Accesso: selezione, qualità e un nuovo esame a Roma

Dopo anni di distanza i rappresentanti dell'avvocatura si ritrovano allo stesso tavolo a confrontarsi sull'ingresso alla professione. Tutti sostanzialmente d'accordo

La riforma dell'accesso alla professione forense non è più procastinabile. Malgrado le spaccature interne i rappresentanti dell'Avvocatura, in occasione del Forum Quale futuro per la professione forense organizzato martedì scorso da Diritto& Giustizi@ nella redazione romana, hanno ribadito l'inadeguatezza dell'attuale percorso di formazione e di verifica degli aspiranti legali. All'incontro erano presenti Alessandro Cassiani, presidente del Consiglio dell'Ordine di Roma, Carlo Martuccelli, componente del Consiglio nazionale forense, Livia Rossi, consigliere dell'Ordine di Roma, Roberto Veneruso, vicepresidente dell'Oua, Valter Militi, presidente dell'Associazione italiana giovani avvocati, Valerio Spigarelli, segretario dell'Unione camere penali italiane e Maria Gualdini, vicepresidente dell'associazione nazionale praticanti e giovani avvocati. Alessandro Cassiani, presidente dell'Ordine di Roma, è convinto della necessità di un percorso a ostacoli. I due principi, quello di selezionare per ridurre il numero degli iscritti all'Albo e quello deontologico secondo il quale non si può offrire al cittadino un servizio non adeguato alle esigenze, ha detto il presidente, collimano perfettamente. Si tratta solo di trovare il modo. Del resto, ha continuato Cassiani, si deve puntare a ridurre il numero dei candidati all'esame di abilitazione a condizione, però, che i giovani siano sempre più preparati e orientati, consapevoli della propria professionalità. Secondo il presidente, bisogna evitare quindi che la professione forense divenga il rifugio di coloro che o sono stati bocciati ad altri concorsi magistratura, notariato, pubblica amministrazione - ndr oppure non sanno a quale santo votarsi. Questa è la realtà . Non si può parlare dell'avvocato del futuro, ha aggiunto Cassiani, senza considerare che siamo in Europa ed è quindi necessario non solo conoscere il diritto comunitario ma anche le lingue. E ha aggiunto Sono convinto che su 100 giovani avvocati romani ben pochi parlano correntemente l'inglese e sono a conoscenza delle più recenti direttive. Questa storia deve finire, bisogna guardare oltre il proprio piccolo mercato altrimenti saremo tagliati fuori . Roma, tuttavia, non ha complessi di colpa. Dallo scorso anno il Consiglio dell'Ordine organizza un corso di inglese giuridico e ha istituito le cosiddette Toghe per l'Europa. In sostanza, ha detto Cassiani, ai giovani colleghi più meritevoli diamo la possibilità di fare pratica in un studio europeo . Tornando alla questione dell'accesso, l'obiettivo, secondo l'Ordine di Roma è di arrivare a 5 mila candidati a livello nazionale all'esame di abilitazione, scegliendo come unica sede la Capitale. Finché il numero resta elevato - attualmente se ne contano circa 40 mila l'anno - la prova si potrebbe svolgere in tre o quattro sessioni diverse. Cassiani è convinto che l'esame così come è strutturato attualmente non è utile. Il male costituito dal cosiddetto turismo forense è stato sostituito da un male non equivalente ma non accettabile, intanto per le differenze di valutazioni che da una parte all'altra dell'Italia creano una disparità di trattamento ma anche perché mi rifiuto di ritenere che sia accettabile che una medesima commissione debba svolgere l'esame orale soggiacendo a un giudizio emesso da un'altra commissione sull'ammissibilità alle prove orali. Non è corretto questa separazione tra una prima parte e una seconda per la quale la seconda è condizionata al giudizio espresso da altri . La soluzione quindi è nell'unificazione degli esami. Quanto alla disciplina, che costituisce un fardello e un momento di grande preoccupazione per i Consigli dell'Ordine, il presidente ha invitato a riflettere sulla possibilità di istituire un consiglio di disciplina separato dallo stesso Consiglio. In questo modo il collegio avrebbe un carattere di maggiore terzietà e opererebbe con maggiore tempismo dato che i Consigli dell'ordine, soprattutto quelli composti da ben 19 mila iscritti come avviene a Roma, hanno una tale quantità di problemi anche di natura burocratica da avere scarsissimo spazio per affrontare le questioni deontologiche. Sulla stessa lunghezza d'onda anche Carlo Martuccelli, componente del Cnf, convinto che l'esame vada riformato. Del resto, la correzione dei compiti che avviene in maniera incrociata non sembra essere uno dei migliori sistemi. Quanto all'introduzione del numero chiuso alla facoltà di giurisprudenza è molto difficile da realizzare in un sistema democratico. Tuttavia, ha aggiunto Martuccelli, non bisogna dimenticare che negli ultimi anni il numero di iscritti alla facoltà di Giurisprudenza è in calo. Il vero nodo da sciogliere è, quindi, solo ed esclusivamente di qualità e non di quantità. Per cui, si può pensare ad un esame di accesso che costituisca una selezione qualitativa e non quantitativa. Stessa selezione che dovrebbe essere garantita anche per l'accesso alla professione. Dobbiamo renderci conto - ha detto il rappresentante del Cnf - delle difficoltà che i giovani incontrano durante il tirocinio . È necessario quindi prevedere degli step intermedi tra la laurea e la professione. Tuttavia, le scuole forensi non possono proporre una ripetizione delle lezioni universitarie. Si tratta piuttostodi insegnare la professione, di mettere i laureati in condizione di saper redigere gli atti, di preparare una difesa orale e di stendere un contratto. Quanto alle scuole ex Bassanini, ha sostenuto Martuccelli, alcune sono migliori di quelle forensi. Del resto, non tutti gli avvocati sono in grado di trasmettere agli altri le proprie conoscenze. Per cui, ha ipotizzato Martuccelli, sia nelle scuole di specializzazione che in quelle forensi devono essere presenti le tre componenti, docenti universitari, avvocati e magistrati. Possibilmente i migliori, capaci anche di insegnare. Sulla disciplina, il Cnf concorda pienamente con l'Ordine di Roma, del resto nel progetto Flick di riforma dell'ordinamento professionale che fu approvato dal Governo Prodi in carica dal 1996 al 1998 erano previsti gli organi di disciplina distrettuale. In sostanza, secondo quel modello, ha spiegato Martuccelli, il Consiglio dell'ordine apre il procedimento un po' come farebbe un pubblico ministero, mentre la decisione spetta al consiglio distrettuale di disciplina che giudica sui procedimenti da adottare. Roberto Veneruso, ribadendo l'inadeguatezza dell'attuale percorso di accesso e di verifica finale, che non garantisce l'effettiva preparazione tecnico-professionale, ha confermato che il settore per essere rinnovato deve puntare proprio sul percorso universitario, sulla formazione post laurea obbligatoria e sul tirocinio. È necessario un maggiore raccordo tra il mondo forense e quello universitario. Tuttavia, bisogna prevedere un numero programmato per l'accesso al corso di laurea magistrale in giurisprudenza. Quanto alla formazione post laurea bisogna valorizzare le scuole forensi e la loro frequenza obbligatoria. Anche in questo caso è necessaria, però, una preselezione attitudinale orientativa per l'accesso alle scuole. Ma non solo, occorre inoltre verificare periodicamente che gli studenti siano in condizione di proseguire il loro percorso. L'esame finale, comunque, deve essere il punto culminante di un percorso di reale verifica. Sul tirocinio, l'Oua, non ha dubbi non può essere eliminato, piuttosto deve essere rafforzato l'obbligo dell'avvocato di trasmettere la sua esperienza e il suo sapere. Tuttavia, l'Oua chiede regole più severe che tengano conto dell'esclusività della pratica che si definiscano le incompatibilità e il numero massimo di due praticanti per ciascun iscritto, che abbia almeno sei anni di anzianità . Livia Rossi, consigliere dell'Ordine di Roma, ha criticato fortemente l'esame di abilitazione ritenendolo, così come è strutturato, del tutto inutile. Non solo, è anche degradante e umiliante per chi lo deve sostenere. Del resto, è una prova che si basa sulla fortuna tante sono le incognite. La preparazione, infatti, intesa sia come tirocinio che come studio teorico universitario ha poco a che fare con un esame come questo. Forse, ha ipotizzato Rossi, bisognerebbe dare spazio alle scuole e ai corsi di formazione. Sarebbe quindi necessario, come già avviene, del resto, in altri Paesi, predisporre una serie di corsi di aggiornamento e di preparazione sia pratica e che teorica che portino a conseguire un buon livello di professionalità. In questo modo, si potrebbe anche pensare a un esame più semplificato. Il vero nodo da sciogliere, ha ammesso Valter Militi, resta effettivamente quello dell'accesso alla professione. Del resto l'attuale percorso - ha continuato il leader dei giovani avvocati - manca di una seria verifica del livello di preparazione degli aspiranti avvocati. E a farne le spese, inevitabilmente, è la qualità. Ma per incidere sull'emergenza, ha aggiunto il presidente dell'Aiga, occorrono scelte nette e coraggiose che introducano meccanismi per la programmazione annuale del numero di iscrizioni ad una classe di laurea riservata alle professioni legali. È necessario anche un percorso formativo caratterizzato dallo svolgimento della pratica contestualmente alla frequenza di una scuola forense. D'altronde resto se il diritto allo studio non trova rispondenza nel lavoro è un diritto negato. Tuttavia, ha chiarito Militi, la formazione la fanno gli Ordini e le associazioni Possiamo scegliere quale sia la formula più corretta. Personalmente sono favorevole a una mista, con la supervisione del centro di formazione del Cnf che detta i programmi e le associazioni che impegnate a tradurli sul campo . Per Valerio Spigarelli, segretario dell'Ucpi, il problema dell'accesso è un problema di qualità e quindi del diritto di difesa che talvolta può essere mortificato dalla scarsa professionalità dei difensori nel settore penale. L'Ucpi - ha detto Spigarelli - non si interessava fino a qualche anno fa di accesso, ma da almeno un paio di congressi, abbiamo verificato che esiste una proiezione numerica, sconosciuta fino a poco tempo fa, che ha di molto ampliato l'esercizio della difesa penale . Il segretario dell'Ucpi ha ricordato anche lo spartiacque Ciò è avvenuto dopo un preciso evento, la legge sulla difesa d'ufficio e sul patrocinio a spese dello Stato. Leggi che furono introdotte grazie ad una iniziativa delle Camere penali e che rispondono a principi sacrosanti in tema di effettività della difesa. Il problema è che non avevamo previsto, e non potevamo prevedere, che quelle leggi avrebbero prodotto una enorme affluenza nel settore penale che non è mai avvenuta prima, da parte di giovani e meno giovani che, sia pure con lodevoli eccezioni, in molti casi provenivano da altri settori dell'avvocatura, non avevano compiuto alcuna pratica penale, e spesso non avevano neppure dimestichezza con i principi deontologici del penalista . Secondo il segretario dell'Ucpi si deve necessariamente programmare un numero di studenti al corso universitario in giurisprudenza programmare ma non impedire. D'altro canto, però, vanno modificati gli Statuti a livello universitario affinché vi sia fin dal corso di laurea anche un approccio con la specializzazione e con la pratica del diritto come avviene in altri Paesi. Questo perché il percorso verso la specializzazione deve iniziare già a livello accademico. Un avvocato penalista, ha aggiunto Spigarelli, si forma essenzialmente nelle aule giudiziarie e negli studi, ma le scuole sono uno strumento che esiste e che può essere affinato, a condizione, però, che vi sia il contributo determinante dell'Avvocatura. Le scuole, del resto, possono anche far svolgere la pratica attraverso l'istituzione di stage predisposti ad hoc. Quello che conta tuttavia, ha ammesso Spigarelli, è che bisogna dare dei segnali. La prima indicazione potrebbe essere la limitazione del numero dei cassazionisti, quello attuale 30 mila è davvero esorbitante. Non si tratta soltanto di rivedere i criteri di ingresso, privilegiando un controllo di professionalità, ma anche di verificare il mantenimento della qualifica di cassazionista rispetto a una competenza che, dimostrata inizialmente, non si è poi concretamente dispiegata. Per cui è necessaria una verifica di effettività dell'esercizio di fronte alle magistrature superiori nel corso del tempo . Anche per Maria Gualdini, vicepresidente dell'Anpa, il vero nodo sciogliere è l'accesso. L'Anpa chiede principalmente l'introduzione del numero chiuso alla facoltà di Giurisprudenza. I praticanti ritengono che se selezione deve esserci questa va fatta all'inizio del percorso formativo e non alla fine, vedendosi magari costretti ad abbandonare uno studio già avviato per mettersi alla ricerca di un altro lavoro, difficile da trovare. L'unica formazione veramente pregnante per il futuro avvocato, ha continuato il vicepresidente dell'Anpa, è la pratica forense quella espletata negli studi legali. E ha concluso Per tale ragione abbiamo fatto opposizione alle scuole di formazione post universitaria che non devono surclassare la pratica forense. Continueremo a batterci affinché non ci siano dei benefici per chi frequenta queste scuole. In particolar modo, chiederemo che non passi la proposta di un esame agevolato per chi frequenta le ex scuole Bassanini . Se il vero problema è il numero elevato di iscritti all'Albo è necessario allora costituire un filtro. cri.cap