Dalle coscienze blindate alle auto blindate: la questione morale e gli ""eroi borghesi""

di Luigi Morsello

di Luigi Morsello * Perché, ventisei anni dopo, la morte di un uomo che si fece uccidere in nome dell'onestà, che disse di no alle compromissioni, agli ambigui patteggiamenti, alle lusinghe, alle minacce, ha conservato tutto il suo significato morale, civile, politico? Corrado Stajano, in un articolo pubblicato da L'Unità, dà una risposta squisitamente politica a questo interrogativo, affermando Perché anche in Italia esiste un passato che non passa e che non aiuta a progredire se la rottura con le vecchie pratiche della corruzione e dell'oscuro agire non sarà al centro di un programma di governo capace di ridare forza e fiducia a una parte consistente della comunità nazionale che spesso non ne vuole più sapere e si chiude in casa minata dalla delusione. Ma in questo caso la politica è anche interconnessa con la morale e con l'etica delle istituzioni, che hanno dimenticato la 'questione morale' posta da Enrico Berlinguer, frettolosamente messa in un cassetto dopo la sua morte prematura. Io desidero invece dare un contributo come semplice cittadino e nel contempo servitore umile delle istituzioni, che ha vissuto quegli anni e che vide sfilare sotto i propri occhi quasi sotto silenzio quel barbaro assassinio. Non va dimenticato che l'anno 1979 era quasi il culmine della parabola del terrorismo sanguinario ed assassino, che sarebbe caduto sotto i colpi delle confessioni di Patrizio Peci e di tutti gli altri che seguirono il suo esempio, che era anche l'anno del massimo 'fulgore' della forza assassina del terrorismo. Chi scrive era all'epoca direttore del carcere di S. Gimignano Si , veniva inviato in missione in molti carceri della Toscana, per ultimo gli istituti penitenziari di Firenze, dai quali veniva allontanato contro la propria volontà perché minacciato direttamente dalla BR non c'erano ancora le autovetture blindate, si viaggiava in macchine non protette ed a rischio della propria e della altrui vita . Quindi la morte di questo avvocato civilista passava quasi sotto silenzio, si confondeva con tante altre morti di matrice diversa, che Staiano ha richiamato nel proprio articolo odierno. La portata fortemente simbolica di quel comportamento, dell'avvocato Giorgio Ambrosoli, è emersa solo dopo, quando la vicenda è stata ricostruita proprio da Corrado Stajano in un suo libro che deve, a mio giudizio, stare in ogni biblioteca, pubblica e privata ed essere fatto leggere e studiare nelle scuole. Ne emerge la figura di un uomo onesto, ma forte, coraggioso, incrollabile, presago di quanto gli poteva accadere e poi si è veramente verificato, che non ha adbicato alla propria coscienza nemmeno di fronte al pericolo di essere ucciso, che non ha mai avuto un cedimento, non ha mai perso la lucidità e non è mai arretrato dalla frontiera della propria coscienza. Un esempio che è stato riscontrato in tanti servitori dello Stato, nella lotta contro i terrorismi e le organizzazioni criminali, mafiose o di sola criminalità comune. Valgano per tutti le figure dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Certo, se la politica avesse dato una risposta alle esigenze di moralizzazione delle istituzioni e della vita del paese, Giorgio Ambrosoli sarebbe stato sicuramente ricordato ancora e sempre, ma senza quel senso di pena che dà la constatazione che nulla è significativamente cambiato dal 1979 ad oggi. Giorgio Ambrosoli, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono figure eroiche, delle quali ogni italiano si deve sentire fiero dell'appartenenza al proprio paese, che sono entrate nella coscienza comune e vi devono restare. Quest'ultimo è un compito che non può non essere assegnato alla scuola, altrimenti la polvere del tempo finirà con il depositarsi anche su queste memorie. Voglio chiudere questo mio intervento ricordando che Patrizio Peci, detenuto nel carcere di Alessandria del quale ero il direttore, non era affatto una figura misteriosa, ma, per quanto mi è stato dato di capire, solo un terrorista che aveva messo nel conto la cattura e programmato il da farsi in tal caso. Quanto a Marco Donat Cattin, anch'egli detenuto nel carcere alessandrino, era solo figlio di un uomo politico importante all'epoca ministro del Lavoro che abbracciò la 'lotta armata' solo per noia ed in modo, mi par di ricordare, non molto significativo. * ispettore generale dell'Amministrazione penitenziaria, in pensione