L'Inps non paga l'indennità di maternità? Risarcisce il danno esistenziale

di Giuseppe Cassano

Il pagamento della indennità di maternità al lavoratore dipendente è oggetto di un obbligo che ha contenuto patrimoniale, ma il cui adempimento esatto ha una funzione anche non patrimoniale, in quanto il lavoratore trae normalmente dalla detta indennità il mezzo di sostentamento per sé e per la propria famiglia in via di ampliamento. Ne consegue che il mancato pagamento della indennità di maternità da parte dell'ente previdenziale e la mancata anticipazione da parte del datore di lavoro espongono tali soggetti al risarcimento del danno esistenziale subito dalla lavoratrice per il grave peggioramento della qualità della vita a causa del detto inadempimento. la sentenza del tribunale di Lecce è nei correlati di Giuseppe Cassano La pronuncia in commento si segnala per la sua originalità nel panorama delle decisioni della giurisprudenza di merito relative alla materia del danno esistenziale si trattava, in particolare, di una lavoratrice alla quale il datore di lavoro non aveva corrisposto l'indennità di maternità e che conseguentemente si era rivolta, anche questa volta senza successo, all'Inps per avere il pagamento diretto dai reiterati rifiuti del datore di lavoro e dell'Inps era poi nato un contenzioso reiterato basato essenzialmente su istanze cautelari della lavoratrice, con alterne vicende giudiziarie. Da ultimo, la decisione in epigrafe ha ristabilisce il diritto della ricorrente e appronta soddisfacimento alla domanda della stessa di tutela giurisdizionale. La decisione, in particolare, rileva che il pagamento della indennità di maternità al lavoratore dipendente è oggetto di un obbligo che ha contenuto patrimoniale, ma -osserva acutamente il giudiceil cui adempimento esatto ha una funzione anche non patrimoniale, in quanto il lavoratore trae normalmente dalla detta indennità il mezzo di sostentamento per sé e per la propria famiglia in via di ampliamento. Ne consegue, prosegue la accurata ed ineccepibile decisione, che il mancato pagamento della indennità di maternità da parte dell'ente previdenziale e la mancata anticipazione da parte del datore di lavoro espongono tali soggetti al risarcimento del danno esistenziale subito dalla lavoratrice per il grave peggioramento della qualità della vita a causa del detto inadempimento. A quanto consta, si tratta del primo caso di giurisprudenza che condanna l'ente previdenziale al risarcimento del danno esistenziale correlato all'inadempimento o all'inesatto adempimento di obblighi istituzionali dell'ente previdenziale medesimo inerenti l'indennità di maternità. Peraltro, va rilevato che in altro settore previdenziale si registrano pure pronunciamenti condannatori per l'ente previdenziale così, ad esempio, in relazione al danno esistenziale cagionato da erronea informazione dell'ente previdenziale che abbia causato le dimissioni del lavoratore sul presupposto, indotto dalla erronea informazione resa dall'ente e rivelatosi poi fallace a rapporto di lavoro irrimediabilmente cessato, della sufficienza della contribuzione versata ai fini della maturazione di prestazione pensionistica ovvero, all'opposto, in relazione al caso in cui l'amministrazione previdenziale per errore abbia escluso il diritto del lavoratore al collocamento a riposo pur in presenza dei relativi requisiti ed il privato abbia così continuato ad espletare la prestazione lavorativa pur potendo invece andare in pensione. In particolare, in relazione alla prima fattispecie, Cassazione 19340/03 ha riconosciuto il risarcimento del danno nel caso di perdita del posto di lavoro lasciato a seguito del conseguimento dall'ente previdenziale di informazioni in ordine alla propria posizione contributiva che viene erroneamente dichiarata come idonea a consentire al lavoratore di fruire dei benefici previdenziali . Con riferimento alla seconda fattispecie, Corte d'appello di Genova 27 aprile 2005, in Danno e resp. 2006, 5, 557, con nota di Palmerini, ha ritenuto che il diniego illegittimo alla richiesta di esercizio dei diritti previdenziali ed il conseguente prolungato ritardo del pensionamento programmato ledono l'interesse a realizzare una personale scelta di vita e sono fonte di pregiudizio non patrimoniale. In dottrina, per un esame delle fattispecie in discorso, sia consentito il rinvio a Buffa - Cassano, Il danno esistenziale nel rapporto di lavoro, Utet, Torino, 2005, ed ivi ampi richiami bibliografi, ove diffusamente è analizzato il tema. Il caso in commento evidenzia tuttavia non un mero errore dell'ente previdenziale ma un inadempimento voluto dell'obbligo previdenziale pur sulla base di osservazioni giuridiche ritenute dal giudicante poi infondate . La pronuncia bene sottolinea come nessun convenuto nel caso concreto abbia sostanzialmente mai contestato, in sede giudiziale, il diritto azionato, limitandosi in particolare l'Inps a far presente che il datore di lavoro anticipa di norma la prestazione senza però dimostrare che nel caso ciò fosse avvenuto, restando obbligato in proprio conseguentemente , e limitandosi il datore ad invocare la natura previdenziale della prestazione e la responsabilità dell'ente. La violazione dei rispettivi obblighi, asserendo ciascun convenuto dovuta la prestazione dall'altro, è stata posta in essere nella pacifica esistenza del diritto soggettivo perfetto alla prestazione, prestazione peraltro di natura previdenziale e dunque importantissima, essendo volta -come rimarca l'importante e condivisibile decisionea sostenere la donna proprio nel periodo di maggior delicatezza in relazione alla sua funzione familiare essenziale costituzionalmente riconosciuta e tutelata e nel momento del bisogno determinato dalla sospensione del rapporto di lavoro -e di percezione della retribuzioneobbligatoriamente imposta dalla legge. Nella fattispecie, dunque, proprio dalla condotta dell'ente previdenziale è derivato un danno consistente di tipo non patrimoniale, ed in particolare, esistenziale. Si tratta di un danno della cui risarcibilità ormai non si dubita sostanzialmente in giurisprudenza, ora che anche la giurisprudenza delle supreme magistrature si è oggi orientata verso una nozione ampia, costituzionalmente orientata, del danno non patrimoniale, esorbitante non solo da una visione penalistica, ma anche da una impostazione limitativa del risarcimento ai casi previsti dalla legge nel perdurante vigore dell'articolo 2059 Cc, si è ritenuto che, allorquando vengano in considerazione valori personali di rilievo costituzionale, deve escludersi che il risarcimento del danno non patrimoniale, ai sensi dell'articolo 2059 Cc, sia soggetto al limite derivante dalla riserva di legge tanto più se correlata all'articolo 185 Cp , e si è affermato che ciò che rileva, ai fini dell'ammissione a risarcimento, in riferimento all'articolo 2059 Cc, è l'ingiusta lesione di un interesse alla persona, dal quale conseguano pregiudizi non suscettibili di valutazione economica, in quanto una lettura della norma costituzionalmente orientata impone di ritenere inoperante il detto limite, se la lesione ha riguardato valori della persona costituzionalmente garantiti, come nel caso di specie il diritto al lavoro e al dignità professionale ed umana della lavoratrice. Significativamente la decisione evidenzia, facendo apparire in controluce la sensibilità culturale dell'estensore, come, mentre i convenuti eccepivano reciprocamente - e reiteratamente in relazione a tute le varie istanze giudiziali della ricorrente il proprio difetto di legittimazione passiva per sottrarsi agli obblighi patrimoniali inderogabili previsti dalla legge, la ricorrente accumulava debiti per cercare di far fronte tra innumerevoli difficoltà alle esigenze quotidiane e, a tacere delle esigenze economiche della stessa ricorrente, la figlia intanto nasceva, cresceva, doveva mangiare, vestirsi, forse avere i primi giocattoli, andare all'asilo, avere le proprie esigenze, economicamente rilevantissime. In somma, per concludere, va detto che il caso è emblematico proprio perché evidenzia come, alla delicatezza delle funzioni pubbliche commesse all'ente previdenziale e all'importanza -anche socialedelle relative provvidenze fa da pendant l'entità dei pregiudizi -ed il tipo del danno che attinge direttamente la sfera esistenziale della persona - che il cittadino può subire dall'erroneo o mancato esercizio di quelle importanti prerogative, risultando in tal modo l'azione amministrativa particolarmente delicata ed importante per i cittadini. 1

Tribunale Lecce - Sezione lavoro - sentenza 18 aprile 2006 Giudice Buffa Svolgimento del processo e motivi della decisione Con ricorso depositato il 9 dicembre 2002, la ricorrente, premesso di essere operaia calzolaia della ditta EOS Srl formalmente assunta dal 9 aprile 2002 ma di fatto molto tempo prima , chiedeva in via cautelare ordinarsi al proprio datore di lavoro il pagamento dell'indennità di maternità per astensione dal lavoro a seguito delle contestazioni del datore che aveva eccepito il proprio difetto di legittimazione passiva, il giudice del lavoro del tribunale di Lecce dr. Sodo, accogliendo l'eccezione del convenuto e ritenendo legittimato in via esclusiva l'INPS, rigettava il ricorso cautelare. Con successivo ricorso del 25 marzo 2003, la ricorrente adiva nuovamente il giudice reiterando la domanda cautelare e convenendo questa volta sia il datore che l'Inps, ed invocando tutela cautelare essendovi periculum in mora connesso con l'essere separata legalmente dal marito, convivente con compagno disoccupato e madre di figlia nata da quest'ultimo il 2 settembre 2002, non avendo reddito alcuno per provvedere al mantenimento di sé e della propria famiglia ed al pagamento delle spese ordinarie, tanto più che aveva accumulato debiti nel periodo di astensione dal lavoro non essendole stata pagata l'indennità di maternità né ovviamente la retribuzione il cui diritto era sospeso per legge . Anche tale ricorso veniva rigettato con provvedimento del 9 maggio 2003 del giudice del lavoro di Lecce dr.ssa Ferreri per carenza del periculum in mora, ritenuto non ravvisabile nella mera mancata corresponsione dell'indennità di maternità per un periodo di astensione peraltro appena decorso. Con nuovo ricorso del 11 maggio 2004, la ricorrente reiterava la medesima istanza cautelare deducendo l'aggravamento del periculum, dovuto alla mancata corresponsione, oltre che dell'indennità per astensione obbligatoria, anche dell'indennità per astensione facoltativa dal lavoro fruita fino al marzo 2003 , ed al fatto che si era dimessa dal lavoro nel settembre 2003 in quanto non retribuita, nonché alla circostanza che il proprio compagno, già agli arresti domiciliari, stava scontando una pena detentiva, e rilevando di non essere più in grado di far fronte ai propri bisogni quotidiani avendo accumulato una ingente somma di debito arretrato per l'affitto dell'abitazione e per le altre spese cui si erano aggiunte anche quelle legali per il proprio compagno . Deduceva che la domanda di pagamento diretto della indennità di maternità rivolta in sede amministrativa all'Inps non era stata accolta per carenza dei relativi presupposti . Il datore si costituiva in giudizio deducendo, oltre a quanto già indicato nelle precedenti comparse, di aver chiesto il pagamento diretto all'Inps con reiterate missive ben nove , ricevendo risposta negativa non riconoscendo l'Inps rilevanza al periodo di crisi denunciato dalla ditta , e provvedendo al pagamento della quota a proprio carico del 10% dell'indennità in questione deduceva l'assenza di periculum in mora desumibile dal fatto che la ricorrente era andata in astensione facoltativa, rinunciando di fatto indirettamente a percepire la retribuzione piena. L'Inps si costituiva in giudizio deducendo che la parte non aveva interposto ricorso amministrativo avverso il rigetto della domanda e che il ricorso d'urgenza era inammissibile considerato il tempo trascorso dalla richiesta della prestazione, ed eccependo decadenza e prescrizione del diritto. La domanda veniva accolta in via cautelare dallo scrivente con provvedimento del 21 aprile 2004, rilevando che dalla documentazione prodotta canone per asilo della bambina, canone dell'affitto, bollette di luce, acqua e gas, bollettini di pagamento dei mobili, verbali di pignoramento subiti, note relative alle spese di giustizia del compagno detenuto sussisteva il periculum in mora, aggravato dal decorso nelle more del giudizio del termine decadenziale già eccepito dall'Inps, in via preventiva rispetto al suo spirare , e che vi era la sopravvenienza di nuove ragioni di urgenza che giustificavano la riproposizione del ricorso cautelare altrimenti preclusa dal codice di rito . Tanto premesso, ritenuta l'irrilevanza in sede cautelare della mancata proposizione del ricorso amministrativo cui la legge subordina la sola procedibilità del giudizio previdenziale ordinario, veniva ordinato ai convenuti, ciascuno per la propria parte, di corrispondere immediatamente alla ricorrente le somme indicate in ricorso a titolo di indennità di maternità. Con ricorso del 22 maggio 2004, la ricorrente chiedeva nei confronti del datore e dell'ente previdenziale la conferma del provvedimento cautelare, l'accertamento del suo diritto all'indennità di maternità e la condanna dei convenuti, ciascuno per la propria competenza, al pagamento della prestazione premesso il grave inadempimento dei convenuti al pagamento dell'indennità nonché il comportamento extraprocessuale e processuale degli stessi a fronte dei gravissimi danni patiti, chiedeva inoltre la condanna dei convenuti del risarcimento del danno esistenziale subito, che quantificava in euro 50 mila, ovvero da liquidarsi nella somma maggiore o minore di giustizia secondo l'equo apprezzamento del giudice. L'Inps si costituiva in giudizio contestando le avverse pretese, deducendo che la ditta era ancora operante ed erogava le retribuzioni ai dipendenti, sicché era alla stessa che andava chiesto il pagamento mentre il datore poi ne poteva chiedere il conguaglio, nei limiti peraltro dell'80% della retribuzione , onde il ricorso andava rigettato. Il datore di lavoro si costituiva in giudizio reiterando le difese già esposte ed aggiungendo che la indennità era stata erogata dall'Inps nelle more del giudizio di merito deduceva infine quanto alla richiesta risarcitoria del danno esistenziale che nessun illecito era stato posto in essere con conseguente assenza dei presupposti ex articolo 2043 Cc della tutela invocata. All'odierna udienza le parti facevano presente che era cessata la materia del contendere quanto al pagamento dell'indennità, pagamento avvenuto in esecuzione del provvedimento cautelare di questo giudice, e che la causa proseguiva per il risarcimento del danno. All'esito della discussione orale delle parti sul punto, la causa veniva decisa come da dispositivo. Nel merito, il ricorso è fondato e deve essere accolto. Deve dichiararsi cessata la materia del contendere quanto al pagamento dell'indennità di maternità, essendo divenuto pacifica la sua spettanza ed essendo stato effettuata la corresponsione della stessa da parte dell'Inps senza riserva alcuna. Quanto alla domanda risarcitoria, deve preliminarmente rilevarsi che il comportamento dei convenuti è stato gravemente inadempiente il datore di lavoro non ha adempiuto all'obbligo -previsto dalla leggedi anticipare l'indennità in questione richiesta dalla dipendente l'Istituto non ha pagato -venendo meno alla propria funzione istituzionalela prestazione richiesta pur in presenza dell'inadempimento datoriale -risultante univocamente in tutti i vari giudizi intentati dalla lavoratrice e comunque facilmente accertabileal detto obbligo. Ai sensi dell'inderogabile disciplina sancita dall'articolo 1 della legge 33/1980, l'Inps è l'unico soggetto obbligato ad erogare l'indennità di maternità come pure di malattia , mentre il datore di lavoro è tenuto ad anticiparla, salvo conguaglio con i contributi e le altre somme dovute all'istituto Cassazione 6190/00, 6659/94, 7607/91, fra le tante . È sempre stato pacifico del resto la spettanza del diritto della ricorrente, essendo documentato ai convenuti anche stragiudizialmente la gravidanza ed il parto della ricorrente ed il periodo di interdizione dal lavoro, come pure la sussistenza dei requisiti di copertura assicurativa nessun convenuto ha mai contestato, in sede giudiziale, il diritto azionato, limitandosi l'Inps a far presente che il datore di lavoro anticipa di norma la prestazione senza però dimostrare che nel caso ciò fosse avvenuto, restando obbligato in proprio conseguentemente , e limitandosi il datore ad invocare la natura previdenziale della prestazione e la responsabilità dell'ente. La violazione dei detti obblighi è stata macroscopica e resa con la consapevolezza maturata con i ricorsi cautelare se non già stragiudizialmente oltre che dell'esistenza del diritto soggettivo perfetto alla prestazione, della natura previdenziale della stessa essendo volta a sostenere la donna proprio nel periodo di maggior delicatezza in relazione alla sua funzione familiare essenziale costituzionalmente riconosciuta e tutelata e nel momento del bisogno determinato dalla sospensione del rapporto di lavoro -e di percezione della retribuzioneobbligatoriamente imposta dalla legge , nonché delle difficoltà economiche -gravi, eccezionali e sempre puntualmente documentatein cui versavano la ricorrente e la sua bambina. Mentre i convenuti eccepivano reciprocamente - e reiteratamente in relazione a tute le varie istanze giudiziali della ricorrenteil proprio difetto di legittimazione passiva per sottrarsi agli obblighi patrimoniali inderogabili previsti dalla legge, la ricorrente accumulava debiti per cercare di far fronte tra innumerevoli difficoltà documentate tutte in atti alle esigenze quotidiane, e, a tacere delle esigenze economiche della stessa ricorrente, la figlia intanto nasceva, cresceva, doveva mangiare, vestirsi, forse avere i primi giocattoli, andare all'asilo, avere le proprie esigenze, economicamente rilevantissime. Non vi è chi non veda che dall'immotivato inadempimento di entrambi i convenuti sia derivato alla ricorrente un danno gravissimo, essendo stata violata la sua dignità di persona umana, oltre che i suoi diritti di donna e di madre in particolare. Il tipo di danno che la ricorrente ha subito è senza dubbio non patrimoniale, e di tipo esistenziale. Il pagamento della indennità di maternità al lavoratore dipendente è oggetto sì di un obbligo che ha contenuto patrimoniale, ma il cui adempimento esatto ha una funzione anche non patrimoniale, in quanto il lavoratore trae normalmente dalla detta indennità il mezzo di sostentamento per sé e per la propria famiglia. Il danno esistenziale da mancato pagamento di emolumenti economici può avere il suo referente costituzionale oltre che negli articoli 36, che tutela la retribuzione in sé, 37, che tutela la dona lavoratrice e prevede una protezione speciale nel periodo in cui è madre, nonché 38 che tutela forme assistenziali di chi non può lavorare, anche nell'articolo 2, che tutela la qualità dignitosa della vita nelle formazioni sociali. Certo, si tratta di provare le privazioni esistenziali patite per la mancata percezione di emolumenti garantiti dalla legge, ma queste spesso sono facilmente immaginabili è la qualità scemata della vita con il telefono o gas o luce staccata perché non si è pagata la bolletta o con le minacce di sfratto del locatore per morosità o ancora per la rinuncia all'acquisto di beni voluttuari o infine la lesione della dignità della persona che deve chiedere prestiti a parenti amici e conoscenti, o deve subire pignoramenti che avrebbe altrimenti evitato, situazioni queste spesso, come nel caso, casualmente riconducibili al mancato o ritardato pagamento di somme spettanti al lavoratore. Diviene dunque risarcibile nei detti casi il danno esistenziale, connesso con la lesione della dignità della persona del lavoratore e altresì con la diversa qualità della vita del lavoratore in seguito a tutte le conseguenze che derivano dalla mancata percezione dei mezzi di sostentamento. Si tratta non solo dei danni diretti derivanti dall'inadempimento, ma anche dei danni indiretti e mediati, ma collegati da un nesso di regolarità causale con l'inadempimento. Al riguardo, occorre tenere in considerazione l'interpretazione che la giurisprudenza ha dato dell'articolo 1223 Cc, norma che letteralmente sembra contenere il risarcimento ai danni che siano conseguenza immediata e diretta dell'inadempimento. Infatti, secondo la giurisprudenza, il criterio in base al quale sono risarcibili i danni conseguiti in via diretta ed immediata dall'inadempimento deve intendersi, ai fini della sussistenza del nesso di causalità, in modo da ricomprendere nel risarcimento i danni indiretti e mediati, che si presentino come effetto normale dell'inadempimento, secondo il principio di regolarità causale in conseguenza, mentre sono da escludere i danni verificatisi per l'intervento di cause e circostanze estranee al comportamento dell'obbligato, vi rientrano invece gli altri quanto, pur non producendo il fatto di per sé quel determinato evento, abbia tuttavia prodotto uno stato di cose tali che senza di esso non si sarebbe verificato Cassazione 6325/87 3353/86 1474/74 4135/74 . Peraltro, il principio della causalità regolare va inteso va inteso non già nel senso che il danno sia risarcibile solo quando sia proporzionato alla gravità del fatto che vi ha dato origine, bensì nel senso che, se si tratta di danno mediato e indiretto, è risarcibile solo quando costituisce una normale e naturale conseguenza del fatto stesso, e non è risarcibile quando la sua gravità sia stata determinata, piuttosto che dal fatto, da altre ed eccezionali concause. Diventa in relazione a ciò fondamentale individuare il nesso causale, ed in particolare il nesso di regolarità causale, che va riguardato in relazione all' id quod plerunque accidit in casi omogenei così, diverse saranno le conseguenze normali dell'inadempimento ove la famiglia del lavoratore sia monoreddito e numerosa, da quella in cui vi sia altri redditi in famiglia il lavoratore, dovrà quindi, volta per volta, dimostrare la riconducibilità causale del danno subito all'inadempimento e dunque, ove si tratta di danni indiretti, la impossibilità di prevenire gli stessi in altro modo. Nel caso, tale prova risulta essere data con la documentazione in atti, dalla quale risultano pienamente le difficoltà incontrate dalla ricorrente a seguito del mancato pagamento dell'indennità di maternità e della sua mancata anticipazione da parte del datore. Con riferimento al tipo di danno non patrimoniale ed alla sua risarcibilità, come noto, due sentenze della Corte di cassazione Cassazione, 8827 e 8828/03 , ed una della Corte costituzionale Corte costituzionale, 233/03 hanno rivoluzionato il sistema della responsabilità civile in relazione al danno alla persona, affermando la risarcibilità del danno esistenziale, inteso come danno alla persona, di carattere non patrimoniale e che attinge a beni ed interessi costituzionalmente tutelati, inerenti l'esistenza dei singoli e la qualità della vita o comportanti la lesione di vari beni immateriali. Più in particolare, la giurisprudenza delle supreme magistrature si è oggi orientata verso una nozione ampia, costituzionalmente orientata, del danno non patrimoniale, esorbitante non solo da una visione penalistica del resto i casi di legge ormai riguardano in via maggioritaria fattispecie extrapenali , ma anche da una impostazione limitativa del risarcimento ai casi previsti dalla legge nel perdurante vigore dell'articolo 2059 Cc, si è ritenuto che, allorquando vengano in considerazione valori personali di rilievo costituzionale, deve escludersi che il risarcimento del danno non patrimoniale, ai sensi dell'articolo 2059 Cc, sia soggetto al limite derivante dalla riserva di legge tanto più se correlata all'articolo 185 Cp , e si è affermato che ciò che rileva, ai fini dell'ammissione a risarcimento, in riferimento all'articolo 2059 Cc, è l'ingiusta lesione di un interesse alla persona, dal quale conseguano pregiudizi non suscettibili di valutazione economica, in quanto una lettura della norma costituzionalmente orientata impone di ritenere inoperante il detto limite, se la lesione ha riguardato valori della persona costituzionalmente garantiti, come nel caso di specie il diritto al lavoro e al dignità professionale ed umana della lavoratrice. Quanto alla liquidazione del danno, essa può avvenire soltanto in termini equitativi che debbono avere riguardo alla natura, all'intensità e alla durata delle compromissioni esistenziali derivate ed all'importanza del bene giuridicamente rilevante che è stato leso peraltro, se è vero che il danno ha carattere non patrimoniale sicché la sua liquidazione potrebbe assai meglio basarsi su parametri diversi dalla retribuzione, in difetto della allegazione di tali diversi parametri, non può che farsi riferimento al valore economico del lavoro della ricorrente e dunque alla retribuzione della stessa dagli atti si evince una retribuzione mensile della ricorrente pari ad 840 mensili nette commisurando ad essa il risarcimento dovuto dal lavoratore, in difetto della prova di danni di tipo o entità diversa, secondo una percentuale che tenga conto dei criteri sopra richiamati quanto a tale percentuale della retribuzione, la gravità della situazione della ricorrente consente di far riferimento alla misura del 100% della retribuzione. Conseguentemente, con riferimento alla retribuzione spettante alla ricorrente ed alla durata della lesione, che nel caso è di cinque mensilità che è la durata dell'indennità di maternità per astensione obbligatoria , si perviene in applicazione della percentuale del 100% della retribuzione mensile alla somma complessiva di euro 4.200. Tale somma deve essere aumentata di rivalutazione ed interessi dalla data in cui la prestazione avrebbe dovuto essere corrisposta e si è verificata la lesione dell'illecito al soddisfo. Il danno non può invece superare la misura sopra indicata, non potendosi addebitare ai convenuti le difficoltà economiche e di vita della ricorrente che neppure la corresponsione tempestiva della indennità di maternità avrebbe potuto colmare. I convenuti rispondono in solido del danno, e delle spese di lite che seguono la soccombenza e che si liquidano, per la cautela ed il merito, come da dispositivo. PQM Dichiara cessata la materia del contendere quanto al pagamento dell'indennità di maternità condanna i convenuti in solido al pagamento della somma di euro 4.200 a titolo di risarcimento del danno esistenziale, oltre rivalutazione monetaria ed interessi sulle somme via via rivalutate con decorrenza dall'1 gennaio 2003 al soddisfo, ed oltre alle spese di lite -queste ultime con distrazioneche si liquidano, per la cautela ed il merito, in euro 2000, di cui 200 per spese, 1000 per onorario unico e 800 per diritti. 3