Rai, il caso del giornalista licenziato due volte. E reintegrato

Senza l'avallo del direttore responsabile della testata, l'allontanamento del dipendente dall'azienda è da considerarsi nullo

Senza la proposta del direttore responsabile il licenziamento del giornalista è carta straccia. Parola dell'articolo 6 del contratto nazionale di lavoro giornalistico Poteri del direttore , che al comma quattro prevede per il direttore responsabile, e non per quello generale dell'azienda, il potere di proporre per motivi tecnico-professionali, i licenziamenti dei giornalisti . Lo ha chiarito la sezione lavoro della Cassazione nella sentenza 5125/06, depositata il 9 marzo scorso e qui integralmente leggibile tra gli allegati. Il caso, che ha consentito alla Suprema corte di ricordare questa particolare garanzia del lavoro giornalistico, è quello di un vicedirettore del Tgs, la testata sportiva della Rai, licenziato per inadempienze professionali. Dopo essersi rivolto al giudice del lavoro per ottenere l'annullamento del licenziamento e la reintegra, il giornalista riceve un'altra comunicazione della Rai con un secondo licenziamento per altre inadempienze. Nel frattempo arriva il verdetto di primo grado che annulla il primo licenziamento - condannando viale Mazzini al risarcimento del danno nella misura di cinque mensilità - ma non dispone la reintegrazione nel posto di lavoro perché impedita dal secondo licenziamento. La sentenza è stata impugnata davanti alla Corte d'appello di Roma, che l'ha riformata, ordinando alla Rai di reintegrare il giornalista nel suo posto di lavoro. In pratica, il verdetto di secondo grado ha ritenuto che l'altro licenziamento non potesse avere effetto perché quando era stato comunicato, il rapporto di lavoro non esisteva per effetto del primo recesso. Non solo, la Corte territoriale ha anche ritenuto illegittimo il licenziamento perché non era stato preceduto dalla proposta del direttore responsabile della testata con conseguente violazione dell'articolo 6 del Cnlg. La Rai ha impugnato il provvedimento per cassazione, sostenendo che il direttore generale dell'azienda si era sostituito al direttore della testata nella proposta di licenziamento. Gli ermellini hanno respinto il ricorso, osservando che la Corte d'appello ha correttamente interpretato il contratto di lavoro giornalistico Va escluso - si legge nella sentenza 5125/06 - che il direttore di testata, soggetto legittimato a presentare la proposta di licenziamento, potesse essere sostituito mediante avocazione dal direttore generale . La previsione della proposta da parte del direttore responsabile, infatti, ha una precisa ragion d'essere rientra nelle garanzie del giornalista il fatto che l'adozione di una serie di provvedimenti decisivi per la sua posizione professionale, tra cui il recesso dell'azienda nei suoi confronti, debbano essere proposti da un superiore che rivesta anch'egli la qualifica e svolga l'attività di giornalista, e sia come tale qualificato a valutare l'operato professionale di un altro giornalista . Ovviamente non è tale il direttore generale, che non è un giornalista o quanto meno non lo è necessariamente e che anche se fosse iscritto all'albo dei giornalisti, svolge in quel contesto funzioni di dirigente amministrativo .

Cassazione - Sezione lavoro - sentenza 12 ottobre 2005-9 marzo 2006, n. 5125 Presidente Mattone - Relatore Monaci Pm Sorrentino - conforme - Ricorrente Rai Svolgimento del processo 1. La controversia ha per oggetto l'impugnazione, da parte del, signor Focolari Furio Camillo, giornalista professionista in servizio presso la Rai dal 1976, e promosso dal 1995 vice direttore della testata Tgs, del licenziamento intimatogli il 29 ottobre 1996 dalla datrice di lavoro. Il giudice di primo grado annullava il licenziamento del 29 ottobre 1996, condannando la Rai a corrispondergli come indennità cinque mensilità di retribuzione. Rigettava invece le domande ulteriori, e specificamente quella di reintegrazione essendo intervenuto successivamente un secondo licenziamento. 2. La sentenza veniva impugnata da entrambe le parti. Con sentenza 2645/02, in data 19 luglio/7 ottobre 2002, la Corte d'appello di Roma rigettava l'appello incidentale della società datrice di lavoro, ed accoglieva l'appello principale del dipendente ordinandone la reintegrazione nel posto di lavoro, condannando la Rai a corrispondere come indennità risarcitoria, non solo le cinque mensilità già riconosciute in primo grado, ma anche quelle ulteriori maturate successivamente fino all'effettiva reintegrazione, oltre agli interessi ed alla rivalutazione monetaria. Disponeva, infine, la prosecuzione del giudizio in ordine alle ulteriori domande risarcitorie del signor Focolari. In estrema sintesi la Corte d'appello riteneva che il licenziamento impugnato fosse illegittimo per mancato rispetto delle regole di procedura stabilite dalla contrattazione collettiva, in quanto, in particolare, la proposta proveniva dal direttore generale, e non dal direttore della testata giornalistica, e che il licenziamento successivo non potesse avere effetto, per mancanza di causa, perché intimato quando il rapporto non era in corso in quanto non era ancora avvenuta la reintegrazione a seguito della dichiarazione provvisoria di illegittimità del primo recesso. 3. Avverso la sentenza non definitiva della Corte d'appello, che non risulta notificata, la Rai ha proposto ricorso principale, con quattro motivi, notificato il 7 ottobre 2003. Resiste l'intimato signor Focolari con controricorso notificato il 10 novembre 2003, e propone altresì, contestualmente ricorso incidentale condizionato, con un unico motivo. Replica a sua volta la Rai con controricorso, diretto a resistere al ricorso incidentale condizionato, e notificato 19 dicembre 2003. Entrambe le parti hanno presentato memorie difensive. Motivi della decisione 1. Con il primo motivo di impugnazione la ricorrente principale lamenta la violazione e falsa applicazione degli articoli 13 disp. prel., 1362 segg., 2104, 2005, 2106 Cc 48 e segg.della legge 69/1963 1,2, 3 della legge 604/66 7 ed 8 della legge 300 2 e 4 della legge 206/33, nonché l'omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione su punti specifici. La normativa contrattuale collettiva cui aveva fatto riferimento la sentenza non sarebbe applicabile ai licenziamenti disciplinari, ma soltanto alla diversa categoria dei licenziamenti per motivi tecnico-professionali. Inoltre il direttore della testata si sarebbe trovato in posizione di incompatibilità perché implicato a sua volta nella medesima vicenda alla base del licenziamento intimato al signor Focolari, e perciò la decisione sul licenziamento non poteva che essere avocata dall'alto. 2. Con il secondo motivo di impugnazione la società deduce la violazione falsa applicazione degli articoli 112, 132, n. 4, 346 e 436 Cpc 2095, 2118, 2119 Cc 1 e 10 della legge 604/66 18 della legge 300/70, nonché l'omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione su punti decisivi. La Rai sostiene di avere ribadito la qualifica dirigenziale dell'attore, e perciò la mancanza di ogni tutela, sia legale che convenzionale, avverso il licenziamento. Su questo punto, invece, la sentenza non aveva motivato affatto incorrendo così nel vizio di omissione di pronunzia. 3. Con il terzo motivo la ricorrente principale eccepisce la violazione e falsa applicazione degli articoli 112 e 434 Cpc 1324, 1325, 1346, 1353, 1360, 1418, 2118 e 2119 Cc 1 della legge 604/66 18 della legge 300/70, nonché ancora l'omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione su punti decisivi. L'attore non avrebbe mai sostenuto la tesi, propria soltanto della Corte d'appello, secondo cui il secondo licenziamento sarebbe inefficace potendosi risolvere soltanto un rapporto in atto, ma soltanto che l'intimazione di un secondo licenziamento ad un lavoratore già in precedenza licenziato potrebbe avvenire soltanto nel caso in cui il datore di lavoro procedesse previamente alla revoca del primo recesso. La sentenza perciò sarebbe viziata dal vizio di extra petizione e dalla violazione dei principi sulla specificità dei motivi di impugnazione. Si doveva ritenere legittimo un secondo licenziamento, destinato ad operare se il primo fosse venuto meno. 4. Con il quarto motivo di impugnazione, infine, la Rai lamenta la violazione e falsa applicazione degli articoli 115 e 132, n. 4, Cpc, 1223 segg., 2697 segg., 18 della legge 300/70, nonché un ulteriore profilo di omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione su punti decisivi. Nella sentenza mancherebbe, anche formalmente, la motivazione a sostegno della condanna della Rai al risarcimento del danno in favore del dipendente. Mancherebbe, in particolare, la motivazione sul quantum, tenuto conto anche del tempo trascorso e di quello mediamente necessario per reperire un'altra occupazione, ed inoltre della mancanza di prova dello stato di disoccupazione. 5. Nel controricorso il giornalista resiste agli argomenti avversari. In linea di fatto precisa di avere tempestivamente impugnato anche il secondo licenziamento. Sempre in linea di fatto precisa ancora di avere impugnato il primo licenziamento non solo per ragioni processuali, ma per motivi di merito, vale a dire per tardività della contestazione degli addebiti e della comunicazione del recesso, per infondatezza degli addebiti contestatigli, e perché le pretese infrazioni non prevedevano la sanzione del recesso, ma soltanto quella della sospensione dal lavoro e dalla retribuzione da 7 a 10 giorni. 6. Nel merito del primo motivo il resistente ribadisce l'effettiva esistenza delle violazioni procedimentali alla base della dichiarazione di illegittimità del licenziamento. Sottolinea inoltre, in linea di fatto, che il contratto collettivo giornalistico reso valido erga omnes, ed in vigore all'epoca dei fatti, non conteneva una normativa disciplinare anche le violazioni delle regole deontologiche andavano inserite tra quelle di natura tecnico-professionale. E in concreto le contestazioni che gli erano state mosse, riferite a pretese iniziative indebite di natura pubblicitaria, costituivano, in ipotesi, violazioni della deontologia professionale, e perciò il relativo licenziamento era stato intimato per motivi professionali, e come tale avrebbe dovuto essere preceduto dalla proposta del direttore di testata. 7. La censura relativa poi alla pretesa incompatibilità del direttore di testata era inammissibile, oltre che infondata, in quanto la controparte non aveva indicato la norma, di legge o di contratto, da cui avrebbe dovuto desumersi la pretesa incompatibilità. Né, comunque, dalla motivazione della sentenza si poteva desumere che sussistesse davvero l'asserita causa di incompatibilità. D'altra parte, erano del tutto generiche le censure della ricorrente principale in ordine alla tesi, accolta dalla Corte d'appello, della sostituibilità del direttore della testata, ed era invece priva di ogni riscontro l'opposta tesi dell'avocabilità della funzione da parte del direttore generale. Era inammissibile anche la censura riportata nel secondo motivo di ricorso, sull'inapplicabilità dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per effetto della qualifica dirigenziale del dipendente. Infatti, nel caso di specie non vi era stata né violazione dell'articolo 112 Cpc, né difetto di motivazione, perché l'argomento era stato dedotto soltanto in grado di appello, e non in primo grado. La Corte d'Appello, perciò, non era tenuta a prendere in considerazione la nuova tesi difensiva. In realtà, inoltre, il contratto collettivo non qualificava come dirigenti né il direttore, né il vicedirettore di testata, né prevedeva meccanismi di tutela contrattuali per queste categorie, mentre la regola della licenziabilità ad nutum si poteva applicare solo ai dirigenti posti al vertice dell'organizzazione aziendale. 8. Anche il terzo motivo di impugnazione doveva ritenersi infondato. Una volta, infatti, intimato un licenziamento, il datare di lavoro non poteva revocarlo senza il consenso del prestatore, né poteva esercitare più i poteri connessi con la posizione di datare di lavoro. Il quarto motivo di ricorso, con il quale la ricorrente censurava la Corte d'appello nella parte in cui, pur in mancanza di prova sullo stato di disoccupazione, aveva determinato il risarcimento in misura pari all'intera retribuzione del periodo intercorrente dal licenziamento alla reintegrazione, infine, era inammissibile, perché si trattava di una censura che non era mai stata sollevata in precedenza. Era onere del datare, del resto, fornire la prova dell'aliunde perceptum. 9. Con l'unico motivo del ricorso incidentale condizionato il ricorrente incidentale deduce a sua volta la violazione e falsa applicazione degli articoli 115 e 416 Cpc, e 2697 e 1362 Cc, nonché il difetto di motivazione su punti decisivi della controversia. Ribadisce che, oltre alla censura accolta, relativa alla mancanza di una proposta da parte del direttore della testata, il licenziamento doveva ritenersi nullo per omessa informazione del comitato di redazione sia da parte del direttore di testata che dell'editore, ed inoltre di avere contestato il verbale, non sottoscritto, relativo ad un preteso incontro che sarebbe avvenuto tra le parti il16 ottobre 1996. In ogni caso vi sarebbe difetto di motivazione sul punto dell'idoneità di detto preteso incontro a soddisfare i requisiti di informazione prescritti dalla contrattazione collettiva. 10. Nel controricorso al ricorso incidentale condizionato la società eccepisce che l'impugnazione avversaria sarebbe inammissibile perché proveniente da una parte che allo stato era vittoriosa. Inoltre, l'impugnazione incidentale sarebbe condizionata non già ad un evento, quale l'accoglimento dell'impugnazione principale, ma piuttosto all'interpretazione della sentenza. Era, infine, inammissibile perché diretta a sindacare una questione di mero merito, quale appunto l'esistenza di una chiara contestazione da parte dell'allora attore, della circostanza, dedotta dalla convenuta, relativa al fatto che si fosse tenuto l'incontro descritto nel verbale in contestazione. 11. Preliminarmente, i due ricorsi, quello principale e quello incidentale, essendo impugnazioni contro la stessa sentenza, debbono essere riuniti obbligatoriamente ai sensi dell'articolo 335 Cpcomma . Il ricorso principale della Rai è infondato, e non può trovare accoglimento. È infondato, innanzi tutto, il primo motivo di impugnazione. Come risulta, a pag. 5, dall'accertamento di fatto contenuto nella sentenza impugnata, il contratto collettivo prevede, all'articolo 6, ultimo capoverso, che le proposte di assunzioni e di licenziamenti spettano al direttore circostanza, questa ultima, riportata, del resto, dallo stesso ricorrente , e, all'articolo 34, che il comitato di redazione, deve esprimere il proprio parere preventivo, tra l'altro, sui licenziamenti. Secondo l'interpretazione che ne ha fornita lo stesso giudice del fatto, questa contrattazione collettiva non prevede una disciplina, ed un regime di garanzie, diversi per i licenziamenti disciplinari rispetto a quelli dei licenziamenti di carattere non disciplinare. Di conseguenza, è arbitrario postulare - come sostanzialmente fa la ricorrente - che la differenza tra i vari generi di licenziamento escluda per quelli di natura disciplinare l'applicazione della previsione del contratto collettivo. Questa interpretazione, proprio perché si riferisce alla contrattazione collettiva, concerne una questione di merito, e come tale è riservata al giudice del merito, e non è sindacabile in sede di legittimità, se correttamente motivata, mentre nel caso di specie lo è attraverso l'espresso richiamo alle norme contrattuali collettive, ed alla ricostruzione complessiva del sistema da esse composto. In ogni caso, va escluso che il direttore di testata, che era il soggetto legittimato a presentare la proposta di licenziamento, potesse essere sostituito mediante avocazione dal direttore generale. La previsione della proposta da parte del direttore di testata ha del resto una precisa, ed evidente, ragion d'essere rientra nelle garanzie del giornalista il fatto che l'adozione di una serie di provvedimenti decisivi per la sua posizione professionale, e tra essi, del recesso dell'azienda nei suoi confronti, debba essere proposta da un superiore che rivesta anch'egli la qualifica, e svolga l'attività, di giornalista, e sia come tale qualificato a valutare l'operato professionale di un altro giornalista. Non è tale, evidentemente il direttore generale, che non è un giornalista o, quanto meno, non lo è necessariamente , e che, anche se fosse iscritto all'albo dei giornalisti, svolge in quel contesto funzioni di dirigente amministrativo. Né vale rilevare che - in ipotesi - in quel caso il direttore di testata si sarebbe trovato in condizione di incompatibilità perché implicato anch'egli negli stessi fatti posti alla base del licenziamento del signor Focolari. È facile replicare che l'impossibilità temporanea o semplicemente occasionate di svolgere la propria attività da parte di un capo di ufficio quale è appunto il direttore di una testata giornalistica , per le ragioni più varie, dalla malattia alle ferie all'incompatibilità, rientra nell'ambito degli eventi ordinari, e comunque facilmente prevedibili. Nella maggior parte delle strutture, in qualsiasi settore, è previsto, anzi, un sistema di sostituzione automatica del capo ufficio con un vice o con il più anziano degli altri addetti al servizio. Se questo non è previsto, evidentemente potrà, e dovrà, sempre essere nominato un apposito sostituto, che dovrà avere i requisiti per lo svolgimento delle funzioni di direttore di testata, e perciò essere anch'egli un giornalista, e svolgere anch'egli funzioni di giornalista. 13. Anche il secondo motivo è infondato. Come sottolineato in linea di fatto dalla sentenza impugnata l'eccezione relativa all'asserito livello dirigenziale del Focolari, ed alla conseguente inapplicabilità nei suoi confronti in suo favore della tutela contro i licenziamenti illegittimi prevista dalla legge 604/66, e dall'articolo 18 della legge 300/70, è stata formulata soltanto in grado di appello, e perciò tardivamente. Del resto, in base all'accertamento di fatto contenuto nella sentenza impugnata non risulta positivamente che al signor Focolari fosse stata riconosciuta la qualifica dirigenziale. In ogni caso un vice-direttore di testata, quale è il Focolari, non si trova all'apice della struttura, e perciò non può essere considerato un dirigente. 14. È infondato, a sua volta, anche il terzo motivo. Va escluso, innanzi tutto, che sussista vizio di extrapetizione per l'accogli mento - secondo l'ipotesi postulata dalla ricorrente - di una tesi che non era propria dell'attore. Le tesi e le argomentazioni giuridiche poste a sostegno dell'accoglimento una determinata domanda oppure di una determinata eccezione non possono essere confuse con la domanda o con l'eccezione stessa, determinate soltanto dal petitum e dalla causa petendi oppure, per l'eccezione, dalla causa che è posta alla base di essa , e che determinano, esse soltanto, le richieste sottoposte al giudice. Di conseguenza, nei limiti di quanto gli è stato richiesto, il giudice stesso può accogliere una domanda o una eccezione sulla base di argomentazioni diverse rispetto a quelle in ipotesi anche errate o comunque pretermesse dal giudice che erano stati sviluppate dalle parti interessate. 15. Il fatto che medio tempore la società avesse intimato al prestatore un secondo licenziamento non esclude del resto che intanto il giudice dovesse accogliere la domanda di reintegrazione nel posto di lavoro e quella di risarcimento del danno derivante dal licenziamento ritenuto illegittimo. Come già sottolineato da questa Corte, l'azione diretta ad invalidare il licenziamento perché privo di giusta causa o giustificato motivo è un'azione di annullamento, ha natura costitutiva e pertanto, fino all'eventuale sentenza di accoglimento e salvi gli effetti retroattivi di questa, il negozio produce regolarmente i suoi effetti ne consegue che al licenziamento segue la cessazione del rapporto di lavoro e che un ulteriore licenziamento, intimato in corso di causa e prima della sentenza di accoglimento, deve considerarsi privo di ogni effetto per l'impossibilità di adempiere la sua funzione né la sentenza di annullamento fa acquistare allo stesso efficacia, operando la retroattività solo in relazione alla ricostituzione del rapporto e non anche alle manifestazioni di volontà datoriali poste in essere quando il rapporto di lavoro era ormai estinto Cassazione civile, 5092/01 nello stesso senso, 18497/05 . In realtà l'articolo 18, comma 1, della legge 300/70 qualifica espressamente come sentenza di annullamento la sentenza concernente l'invalidazione del licenziamento perché privo di giusta causa o giustificato motivo. Si tratta quindi di sentenza costitutiva che, secondo i principi generali modifica una situazione preesistente, nel senso di togliere validità al negozio annullato. Prima della sentenza di annullamento questo produce regolarmente i suoi effetti a differenza del negozio nullo, ma tali effetti vengono meno a seguito della sentenza. L'annullamento ha efficacia retroattiva ex tunc , eliminando gli effetti prodotti dal negozio annullabile, precedentemente posto in essere, come se questi non si fossero mai verificati. In applicazione di tali principi deve ritenersi che la sopra citata formula adottata dall'articolo 18, comma 1, della legge 300/70 implichi necessariamente la conclusione che il licenziamento privo di giusta causa o giustificato motivo sia un negozio annullabile, con l'ulteriore conseguenza che esso produce i suoi effetti cessazione del rapporto di lavoro fino a quando non intervenga la sentenza che, in accoglimento del/'azione proposta dal lavoratore, lo annulli. Deriva da quanto sopra che un successivo licenziamento, intimato in corso di causa e prima della sentenza che disponga la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, deve considerarsi privo di ogni effetto per l'impossibilità di adempiere alla sua funzione [ ] attesa l'insussistenza di un rapporto di lavoro in atto . Cassazione civile, 10394/05 . Se, dunque, il primo licenziamento comporta inevitabilmente l'interruzione del rapporto che potrà eventualmente essere ripristinato da una sentenza, definitiva, oppure prowisoriamente esecutiva, di annullamento del licenziamento stesso , il secondo licenziamento che intervenga a rapporto ormai interrotto, non potrà avere alcun effetto, e, di conseguenza, una sentenza di reintegrazione e di risarcimento dei danni relativa al primo licenziamento potrà dispiegare tutti i propri effetti. 16. È infondato, ed in parte inammissibile, infine, il quarto ed ultimo motivo del ricorso principale. È inammissibile perché generico la ricorrente non specifica quali sarebbero i punti sui quali la sentenza d'appello avrebbe dovuto motivare espressamente. Va rilevato, del resto, che l'obbligo, in caso di mancato adempimento all'ordine di reintegrazione, di corrispondere al lavoratore gli emolumenti corrispondenti alle prestazioni lavorative rifiutate, e di provvedere alla corrispondente regolarizzazione della posizione previdenziale e assistenziale, discende direttamente dalla legge, e non richiede motivazioni particolari. D'altra parte - come si è detto - la deduzione da quanto dovuto dell'aliunde perceptum richiede, se non l'eccezione formale del datore di lavoro, almeno l'allegazione dei fatti, e la possibilità per il giudice di trame la prova dagli elementi probatori già acquisiti al processo, o non contestati. Come rilevato, infatti, da questa Corte con sentenza, in data 5660/01, in tema di risarcimento del danno dovuto al lavoratore !per effetto della reintegrazione disposta dal giudice in forza dell'articolo 18 Statuto lavoratori e di quantificazione di tale danno in tutte le sue componenti compresa quella concernente il reperimento da parte del lavoratore di altri redditi derivanti da attività lavorativa prestata nel periodo temporale considerato ai fini risarcitori cd. aliunde perceptum e percipiendum i, la deduzione in sede processuale dell'aliquid perceptum non costituisse un 'eccezione in senso stretto e, comunque, non è riconducibile nel novero di quelle eccezioni riservate alla disponibilità delle parti. Di conseguenza, quando vi sia stata rituale allegazione dei fatti rilevanti a dimostrare l'aliquid retentum egli stessi possono ritenersi incontroversi o processualmente acquisiti, il giudice può trame d'ufficio anche nel silenzio della parte interessata ed anche se l'acquisizione sia riconducibile ad un comportamento della controparte e, pure, avvalendosi dei poteri ex articolo 421 Cpc tutte le conseguenze cui essi sono idonei ai fini della quantificazione del danno subito dal lavoratore ingiustamente licenziato . La ricorrente, per la verità, non specifica né quali sarebbero state le proprie allegazioni sul punto, né quali elementi sarebbero utilizza bili, tanto è vero che - anche sotto questo profilo - il motivo è anche inammissibile, per carenza del requisito dell'autosufficienza, oltre che infondato. 17. Il ricorso incidentale del prestatore rimane assorbito dalla reiezione del ricorso principale della società datrice di lavoro. 18. Concludendo dunque, i ricorsi debbono essere riuniti quello principale deve essere rigettato, mentre quello incidentale deve essere dichiarato assorbito. Le spese di questa fase di legittimità seguono la soccombenza in danno dalla ricorrente ed a favore del resistente, e vengono liquidate nelle misure riportate in dispositivo. PQM Riunisce i ricorsi, rigetta quello principale, assorbito l'incidentale e condanna la ricorrente a rifondere le spese del presente giudizio che liquida in euro 42 oltre euro 3000 oltre a spese generali Iva e Cpa.