esserci la loro distruzione. L'articolo 6 della legge n. 140 non a caso al comma 1 contempla anche la distruzione parziale, proprio nell'eventualità che il giudice ritenga irrilevanti, in parte, ai fini del procedimento i verbali e le registrazioni delle conversazioni o comunicazioni intercettate in qualsiasi forma nel corso di procedimenti riguardanti terzi, alle quali hanno preso parte membri del Parlamento . Se dunque il giudice per le indagini preliminari di Milano non ha inteso utilizzare le parti coperte da omissis, ne doveva disporre la distruzione e non semplicemente sconoscere la loro esistenza, nel presupposto del tutto inverosimile che non si fosse avveduta che registravano la voce del senatore Luigi Grillo . Se viceversa la magistratura intende utilizzarle, allora deve rivolgere apposita richiesta di autorizzazione al Senato. Laddove poi si dimostrasse che è stata disposta dalla magistratura una misura come la sottoposizione ad intercettazione della casella postale elettronica di un senatore, si tratterebbe di misura pari al sequestro della corrispondenza, oltre che di intercettazione diretta, e quindi sarebbe assoggettata all'obbligo di autorizzazione preventiva la sua mancata richiesta rappresenterebbe una immediata ed attuale violazione delle prerogative parlamentari di cui all'articolo 68 terzo comma Cost., alla quale non si potrebbe reagire altrimenti che con lo strumento del conflitto di attribuzioni. Il dibattito sulle comunicazioni testé rese è rinviato ad altra seduta.