L'accertamento dell'incapacità dell'imputato di partecipare coscientemente al procedimento

di Francesco Puleio

di Francesco Puleio* Con la sentenza che si annota, la Corte di cassazione affronta la delicata questione concernente i rimedi avverso il provvedimento, previsto dall'articolo 72 comma 2 c.Cp, che revoca l'ordinanza di sospensione del procedimento per l'incapacità dell'imputato di parteciparvi coscientemente. Il Sc, con decisione alla quale non fa invero difetto il pregio della sintesi, ha ritenuto che, alla luce del principio di tassatività delle nullità, tale provvedimento non sia impugnabile, né sotto il profilo della violazione dell'articolo 111 Costituzione, dettato solo in tema di libertà personale, né sotto il diverso profilo della violazione del contraddittorio, potendo il giudice decidere in materia anche d'ufficio ancora, ha ritenuto la Corte che tale statuizione non si esponga a censura di abnormità, costituendo espressione di un potere deliberativo riconosciuto al giudice, e che comunque non determina una stasi del procedimento, del quale anzi rimuove una situazione di inattività. Netta dunque, la presa di posizione della Cassazione tuttavia, proprio la stringatezza della pronuncia consente di individuare degli spazi interpretativi forse non adeguatamente scandagliati dalla perentorietà del dictum, atteso che quanto sostenuto dalla sentenza, oltre a non trovare indiscusso fondamento in diritto, determina inconvenienti assai gravi, di cui si dirà. Sembra così opportuno preliminarmente riassumere, al fine di una più completa intelligenza della fattispecie e delle implicazioni di principio sottese alla decisione del Collegio, il dipanarsi della vicenda di fatto che ha dato origine alla statuizione impugnata quindi, si darà brevemente conto della natura e funzione dell'istituto dell'abnormità dell'atto nonché del composito quadro sistematico, enucleato anche alla luce del sistema dei valori e dei principi affermati nelle decisioni della Corte costituzionale e dei precedenti giurisprudenziali, in ordine all'accertamento della capacità dell'imputato di prendere coscientemente parte al procedimento. LO SVOLGIMENTO DELLA VICENDA La decisione è stata determinata dal verificarsi della serie causale di accadimenti che di seguito succintamente si riportano a esercitata l'azione penale nei confronti di un soggetto, il Gip, in seguito a perizia sulla sua capacità di partecipare coscientemente al procedimento, emetteva ordinanza di sospensione ex articolo 70 Cpp b il provvedimento veniva successivamente confermato all'esito degli accertamenti peritali e delle correlative udienze in camera di consiglio svoltesi a cadenze semestrali, giusta il disposto dell'articolo 72 comma 1 Cpp, in quanto in entrambe le occasioni i periti nominati concludevano per la perdurante incapacità dell'imputato di partecipare coscientemente al processo, ancorché, nell'ambito dell'ultima perizia, dessero atto della acquisizione di relazioni della polizia penitenziaria che indicavano condotte dell'imputato apparentemente incompatibili con la malattia e sintomatiche della astratta possibilità di una simulazione da parte del periziando c nel corso di un'ulteriore udienza in camera di consiglio, in esito alla quale era stata nuovamente confermata l'ordinanza di sospensione del processo, il giudice acquisiva copia di un'ordinanza del tribunale di sorveglianza con la quale era stata rigettata l'istanza di sospensione della pena presentata nell'interesse dell'imputato. Nel corpo di tale provvedimento, emergeva che quel collegio aveva ritenuto che il condannato avesse simulato di essere in condizioni di salute peggiori del reale d il Gup, condividendo l'ordinanza del tribunale di sorveglianza, senza fissare apposita udienza, revocava l'ordinanza di sospensione del processo indi fissava l'udienza preliminare richiamando nel decreto l'esito di un ulteriore accertamento peritale disposto nell'ambito di altro procedimento , a tenore del quale l'imputato, pur potendo essere sottoposto ad interrogatorio nel luogo di detenzione , era stato ritenuto incapace di partecipare coscientemente al procedimento e all'udienza preliminare, il Gup dava lettura del provvedimento con il quale si revocava l'ordinanza che sospendeva il procedimento per l'incapacità dell'imputato di partecipare coscientemente al procedimento rigettava la concorde richiesta del pubblico ministero e della difesa di nuovi accertamenti peritali e, dopo aver tentato vanamente di interrogare l'imputato, ne disponeva il rinvio a giudizio. LE QUESTIONI IN DISCUSSIONE Come si vede, il complesso quadro sottoposto all'attenzione della Corte concerneva i profili, certamente rilevanti nella vicenda, relativi alla revoca dell'ordinanza di sospensione avvenuta senza la doverosa audizione delle parti e quindi in violazione del principio del contraddittorio nonché all'omissione di nuovi accertamenti peritali ai sensi dell'articolo 72 Cpp, essendosi il Giudice limitato a recepire, nella formazione del suo convincimento, elementi formati in data anteriore agli accertamenti ritualmente esperiti nel procedimento sottoposto alla sua valutazione, e comunque inapplicabili alla fattispecie in quanto acquisiti, in vista di differenti finalità, nell'ambito di un procedimento esecutivo. Non sembra tuttavia che il Sc affronti adeguatamente tali delicate problematiche, trincerandosi, come si accennava, dietro l'affermazione della inammissibilità del ricorso, in forza del noto principio della tassatività dei mezzi di impugnazione, e della non applicabilità alla fattispecie dello schema concettuale dell'abnormità. Per quanto attiene alla legittimazione, può qui anticiparsi con riserva di riprendere più ampiamente in esame nel prosieguo l'argomento che avrebbe forse potuto concludersi per la sussistenza della facoltà e dell'interesse della parte pubblica all'impugnazione, ai sensi dell'articolo 71 Cpp, il quale espressamente prevede la facoltà del pubblico ministero di ricorrere per cassazione avverso l'ordinanza di sospensione del procedimento per incapacità dell'imputato, nonché alla luce dell'allora vigente ordinamento giudiziario, che definiva il pubblico ministero magistrato che veglia alla osservanza delle leggi, alla pronta e regolare amministrazione della giustizia, alla tutela dei diritti dello Stato, delle persone giuridiche e degli incapaci a tacer d'altro, sarebbe invero irrazionale consentire il ricorso del pubblico ministero avverso il provvedimento di sospensione e precluderne la possibilità di esperimento nei confronti della successiva ordinanza di revoca, incidente sulla medesima materia. In secondo luogo, desta perplessità l'affermazione, contenuta in sentenza, secondo cui il provvedimento di revoca della sospensione può essere adottato de plano e non integra, sebbene in astratto incidente sulla capacità processuale dell'imputato, la violazione del contraddittorio. Vengono così inopportunamente parificati i piani, logicamente distinti, del potere d'ufficio del decidente in materia sulla cui sussistenza nulla quaestio e della rispetto della dialettica processuale, dovendo le parti essere comunque poste in condizione di interloquire sulle evenienze del giudizio, fossero pure connesse ad una iniziativa spontaneamente adottata dal giudice. Sul punto poi, non pertinente appare il richiamo ad un precedente, con il quale la Sc si era limitata alla pacifica affermazione secondo cui la capacità dell'imputato di stare in giudizio è valutata discrezionalmente dal giudice che procede, il quale tiene conto, oltre che degli accertamenti peritali, dei comportamenti posti in essere dall'imputato , senza operare nel corpo della motivazione, diversamente da quanto asserito nella sentenza che si annota, alcun richiamo alla possibilità per il giudice di revocare d'ufficio e senza sentire le parti l'ordinanza di sospensione. Con riferimento alla questione dell'abnormità dell'atto, appare poi discutibile sostenere che il provvedimento di revoca, sia pure adottato in violazione del contraddittorio e quindi prodromico ad attività processuali viziate da nullità ed inutilmente dispendiose, rimuova comunque una situazione di inattività e non sia autonomamente impugnabile. Il quadro normativo e giurisprudenziale di riferimento sull'abnormità. Quanto alla definizione del concetto di abnormità, è da dire che l'istituto era stato elaborato nel vigore del codice del 1931, in quanto sin dagli anni trenta la giurisprudenza aveva delineato i tratti principali della figura per permettere l'impugnazione di provvedimenti affetti da gravi anomalie e non esplicitamente impugnabili a causa dell'esistenza del principio di tassatività dei mezzi di impugnazione, previsto già dal codice Rocco articolo 190 . Ed invero, se a quel tempo fosse prevalso l'orientamento formalista, letteralmente rispettoso del predetto principio di tassatività, provvedimenti palesemente in contrasto con l'ordinamento giuridico e magari non con una norma espressa sarebbero rimasti validi ed efficaci, con gravi conseguenze per la tenuta dell'ordinamento nel suo complesso. La S.C. aveva affermato allora che il silenzio mantenuto dalla legge in ordine alla oppugnabilità o meno di esso si trattava del provvedimento con cui la sezione istruttoria della corte di appello, pur avendo accertato l'inammissibilità del gravame, aveva preso in esame le deduzioni dell'imputato, annullato la sentenza del g.i. e disposto indagini per l'applicazione dell'articolo 152 Cpp del 1930 non può significare volontà nel legislatore di considerarlo inoppugnabile, ma riconferma invece che esso è fuori dal sistema vigente di norme processuali e che come tale deve essere posto nel nulla ad opera della Corte di cassazione, avanti la quale soltanto sono impugnabili le sentenze emesse in grado di appello, come quella contro cui è ricorso. Altrimenti - proseguiva la Corte - le più gravi violazioni di legge rimarrebbero irrimediabilmente in vita, e solo per le meno gravi il regolamento processuale delle impugnazioni potrebbe soccorrere a porre riparo . Da allora la giurisprudenza individuò nell'abnormità lo strumento per rendere ricorribile per cassazione provvedimenti che, pur gravemente anomali, si sottrarrebbero ad ogni tipo di gravame in mancanza di espressa previsione legislativa. Giova peraltro ricordare che questa categoria, elaborata con riferimento alle sentenze, fu in seguito estesa anche alle ordinanze e ai decreti, ammettendo, in alcuni casi, la possibilità di ricorrere contro gli atti emanati dal pubblico ministero e non solo contro quelli emessi dai giudici. Quanto agli atti del p.m., va evidenziato che la giurisprudenza si è poi espressa in senso contrario, escludendo che i provvedimenti dell'organo inquirente, poiché atti di parte non aventi natura giurisdizionale, possano qualificarsi come abnormi e conseguentemente essere impugnati. Le considerazioni sin qui sinteticamente esposte evidenziano che la categoria dell'atto abnorme era ben conosciuta ai compilatori del nuovo codice i quali, tuttavia, preferirono non disciplinarla espressamente. Alla base della scelta vi era la necessità di lasciare ai giudici il compito di delineare i tratti rilevanti della fattispecie e di disciplinarne le condizioni di impugnabilità. Tale soluzione, peraltro, si spiegava anche alla luce delle ragioni storiche che avevano portato all'emersione del concetto di abnormità. Se, infatti, la categoria era nata per sopperire ai rigori del principio di tassatività dei mezzi di impugnazione, la tipizzazione avrebbe avuto la conseguenza di cristallizzare il rimedio e, in breve, si sarebbero riproposte tutte le difficoltà che avevano turbato la giurisprudenza nel vigore del codice Rocco. In altre parole, l'abnormità, in quanto tale, o è atipica o non è, poiché se l'atto è affetto da un vizio previsto e tipizzato, deve più correttamente parlarsi di nullità, rilevabile nelle tassative ipotesi di legge. L'assenza di criteri uniformi d'identificazione dei caratteri distintivi del provvedimento abnorme ha così contribuito ad una progressiva estensione della categoria, alla quale la giurisprudenza di legittimità, in mancanza di una definizione legislativa, fa sovente ricorso per rimuovere situazioni processuali extra ordinem - altrimenti non eliminabili -, che conseguono ad atti del giudice geneticamente o funzionalmente anomali, non inquadrabili nei tipici schemi normativi siccome incompatibili con le linee fondanti del sistema. L'intento dichiarato di tale operazione d'integrazione normativa, rispetto alla consueta figura dell'invalidità, è dunque quello d'introdurre un correttivo al principio di tassatività dei mezzi di impugnazione, con il rimedio del ricorso immediato per cassazione contro quei provvedimenti non autonomamente impugnabili e tuttavia affetti da anomalie così radicali da giustificarne la qualificazione in termini di abnormità. Sotto il vigore del nuovo codice, le Su hanno chiarito, attraverso una lunga elaborazione giurisprudenziale, quali siano le caratteristiche della categoria della 'abnormità', precisando che è affetto da tale vizio il provvedimento che, per la singolarità e stranezza del suo contenuto, risulti avulso dall'intero ordinamento processuale, ovvero quello che, pur essendo in astratto manifestazione di legittimo potere, si esplichi al di fuori dei casi consentiti e delle ipotesi previste al di là di ogni ragionevole limite che l'abnormità può riguardare sia il profilo strutturale, allorché l'atto si ponga al di fuori del sistema organico della legge processuale, sia il profilo funzionale, quando esso, pur non estraneo al sistema normativo, determini la stasi del processo e l'impossibilità di proseguirlo che un sintomo dell'abnormità dell'atto può ravvisarsi nel fenomeno della c.d. regressione anomala del procedimento ad una fase anteriore, nonostante la valida instaurazione del rapporto processuale fra le parti necessarie che il vizio, allorché incida sul thema decidendum devoluto al giudice, costituendo un passaggio logico essenziale ai fini della decisione del ricorso, può essere rilevato anche d'ufficio nel giudizio innanzi alla Corte di cassazione, in quanto l'articolo 609 comma 2 Cpp nella parte in cui consente alla Corte di superare i limiti del devolutum soltanto in ordine alle questioni rilevabili d'ufficio in ogni stato e grado del processo si ispira al principio della tassatività, nel senso che il superamento dei detti limiti è consentito per le sole questioni, di cui specifiche norme prevedono la rilevabilità anche in assenza di una deduzione di parte e che dunque tale preclusione non si applica ai provvedimenti abnormi per la stessa ragione per cui, nei confronti degli stessi, non opera il parallelo principio della tassatività dei mezzi di impugnazione enunciato dall'articolo 568 Cpp. Ora, non sembra che di tali principi sia stata fatta ineccepibile applicazione nel caso che qui ricorre, in cui possono avanzarsi dei dubbi sulla valida instaurazione del rapporto processuale tra le parti necessarie. IL SISTEMA IN TEMA DI ACCERTAMENTO DELLA CAPACITÀ DELL'IMPUTATO Ciò posto, sembra opportuno qui brevemente tratteggiare il sistema normativo ed alcuni principi giurisprudenziali, ormai assolutamente pacifici anche nella migliore dottrina, in tema di accertamento della capacità dell'imputato a partecipare coscientemente al procedimento. Dispone in proposito l'articolo 70 Cpp che, quando v'è ragione di ritenere che, per infermità mentale, l'imputato non è in grado di partecipare coscientemente al processo, il giudice, se occorre, dispone anche d'ufficio una perizia al fine di accertare la capacità processuale dell'imputato. Se la necessità dell'accertamento peritale risulta durante le indagini preliminari, la perizia è disposta con le forme dell'incidente probatorio. Nel frattempo restano sospesi i termini per le indagini preliminari e possono essere compiuti solo gli atti che non richiedono la partecipazione cosciente dell'indagato, ovvero quelli in relazione ai quali sussiste pericolo nel ritardo. Ai sensi del successivo articolo 71 Cpp, se, in seguito agli accertamenti effettuati, risulta l'impossibilità dell'imputato di partecipare coscientemente al procedimento, il giudice ne dispone con ordinanza, ricorribile per cassazione, la sospensione, a meno che non debba prosciogliere nel rito o nel merito l'imputato. Infine, ex articolo 72 Cpp, la sospensione del processo per infermità mentale dell'imputato deve essere a tempo determinato a tal scopo si impone, ad intervalli regolari di sei mesi od anche prima, ove se ne ravvisi l'esigenza, un onere di verifica, così da consentire, attraverso la pronuncia di ordinanza che revochi la sospensione, una tempestiva ripresa del procedimento. Ora, non è vano sottolineare che, sotto il vigore del Cpp 1930, era previsto, quale causa di esclusione della capacità processuale dell'imputato, lo stato di infermità mentale tale da escludere la capacità di intendere o di volere articolo 88 . Per esplicite finalità di garanzia dell'individuo in stato mentale anomalo, nel Progetto preliminare del nuovo Cpp si volle invece introdurre il riferimento alla partecipazione cosciente dell'imputato al processo, in tal modo sottolineandosi la necessità di una più attenta valutazione circa la sua idoneità a sostenere il processo. Dopo la presentazione del progetto, la Commissione parlamentare propose di reintrodurre il precetto fissato dal previgente articolo 88 Cpp 1930, osservando che il richiamo alla partecipazione cosciente , per l'ambito di discrezionalità che l'accompagna, può dar luogo a situazioni peggiorative rispetto a quanto consentito dal citato articolo 88 Cpp senza contare che la formulazione degli articoli 67 e 68 del progetto preliminare ora articoli 70 e 71 avrebbe aperto inevitabilmente la complessa questione di chi, pur non essendo infermo di mente, non può essere comunque ritenuto in grado di partecipare coscientemente ad un processo che, oltretutto, per il carattere accusatorio, esalta il ruolo dell'imputato . Tale preoccupazione fu superata, come risulta dalla Relazione al testo definitivo al Cpp, proprio sul rilievo che l'introduzione nel testo del Progetto definitivo della formula incapacità di intendere e di volere , adottata dall'articolo 88 del Cpp 1930, fosse inconciliabile con il carattere accentuatamente accusatorio del nuovo processo che, esaltando il ruolo dell'imputato ed amplificando le sue possibilità di scelta, doveva in ogni caso far fronte all'esigenza di tutelare la sua partecipazione attiva quindi consapevole e cosciente. Deve così ritenersi che, con l'uso dell'avverbio 'coscientemente', il legislatore abbia inteso dare rilievo a situazioni che, pur non coincidendo necessariamente con l'esclusione della capacità di intendere e di volere rendano, tuttavia, l'imputato incapace nel senso anzidetto, così ribadendosi che la sussistenza, in capo al giudicabile, della capacità di partecipare consapevolmente ed attivamente al procedimento ed al processo sia un valore assoluto, esplicitamente perseguito dal nuovo codice. Segue. Le elaborazioni giurisprudenziali. Tali considerazioni vengono confermate dalle decisioni sul punto della Corte Costituzionale, secondo la quale va appunto rimarcata l'accentuazione del profilo della tutela della difesa personale perseguita dal codice di procedura penale del 1988, resa evidente dal richiedere la norma ora denunciata quale presupposto per la sospensione del processo uno stato mentale che non consente all'imputato di partecipare coscientemente al processo stesso, e non, come era invece nelle previsioni del codice abrogato, lo stato di infermità di mente tale da escludere la capacità di intendere e di volere ferma restando nel sistema del codice vigente - quale condizione ostativa alla sospensione - la presenza di elementi che debbano portare ad una pronuncia di proscioglimento o di non luogo a procedere. Una previsione, quest'ultima, resa ancor più significativa in forza della dichiarazione di illegittimità dell'articolo 70, comma 1 Cpp, limitatamente alle parole sopravvenuta al fatto . Ed infatti l'inciso scaturito dalla decisione della Corte preclude la possibilità che una persona inferma di mente al momento del fatto ma la cui infermità non coincida con la totale incapacità di intendere e di volere possa essere sottoposta ad un procedimento penale che può concludersi con una sentenza di condanna nonostante la sua incapacità di partecipare coscientemente al processo. Secondo la dottrina, l'accertamento di cui all'articolo 70 Cpp costituisce forse la più importante tra le molteplici ipotesi in cui l'ordinamento penale preveda l'esigenza di un giudizio sulla personalità. Per la giurisprudenza, vengono unitariamente intese sotto la dizione di perizia sullo stato di mente dell'imputato non soltanto la perizia finalizzata a verificare l'imputabilità di un soggetto, ma anche quella volta ad accertare la capacità di questi a partecipare coscientemente al processo, così come la compatibilità dello stato fisico o mentale con il regime carcerario. Tuttavia tali stati soggettivi, pur accomunati dall'infermità mentale, operano su piani del tutto diversi e autonomi, in quanto l'incapacità dell'imputato di partecipare al processo é diversamente disciplinata rispetto alla mancanza di imputabilità né, per altro verso, si ritiene che le disposizioni in esame siano applicabili al procedimento esecutivo o a quello di sorveglianza, facendo riferimento esclusivo all'imputato, mentre l'ipotesi dell'infermità psichica del condannato è disciplinata dall'articolo 148 Cp, e l'articolo 666 comma 8 Cpp prevede specificamente l'ipotesi in cui un procedimento di esecuzione debba svolgersi nei confronti di un infermo di mente. Attesa l'esigenza di assicurare, in ogni caso, la partecipazione cosciente dell'accusato al procedimento, secondo la giurisprudenza, la sospensione del procedimento può essere disposta anche nel corso delle indagini preliminari, considerato altresì che la sospensione di quest'ultimo non è destinata a durare a tempo indeterminato, prevedendosi l'effettuazione di verifiche periodiche circa la permanenza o meno dello stato di infermità. LA CONCLUSIONE SUL PUNTO Secondo la Relazione al progetto preliminare al Cpp, il punto di partenza per l'applicazione della disciplina in esame la quale ha, come si disse, funzione di garanzia dell'individuo in stato mentale anomalo è dato dal riscontro di manifestazioni nel comportamento che diano al giudice seria ragione di dubitare della sua attuale idoneità a partecipare coscientemente al processo. Così, in base all'interpretazione costituzionalmente orientata dell'articolo 70 Cpp, il processo deve essere sospeso ogni volta che lo stato mentale dell'imputato - anche se non necessariamente connesso ad uno stato di malattia al quale consegua l'infermità mentale - ne impedisca la cosciente partecipazione al processo, comprendendo in tale nozione anche la capacità dell'imputato di farsi parte attiva, esercitando il diritto di difesa. Su tali fondamenti, il giudice ha il potere discrezionale di disporre accertamento peritale sullo stato di mente dell'imputato ma, qualora ritenga di non disporla e di affermare invece la capacità di stare in giudizio dell'imputato, deve dare una congrua motivazione in merito a tale scelta ed alla valutazione degli elementi a sua disposizione. Va tuttavia notato che, nelle ipotesi in cui la giurisprudenza ha ritenuto non necessario l'espletamento della perizia, era avvenuto che l'imputato aveva reso, a fini difensivi, spontanee dichiarazioni avanti al collegio giudicante, il quale aveva così avuto modo di constatare direttamente e personalmente la puntualità e coerenza delle stesse. Nulla di tutto ciò era invece avvenuto nella fattispecie, in cui si era verificato l'esatto contrario, avendo il giudice vanamente tentato di interrogare l'imputato alla luce dei superiori principi, non poteva andare esente da censura che il decidente, dopo aver disposto la sospensione del procedimento per incapacità dell'imputato, l'avesse revocata pur a fronte di emergenze processuali di segno opposto, immotivatamente e senza adeguata ponderazione, disponendo la ripresa del procedimento. LE CONSEGUENZE Da queste osservazioni emerge, dunque, come la decisione in commento desti perplessità sul piano delle conseguenze. Appariva in particolare errato il riferimento operato, nel provvedimento del Gup, al contenuto di un accertamento risalente ad epoca anteriore ai dati a disposizione del giudice ed effettuato nell'ambito di un procedimento esecutivo, nel quale il condannato non è chiamato ad effettuare scelte difensive e può persino essere rappresentato da un tutore o curatore al quale competono i suoi stessi diritti e l'improprio richiamo vizia, ex articolo 178 lettera c Cpp, le decisioni assunte dal giudice nel corso dell'udienza preliminare e travolge tutta la successiva fase procedimentale, vanificandone le successive attività. Il rispetto del principio di cosciente partecipazione dell'imputato attiene invero alla validità del rapporto processuale che si costituirà dopo l'esercizio dell'azione penale da parte del pubblico ministero, la cui successiva attività rischierebbe, in caso contrario, di essere travolta dalla citata nullità assoluta ex articolo 178 lettera c Cpp, nel caso che fosse in seguito accertata l'incapacità processuale dell'imputato. Così, nel sistema del codice, è cardine della regolare costituzione e svolgimento del rapporto processuale il fatto che esso deve far capo ad un soggetto munito di capacità processuale, costituente diretto riflesso della capacità giuridica penale e la consapevole partecipazione dell'imputato è considerata quale premessa essenziale della possibilità del giusto processo presidiata dall'articolo 24 della Costituzione. In applicazione del superiore principio, la Sc ha ritenuto che l'illegittimo diniego del Gip di eseguire gli accertamenti ex articolo 70 Cpp come pure, logicamente, di svolgere un accertamento confermativo o modificativo di un precedente provvedimento di sospensione , costituisce una violazione di tale gravità da stravolgere uno dei punti più qualificanti del vigente sistema processuale, con conseguenze irrimediabili in ordine alla cosciente partecipazione al processo ed all'esercizio dell'autodifesa, e tali da determinare l'abnormità del provvedimento medesimo. Peraltro, il principio costituzionale della ragionevole durata del processo vieta il compimento di attività processualmente inutili, quali potrebbero essere quelle compiute in attesa di un futuro accertamento della capacità di stare in giudizio dell'imputato. Non imputabilità ed esiti dell'azione penale. Le affermazioni che precedono appaiono confortate da un'ulteriore serie di considerazioni, ritratte dall'analisi della giurisprudenza costituzionale in tema di possibili esiti dell'esercizio dell'azione penale. Secondo l'originaria previsione dell'articolo 425 Cpp, al termine dell'udienza preliminare il giudice pronunciava sentenza di non luogo a procedere se, tra l'altro, risultava che si trattava di persona non imputabile. Tale previsione, che comportava la possibilità per l'imputato di vedere affermata la propria pericolosità senza aver potuto prendere parte cosciente e consapevole al dibattimento, venne dichiarata contraria a Costituzione. Ritenne la Corte che il sistema delineato dall'articolo 425 del Cpp finisse per imporre al giudice la pronuncia di una sentenza di non luogo a procedere per difetto di imputabilità, applicando, se del caso, le misure di sicurezza, all'esito e sulla base di un accertamento di responsabilità fondato solo sull'etereo presupposto della non evidente infondatezza dell'addebito , risultando in tal modo palesemente sviliti i principi di rispetto del diritto di difesa e di consapevole partecipazione al processo da parte dell'imputato. La norma venne dunque dichiarata costituzionalmente illegittima in parte qua, in quanto la persona non imputabile veniva ad essere per ciò solo privata del dibattimento e della conseguente possibilità di esercitare appieno il diritto alla prova sul merito della regiudicanda, con correlativa irragionevole compressione del diritto di difesa che non poteva certo ritenersi, secondo il Giudice delle leggi, bilanciata da contrapposte esigenze di economia processuale. Sulla base di questa lettura, la giurisprudenza aveva pertanto ritenuto che qualora il giudice, nel corso dell'udienza preliminare, accertasse che l'imputato non era in grado di partecipare coscientemente e liberamente al processo a causa delle sue condizioni psichiche, non poteva disporre il giudizio nemmeno in caso di infermità totale di mente già esistente al momento del fatto osservando che non sarebbe stata idonea a giustificare il rinvio a giudizio la possibilità di un proscioglimento in dibattimento per difetto di imputabilità, non potendosi negare all'imputato - ove avesse potuto parteciparvi - l'eventuale interesse ad una diversa formula di proscioglimento, al fine di evitare l'applicazione della misura di sicurezza di cui all'articolo 222 Cp. Infine, è appena il caso di rilevare che, in esito alla modifica introdotta con legge 479/99, la previsione di cui all'articolo 425 Cpp è stata integralmente riscritta, disponendosi ora, in aderenza al ricordato dettato della Corte, che il giudice non può pronunciare sentenza di non luogo a procedere se ritiene che dal proscioglimento dovrebbe conseguire l'applicazione di una misura di sicurezza diversa dalla confisca. GLI ULTERIORI ACCERTAMENTI PERITALI Da ultimo, va osservato che l'articolo 72 Cpp dispone che i ciclici controlli sullo stato di mente dell'imputato, già ritenuto processualmente incapace, siano eseguiti mediante ulteriori accertamenti peritali . Coordinando tale locuzione con il tenore dei precedenti articoli 70 e 71, il primo dei quali, sotto la rubrica accertamenti sulla capacità dell'imputato , prevede che il giudice all'occorrenza disponga 'perizia', mentre il secondo testualmente si riferisce agli accertamenti previsti dall'articolo 70 mediante perizia , nessun dubbio può sussistere sul fatto che gli accertamenti peritali prescritti dall'articolo 72 evidentemente ulteriori rispetto a quelli espletati ex articolo 70 debbano essere disposti nelle forme e con le garanzie tipiche della perizia in senso tecnico, quale disciplinata dagli articoli 220 e segg. Cpp, nessun altro significato potendosi dare all'espressione accertamenti peritali usata nel codice di rito penale e dovendosi, in particolare, escludere che i predetti accertamenti possano consistere nella mera, unilaterale richiesta di informazioni ad organi od uffici della Pa. Per conseguenza, nell'insegnamento della S.C. di Cassazione, l'omissione delle forme e garanzie tipiche della perizia in senso tecnico determina una nullità che - in quanto concernente l'osservanza di disposizione relativa all'intervento ovvero alla partecipazione dell'imputato al giudizio, con le connesse facoltà di auto-difesa - va ricondotta alla tipologia delle nullità d'ordine generale a regime intermedio, ex articoli 178, lettera c , e 180 Cpp. Anche sotto questo diverso profilo, pertanto, poteva pervenirsi a diversa valutazione in ordine alla violazione denunziata, avendo il giudice emesso l'ordinanza senza consentire alle parti di partecipare allo svolgimento di un'attività sulla quale avevano certamente diritto di interloquire. CONCLUSIONE Alla luce delle suesposte considerazioni, non sembra revocabile in dubbio che possa legittimamente prospettarsi oltre alla ricostruzione fatta propria dalla sentenza la diversa tesi che la decisione del giudice di riprendere il corso del processo senza accertare nel concreto la condizione mentale dell'imputato rivesta i caratteri dell'abnormità, impedendo una valida costituzione del rapporto processuale, che pregiudica l'ulteriore corso del giudizio viola le norme in tema di intervento consapevole dell'imputato al giudizio, determinando la nullità assoluta ex articolo articolo 179 Cpp nonché le disposizioni in tema di forme e garanzie della perizia articoli 220 e segg. Cpp , e quindi di partecipazione dell'imputato al giudizio, con le connesse facoltà di auto-difesa, determinando una nullità d'ordine generale a regime intermedio, ex articoli 178, lettera c , e 180 Cpp. * Magistrato ?? ?? ?? ?? 2

Corte di Cassazione - sezione prima penale - sentenza 1 giungo - 7 novembre 2006, n. 25850 Presidente Pazzioli - relatore Riggio Ricorrente Pm Tribunale Catania - controricorrente Laudani Fatto e diritto II Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catania ricorre avverso l'ordinanza emessa dal Gup in sede il 13 giugno 2005, con cui è stata revocata l'ordinanza di sospensione del processo per incapacità dell'imputato. Laudani Alfio, di stare in giudizio. Il ricorrente denuncia plurimi profili di violazione di legge, sul rilievo che il provvedimento di revoca è stato assunto - senza la preventiva audizione delle parti - in assenza degli specifici accertamenti previsti dall'articolo 72 Cpp, essendo stata utilizzata una perizia disposta nell'ambito di un procedimento esecutivo, avente, quindi, finalità peculiari e tutt'affatto diverse le conclusioni di tale accertamento, comunque, erano in contrasto con le valutazioni dei collegi peritali che, in date precedenti e successive, si erano espressi escludendo la capacità processuale del Laudani. Le censure sono state ulteriormente illustrate dal ricorrente con memoria ritualmente depositata. Il ricorso è inammissibile. Per il principio di tassatività che connota il regime legale delle impugnazioni nel vigente ordinamento processuale, in assenza di una specifica disposizione di legge che preveda la esperibilità di un mezzo di gravame, il provvedimento di revoca dell'ordinanza di sospensione del procedimento per incapacità dell'imputato non è impugnabile, nemmeno con riferimento all'articolo 111 Cost., che riguarda esclusivamente le sentenze e i provvedimenti in materia di libertà personale. Né l'impugnazione è ammissibile nella specie sotto il diverso profilo di nullità per violazione del contraddittorio, atteso che, secondo un criterio ermeneutico consolidato nella giurisprudenza recente di questa Corte Cassazione Sezione prima, 16574/05 , alla revoca di cui trattasi il giudice può procedere d'ufficio e senza disporre perizia e, dunque, con provvedimento adottato de plano . L'ordinanza gravata, infine, non si espone a censura di abnormità, di tipo strutturale o funzionale, giacché, per un verso, essa costituisce esercizio di un potere deliberativo che l'ordinamento riconosce al giudice e, per altro verso, non determina una stasi processuale, ma, al contrario, rimuove una situazione di inattività, riavviando il corso del procedimento. PQM Dichiara inammissibile il ricorso.