Sui risparmi tassate anche le Regioni

La ritenuta a titolo di imposta sugli interessi bancari maturati si applica anche ai soggetti esclusi dall'Irpeg. Non fanno perciò eccezione le amministrazioni locali

Il fisco non fa sconti alle Regioni. Infatti sono obbligate a pagare le tasse per gli interessi maturati sui conti correnti bancari di cui sono intestatarie. Lo ha stabilito la Cassazione, con la sentenza 13067/06 depositata il 1 giugno e qui leggibile tra gli allegati, applicando il principio generale secondo cui la ritenuta a titolo di imposta sugli interessi bancari si applica anche ai soggetti esclusi dall'Irpeg . Due i profili interessanti della pronuncia in rassegna il primo aspetto, quello procedurale, è legato all'ammissibilità del ricorso che, secondo i giudici di legittimità, dev'essere dichiarata, dopo l'intervento delle Sezioni unite di quest'anno sentenza n. 3118 anche quando il gravame sia proposto nei confronti del solo ufficio periferico in questo caso Agenzia della entrate, ufficio di Milano il secondo è la dichiarata legittimità del prelievo fiscale sugli interessi degli enti territoriali. Infatti, una volta dichiarato legittimo il ricorso della Lombardia, i giudici della sezione tributaria lo hanno respinto, negando il rimborso delle imposte. La carta dell'illegittimità costituzionale è la prima che la ricorrente ha giocato paventando il contrasto dell'articolo 14 della legge 28/1999 con gli articoli 3 e 53 Costituzione. Il no della Cassazione a tale illegittimità sta nella volontà del legislatore che può esercitare il suo potere di indirizzo politico sotto forma legislativa apportando, a un regime tributario di totale esclusione di una categoria di soggetti da una data imposta, una modificazione derogatoria consistente nella soggezione ad un nuovo tributo . Dunque, l'ombra dell'incostituzionalità cade di fronte ad alcune considerazioni. Prima di tutto sia l'esenzione tributaria sia l'esclusione tributaria non sono sinonimi di assenza di capacità contributiva. Poi la loro previsione dà vita ad una disciplina eccezionale e derogatoria, affidata, nei limiti della non arbitrarietà, della ragionevolezza e del rispetto dei principi costituzionali in materia tributaria, alla valutazione del legislatore. Infine, l'applicazione dell'articolo 26 del Dpr 600/73, anche nei confronti dei soggetti esclusi dall'Irpeg non vìola il principio di capacità contributiva, perché l'imposta ha come oggetto il possesso di quei redditi di capitale che sono costituiti dagli interessi maturati su conto corrente . Nessuna disparità di trattamento, quindi, fra Stato, non soggetto a tributi, e le Regioni quelle soggette ad imposizione, infatti, non sono altro che entrate proprie dell'ente. Tanto più che, ha precisato il Collegio, la tesi della parità assoluta di politicità degli enti territoriali va esclusa sia per il loro livello diverso di territorialità sia per le funzioni nazionali della persona giuridica Stato . E ancora per l'attribuzione a tale persona di funzioni ordinamentali. Infatti, si legge nelle motivazioni, se mai fosse riconosciuta esatta la tesi della parità tra enti pubblici territoriali di livello differenziato si giungerebbe al risultato paradossale di concentrare i poteri dell'ente territoriale . deb.alb.

Cassazione - Sezione quinta civile - sentenza 7 aprile-1 giugno 2006, n. 13067 Presidente Sotgiu - Relatore Di Blasi Pm Sorrentino - conforme - Ricorrente Regione Lombardia Svolgimento del processo La Regione Lombardia impugnava in sede giurisdizionale il silenzio rifiuto, opposto dalla competente direzione regionale delle Entrate alla domanda di rimborso dell'importo relativo alla ritenuta fiscale operata sugli interessi maturati nel 1996 su conto corrente bancario di cui era intestataria. L'adita Ctp di Milano, con decisine confermata in appello dalla sentenza della Ctr in epigrafe indicata, rigettava il ricorso, opinando per la rilevanza impositiva, ai fini Irpeg, degli interessi bancari. Con ricorso notificato il 30 maggio 2003 ed illustrato con successive memorie, la Regione Lombardia ha chiesto la cassazione della decisione di appello. L'intimata non ha svolto difese in questa sede. Motivi della decisione Il ricorso è ammissibile, pur risultando proposto nei confronti di ufficio periferico dell'agenzia delle entrate, stante che gli originari dubbi in ordine alla legittimazione processuale di tali uffici sono stati risolti da recenti pronunce delle Su della Corte sentenza 3116 e 3118/06 . La Regione prospetta la illegittimità costituzionale dell'articolo 14 della legge 28/1999 per violazione, da un lato, degli articoli 3 e 53 della Costituzione, in relazione ai principi della legislazione tributaria e alla giurisprudenza costituzionale sulle leggi interpretative, dall'altro, degli articoli 117, comma 3 e 119, commi 1, 2, 4 e 6 della Costituzione e, quindi, chiede sollevarsi la relativa questione innanzi la Corte costituzionale e cassarsi l'impugnata sentenza ritenendo e dichiarando l'illegittimità dell'imposizione fiscale e delle operate ritenute. La questione di costituzionalità dell'articolo 14 della legge 28/1999, viene prospettata nella considerazione che in base a tale disposizione di legge di interpretazione autentica il legislatore ha riconosciuto che la ritenuta a titolo di imposta sugli interessi bancari si applica anche ai soggetti esclusi dell'Irpeg. La doglianza è priva di fondamento e, d'altronde, la coerenza costituzionale della norma in questione è già stata riconosciuta da condivise pronunce sia della Corte costituzionale come pure di questa Corte. La citata disposizione, invero, è così formulata Interpretazione autentica della disciplina concernente le ritenute sugli interessi e sui redditi di capitale. La disposizione di cui all'articolo 26, comma 4, terzo periodo, del Dpr 600/73, riguardante l'applicazione della ritenuta a titolo d'imposta sugli interessi, premi ed altri frutti delle obbligazioni e titoli similari e sui conti correnti, deve intendersi nel senso che tale ritenuta si applica anche nei confronti dei soggetti esclusi dall'imposta sul reddito delle persone giuridiche . Alla stregua di detta disposizione ogni originaria incertezza interpretativa in ordine alla portata dell'articolo 26 citato deve ritenersi venuta meno e, d'altra parte, questa Corte ha già avuto modo di esaminare e decidere la questione, tant'è che può ormai ritenersi consolidato l'orientamento che riconosce la legittimità della ritenuta sugli interessi a titolo di imposta anche nei confronti dei soggetti esclusi da Irpeg, nonché il carattere non innovativo, ma solo interpretativo, dell'articolo 14 citato Cassazione 11658/01 16116/02 7315/03 6242/04 . Peraltro, da ultimo, pronunciando su altro ricorso in termini, proposto dalla Regione Lombardia Cassazione 17046/04 , la Corte ha avuto modo di ribadire che In tema di imposte sui redditi, l'articolo 14 della legge 28/1999, secondo il quale l'articolo 26 comma 4, terzo periodo, del Dpr 600/73 - riguardante la ritenuta a titolo di imposta, fra gli altri, sugli interessi bancari maturati sui conti correnti - deve intendersi nel senso che tale ritenuta si applica anche nei confronti dei soggetti esclusi dall'Irpeg, costituisce norma di interpretazione autentica e, quindi, per la sua efficacia retroattiva, si applica anche ai rapporti non ancora definiti, senza che ciò possa dar luogo a dubbi di legittimità costituzionale, come è stato riconosciuto dalle sentenze 174/01 e 313/02 della Corte costituzionale . Ritiene, poi, il Collegio di non potere condividere i prospettati dubbi di legittimità costituzionale dell'articolo 14 legge 28/1999, avuto riguardo, alla volontà espressa dal legislatore in sede di autointerpretazione, e tenuto conto, d'altra parte, sotto un primo profilo, dei giudizi già espressi dalla Corte costituzionale sulla legge di interpretazione autentica ed, inoltre, delle condivise argomentazioni desumibili da pregresse pronunce. Anzitutto, in relazione al testo vigente sino all'entrata in vigore della legge costituzionale 3/2001, tali dubbi devono ritenersi fugati dalla Corte costituzionale con le richiamate pronunce 313/02 e 174/01, che hanno riconosciuto la coerenza costituzionale, la natura interpretativa e, quindi la retroattività dell'articolo 14. È stato, infatti, ivi affermato che il legislatore può ben esercitare il suo potere di indirizzo politico sotto forma legislativa apportando, ad un regime tributario di totale esclusione di una categoria di soggetti da una data imposta, una modificazione derogatoria consistente nella soggezione ad un nuovo tributo. Si è, altresì, riconosciuto che è stata proprio questa la scelta che è stata fatta dal legislatore con l'articolo 26 del Dpr 600/73, rispetto all'articolo 2 Dpr 598/73, prima, e all'articolo 88 Dpr 917/86, poi. Si è, infine, evidenziato che l'orientamento consolidatosi con i richiamati provvedimenti 313/02e 174/01, che ha riconosciuto la natura interpretativa dell'articolo 14 e la sua retroattività, resiste ai riprospettati dubbi di costituzionalità. In particolare, nel primo di tali provvedimenti, la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale è stata desunta dal fatto a che sia l'esenzione tributaria sia l'esclusione tributaria non sono sinonimi di assenza di capacità contributiva b che la loro previsione da vita ad una disciplina eccezionale e derogatoria, affidata, nei limiti della non arbitrarietà, della ragionevolezza e del rispetto dei principi costituzionali in materia tributaria, alla valutazione discrezionale del legislatore c che l'applicazione dell'articolo 26 del Dpr 600/73, anche nei confronti dei soggetti esclusi dell'Irpeg non viola il principio di capacità contributiva, perché l'imposta ha come oggetto il possesso di quei redditi di capitale che sono costituiti dagli interessi maturati su conto corrente. In proposito, è stato, pure, osservato che l'innovazione della lesione del principio di eguaglianza per disparità di trattamento tra Stato e Regione derivante dal fatto che oggetto dell'imposta ex articolo 26 del Dpr 600/73, sarebbero le entrate proprie della Regione, è illogica, se si considera che presupposto di qualsiasi tributo è una ricchezza del soggetto passivo del rapporto giuridico tributario, e che, d'altronde, non può condividersi l'assunto che l'articolo 14 si pone in contrasto con l'articolo 3 della Costituzione in quanto detta una disciplina diversa per Stato e Regioni, malgrado entrambi tali soggetti siano esclusi dall'Irpeg ai sensi dell'articolo 88 del Dpr 917/86. È stato evidenziato, con argomentazioni che si condividono, che la tesi della parità assoluta di politicità degli enti territoriali va esclusa sia per il loro livello diverso di territorialità sia per le funzioni nazionali della persona giuridica Stato, sia per l'attribuzione a tale persona di funzioni ordinamentali, e che se mai fosse riconosciuta esatta la tesi della parità tra enti pubblici territoriali di livello differenziato e se ne traessero le conseguenze estreme, si giungerebbe al risultato paradossale di concentrare, esaltandoli e facendoli prevalere su quelli degli altri enti politici di livello superiore, i poteri nell'ente territoriale che si colloca al livello più basso, cioè nel Comune. Per contro, si è riconosciuto, che a giustificare il prelievo tributario dello Stato da risorse proprie degli enti pubblici territoriali minori, stanno non solo lo svolgimento da parte della persona giuridica Stato di compiti satisfattivi di interessi difesa, relazioni internazionali, giustizia, ordine pubblico, determinati servizi pubblici comuni a tutti i soggetto dell'ordinamento giuridico e comuni, quindi, anche a tutti gli entri pubblici di livello progressivamente inferiore Regioni, Province, Comunità intermedie, Comuni , ma anche la funzione di rappresentanza degli interessi del soggetto dell'intero ordinamento giuridico Italia, non solo nei rapporti internazionali, ma anche, per quel che interessa specificamente l'oggetto di questo giudizio, nei confronti delle Regioni. L'articolo 14 è stato, altresì sospettato di incostituzionalità anche nei confronti del Titolo 5 della parte seconda della Costituzione nel test introdotto con la legge costituzionale 3/2001, e in particolare nei confronti del nuovo testo degli articoli 117 e 119. La questione di legittimità costituzionale è già stata esaminata e dichiarata manifestamente infondata con argomentazioni che si condividono, da Cassazione 17046/04. Sotto un primo profilo, si è considerato che la legge 3/2001, modificativa, tra gli altri, degli articoli 117 e 119 Costituzione contiene nuove norme di organizzazione, che ridistribuiscono i poteri tra gli enti pubblici territoriali di vario livello Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni e Stato e in particolare, per quel che interessa la presente controversia, tra lo Stato persona e le Regioni. Si è rilevato che sull'applicazione nel tempo delle nuove norme costituzionali si è già più volte pronunciata la Corte costituzionale a partire dalla sentenza 376/02, seguita dalle decisioni 422/02 e 507/02, con la quale, riferendosi al ricorso della Regione per conflitto di attribuzione nei confronti dello Stato, la Corte ha ribadito che esso deve essere scrutinato alla luce delle disposizioni costituzionali sulla competenza vigenti nel momento in cui il decreto impugnato è stato adottato, a nulla rilevando il successivo mutamento del parametro conseguente all'entrata in vigore del nuovo Titolo 5 della parte seconda della Costituzione . Si è, pure, osservato che il principio è stato, poi, confermato da numerose altre pronunce della stessa Corte 524/02 13/2003 28/2003 37/2003 39/2003 91-92-93-96/2003 103/2003 197/03 228/03 241/03 e che, inoltre, nella sentenza 507/02 la Corte costituzionale ha precisato anche che alla legge 3/2001, non è data la capacità di rendere invalidi atti posti in essere in conformità al previdente riparto di competenze , estendendo perciò la vigenza del principio tempus regit actum al di là dei ricorsi per conflitti di attribuzione Stato-Regioni. Sotto altro aspetto, si è considerato che, in ogni caso, cioè anche a prescindere dall'irretroattività della norma costituzionale di organizzazione, alla sollevazione della questione di legittimità costituzionale si oppone la sentenza della Corte costituzionale 37/2004, secondo la quale, il sistema finanziario e tributario degli enti locali, oggetto delle disposizioni dell'articolo 119 Costituzione nel testo modificato dalla legge 3/2001 richiede, in via transitoria, interventi di attuazione del legislatore statale, che al fine di coordinare l'insieme della finanza pubblica, dovrà non solo fissare i principi cui i legislatori regionali dovranno attenersi, ma anche determinare le grandi linee dell'intero sistema tributario, e definire gli spazi e i limiti entro i quali potrà esplicarsi la potestà impositiva, rispettivamente, di Stato, Regioni ed enti locali. Conclusivamente, in base alle considerazioni esposte, il ricorso della Regione Lombardia, previa declaratoria di manifesta inammissibilità ed infondatezza delle prospettate questioni di costituzionalità, deve essere rigettato. Nulla va disposto per le spese in assenza dei relativi presupposti. PQM La Corte rigetta il ricorso.