Sull'abrogazione delle tariffe minime e sull'opportunità di introdurre parametri di riferimento

di Palma Balsamo

di Palma Balsamo* Liberalizzazione delle professioni è il titolo più ricorrente nei giornali degli ultimi giorni, titolo tanto suggestivo quanto inesatto. Il decreto Bersani non mette in discussione né le modalità di accesso alle professioni regolamentate né i requisiti per l'esercizio della professione né l'esistenza degli ordini, intervenendo solo su quegli aspetti -inderogabilità delle tariffe minime, pubblicità e forme societarie - oggetto di specifica segnalazione da parte dell'Autorità Garante della concorrenza e del mercato. Fra le esultanze delle lobby dei consumatori, che a torto ritengono liberalizzato il comparto, e le grida di dolore che si sono levate dalle categorie professionali, quella forense sopra tutte, vi è probabilmente la necessità di sviluppare un ragionamento più pacato e più aderente al reale contesto socio-economico. La maggior parte degli interventi ha posto l'accento sulla abolizione della inderogabilità dei minimi di tariffa. Gli argomenti sono noti la concorrenza sui prezzi comporterebbe uno scadimento della qualità della prestazione, a danno dei cittadini, in un mercato caratterizzato da asimmetria informativa fra avvocati e clienti, che non sono in grado di valutare la qualità dei servizi loro forniti. La violazione dei minimi, inoltre, metterebbe a rischio la dignità ed il decoro dell'avvocato, mentre l'introduzione del patto di quota lite non renderebbe più distinguibili gli interessi dell'avvocato da quelli del cliente. Argomenti che più volte nell'ultimo decennio sono stati ripetuti, perché non è che le riforme introdotte dal decreto Bersani abbiano colpito come un fulmine a ciel sereno. Gia nel 1997 l'Autorità Antitrust aveva segnalato che la fissazione di tariffe minime inderogabili appare difficilmente riconducibile al perseguimento dell'interesse generale a garantire elevati livelli qualitativi delle professioni, mentre appare maggiormente finalizzata alla protezione delle categorie interessate. Tanto che alcuni ordini, ad esempio quelli degli architetti e degli ingegneri, non hanno più aggiornato le proprie tariffe, di fatto lasciando liberi i propri iscritti di contrattare individualmente le parcelle altri hanno interpretato evolutivamente la norma alla luce del diritto della concorrenza, come l'ordine dei dottori commercialisti che, nonostante il Dpr 625/94 prevedesse l'inderogabilità dei minimi tariffari, ha introdotto nel proprio codice deontologico del 2001 la possibilità di derogarvi. Non risulta peraltro che tale determinazione abbia stravolto la dignità o il decoro dei commercialisti, né che abbia provocato una concorrenza al ribasso all'interno della categoria. L'avvocatura, con la sola eccezione dell'associazione dei praticanti avvocati, ha invece ribadito un no secco alla abrogazione della norma sulla inderogabilità dei minimi, forse illudendosi di non dover affrontare il problema grazie alla sentenza C-35/99 Arduino del 2002, che, come è noto, si limitava a rilevare l'assenza di delega dello Stato ad operatori privati, senza giudicare della funzionalità e della proporzionalità delle tariffe rispetto al perseguimento di interessi generali. Così nel 2004 il Consiglio Nazionale Forense, dotato di ampia potestà regolamentare in materia di tariffe forensi, ha sostanzialmente mantenuto, salvo qualche piccola modifica, l'impianto del preesistente sistema tariffario. Ancora negli anni 2004-2005 l'Autorità Antitrust promuoveva occasioni di confronto con i rappresentanti delle categorie professionali, che lamentano oggi di non essere state consultate, anche per far sì che le esigenze di liberalizzazione venissero fatte proprie dagli stessi professionisti, anziché essere imposte dalle autorità di regolazione. Di ciò, e della posizione di chiusura del Cnf rispetto ad una revisione del sistema tariffario, è dato conto nella segnalazione AS313 del novembre 2005, le cui indicazioni sono state sostanzialmente fatte proprie dal decreto Bersani. Si è perduta così una importante occasione di dialogo, poiché l'Autorità Antitrust, con la quale l'Associazione Nazionale Forense ha promosso nei primi mesi del 2006 due importanti occasioni di confronto, si è mostrata aperta a recepire alcune delle richieste degli avvocati, laddove ragionevoli e non di drastica chiusura. Continuare a difendere i minimi di tariffa quale presidio della qualità della prestazione professionale presta il fianco alla incontestabile obiezione che la qualità non è una variabile che concorre alla determinazione dei prezzi e pertanto non può costituire un parametro di riferimento per il cliente, né uno stimolo per il professionista ad elargire servizi migliori dei propri concorrenti. Ha facile ragione chi sostiene che un regime di tariffe non derogabili non può impedire ai professionisti di offrire servizi di qualità mediocre se sono carenti di preparazione, aggiornamento, competenza e senso etico. Altri sono i momenti di criticità del problema tariffe. Con specifico riguardo all'attività che l'avvocato svolge nel processo la questione della predeterminazione conoscibile della tariffa non è disgiunta dalla più ampia questione della democrazia nel processo, sia sotto il profilo del pericolo che l'accesso alla giustizia possa diventare il privilegio di pochi, sia per la possibilità di imporre alla parte soccombente il pagamento di una parcella convenzionalmente stabilita fra l'avvocato avversario ed il proprio rappresentato, al cui rapporto contrattuale egli è estraneo. O, al contrario, per il pericolo che la rifusione delle spese, stabilita dal Giudice senza alcun parametro di riferimento, se non quello costituito dall'articolo 2233 Cc, sia di molto inferiore all'importo effettivamente pagato in via convenzionale dalla parte vittoriosa al proprio avvocato. Poiché vi è l'esigenza, anche a tutela degli utenti dei servizi legali, di criteri giustificativi, oggettivi e predeterminati che consentano di verificare la congruità delle pretese dei professionisti, e che fungano da parametro per la liquidazione delle spese legali nei procedimenti giudiziari e per il gratuito patrocinio, sarebbe opportuno che l'abrogazione delle tariffe fisse o minime fosse integrata con l'introduzione delle tariffe di riferimento, peraltro esistenti in numerosi Paesi europei. Quanto alla possibilità di concordare le parcelle in base al c.d. patto di quota lite, se è vero che la possibilità di pattuire onorari commisurati al risultato può agevolare l'accesso alla giustizia perché consente ad alcuni soggetti, privi di mezzi economici, di agire in giudizio, spostando il rischio sugli avvocati, è anche vero che comporta il pericolo di apporti di difesa viziati da interessi personali del difensore o di esborsi finali a carico del cliente sproporzionati rispetto alla reale entità della prestazione. Pertanto l'abrogazione del divieto previsto, oltre che dai codici disciplinari, dall'articolo 2233 Cc, andrebbe assistita da un'adeguata regolamentazione e comunque da precisi limiti, ad esempio un tetto massimo percentuale o la previsione della necessità della forma scritta, onde evitare possibili abusi. Anche l'abrogazione del divieto di pubblicizzare i titoli e le specializzazioni, le caratteristiche del servizio offerto e il prezzo delle prestazioni deve allarmare meno di quanto abbia fatto. In primo luogo perché la pubblicità dei professionisti deve evidentemente soggiacere alla normativa generale in materia di pubblicità ingannevole e in materia di protezione di dati personali. In secondo luogo perché anche la pubblicità, così come ogni altra iniziativa dell'avvocato, deve soggiacere ai principi informatori della dignità e del decoro. Sarebbe comunque auspicabile che venissero meglio chiariti ed esplicitati i limiti e le regole, già derivanti dalla normativa generale, ad esempio il divieto di nominare i clienti, di promettere risultati, di vantarsi di specializzazioni non possedute, le affermazioni di pregi non pertinenti, le forme di pubblicità non chiaramente riconoscibile come tale, l'informazione che rivela una sproporzione fra affermazione suggestiva e realtà dei fatti. Infine, in merito all'abrogazione del divieto di fornire servizi professionali di tipo interdisciplinare, andrebbero previste norme che armonizzino le regole deontologiche delle singole professioni, ed una precisa regolamentazione del segreto professionale. Poiché se è vero che la norma del decreto Bersani prevede che il professionista non possa partecipare a più di una società, nulla vieta che lo stesso professionista possa passare da una società ad una altra, con gli evidenti e delicati problemi in materia di segretezza delle informazioni e compatibilità con avvocati colleghi di studio che possano avere in passato difeso parti avverse. Ma, rispetto alle misure attinenti alla c.d. liberalizzazione, preoccupazione ben maggiore destano le misure previste dall'articolo 21 del decreto. La riduzione della spesa stanziata per la Giustizia rischia di aggravare ancor più l'inefficienza e la disorganizzazione del sistema, con inevitabili ricadute sulla durata, già abnorme, dei processi. La previsione che al pagamento delle spese di giustizia si provvede secondo le ordinarie procedure stabilite dalla vigente normativa di contabilità generale dello Stato renderà di fatto estremamente difficile il corretto espletarsi del gratuito patrocinio. Iniqua appare l'introduzione, per i ricorsi avanti i Giudici amministrativi, di un contributo di 500,00, senza alcun riguardo al valore della causa o a materie di particolare rilevanza sociale, si pensi ai ricorsi in materia di immigrazione. Così come appare inaccettabile il divieto per i professionisti di accettare compensi in denaro contante o assegni trasferibili per importi superiori a cento euro. Questa disposizione infatti non solo appare sproporzionata rispetto al fine perseguito, ma introduce un elemento di ingiustificata disparità di trattamento con riguardo ad altre categorie di lavoratori autonomi artigiani, commercianti, appartenenti alle professioni non regolamentate nei confronti dei quali vige soltanto la norma generale che vieta operazioni in contanti per importi superiori a 12.500,00 euro. Le proposte emendative e migliorative del decreto Bersani hanno maggiore probabilità di successo rispetto al rifiuto in blocco di qualsiasi innovazione, ne è la riprova il fatto che nel parere della Commissione Giustizia del Senato del 13 luglio scorso vengono accolte molte delle istanze degli avvocati. In particolar modo degli emendamenti proposti sono da condividere la soppressione della solidarietà del difensore per l'omesso o parziale del contributo unificato e la soppressione delle sopra richiamate disposizioni antievasione previste dal comma 12 dell'articolo , così come l'introduzione di una graduazione del contributo unificato che sia, anche per i ricorsi amministrativi, parametrata al valore della controversia e l'esenzione dal contributo per i ricorsi aventi ad oggetto diritti fondamentali della persona. Le battaglie di pura e semplice conservazione non pagano. Teniamone conto nel dibattere e nel proporre la riforma complessiva dell'ordinamento forense. *Avvocato - Direttivo Anf