I volumi tecnici non possono essere a servizio di un solo immobile

di Donato Palombella

di Donato Palombella I volumi tecnici sono solo quelli adibiti esclusivamente all'alloggiamento degli impianti condominiali. Il principio è stato affermato dalla quinta sezione del Consiglio di Stato che, con la decisione del 31 gennaio 2006, n. 354, non solo ha fornito una definizione dei c.d. volumi tecnici ma ha colto al volo l'occasione per bacchettare i soliti furbi che cercano di piegare a proprio favore la normativa urbanistica. Secondo quanto stabilito dall'organo giudicante rientra nel concetto di volume tecnico solo lo spazio adibito all'alloggiamento di impianti strumentali all'intero corpo di fabbrica ovvero al condominio che, per loro natura, non possono essere collocati all'interno dei locali destinati all'abitazione. L'esempio tipico potrebbe essere costituto dalla sala macchina dell'ascensore o dal locale destinato al ricovero della riserva idrica e al relativo impianto di autoclave. In questo caso, infatti, saremmo di fronte ad impianti posti a servizio di tutto il fabbricato. Viceversa, secondo questa interpretazione, non potrebbero essere ricompresi nel concetto di volume tecnico i locali a servizio di una singola unità abitativa quali, per esempio, le cantine, i ripostigli, i bagni, i box auto ecc. ecc. Tali servizi, infatti, non sono legati da un rapporto di strumentalità col corpo di fabbrica non essendo adibiti al ricovero di impianti tecnologici condominiali nè sono adibiti al servizio dell'intero fabbricato ma, a contrario, costituiscono vere e proprie pertinenze dell'unità abitativa principale costituendo un servizio ad uso esclusivo di un singolo condominio ovvero di una singola unità immobiliare . I fatti di causa Nel caso di specie ci troviamo di fronte alla realizzazione di un corpo di fabbrica composto da quattro unità immobiliari autonome costituito - nel suo complesso - da piano seminterrato, due piani fuori terra e un ulteriore piano con terrazzi e locali questi ultimi sarebbero destinati a servizi tecnici. Il condizionale è d'obbligo in quanto sono proprio questi locali a cadere nel mirino del Consiglio di Stato. Le norme tecniche comunali permetterebbero un'altezza massima di otto metri mentre il fabbricato raggiunge un'altezza massima effettiva di 10,45. Secondo i dati di progetto, i 2,45 metri eccedenti l'altezza massima consentita non dovrebbero essere conteggiati tale maggiore altezza sarebbe occupata dai locali posti sul terrazzo e destinati all'alloggiamento degli impianti. In quest'ottica, quindi, si tratterebbe di volumi tecnici che, come tali, non rientrerebbero nel conteggio delle altezze. Un esame dei luoghi, peraltro, permette di rilevare che, nella realtà, questi locali di circa dieci metri quadrati ciascuno erano dotati di finestre, bagno ed erano collegati all'unità immobiliare sottostante da una scala interna. Determinante la circostanza che i locali fossero raggiungibili esclusivamente dall'appartamento sottostante di cui, con ogni evidenza, rappresentavano una pertinenza senza contenere alcun servizio condominiale. L'accesso, inoltre, era intercluso agli altri comproprietari dello stesso fabbricato. A nulla è servito la difesa che, partendo dalla circostanza che i locali avessero un'altezza utile di soli metri 2,20, ha cercato di evidenziare come essi non fossero teoricamente abitabili e, come tali fossero da qualificare come volumi tecnici . Perché è importante la nozione di volume tecnico L'interesse suscitato dall'argomento è imputabile alla speciale disciplina cui sono sottoposti i volumi tecnici che assumono rilevanza urbanistica sotto molteplici aspetti. In primo luogo occorre considerare che i locali adibiti a volume tecnico non rientrano nel calcolo della volumetria virtuale dell'edificio e, pertanto, non vengono compresi all'interno del volume disponibile. E non è tutto i volumi tecnici spesso non rientrano nel calcolo delle superfici su cui vengono conteggiati gli oneri di urbanizzazione nè rientrano nei conteggi relativi all'altezza massima dell'edificio. Rappresentano, in definitiva, una zona franca a cui non si applica la normale normativa urbanistica. Proprio per questo motivo spesso ci cerca di qualificare come volume tecnico quella che, in realtà, è una normale pertinenza dell'abitazione. Non solo si creano dei volumi aggiuntivi rispetto a quelli normalmente realizzabili ma, per di più, non si pagano gli oneri dovuti. Punti d'interesse della decisione Interessante, nella decisione in argomento, è la considerazione fatta dal Consiglio di Stato in merito all'uso esclusivo del locale che si vorrebbe etichettare come volume tecnico. I Giudici, in proposito, ritengono che, poiché la cameretta è accessibile unicamente da un singolo appartamento, lascia presumere inequivocabilmente che non si tratti di un volume tecnico ma di un accorgimento che mira a realizzare volumi maggiori di quelli consentiti . In verità, di norma, la circostanza che lo stanzino nel sottotetto sia comunicante attraverso una scala interna esclusivamente con l'appartamento sottostante, è certamente un indice rivelatore della volontà di rendere abitabile il locale che verrebbe a costituire un'appendice dell'abitazione saremmo quindi di fronte ad un escamotage per aggirare la normativa urbanistica. Inoltre, giocano a favore di questa tesi ulteriori concomitanti elementi la presenza di finestre e la realizzazione di un bagno lasciano presumere la normale abitabilità degli ambienti la scala interna di collegamento al piano sottostante e l'accesso esclusivo da un solo condominio rafforza il vincolo pertinenziale tra il locale e l'abitazione sottostante. Tali elementi lasciano presumere come l'immobile non sia destinato a contenere dei servizi ma sia stato realizzato per l'uso esclusivo di un solo comproprietario. Alla luce di tali presupposti, il Consiglio di Stato non ha avuto dubbi si tratta di un accorgimento che mira a realizzare volumi maggiori di quelli consentiti.

Consiglio di Stato - sezione quinta - decisione 12 luglio 2005 - 31 gennaio 2006, n. 354 Presidente Santoro - relatore Farina Esposito contro Guerricchio e altri FATTO 1. È oggetto d'impugnazione la sentenza del Tribunale amministrativo regionale della Basilicata n. 116/2001 con la quale è stata annullata la concessione edilizia n. 99/99, con relativa variante n. 6809/2000, rilasciate dal Comune di Bernalda alla attuale appellante. 2. La pronunzia ha condiviso quattro delle censure dedotte col ricorso introduttivo. 3. L'appello è affidato ad altrettante censure alla decisione impugnata e confuta, altresì, i motivi del ricorso introduttivo, assorbiti dal primo giudice. È stato notificato il 23/29 maggio 2001 e depositato il 12 giugno. Sono stati notificati motivi aggiunti, in data 4 gennaio 2002, depositati il 17 gennaio. 4. La parte privata appellata si è costituita con memoria depositata il 9 luglio 2001, per contestare tutte le argomentazioni del ricorso in appello. Ha notificato il 23 luglio 2001, e depositato il 12 settembre successivo, appello incidentale avverso tre capi della sentenza suindicata. Ha depositato documenti il 10 luglio 2001 ed il 10 giugno 2005, con una memoria conclusiva in data 1 luglio 2005. 5. Il Comune di Bernalda si è costituito il 31 maggio 2002 per aderire all'appello principale e contraddire all'appello incidentale. Non ha prodotto altri scritti difensivi. 6. Alla camera di consiglio del 10 luglio 2001 è stata respinta la domanda di sospensione dell'efficacia della decisione impugnata. 7. All'udienza del 12 luglio 2005, il ricorso è stato chiamato per la discussione e poi trattenuto in decisione. DIRITTO 1. L'originaria ricorrente, precisando di essere superficiaria - proprietaria di un fondo e di un immobile nel Comune di Bernalda, a Metaponto Lido, ha chiesto l'annullamento della concessione edilizia, e della relativa variante, n. 99/99, che il Comune di Bernalda ha rilasciato alla attuale appellante. La concessione concerne la costruzione di un villa previa demolizione dell'esistente. Il terreno, sul quale insiste l'immobile della ricorrente in primo grado, confina con quello sul quale è stata consentita la costruzione oggetto di controversia. 2. Il TAR ha condiviso, con la sentenza impugnata, le seguenti censure 2.1. contrasto con l'art. 3 delle norme tecniche di attuazione NTA , che prescrive che si lasci inalterato l'impianto urbanistico e tipologico di zona residenziale estiva e di villette isolate immerse nel verde . L'intervento edificatorio progettato dalla parte ed assentito dal Comune consiste in una palazzina condominiale, con quattro appartamenti autonomi - ciascuno dotato di distinti accessi - distribuiti su un piano seminterrato e due piani fuori terra e con un ulteriore piano con terrazzi e con locali, che sarebbero destinati a servizi tecnici. L'altezza complessiva è di metri dieci, superiore, perciò, agli otto metri consentiti, come limite massimo dal citato art. 3 NTA, per conservare le caratteristiche di villette immerse nel verde . Pur consistendo il vizio riconosciuto in una violazione che comporta l'annullamento in toto della concessione, il T.A.R. ha rilevato ulteriori illegittimità 2.2. violazione delle norme sulle distanze dettate dall'art. 41 quinquies , primo comma, lett. c , l. 17 agosto 1942, n. 1150 metri 6,50, anziché metri 10,45 2.3. violazione del limite di altezza massima di metri otto nella zona, secondo quanto dispone il menzionato art. 3 NTA. Il Comune, infatti, ha illegittimamente escluso dal computo i locali previsti sul terrazzo di copertura che non è possibile definire volumi tecnici . Essi sono due locali di dieci metri quadrati ciascuno, con finestre e bagni, collegati con una scala interna in via esclusiva con l'appartamento sottostante, dei quali sono, perciò pertinenze. Non quindi al servizio del condominio e liberamente praticabili 2.4. violazione della disposizione sull'indice di fabbricabilità. Infatti, è stata calcolata, come edificabile, una superficie di mq. 97,50. Ma l'area occupata è ben maggiore, perché vi devono essere incluse sia quella coperta con un loggiato, sia quella di un pergolato, sia le scale esterne di accesso ai due appartamenti del primo piano. Le altre censure sono state assorbite. 3. L'appello inizialmente proposto è stato integrato con motivi aggiunti, che mirano a dimostrare il difetto di legittimazione della ricorrente ad impugnare la concessione edilizia, perché essa non avrebbe alcun titolo giuridico sull'area confinante con quella dove è sorta la costruzione assentita dal Comune. 3.1. I motivi aggiunti sono inammissibili sia perché si tratta di negazione della situazione legittimante della ricorrente originaria, con censure che non derivano dalla conoscenza di un provvedimento sopravvenuto. Quindi non si può parlare di messa in discussione di provvedimenti adottati in pendenza del ricorso fra le stesse parti , quali sono quelli che il comma primo dall'art. 21 della legge 6 dicembre 1971, n. 1034 - nel testo introdotto con l'art. 1 della Legge 21 luglio 2000, n. 205 - consente che siano portati alla cognizione dello stesso giudice, dinanzi al quale pende la controversia sulla legittimità del provvedimento inizialmente impugnato sia per la ragione che, appunto perché non si discute di provvedimenti adottati in pendenza del ricorso, si tratta di questione che doveva essere tempestivamente proposta con l' appello, a nulla rilevando che la parte avrebbe avuto modo di conoscerla in tempi recentissimi . Essa è stata quindi dedotta tardivamente, ad oltre sei mesi dalla notificazione del ricorso iniziale in appello. 3.2. La questione dedotta, peraltro, è anche priva di fondamento. Sostiene la parte che la ricorrente iniziale non avrebbe alcun titolo giuridico sull'area confinante, perché né essa, né il suo dante causa avrebbero mai acquistato il terreno dal demanio dello Stato, cui esso appartiene. Ed inoltre nessuno, egualmente, avrebbe mai ottenuto titolo per la costruzione del fabbricato, nel quale la persona suddetta abita. Ed infine questo stesso fabbricato non rispetta la distanza minima di quattro metri dal confine. 3.2.1. Quest'ultima osservazione è priva di rilevanza, perché qui non si discute della conformità a legge della villa posseduta dalla ricorrente iniziale. 3.2.2. Le altre due tesi trascurano considerazioni essenziali la prima è che l'appartenenza di un fondo al demanio statale è formula nient'affatto univoca. Essa, nel linguaggio corrente della stessa amministrazione e in quello legislativo v. la recente costituzione della agenzia del demanio può indicare semplicemente beni appartenenti al patrimonio statale, sia disponibile, sia indisponibile, sia propriamente demaniale. Sicché le mere deduzioni dell'appellante non possono valere a far concludere per l'inesistenza di un qualsiasi rapporto, rilevante per il diritto, della ricorrente originaria con l'immobile che possiede o detiene. O del quale questa si afferma v. ricorso introduttivo superficiaria, per il terreno, e proprietaria, per l'edificio la seconda è che, a norma dell'art. 31 della legge 17 agosto 1942, n. 1150, modificato dalla l. 6 agosto 1967, n. 765, è consentito a chiunque di impugnare concessioni edilizie ritenute illegittime. Secondo la ferma giurisprudenza di questo Consiglio di Stato, la formula della legge ammette che sia proposto ricorso da parte di chi si trovi in una situazione di stabile collegamento con la zona interessata dalla costruzione. La indiscussa situazione della ricorrente originaria, di sicura, quanto meno, detentrice dell'immobile sito nel terreno confinante con quello in cui è stato realizzato l'edificio contestato, ne fa ammettere, perciò, la legittimazione alla verifica giurisdizionale della conformità a legge del titolo abilitativo a costruire fra le più recenti V Sezione 13 luglio 2000, n. 3904 e 15 settembre 2003, n. 5172 . 4. Con il primo motivo dell'appello si sostiene che la villetta comprendente quattro minialloggi armonizza pienamente con il carattere di luogo di villeggiatura che è una villetta isolata immersa nel verde preesistente che non viene minimamente alterato che non è significativo che si tratti di un edificio mono o plurifamiliare che sono inconferenti le osservazioni del T.A.R sull'esistenza di strutture in cemento armato e sul prezzo di vendita degli alloggi che non appare determinante rapportare l'altezza massima consentita di otto metri alla altezza dei pini circostanti che non c'è condominio, perché non vi sono parti comuni che non si può contestare la caratteristica di villetta immersa nel verde , senza specificare che cosa debba intendersi per tale che, da ultimo, le sovrintendenze per i beni ambientali ed architettonici di Matera e di Potenza hanno positivamente valutato sotto il profilo ambientale il progetto di cui trattasi . La censura, che mira a sottrarre fondamento alla statuizione del primo giudice sulla totale illegittimità della concessione edilizia, non merita adesione. Quelle dedotte, e succintamente sopra riferite, sono o mere asserzioni, prive di contenuto logico contrario alle considerazioni del T.A.R., o spunti che si soffermano su questioni non fondamentali affrontate nella sentenza impugnata e che le enucleano non utilmente dal ragionamento concreto ed esauriente esposto nella decisione. Il punto essenziale è la valutazione generale che non può considerarsi una villetta immersa nel verde una costruzione con quattro appartamenti, distribuita su tre o quattro piani il seminterrato , i due soprastanti e quello ancora soprastante, che si afferma esse un terrazzo con volumi tecnici , ma che tale non è definibile, sia per la consistenza dei locali, con bagni e con accessi riservati ai soli appartamenti sottostanti, sia per la oggettiva inesistenza di servizi comuni ivi situati . È sufficiente la mera descrizione della costruzione assentita con la concessione edilizia, per negarne il carattere di limitatezza del volume e di sostanziale completo assorbimento nella zona ricca di verde, prescritto dall'art. 3 delle NTA, del quale il primo giudice ha correttamente rilevato l'intento di non compromissione con fabbricati di volumi ed altezze non coerenti con l'esistente. Soffermarsi, perciò, sul riferimento all'altezza dei pini, fatto dal primo giudice, o sulla non esistenza di un condominio, quando è certo che vi sono quattro ingressi, quattro passaggi pedonali nello spazio che prima serviva un'unica abitazione, e nessun volume tecnico, in senso proprio, appare un argomentare su elementi secondari, che non inficiano la riconosciuta sostanziale alterazione della regola di coerenza, per la zona, o di omogeneità dei singoli edifici ammessi. 5. È utile, ora, l'esame del terzo motivo dell'appello, col quale si critica l'accoglimento, da parte del primo giudice, della censura relativa alla violazione dell'art. 3 NTA, sulla massima altezza degli edifici, realizzati in sostituzione di quelli preesistenti e demoliti. L'altezza non può superare gli otto metri. La maggiore altezza consentita con la concessione è di oltre dieci metri esattamente m. 10,45 , perché va computata anche quella dei locali situati sul terrazzo di copertura, che, come si è già anticipato, non devono essere trascurati dato che non sono definibili volumi tecnici . Gli argomenti della appellante, volti a contrastare la statuizione del T.A.R., si possono così compendiare a la giurisprudenza di questo Consiglio di Stato precisa che i volumi tecnici sono quelli adibiti esclusivamente alla sistemazione di impianti aventi un rapporto di strumentalità necessaria con l'utilizzo della costruzione b il regolamento edilizio del Comune art. 32 stabilisce che sono volumi tecnici quelli strettamente necessari a contenere gli impianti tecnologici dell'edificio , ma non escluderebbe che singoli appartamenti possono avere volumi tecnici , quando tratta di impianti particolari c i vani in contestazione sono destinati, secondo il progetto a bagno e a vano per i macchinari dell'aria condizionata e la loro altezza è di solo metri 2,25 d questa altezza non consente di definirli abitabili e sono, quindi, locali, destinati ad ospitare impianti strumentali all'utilizzo della parte abitativa . Il motivo non merita adesione. È dalle stesse premesse alle quali si ricollega l'appellante che discende la dimostrazione della infondatezza, in punto di fatto e di diritto, degli argomenti esposti. La definizione che danno le NTA, citate nell'appello, esclude che i locali in questione, collegati esclusivamente ad un alloggio possano considerarsi come strettamente necessari a contenere impianti tecnologici , poiché non si chiarisce quali impianti possano avere l'esigenza di uno spazio di dieci metri quadrati e di un bagno per un mini appartamento , come si definiscono le singole unità dalla parte interessata. Il non essere a servizio di tutto l'edificio rende evidente che si tratta di un accorgimento che mira a realizzare volumi maggiori di quelli consentiti. È sufficiente richiamare, a sostegno della esatta conclusione del primo giudice, due pronunzie è stato statuito che sono volumi tecnici quelli esclusivamente adibiti alla sistemazione di impianti aventi un rapporto di strumentalità necessaria con l'utilizzo della costruzione e che non possono essere ubicati all'interno della parte abitativa, sicché non sono tali i locali complementari all'abitazione V Sez. 13 maggio 1997, n. 483 , come le soffitte o i bagni o qualsiasi altro locale del tipo di quelli progettati nel caso in esame e destinati a formare un unica unità abitativa, da un lato, e privi di una effettiva destinazione ad impianti tecnologici. È stato anche deciso che la realizzazione di un locale sottotetto mediante vani distinti e comunicanti attraverso una scala interna col piano sottostante, è indice rivelatore dell'intento di rendere abitabile il locale o i locali, non potendosi detti vani considerare volumi tecnici C. si. 22 ottobre 2003, n. 337 . Ne segue che la parte di costruzione di cui si discute è stata esattamente ricondotta fra quelle da computare ai fini dell'altezza massima consentita. Da ciò consegue la violazione della relativa limitazione stabilita nelle NTA, richiamate dal T.A.R. Da ciò consegue, inoltre, una precisa conferma - anticipata al n. 4 che precede - che l'edificio consentito con la concessione avversata col ricorso introduttivo, per come emerge per altezza, non possiede il carattere di villetta immersa nel verde preesistente, di cui al primo motivo accolto dal T.A.R. 6. Neanche ha fondamento il motivo riguardante la contestazione del capo di sentenza che ha riconosciuto la violazione del più volte menzionato art. 3 NTA, nella parte in cui è stabilito che la superficie coperta massima delle costruzioni non può superare il limite di un sesto della superficie del lotto. Il T.A.R. ha messo in rilievo che non sono state considerate le superfici corrispondenti al loggiato, al pergolato, alle scalinate esterne di accesso. La parte appellante si richiama, evidentemente per sostenere la non computabilità delle suddette superfici, alla norma dell'art. 3 NTA, che esclude che calcolino balconi e pensiline sporgenti fino a mt. 1,20 . Sostiene che anche le scale hanno tale larghezza e che la controparte avrebbe dovuto, perciò, impugnare le norme tecniche di attuazione. È agevole rilevare, innanzi tutto, che le scale esterne non sono escluse affatto dal computo della superficie coperta dalla norma invocata dalla appellante. Quanto al loggiato ed al pergolato non vi sono motivi, né la parte li ha forniti, per concludere che essi sono assimilabili a balconi o pensiline, il primo, quanto meno, essendo un corpo di arcate che si aprono verso l'esterno, che si differenzia perciò da un semplice aggetto o soletta sporgente di un edificio, come normalmente è definito un balcone. Perciò, va tenuta ferma anche la statuizione per la quale la concessione ha consentito la copertura di una superficie maggiore di quella massima consentita dallo specifico indice di fabbricabilità per la zona. 7. Infondata è anche l'ultima censura che resta da esaminare e che riguarda l'omessa osservanza della distanza minima di dieci metri fra la parete est finestrata dell'edificio in costruzione e la parete della villetta di proprietà della ricorrente originaria. Il T.A.R. ha riconosciuto che la distanza è di metri 6.50, ma che essa non poteva essere inferiore a metri 10. Ha perciò ritenuto violato l'art. 41 quinquies della l. 17 agosto 1942, n. 1150, introdotto dall'art. 17 della l. 6 agosto 1967, n. 765. Ed ha spiegato che la norma non si applica soltanto ai casi di mancanza di uno strumento urbanistico piano regolatore o programma di fabbricazione , ma anche alle ipotesi in cui uno strumento esista senza però contenere prescrizioni in tema di distanze fra pareti finestrate di edifici antistanti. La tesi dell'appellante è che invece la disposizione non si applica quando vi sia un piano regolatore, ed il Comune di Bernalda è dotato di piano dal 1958. In subordine, fa rilevare che le NTA stabiliscono distanze di quattro metri dai confini del lotto. In ulteriore subordine, anche ammettendo che le NTA abbiano illegittimamente omesso di prevedere per le nuove costruzioni il rispetto del limite dei dieci metri, non poteva essere disapplicato quello dai confini del lotto, sicché doveva impugnarsi il disposto delle N.T.A. Infine, neppure dal d.m. 1444 del 1968 può farsi discendere l'obbligo di osservare la distanza minima suddetta, perché esso non è immediatamente vincolante nei rapporti fra privati. Si possono trascurare tutte le osservazioni che precedono, perché è proprio dall'art. 9 del d.m. 2 aprile 1968, n. 1444, che deriva l'obbligo per il Comune di disporre affinché siano rispettate le distanze ivi stabilite. Invero, nel comma 1, n. 2, dell'art. 9 in esame, si dispone che al di fuori delle zone A - ed è esterna alla zona A quella che qui interessa, senza contestazione fra le parti - è prescritta la distanza minima assoluta di dieci metri tra le pareti finestrate e pareti di edifici antistanti . In questa controversia si discute della legittimità di una concessione edilizia rilasciata dal Comune di Bernalda. E perciò dell'obbligo del Comune stesso di prestare osservanza alla predetta disposizione in sede di adozione del provvedimento abilitativo. Sicché nessun rilievo ha l'orientamento giurisprudenziale - del quale non è, di conseguenza, necessario verificare neppure se sussista - affermato dalla parte appellante, secondo il quale quella disposizione non sarebbe immediatamente vincolante nei rapporti fra privati. In conclusione, rilevato che la disposizione sulla collocazione delle costruzioni ad una certa distanza dai confini dal lotto non contrasta, né è incompatibile con quella dettata in via generale, sulle distanze fra edifici antistanti, si deve ritenere che, in ogni caso, andava osservata, per la costruzione assentita dal Comune, la distanza minima di dieci metri dalla parete più vicina e munita di finestre della controparte, ora resistente in appello. 8. Ulteriore conclusione è che l'appello principale deve essere respinto, con integrale conferma della sentenza impugnata. 9. Non merita neppure adesione l'appello incidentale della controparte. Sulla domanda risarcitoria, che essa aveva avanzato col ricorso introduttivo, il Tribunale amministrativo regionale ha statuito che gli interventi di ripristino dello stato dei luoghi, che il Comune è tenuto ad adottare in conseguenza del disposto annullamento giudiziale del provvedimento concessorio , realizzano una forma di risarcimento in forma specifica, idonea a soddisfare compiutamente l'interesse azionato . Si lamenta, invece, che la costruzione dissonante e disarmonica dall'edilizia circostante e la distanza dalla proprietà, la volumetria e l'altezza dell'immobile rendono eccessivamente invasivo il nuovo fabbricato, rispetto alla villetta della appellata. Essa subisce un immediato e prolungato pregiudizio, con godimento del suo bene fortemente inciso e limitato . Chiede perciò la condanna delle controparti al pagamento di un risarcimento da quantificare secondo i criteri da indicare da parte di questo Consiglio di Stato, in misura non inferiore a lire dodici milioni. La domanda è infondata. Le statuizioni del primo giudice preludono a consistenti interventi demolitivi da parte del Comune o in esecuzione del giudicato . In ciò il Tribunale amministrativo regionale ha correttamente ravvisato l'ipotesi di reintegrazione in forma specifica, che può rendere pienamente soddisfatto l'interesse della parte danneggiata dal provvedimento comunale. I danni lamentati sinora sono, su un piano astratto, intuibili. Però, su un piano di concretezza, per un verso, sono ancora in fieri - sino cioè al momento in cui o per ottemperanza al giudicato o per accordo con il Comune sarà definita la vicenda - e, per altro verso, privi di quelle precise indicazioni di svantaggi incontrati, di rapporti giuridici non conclusi soddisfacentemente, di quantificazione sufficientemente indicativa, se non puntuale, delle limitazioni di godimento del bene subite e suscettibili di una precisa definizione monetaria o di una liquidazione equitativa, che possano, quanto meno, dare sostegno ad una definitiva pronuncia risarcitoria. In difetto di ciò ogni ulteriore domanda risarcitoria non è definibile. 10. L'ultima critica recata con l'appello incidentale, alla statuizione di compensazione delle spese del grado, va egualmente respinta. Secondo la costante giurisprudenza, infatti, si tratta di statuizione riservata alla piena discrezionalità del giudice. Essa è censurabile unicamente per manifesta illogicità, quale può palesarsi in caso di condanna della parte vittoriosa o al pagamento di somme evidentemente esorbitanti fra le più recenti VI Sez. 21 marzo 2005, n. 1116 . Nessuna di queste ipotesi si dà nel caso concreto. 11. La reiezione dell'appello principale e dell'appello incidentale giustifica la compensazione delle spese anche in questo grado. P.Q.M. Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Quinta, respinge l'appello principale e l'appello incidentale. Spese compensate.