Quando il giudice di pace è penale l'impugnazione spetta anche al procuratore generale

Ecco perché le sezioni unite affermano che l'articolo 570 Cpp si applica anche in questo caso

Anche al procedimento penale di competenza del giudice di pace si applicano le norme del codice di rito. Tra queste l'articolo 570 Cpp, che disciplina le impugnazioni del pubblico ministero con l'uso di una formula onnicomprensiva, cioè riferibile sia al procuratore della Repubblica che al procuratore generale. Per questi motivi il diritto di proporre appello contro le sentenze del giudice di pace spetta nono solo al Pm presso il Tribunale nel cui circondario ha sede lo stesso giudice, ma anche al Pg presso la Corte d'appello del relativo distretto. È quanto emerge dalla sentenza 22531/05 - depositata ieri e qui integralmente leggibile tra gli allegati - con cui le Sezioni unite penali della Cassazione hanno reso pubbliche le motivazioni del verdetto con il quale lo scorso 31 maggio, al termine dell'udienza in camera di consiglio, avevano sciolto il nodo dell'appellabilità delle sentenze del giudice di pace per la lettura dell'informativa provvisoria e dell'ordinanza di rimessione alle Sezioni unite del contrasto giurisprudenziale in esame, si veda negli arretrati del 1 giugno e del 5 aprile 2005-ndr . In particolare, il massimo consesso di Piazza Cavour ha sottolineato come il problema di ammettere un potere concorrente del procuratore della Repubblica e del Pg presso la Corte territoriale, era già stato risolto in senso affermativo dalla giurisprudenza di legittimità. Che, nonostante la recente istituzione del giudice di pace, aveva avuto modo di esprimersi in una serie di pronunce tutte conformi. Per di più, la legittimazione del Pg è confermata oltre che dall'articolo 570 Cpp anche da altre norme, quali gli articoli 548/3 e 582/2 lettera d, del Codice di procedura penale, che precisano le modalità di esercizio del diritto di impugnazione. Regole, quindi, applicabili anche per il procedimento penale svolto davanti al giudice di pace.

Cassazione - Sezioni uniti penali - sentenza 31 maggio-15 giugno 2005, n. 22531 Presidente Marvulli - relatore Rossi Ricorrente Campagna La Corte osserva in fatto e in diritto 1 - Con sentenza del 10 dicembre 2002 il GdP del circondario di Firenze ha assolto Luciano Campagna dalle imputazioni dei reati di lesioni personali volontarie e di minacce, commessi il 3 aprile 2002 in danno di Mara Alice Morais Pereira, perché il fatto non sussiste . L'appello spiegato contro tale decisione dal Procuratore Generale della Repubblica è stato dichiarato inammissibile dal locale tribunale con ordinanza del 4/8-1-2004, emessa ai sensi dell'articolo 591/1, lett.A, Cpp. Ha ritenuto il giudice di merito che il difetto di legittimazione a impugnare del Pg emergesse con chiarezza dal D.Lgs 274/00 e dal principio affermato da una giurisprudenza ormai consolidata da tempo, secondo cui quando la legge conferisce il diritto d'impugnazione al Pm senza ulteriori precisazioni, come ora fa anche l'articolo 36 del decreto citato, deve intendersi legittimato ad agire esclusivamente l'organo che svolge le funzioni di rappresentante della pubblica accusa presso il giudice che ha emesso il provvedimento contestato, vale a dire il Procuratore della Repubblica del circondario. Ricorre per cassazione il Pg della Repubblica di Firenze osservando che l'espressione Pubblico Ministero usata dal legislatore, deve intendersi riferita così al Procuratore della Repubblica, come al Pg e che a mente dell'articolo 2 del decreto legislativo anche nel procedimento che si svolge dinanzi al GdP trova applicazione la regola generale sancita dall'articolo 570, Cpp. Aggiunge il ricorrente che l'ordinamento non esige la coincidenza tra il rappresentante dell'accusa nel singolo processo e il soggetto titolare del diritto d'impugnazione. Investita della cognizione del gravame, la quinta sezione penale di questa Corte Suprema, ritenendo la questione sollevata dal ricorrente di speciale importanza e foriera di possibili contrasti, con ordinanza del 17 marzo 2005, ha rimesso gli atti alle sezioni unite penali per la decisione. Elencando gli argomenti a favore dell'una e dell'altra opinione, la quinta sezione richiama, anzitutto, la disciplina dettata dal testo originario dell'articolo 512, n. 3 del codice dì rito abrogato per le pronunce pretorili appellabili soltanto dal rappresentante del Pm nel dibattimento e dal Procuratore della Repubblica competente a stare in giudizio in secondo grado dinanzi al tribunale e prospetta la possibilità dì una sua applicazione anche alle sentenze del GdP, in considerazione dell'evidente analogia tra le due situazioni. Rileva, in secondo luogo, che, pur ammettendo il sistema Processuale vigente l'eventualità di uno sdoppiamento tra Pm impugnante e Pm requirente nel giudizio, la disposizione di carattere generale contenuta nell'articolo 570/1 Cpp vigente va comunque letta, tenendo conto della riserva nella stessa espressa con l'inciso nei casi stabiliti dalla legge , che può essere riferita anche all'articolo 36 della legge istituitiva del GdP. L'ordinanza di rimessione ritiene, inoltre, non risolutiva, date le sue peculiari finalità, la norma dell'articolo 585/2, lett. d, Cpp, la quale prevede la comunicazione al Procuratore Generale dei provvedimenti emessi in udienza da qualsiasi giudice della sua circoscrizione diverso dalla Corte d'Appello segnala la molteplicit delle soluzioni date dalla giurisprudenza al problema e lo scarso apporto della dottrina. Il Pg presso questa Corte, sposando la tesi accolta dalla pronuncia gravata, ha concluso per l'inammissibilità del ricorso. 2 - La questione da risolvere, dunque, è se il diritto di proporre appello contro le sentenze del GdP nei casi consentiti dall'articolo 36 del D.Lgs 274/00, oltre che al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale nel cui circondario ha sede il giudice predetto, spetti anche al Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d'Appello del relativo distretto. Il dubbio scaturisce, secondo la sezione rimettente, dal tenore letterale della disposizione dianzi citata che indica il rappresentante della pubblica accusa legittimato a proporre appello con la generica espressione di Pubblico ministero . Le. poche pronunce di legittimità emesse su questo specifico tema hanno, però, già risolto il problema nel senso di ammettere un potere concorrente del Procuratore della Repubblica e del Procuratore Generale, ravvisando un primo argomento a favore di tale scelta nel testo dell'articolo 593 Cpp, che disciplinando ì casi di appello , parla anch'esso di pubblico ministero, senza ulteriori precisazioni, essendo stata, evidentemente. tale formula ritenuta dal legislatore sufficiente a individuare i soggetti legittimati, nonostante l'abrogazione del successivo articolo 594, che contemplava, in modo esplicito, la legittimazione del Procuratore della Repubblica di grado superiore cfr. sul punto, tra le molte Cassazione, Sezione quarta, 4659/03 Sezione quarta, 46057/03 Sezione quarta, 34198/04 Sezione quarta, 44509/04 . Un secondo argomento, nella finalità che ispira la norma dell'articolo 585/2, lett. D, Cpp, dettata per garantire al Procuratore Generale la possibilità dì esercitare il suo controllo sui provvedimenti emessi in udienza da qualsiasi giudice della sua circoscrizione diverso dalla Corte d'Appello e, correlativamente, la facoltà d'impugnare con l'appello o, all'occorrenza, con il ricorso immediato per cassazione ai sensi dell'articolo 569/1 Cpp anche le decisioni del GdP cfr. Cassazione, Sezione quarta, 16916/04 . L'orientamento contrario è rappresentato, invece, da un'unica pronuncia di legittimità - la stessa ordinanza di rimessione del quesito - alle sezioni unite - che tende a valorizzare, come s'è già visto nella parte introduttiva, alcuni rilievi emersi in dibattiti su argomenti sostanzialmente diversi, ma ritenuti in qualche modo idonei a invalidare o, quanto meno a indebolire l'opinione dominante, in corso di definitivo consolidamento. Tra loro, uno, in particolare, evidenziato anche da buona parte della dottrina, spiccatamente propensa a contestare il potere del Procuratore Generale, deriva dalla constatazione dell'esistenza nel nostro sistema di un principio - affermato, del resto, ripetutamente dalla giurisprudenza di legittimità sotto l'imperio del codice di rito abrogato secondo cui, salvo espresse deroghe, competente a impugnare è solo e sempre il Pm istituito presso il giudice che ha emanato il provvedimento ovvero presso il giudice avente giurisdizione di merito a livello superiore. Il richiamo alla regola sulla simmetria processuale si riscontra, peraltro, anche nella giurisprudenza di legittimità formatasi in epoca più recente con riferimento ad alcuni casi particolari nei quali l'applicazione degli articoli 568 e 570 del nuovo codice aveva dato luogo, come, in precedenza era accaduto per i corrispondenti articoli 190 e 191 del vecchio, a qualche incertezza. Questa giurisprudenza, infatti. ha ribadito che il Pm ripete la sua competenza dal giudice presso il quale esercita le sue funzioni e applicando il principio in materia di misure cautelari, ha escluso che Il Pg sia legittimato a impugnare i provvedimenti emessi dal tribunale del riesame ai sensi degli articoli 309 e 310 Cpp. cfr., Su penali, 5/1990 Su 11/1990 Su 12/1996 . Più precisamente, ha ritenuto che la soluzione adottata, cui si contrappongono rarissime decisioni contrarie Cassazione, Sezione terza, 4253/96 Sezione prima, 4425/93 , trovasse fondamento proprio nelle disposizioni articoli 2 e 70, Ord. Giud. 51 Cpp che regolano l'istituzione e le attribuzioni dei vari uffici del Pm, lette alla luce di quelle che presiedono all'esercizio del diritto d'impugnazione genericamente inteso articolo 568/3 Cpp e nelle sue diverse estrinsecazioni in capo a singoli soggetti Cassazione, Su penali, 3/2000 . A conclusioni analoghe la giurisprudenza assolutamente prevalente è pervenuta in materia esecutiva. Anche qui, ha ritenuto che la precisazione contenuta nel primo comma dell'articolo 570 Cpp, correlata al dettato dell'articolo 666/6 Cpp, inducesse a escludere la legittimazione del Pg, al quale non può rìconoscersi un potere di surroga pari a quello esercitabile nel processo dì cognizione tra le molte Cassazione, Sezione prima, 943/99 Sezione prima, 1119/99 Sezione prima, 3987/98 Sezione sesta, 30200/01 Sezione terza, 20242/03 Sezione prima, 30168/03 . 3 - Dal quadro fin qui tracciato emerge, dunque, con sufficiente chiarezza che la questione sollevata dalla sezione rimettente ha già trovato soluzione affermativa in una giurisprudenza di legittimità compatta e coerente la quale, nonostante il tempo relativamente breve trascorso dall'istituzione del GdP, ha, nondimeno, avuto modo di esprimersi in una serie di pronunce tutte conformi. Emerge, altresì, che la paventata insorgenza di possibili deviazioni dall'indirizzo finora seguito o di travagli dialettici non appare per nulla giustificata, giacchè le voci qualificate come dissonanti, in realtà, attenendo ad ambiti diversi e a situazioni disomogenee non confrontabili tra loro, tali non sono e tali non possono essere ritenute. E' lecito, invece, affermare che l'assetto della materia delle impugnazioni desumibìle dalle decisioni adottate da questa Corte dall'entrata in vigore del nuovo codice e, più specificamente, dall'istituzione del GdP coincide perfettamente con lo schema normativo ricavabile dall'analisi da una serie di disposizioni logicamente connesse. a cominciare dall'articolo 570 Cpp, che contiene i principi basilari. Queste disposizioni, in considerazione del loro tenore, che non si presta a equivoci, non consentono interpretazioni astruse e neppure divagazioni extra legem, basate su valutazioni suggestive giustificate da considerazioni di politica giudiziaria ovvero dal confronto con modelli preesistenti o, ancora, con altri istituti rispetto ai quali sono state accolte soluzioni diverse. Va, infatti, anzitutto sottolineato che quello attribuito alla competenza del GdP non è un procedimento speciale, ma un ordinario processo di cognizione, rivolto, come tale, all'accertamento dei fatti e della punibilità dell'accusato nonché alla determinazione dell'eventuale trattamento sanzionatorio. Esso è improntato, quindi, a finalità del tutto simili a quelle perseguite con i procedimenti che si svolgono dinanzi ai giudici competenti per reati di maggiore impatto sociale, dai quali si distingue essenzialmente per la semplicità delle forme e per l'intento conciliatorio da cui è permeato. E proprio in considerazione di questa sua natura il legislatore ha ritenuto allo stesso applicabili le norme contenute nel codice di procedura penale , fatta eccezione per alcune procedure particolari, non compatibili, tassativamente elencate nell'articolo 2 del D.Lgs 274/00, tra le quali non è compresa quella relativa al riconoscimento e all'esercizio del diritto d'impugnazione. In questa specifica materia deve farai esclusivo riferimento alle norme dettate dal titolo primo del libro nono del codice di rito e, tra queste in primo luogo, all'articolo 570, che disciplina le impugnazioni del Pm con l'uso di una formula onnicomprensiva, riferibile sia al Procuratore della Repubblica che al Pg ed attribuendo al secondo il potere di proporre impugnazione contro i provvedimenti emessi dai giudici del distretto, anche quando il Pm del circondario abbia già compiuto in merito la sua valutazione positiva o negativa. Ed è certo che, almeno dal punto di vista soggettivo, non può attribuirsi alcuna efficacia limitativa all'espressione nei casi stabiliti dalla legge , inserita nel primo coma della disposizione, giacchè, tenuto conto del contesto, essa ha chiaramente una valenza oggettiva ovvero riferibile, al più, ai casi di procedimenti speciali cui si è già accennato e, in particolare, ai procedimenti incidentali che per le loro spiccate peculiarità, impongono delle deroghe alle regole generali con riflessi anche sul regime delle impugnazioni. D'altra parte, la legittimazione del Procuratore Generale è puntualmente confermata da altre norme, non meno esplicite, quali quelle dettate dagli articoli 548/3 e 585/2, lett. D, Cpp, che precisano le modalità di esercizio del diritto d'impugnazione, prescrivendo gli adempimenti necessari a far conoscere al suo titolare i provvedimenti emessi in udienza da qualsiasi giudice della circoscrizione diverso dalla Corte d'Appello. Completa il quadro l'articolo 608/4 Cpp, il quale stabilisce che il Pg può sempre ricorrere anche nei casi previsti dall'articolo 569, vale a dire nei casi in cui è consentito alla parte che ha diritto di appellare la sentenza di primo grado di adire immediatamente il giudice di legittimità. Appare evidente, allora, che gli argomenti contrari alla tesi della legittimazione del Pg finiscono tutti per urtare ineluttabilmente contro il dettato normativo in questo caso niente affatto oscuro o ambiguo. Anche quelli che - come si è evidenziato - non mancano di ragionevolezza e plausibilità, ma che nel sistema vigente hanno un valore puramente teorico e possono solo considerarsi di auspicio ad un intervento legislativo quanto mai opportuno, che conformemente alla ratio cui è ispirato il processo condotto dal GdP, semplifichi anche la materia delle impugnazioni. Magari, proprio ispirandosi al modello già sperimentato per le sentenze pretorilì anteriormente alla riforma introdotta dalla legge 400/94 dal codice di rito abrogato articolo 512 , in aderenza a quel principio tradizionale del nostro ordinamento che lega la competenza del Pm a quella del giudice presso cui è costituito e che l'individuazione del tribunale quale giudice d'appello delle sentenze emesse dal GdP articolo 39. D.Lgs 274/00 renderebbe pienamente compatibile anche con il nuovo procedimento. Ma fuori dì questa prospettiva de iure condendo , nessuna ulteriore e più pregnante rilevanza può conferirsi alle considerazioni fatte anche e principalmente dalla dottrina a sostegno dell'opinione favorevole ad una limitazione del diritto d'impugnazione al solo Procuratore della Repubblica, perché - va ribadito - lo stato attuale della normativa non lo permette. Deve, in conclusione, affermarsi, che il ricorso per cassazione spiegato dal Pg di Firenze avverso l'ordinanza del locale tribunale è ammissibile l'erronea indicazione nell'atto del titolo del reato contentato al Campagna è irrilevante alla luce del contenuto dell'appello esperito dallo stesso organo contro la pronuncia di primo grado nel quale le vere imputazioni sono analiticamente esaminate e fondato. Ne deriva, ai sensi dell'articolo 620, lett. d, Cpp l'annullamento senza rinvio del provvedimento gravato con conseguente restituzione degli atti al competente Tribunale di Firenze per il giudizio d'appello. PQM la Corte Suprema di Cassazione, Su penali, visti gli articoli 606, 611, 620, Cpp, annulla senza rinvio l'ordinanza impugnata e dispone trasmettersi gli atti al tribunale di Firenze per il giudizio d'appello.