Il danno esistenziale esiste anche (quando dimostrato) per l'eccessiva durata del processo. Il Palazzaccio continua a cambiare idea

di Giulia Milizia

di Giulia Milizia La sentenza leggibile nei correlati ribadisce sia l'esistenza del c.d. danno esistenziale, sia che lo stesso possa ravvisarsi anche nei casi in cui sia risarcibile il danno da eccessiva durata del processo ex L.89/01 c.d.Legge Pinto . Il fatto L'attore presentò un ricorso per divorzio consensuale, che, senza giustificazione plausibile, fu portato a sentenza solo 4 anni dopo l'introduzione del ricorso. Di conseguenza si chiedeva ex art. 6, .1, CEDU l'indennizzo ex articolo e 3 L. 89/01 sotto il profilo del danno patrimoniale, non patrimoniale ed esistenziale, poiché a causa dell'ingiustificato procrastinarsi della causa aveva dovuto troncare una nuova relazione sentimentale ed aveva perso la chanche di formarsi una nuova famiglia. La Corte di Appello di Milano riconosceva, in via equitativa, all'attore un risarcimento danni, per danno non patrimoniale, pari a .3000,00 1000,00 per ciascun anno , in quanto il procedimento aveva avuto una durata di 3 anni superiori alla media della durata dei procedimenti analoghi, calcolata in circa 14 mesi. Non veniva riconosciuto, però, il danno esistenziale, poiché non costituisse un autonomo titolo di danno, rientrando in quello biologico, indimostrato né d che l'inopinato caducarsi del novello progetto matrimoniale, in conseguenza della eccessiva durata della procedura di divorzio, non apparisse suffragato da alcuna prova Questa sentenza emessa è stata impugnata. 2.Considerazioni sulla durata dei processi di giurisdizione volontaria e dei procedimenti camerali Il primo elemento da evidenziare in questa causa è proprio l'eccessiva durata della stessa. Infatti è chiaro che questo, come il procedimento per l'accettazione dell'eredità, quello per la separazione consensuale etc, è un procedimento di c.d. volontaria giurisdizione, in cui le parti volendo possono stare in giudizio personalmente, senza l'assistenza del legale anche se in genere per i procedimenti di separazione e divorzio consensuali, specie quando vi sono figli minori, dalla maggior parte delle corti è richiesta la presenza di almeno un legale, che può essere comune ad entrambe le parti in causa e con modalità semplificate rispetto al procedimento di cognizione. Per esempio per dimostrare la fondatezza delle proprie ragioni l'attore può anche avvalersi di mezzi di prova atipica, come viene esplicato in sentenza.Ergo la prova dei diritti vantati e della loro lesione può essere data ex combinato disposto degli articolo ss cpc e 2699 ss cc, risultando, quindi, ininfluente che il danno biologico sia risultato indimostrato ai fini della liquidazione del danno esistenziale. Si noti che un recente studio, pubblicato sulle novità procedurali in tema di procedura e divorzi introdotte dal c.d. decreto competitività Sulle variazioni al codice di procedura l'incognita del diritto intertemporale di G.Verde, Guida al Diritto numero /05 pag.24 ss. , ha evidenziato che in media un processo per divorzio consensuale dura 4 mesi, a fronte dei 18 di un divorzio giudiziale e contro i 3 ed i 22 rispettivamente di una separazione consensuale e di una giudiziale. Si evidenzi come, a fronte di questi dati, la stima fatta dalla Corte di Appello di Milano sia stata esagerata in eccesso, considerando equa una durata superiore di ben 10 mesi rispetto ad analogo divorzio e come sia, perciò, più prossima a quella di un divorzio giudiziale in base alle valutazioni sopra riportate. Si consideri, inoltre, che sono molteplici le incognite da considerare per valutare l'effettiva durata che dovrebbe avere un procedimento standard. Per esempio essa può variare da tribunale a tribunale, da grado a grado, anche in base al numero delle parti, della difficoltà della causa stessa, delle richieste avanzate e similia. Quindi si dovrebbe ridurre il processo ad una grande equazione o, rectius, ad un algoritmo in cui inserire tutte queste varianti e trarne un risultato finale equivalente all'effettiva durata media del procedimento in questione v. amplius anche Principio accusatorio, impugnazioni, ragionevole durata del processo a cura di Claudio Nunziata ed. Giuffrè allegato a D& G numero /04 . Vista sotto questa ottica la valutazione della Corte di Appello di Milano può essere corretta anche se, in effetti, risulterebbe poco favorevole all'attore, rispetto all'altro dato sopra riportato. In limine, si consideri che la Corte di Strasburgo considera equo un procedimento civile durato 18 mesi. Considerazioni generali sulla liquidazione del danno esistenziale Negli ultimi anni dalle sentenze della Corte Costituzionale numero /03 e della Cass. civ. 8827/03 in poi, è sorta una lotta ideologica ed intestina tra giurisprudenza e dottrina. In quest'ultimo campo si possono ravvisare diverse scuole anche se le più importanti sono quella triestina Cendon , che afferma l'esistenza e l'autonomia di tale danno e quella romana Rossetti , che, invece, ne nega l'esistenza, considerandolo come un inutile doppione del danno ex articolo c.c. ed una sorta di pericolo per la stabilità giuridica, in quanto la stessa tipologia di danno, col riconoscimento del danno esistenziale, quale genus a sé e non subcategoria del danno biologico, rischierebbe di esser risarcita due volte ex articolo ed ex articolo cc. Anche la giurisprudenza è molto indecisa su questo fronte in quanto in seno ad una corrente maggioritaria che afferma l'esistenza di tale danno, vi è una corrente minoritaria che lo nega v. riferimenti normativi e dottrinari riportati ex multis da P.Cendon in Caso Barillà perché sì al danno esistenziale, secondo la Cassazione Penale pubblicato sul sito www.filodiritto.it mi si consenta la citazione Giulia Milizia Riflessioni sul danno esistenziale, ed in particolar modo, sulla liquidazione del danno in caso di morte di un congiunto, di un grave danno estetico, del danno da vacanza rovinata etc. ex art. 2043 c.c. o ex articolo c.c. in www.diritto.it in data 20/01/05 Monatieri Verso la teoria del danno esistenziale, in P.Cendon e P.Ziviz, curr. Il danno esistenziale,p.713,Milano, 2000 e i diritti del nascituro variazioni sul tema di Gozzano , giur.it, 1994 Bona Il danno esistenziale bussa alla porta e la Corte Costituzionale apre verso il nuovo articolo c.c. , in Danno e resp., 2003, p.941 contra ex multis Gazzoni l'articolo e la Corte Costituzionale la maledizione colpisce ancora in resp.civ. prev.2003, p.1292 Rossetti-Peccenini-Berti op.cit.,Milano, 2004, p.121 e ss. M.Rosetti Danno biologico, risarcibilità e fondamento normativo D& G numero /04 pagg.55-61, nonché l'intero inserto speciale Danno esistenziale la prova e la liquidazione edito sul medesimo a cura di Flavio Peccenini e di Mauro Di Marzio, sempre su D& G numero /04 Bert-Peccenini-Rossetti I nuovi danni non patrimoniali.Risarcimento dei pregiudizi non pecuniari dopo la sentenza della Cassazione numero /03 ed.Giuffrè 2004 . È molto interessante notare come la motivazione di questa sentenza, sposando le tesi del Cendon, riconosca che il Morelli abbia subito un danno ex articolo cc ed avrebbe avuto diritto ad essere risarcito anche sotto questo aspetto se avesse rinnovato la domanda fatta in primo grado. La S.C. infatti afferma che l'anomala lunghezza di un processo le produca in capo alla parte che vi e' coinvolta, laddove, del resto, il danno cd. esistenziale , concretandosi in una modificazione dell'agire del singolo, e' agevolmente accertabile altresi' in via oggettiva, ovvero sulla base di indici piu' sicuri si pensi al cambiamento dei propri usi di vita sociale, delle proprie scelte abituali e cosi' via di quelli che suggeriscono l'esistenza di un danno morale soggettivo, del tutto correttamente il Giudice di merito ha ritenuto che L'inopinato caducarsi del novello progetto matrimoniale del *** in conseguenza della eccessiva durata della procedura di divorzio non appare suffragato da alcuna prova seria, tale non potendosi considerare la dichiarazione di certa *** *** in data 22 maggio 2002 costei avrebbe deciso di troncare la relazione sentimentale instaurata con il *** allorche', nell'estate del 2000, le fu comunicato l'ulteriore rinvio della causa di divorzio , senza che, d'altra parte, si verta nell'ambito dell'art. 76 del D.P.R. n. 445 del 2000 e che la predetta *** sia stata indicata quale teste sulle circostanze contenute nella dichiarazione stessa Ergo in questo caso è ravvisabile un diritto al risarcimento del danno esistenziale sotto un duplice aspetto una lesione di un proprio diritto e una negazione al diritto soggettivo ad avere una normale vita familiare. Infatti a causa dell'eccessiva durata del processo è stato leso il diritto del ricorrente ad avere un equo processo ex art. 2 L.89/01, eccessiva durata tanto più ingiusta in quanto connessa all'afflizione causata dall'esorbitante attesa della decisione, ovvero al patema d'animo, all'ansia ed alla sofferenza morale che non occorre dimostrare, sia pure attraverso elementi presuntivi, trattandosi di conseguenze non patrimoniali appunto che possono reputarsi presenti secondo l'id quod plerumque accidit , sì che è innegabile che sia ravvisabile sotto questo aspetto un danno ex articolo c.c., anche qualora il c.d. danno biologico risulti indimostrato. Inoltre il ricorrente, per l'eccessivo prolungarsi del suo divorzio, ha dovuto subire la rottura della sua relazione sentimentale con la compagna con la quale aveva già programmato un nuovo matrimonio e così ha perso anche la possibilità di formarsi una nuova famiglia. È indubbio, anche in questo caso, che sia stato leso il suo diritto soggettivo ad avere una regolare vita familiare, all'interno della quale esplicare e sviluppare la sua personalità. Conclusioni La sentenza dimostra, anche, come lo stesso danno esistenziale, nella medesima causa, possa essere risarcito sotto profili diversi e concorrenti, rectius connessi tra loro, ma soprattutto, in attesa di una pronuncia definita delle Sez.unite, afferma, in modo decisivo, l'esistenza del danno esistenziale, riconoscendolo come genus a sé, ben distinto dal danno biologico e liquidabile, anche qualora quest'ultimo non possa essere dimostrato, in quanto è un danno in re ipsa, cioè ravvisabile già nella lesione di un diritto costituzionalmente ed in base alle leggi fondamentali e naturali tutelabile. Di conseguenza vengono ulteriormente smentite quelle cassandre che vogliono il danno esistenziale già sulla via del tramonto e/o che ne neghino la sua autonomia e configurabilità, anche se queste discussioni alla fine risultano sterili, non solo per il fatto che l'orientamento della dottrina e della giurisprudenza predominante lo consideri un tertium genus della categoria danni risarcibili, ma anche perché è una tipologia di danno sorta in tempi relativamente recenti, così che sarebbe illogica ogni sua negazione a priori. In definitiva sarà solo l'evolversi della giurisprudenza e della dottrina a determinare in modo definitivo l'esistenza o meno del danno ex articolo cc.

Cassazione - Sezione prima civile - sentenza 17 maggio-4 ottobre 2005, n. 19354 Presidente Morelli - Relatore Giuliani Svolgimento del processo Con ricorso depositato il 25 giugno 2002, *** *** chiedeva che la Corte di appello di Milano, previo accertamento della violazione dell'articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali d'ora in avanti, per brevità, denominata semplicemente Convenzione europea , sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole di durata del processo, disponesse la condanna del ministero della Giustizia al pagamento di quanto dovutogli a titolo di equa riparazione del danno, patrimoniale, non patrimoniale ed esistenziale, subito in conseguenza della durata appunto della causa civile che, da lui instaurata davanti al Tribunale di Torino con ricorso notificato il 14 luglio 1997, avente per oggetto la pronuncia di cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto il 31 agosto 1986 con *** *** *** ***, era stata decisa da detto Giudice con sentenza definitiva del 18 luglio-26 novembre 2001. Si costituiva in giudizio l'Amministrazione convenuta, resistendo alla pretesa avversaria. Il Giudice adito, con decreto emesso in data 27 settembre/11 ottobre 2002, condannava la predetta Amministrazione al pagamento della somma di euro 3.000,00, a titolo di ristoro del danno non patrimoniale conseguente alla non ragionevole durata del procedimento di divorzio sopra indicato, rigettando ogni diversa domanda di danni e segnatamente assumendo a che tra la data della notificazione del ricorso e quella della decisione fossero trascorsi più di quattro anni, laddove la durata ragionevole della causa, di pronta ed agevole definizione trattandosi di divorzio consensuale siccome relativo alla sola pronuncia di stato , con esclusione delle questioni di ordine patrimoniale, doveva essere stimata pari ad un anno e due mesi b che fosse da liquidare al ***, a titolo di ristoro, in via equitativa, del danno non patrimoniale, la somma di euro 1.000,00 per ciascuno dei tre anni eccedenti la ragionevole durata di cui sopra c che il cosiddetto danno esistenziale non costituisse un autonomo titolo di danno, rientrando in quello biologico, indimostrato d che l'inopinato caducarsi del novello progetto matrimoniale del ***, in conseguenza della eccessiva durata della procedura di divorzio, non apparisse suffragato da alcuna prova. Avverso tale decreto, ricorre per Cassazione il medesimo ***, deducendo due motivi di gravame ai quali resiste con controricorso il ministero della Giustizia. Motivi della decisione Con il primo motivo di impugnazione, lamenta il ricorrente omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, in relazione all'articolo 360, comma 1, n. 5, Cpc, assumendo a che non può non definirsi erronea la motivazione dell'impugnato decreto là dove, apoditticamente, si afferma che il danno esistenziale rientri de plano in quello biologico, omettendosi qualsivoglia ulteriore considerazione in ordine alla configurabilità e sussistenza, nella specie, di una diversa figura di danno, connessa agli effetti pregiudizievoli determinatisi nella vita di relazione del ricorrente ed, in particolare, relativi alla di lui possibilità di ricostituirsi un nucleo familiare legittimo b che, nel caso in esame, l'irragionevole durata della procedura intesa ad ottenere la caducazione degli effetti civili del precedente matrimonio ha determinato l'impossibilità per il *** di contrarre un nuovo vincolo coniugale, per ciò solo gravemente compromettendo un suo diritto fondamentale c che, a tal fine, il ricorrente ha altresì fornito prova certa e concreta delle proprie allegazioni attraverso la dichiarazione sostitutiva di notorietà di *** *** in data 22 maggio 2002, dalla quale si evince come la consolidata relazione intrapresa con il ricorrente sin dal 1996 fosse stata dalla medesima dichiarante interrotta a seguito dell'ulteriore rinvio della procedura di divorzio, comunicatole nell'estate del 2000 d che, del resto, nessuna prova diversa da quella fornita avrebbe potuto dare il ricorrente stesso, secondo le regole processuali applicabili, laddove la libera valutazione, da parte del giudice, della dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà deve in concreto ammettersi in quei particolari casi nei quali, come nella specie, tale dichiarazione venga resa non da una parte ma da un terzo. Con il secondo motivo di impugnazione, del cui esame congiunto con il precedente si palesa l'opportunità involgendo ambedue la trattazione di questioni strettamente connesse, lamenta il ricorrente violazione e falsa applicazione di norme di diritto, in relazione all'articolo 360, comma 1, n. 3, Cpc, assumendo a che la Corte territoriale ha ritenuto la sussistenza di carenza probatoria in ordine alle difese svolte dal medesimo ricorrente per non avere quest'ultimo richiesto l'audizione, in qualità di teste, della sopra nominata *** b che il tenore letterale dell'articolo 3, comma 5, della legge 89/2001 persuade del fatto che la norma, elencando e descrivendo in modo dettagliato quelle che sono le facoltà istruttorie riconosciute alle parti, ha inteso escludere in capo ad esse la possibilità di dedurre prove testimoniali e, conseguentemente, di richiederne la relativa assunzione. I due motivi non sono fondati. Giova, al riguardo, premettere come la figura del danno esistenziale sia stata elaborata dalla dottrina e dalla giurisprudenza, anche di questa Corte Cassazione 7713/00 e 6507/01, là dove, con riguardo alla tutela di pregiudizi non patrimoniali conseguenti alla lesione di diritti fondamentali della persona, diversi dalla salute, collocati al vertice della gerarchia dei valori costituzionalmente garantiti e la cui violazione non può rimanere senza la minima delle sanzioni - risarcimento del danno - che l'ordinamento appresta per la tutela di un interesse , si è fatto riferimento ad una categoria di danno, appunto esistenziale od alla vita di relazione , capace di ostacolare le attività realizzatrici della persona umana , per sopperire alle lacune, riscontrate in tema di protezione civilistica degli attributi e dei valori della persona medesima, connesse all'impossibilità di giovarsi dell'articolo 185 Cp e di liquidare perciò il relativo danno morale quante volte non risultasse concretizzata una fattispecie di reato, mentre, nella materia de qua, poichè il Legislatore è intervenuto enunciando espressamente la possibilità di riconoscere il danno non patrimoniale al di fuori dai limiti posti dall'articolo 2059 Cc articolo 2, comma 1, della legge 89/2001 , appare evidente come il pregiudizio esistenziale costituisca una voce del danno indicato da ultimo Cassazione 15449/02 , conformemente, del resto, a quanto riconosciuto, in via di principio, da questa stessa Corte, là dove figura affermato che, nel vigente assetto dell'ordinamento, in cui assume posizione preminente la Costituzione, che, all'articolo 2, riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, il danno non patrimoniale deve essere inteso come categoria ampia, comprensiva di ogni ipotesi di ingiusta lesione di un valore inerente alla persona umana, costituzionalmente protetto, dalla quale conseguano pregiudizi non suscettibili di valutazione economica, onde esso non si identifica e non si esaurisce nel danno morale soggettivo, costituito dalla sofferenza contingente e dal turbamento transeunte dell'animo Cassazione 8827/03 e 8828 17429/03 19057/03 729/05 , ovvero, con specifico riguardo al tema dell'equa riparazione ai sensi della legge n. 89 del 2001, dagli stati d'ansia, dal patimento e dal disagio interiore connessi al protrarsi nel tempo dell'attesa di una decisione vertente su un bene della vita reclamato dal soggetto interessato, ma comprende altresì il pregiudizio che dalla durata irragionevole dell'attesa di giustizia si riflette sulla vita di relazione del medesimo soggetto Cassazione 6168/03 . In questi termini, l'assunto della Corte territoriale, la quale, dopo aver reputato innegabile il danno non patrimoniale connesso al ritardo nell'emanazione di un provvedimento relativo allo stato della persona ed avere, perciò, liquidato al ***, in via equitativa, la somma di euro 1.000,00 per ciascuno dei tre anni oltre l'anno e mesi due stimato come il tempo di ragionevole durata del procedimento in esame, ha quindi affermato che Il cosiddetto danno esistenziale non costituisce un autonomo titolo di danno , non soggiace di per sé a censura, indipendentemente, poi, tenuto conto della palese ininfluenza della circostanza in questa sede, dal fatto che la stessa Corte abbia ricondotto tale danno nell'ambito di quello biologico ed abbia ritenuto quest'ultimo, nella specie, indimostrato . Peraltro, poiché la richiamata sentenza delle Su di questa Corte 1338/04, malgrado abbia compiuto una semplificazione degli oneri probatori, ha tuttavia espressamente riferito il danno non patrimoniale, il quale non può essere negato alla persona che ha visto violato il proprio diritto alla durata ragionevole del processo, all'afflizione causata dall'esorbitante attesa della decisione, ovvero al patema d'animo, all'ansia ed alla sofferenza morale che non occorre dimostrare, sia pure attraverso elementi presuntivi, trattandosi di conseguenze non patrimoniali appunto che possono reputarsi presenti secondo l'id quod plerumque accidit ed essendo normale che l'anomala lunghezza di un processo le produca in capo alla parte che vi è coinvolta, laddove, del resto, il danno cd. esistenziale , concretandosi in una modificazione dell'agire del singolo, è agevolmente accertabile altresì in via oggettiva, ovvero sulla base di indici più sicuri si pensi al cambiamento dei propri usi di vita sociale, delle proprie scelte abituali e così via di quelli che suggeriscono l'esistenza di un danno morale soggettivo, del tutto correttamente il Giudice di merito ha ritenuto che L'inopinato caducarsi del novello progetto matrimoniale del *** in conseguenza della eccessiva durata della procedura di divorzio non appare suffragato da alcuna prova seria, tale non potendosi considerare la dichiarazione di certa *** *** in data 22 maggio 2002 costei avrebbe deciso di troncare la relazione sentimentale instaurata con il *** allorché, nell'estate del 2000, le fu comunicato l'ulteriore rinvio della causa di divorzio , senza che, d'altra parte, si verta nell'ambito dell'articolo 76 del Dpr 445/00 e che la predetta *** sia stata indicata quale teste sulle circostanze contenute nella dichiarazione stessa. A tale riguardo, infatti, conviene notare a che alla dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà posta in essere da un terzo estraneo alla lite deve attribuirsi la stessa rilevanza assegnata alla scrittura proveniente da un terzo appunto Cassazione 15306/04 , onde tale dichiarazione, non configurandosi come prova tipica, non riveste la piena efficacia delle prove documentali e può costituire semplicemente un indizio suscettibile di integrare il fondamento della decisione in concorso con altre risultanze istruttorie delle quali occorre valutare la rilevanza, restando così rimessa al prudente apprezzamento, insindacabile in sede di legittimità se adeguatamente motivato, del giudice di merito Cassazione 11105/01 11652/02 14122/04 , il quale, quindi, nella specie, del tutto correttamente non ha considerato la dichiarazione di certa *** *** in data 22 maggio 2002 , di per sé sola, come una prova seria b che, del resto, parimenti incensurabile si palesa il rilievo della Corte territoriale in ordine alla circostanza che la predetta *** non è stata indicata quale teste sulle circostanze contenute nella dichiarazione stessa , atteso che la formulazione dell'articolo 3, comma 5, della legge 89/2001 non esclude che i mezzi di prova attraverso i quali ricostruire i fatti rilevanti ai fini del decidere siano, e restino, quelli tipici di ogni procedimento il quale, come accade in materia di equa riparazione, pur articolandosi nelle forme della Camera di consiglio articolo 3, comma 4, della già citata legge 89/001 , non realizzi un'espressione di giurisdizione volontaria così da rendere possibile al giudice di assumere informazioni sui fatti in modo tendenzialmente libero e di ricorrere a mezzi di prova anche atipici , ma abbia per oggetto un conflitto di posizioni tra le parti applicato a diritti soggettivi, ovvero costituisca l'espediente normativo per dare vita ad una forma processuale semplificata ed alternativa rispetto a quella ordinaria, ma volta a finalità di accertamento e/o di condanna che sono analoghe od identiche, onde dal catalogo delineato dagli articoli 2699 e seguenti Cc e dagli articoli 191 e seguenti Cpc, ivi comprendendo, quindi, altresì la prova testimoniale, le parti e la corte di appello quest'ultima nell'esercizio dei suoi poteri ufficiosi possono attingere senza limitazioni particolari, tanto più in un caso, come quello di specie, in cui le norme sul procedimento di equa riparazione, contenute nel richiamato articolo 3 della legge 89/2001, non recano alcuna esplicita disposizione in contrario. Il ricorso, pertanto, deve essere rigettato. La sorte delle spese del giudizio di Cassazione segue il dettato dell'articolo 385, comma 1, Cpc, liquidandosi tali spese in euro 1.500,00 per onorario, oltre le spese prenotate a debito. PQM La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al rimborso in favore del controricorrente delle spese del giudizio di Cassazione, liquidate in euro 1.500,00 per onorario, oltre le spese prenotate a debito.