No al condono fiscale per l'evasione di Iva all'importazione

Esclusa l'applicabilità della misura di sanatoria introdotta dalla Finanziaria 2003. Nel caso di beni provenienti dall'estero l'imposta rientra nella categoria dei diritti doganali

No al condono fiscale previsto dalla Finanziaria 2003 in caso di evasione di Iva all'importazione. Lo ha affermato la terza sezione penale della Corte di cassazione che, con la sentenza 2896/07 disponibile fra i documenti correlati , ha respinto il ricorso di un evasore al quale era già stato notificato l'avviso di garanzia per non aver pagato l'Iva su dei beni importati fra il '98 e il '99. Diritti doganali. Era stato l'uomo a ricorrere in Cassazione, dopo la condanna in primo e secondo grado. Secondo lui, infatti, la Corte di merito aveva erroneamente ritenuto che i reati contestati fossero esclusi dal condono fiscale ex articolo 9 della Finanziaria 2003, poiché non commessi per eseguire, occultare od ottenere profitto in relazione ai reati di cui al D.Lgs 74/2000 . Ma il collegio ha respinto il motivo e hanno precisato che l'Iva dovuta all'atto dell'importazione di beni sul territorio dello Stato è assolutamente diversa dall'Iva interna . Questo giustifica l'esclusione dalla definizione agevolata della lite. Infatti tale imposta, pur non essendo un dazio doganale rientra pur sempre nella categoria dei diritti doganali, intesi, nel loro complesso, come entrate derivanti dall'effettuazione di operazioni doganali in senso lato . Diritti di confine. Non basta. Il tributo in questione - si legge nelle motivazioni - deve annoverarsi fra i diritti doganali di confine, comprensivi altresì dei dazi doganali veri e propri, dei prelievi e delle altre imposizioni alla importazione ed esportazione previsti dai regolamenti comunitari e dalle relative norme di applicazione ed inoltre, per quanto concerne le merci di importazione, dei diritti di monopolio, delle sovraimposte di confine e di ogni altra imposta di consumo o sovraimposta. I tributi anzidetti, e fra questi l'Iva all'importazione, caratterizzati dalla comune natura, presuppongono l'ingresso del bene nel territorio dello Stato e vanno assolti in dogana, sicché il legislatore razionalmente ha inteso prevedere un unico regime sanzionatorio penale, dal momento che nei casi in cui l'Iva all'importazione è dovuta, essa può essere elusa con le medesime attività elusive degli altri diritti doganali di confine . A rafforzare questa teoria il collegio ha richiamato la norma contenuta nell'articolo 70 del Dpr 633/72 secondo cui si applicano all'imposta sul valore aggiunto le disposizioni delle leggi doganali relative ai diritti di confine. deb. alb.

Cassazione - Sezione terza penale up - sentenza 18 ottobre 2006-26 gennaio 2007, n. 2896 Presidente Postiglione - Relatore Fiale Pm Izzo - ricorrente Ciola Svolgimento del processo La Ca di Milano, con sentenza del 6 giugno 2005, confermava la sentenza 18 maggio 2004 del Tribunale di quella città, che aveva affermato la responsabilità penale di Ciola Luigi, in concorso con il legale rappresentante della Srl Eurotexma in ordine - a sei imputazioni di sottrazione di merci al pagamento dell'Iva sull'importazione, consumate nel periodo compreso tra il 26 marzo 1998 ed il 3 giugno 1999 articolo 292 del Dpr 43/1973, in relazione agli articoli 1 e 70 del Dpr 633/72 - ad altrettante e corrispondenti imputazioni per avere reso falsamente dichiarazioni di essere esportatore abituale allo scopo di importare beni e servizi senza l'applicazione dell'Iva sull'importazione articolo 483 Cp - al reato di omessa presentazione della dichiarazione Iva per l'anno 1998, con accertata imposta evasa per lire 2.056.866.000 articolo 5 D.Lgs 74/2000 e, riconosciute circostanze attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti dalla medesima Ca con sentenza del 13 dicembre 2000, lo aveva condannato alla pena di ulteriori mesi otto di reclusione giungendo così alla pena complessiva di anni due , concedendo il beneficio della sospensione condizionale. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso il Ciola, il quale ha eccepito - erronea applicazione degli articoli 8, 9 e 15 della legge 289/02, nonché dell'articolo 1 comma 2septies, del Dl 143/03, convertito nella legge 212/03, in quanto la Corte di merito avrebbe incongruamente ritenuto che i reati con testati fossero esclusi dal condono fiscale ex articolo 9 comma 1 lettera c della legge 289/02, poiché non commessi per eseguire, occultare od ottenere il profitto in relazione ai reati di cui al D.Lgs 74/2000 - illogicità della motivazione nella parte in cui è stata affermata la inapplicabilità dello stesso condono fiscale, per essere già stata esercitata l'azione penale della quale il contribuente aveva avuto conoscenza. La Corte di merito, infatti, avrebbe incongruamente affermato che la conoscenza formale dell'esercizio dell'azione penale, da parte della società, non può che essere integrata dalla formale conoscenza di tale circostanza da parte del legale rappresentante della medesima persona giuridica, unico destinatario della richiesta di rinvio a giudizio e della sanzione penale. Esso ricorrente, in ogni caso, aveva presentato domanda di definizione ed aveva effettuato il pagamento della prima rata qualche giorno prima del decreto di citazione a giudizio emesso nei suoi confronti a conclusione dell'udienza preliminare. Motivi della decisione Il ricorso deve essere rigettato perché infondato. 1. L'articolo 9 comma 10 della legge 289/02 è testualmente formulato nel senso che il perfezionamento della procedura prevista dal presente articolo comporta a la preclusione, nei confronti del dichiarante e dei soggetti coobbligati, di ogni accertamento tributario b l'estinzione delle sanzioni amministrative tributarie, ivi comprese quelle accessorie c l'esclusione della punibilità, per i reati tributari di cui agli articoli 2, 3, 4, 5 e 10 del D.Lgs 74/2000, nonché per i reati previsti dagli articoli 482, 483, 484, 485, 489, 490, 491bis e 492 Cp, nonché dagli articoli 2621, 2622 e 2623 Cc, quando tali reati siano stati commessi per eseguire od occultare i predetti reati tributari, ovvero per conseguirne il profitto e siano riferiti alla stessa pendenza o situazione tributaria i predetti effetti, limitatamente ai reati previsti dal Cp e dal Cc, operano a condizione che, ricorrendo le ipotesi di cui all'articolo 14, comma 5, della presente legge si provveda alla regolarizzazione contabile delle attività, anche detenute all'estero, secondo le modalità ivi previste. L'esclusione di cui alla presente lettera non si applica in caso di esercizio dell'azione penale della quale il contribuente ha avuto formale conoscenza entro la data di presentazione della dichiarazione per la definizione automatica. La lettera c è stata così modificata dall'articolo 5bis comma 1 lettera c n. 7 del Dl 282/02, convertito, con modificazioni dalla legge 27/2003. Le disposizioni di cui alla stessa lettera c inoltre - a norma dell'articolo 1 comma 2septies del Dl 143/03, convertito, con modificazioni, dalla legge 212/03 - vanno intese nel senso che la esclusione della punibilità opera nei confronti di tutti coloro che hanno commesso o concorso a commettere i reati ivi indicati anche quando le procedure di sanatoria, alle quali è riferibile l'effetto di esclusione della punibilità, riguardano contribuenti diversi dalle persone fisiche e da questi sono perfezionate . Alla stregua di tali disposizioni normative, pertanto, legittimamente la Corte di merito ha ritenuto che i reati contestati al Ciola ad eccezione di quello di cui all'articolo 5 del D.Lgs 74/2000 per omessa presentazione della dichiarazione Iva per l'anno 1998, con accertata imposta evasa per lire 20.56.866.000 fossero esclusi dalla definizione automatica delle pendenze tributarie disciplinata dalla legge 289/02. Ciò che è essenziale tenere presente è che l'Iva dovuta all'atto della importazione di beni nel territorio dello Stato è assolutamente diversa dall'Iva interna e, pur non essendo un dazio doganale si veda, in proposito, la sentenza 25 febbraio 1988 resa nella causa 299/86 della Corte di giustizia dell'Ue , rientra pur sempre nella categoria dei diritti doganali intesi nel loro complesso, come entrate derivanti dall'effettuazione di operazioni doganali in senso lato articolo 34 del Tu 43/1973 . Il tributo in questione, in particolare, deve annoverarsi tra i diritti doganali di confine articolo 34, comma 2 del Tu 43/1973 comprensivi altresì dei dazi doganali veri e propri, dei prelievi e delle altre imposizioni alla importazione o all'esportazione previsti dai regolamenti comunitari e dalle relative norme di applicazione ed inoltre, per quanto concerne le merci di importazione, dei diritti di monopolio, delle sovrimposte di confine e di ogni altra imposta o sovrimposte di consumo. I tributi anzidetti e fra di essi l'Iva all'importazione, caratterizzati dalla comune natura, presuppongono l'ingresso del bene nel territorio dello Stato e vanno assolti in dogana, sicchè il legislatore razionalmente ha inteso prevedere oltre ad un comune particolare procedimento per la risoluzione delle controversie mediante contestazione ed impugnazione dell'accertamento un unico regime sanzionatorio penale, dal momento che, nei casi in cui l'Iva all'importazione è dovuta, essa può essere elusa con le medesime attività elusive degli altri diritti doganali di confine ubi eadem legis ratio ibi eadem dispositio . Il secondo periodo del comma 1 dell'articolo 70 del Dpr 633/72, in materia di Iva sui beni importanti nel territorio dello Stato, dispone testualmente che si applicano per quanto concerne le controversie e le sanzioni, le disposizioni delle leggi doganali relative ai diritti di confine . L'interpretazione logica di tale disposizione normativa tenuto anche conto del canone di ermeneuti lessicale secondo il quale le parole devono prendersi nella loro generalità porta ad affermare che, nella specie, non si h a un mero rinvio quoad poenam susseguente alla formulazione di un particolare precetto, ma che il rimando alle disposizioni delle leggi doganali relative ai diritti di confine, per quanto concerne le sanzioni, in assenza di una contestuale formulazione di comandi e divieti, non può non estendersi ad ogni elemento che incide sulle sanzioni stesse quale presupposto della conseguenza giuridica e si ricollega, dunque, alla palese ratio legis di operare in effetti un rinvio recettizio all'inero titolo IX della legge 1424/40 legge doganale successivamente trasfuso nei titolo VII del Dpr 43/1973 Tu delle disposizioni legislative in materia doganale . 2. A fronte della statuizione anzidetta, solo in relazione al reato di cui all'articolo 5 del D.Lgs 74/2000 omessa presentazione della dichiarazione Iva per l'anno 1998 deve altresì rilevarsi l'infondatezza dell'ulteriore motivo di gravame riferito all'ultimo inciso della lettera c del comma 10 dell'articolo 9 della legge 289/02, secondo il quale l'esclusione della punibilità per i reati ivi previsti non si applica in caso di esercizio dell'azione penale della quale il contribuente ha avuto formale conoscenza entro la data di presentazione della dichiarazione per la definizione automatica previsione ritenuta costituzionalmente legittima dalla Corte costituzione, con l'ordinanza 155/05, in quanto rientra nella discrezionalità del legislatore, una volta individuata una causa estintiva del reato, stabilire gli effetti ed i limiti temporali di essa, in relazione allo stato dell'azione penale . La disparità di fatto tra contribuenti, che pure può essere determinata a seconda del grado di celerità delle indagini, non si pone in contrasto con l'articolo 3 della Costituzione, in quanto ragionevolmente introdotta per impedire un commodus discessus della responsabilità penale a quei contribuenti nei confronti dei quali siano già stati raccolti elementi sufficienti a sostenere l'accusa in giudizio . Deve ricordarsi altresì che ai sensi del comma 14 dell'articolo 9 della legge 289/02, le disposizioni di quell'articolo non si applicano qualora a alla data di entrata in vigore della presente legge, sia stato notificato processo verbale di constatazione con esito positivo, ovvero avviso di accertamento ai fini delle imposte sui redditi, dell'imposta sul valore aggiunto ovvero dell'imposta regionale sulle attività produttive, nonché invito al contraddittorio di cui all'articolo 5 del D.Lgs 218/97, relativamente ai quali non è stata perfezionata la definizione ai sensi degli articoli 15 e 16 della presente legge in caso di avvisi di accertamento parziale di cui all'articolo 41bis del Dpr 600/73 e succ. mod. ovvero di avvisi di accertamento di cui all'articolo 54, comma 5 del Dpr 633/72 e succ. mod. divenuti definitivi alla data di entrata in vigore della presente legge, la definizione è ammessa a condizione che il contribuente versi, entro la prima data di pagamento degli importi per la definizione, le somme derivanti dall'accertamento parziale, con esclusione delle sanzioni e degli interessi. Non si fa luogo al rimborso di quanto già pagato. Per i periodi di imposte per i quali sono divenuti definitivi avvisi di accertamento diversi da quelli di cui ai citati articoli 41bis del Dpr 600/73 e 54 comma 5 del Dpr 633/72, il contribuente ha comunque la facoltà di avvalersi delle disposizioni del presente articolo, fermi restando gli effetti dei suddetti atti b è stata esercitata l'azione penale per gli illeciti di cui alla lettera c del comma 10 della quale il contribuente ha avuto formale conoscenza entro la data di presentazione della dichiarazione per la definizione automatica c il contribuente abbia omesso la presentazione di tutte le dichiarazioni relative a tutti i tributi di cui al comma 2 e per tutti i periodi d'imposta di cui al comma 1. Le lettere b e c sono state sostituite dall'articolo 5bis comma 1 lettera c nn. 9.1 9.2 del Dl 282/02, convertito con modificazioni dalla legge 27/2003 . Secondo la prospettazione del ricorrente - con riferimento alla previsione di cui alla lettera b dell'articolo 14 dianzi trascritto - la formale conoscenza dell'esercizio dell'azione penale, da parte della società interessata alla definizione automatica, non potrebbe essere integrata dalla conoscenza che di tale esercizio abbia avuto il solo rappresentante legale della persona giuridica effettivo imputato . La soggettiva autonomia della società, rispetto alla persona fisica del suo rappresentate, renderebbe operativa la preclusione all'accesso al condono soltanto se la società sia stata destinataria in proprio di un atto formale che notifichi l'avvenuto esercizio dell'azione penale nei confronti del suo rappresentante legale. L'assunto della necessità di una doppia conoscenza formale è già stato ritenuto infondato da questa Cs vedi Cassazione, Sezione terza, 4830/06 sul rilievo della totale coincidenza nella stessa persona delle due figure di contribuente ed imputato in ipotesi di incriminazione di legali rappresentati di società in relazione a reati tributari ascrivibili alle società medesime. Questo Collegio ribadisce nella consapevolezza di diverso orientamento espresso da una parte della dottrina la sostanziale inscindibilità, nell'identica persona fisica del rappresentante legale di una società, della veste di richiedente il condono per detta società da quella di fruitore del conseguente effetto estintivo penale. Restano salvi, ovviamente, i profili di responsabilità civile dell'amministratore nei confronti della società nelle ipotesi in cui quegli abbia incongruamente deciso di non accedere alla definizione automatica, o vi abbia acceduto con colpevole ritardo, ovvero il reato tributario sia stato commesso nel suo esclusivo interesse ponentesi in conflitto con quello societario. Nella vicenda in esame - ove non si pone alcuna questione in ordine al ravvisato concorso dell'imputato con il legale rappresentante della società, né viene contestata la conoscenza formale dell'esercizio dell'azione penale da parte dello steso legale rappresentante quale persone fisica - risulta accertata la intervenuta presentazione da parte dell'imputato in nome e per conto della Srl Eurotexma della domanda di definizione automatica dopo la fissazione dell'udienza preliminare, cioè dopo l'esercizio, nei confronti del Ciola, dell'azione penale ai sensi dell'articolo 416 Cpp. Non vi è, inoltre, alcuna dimostrazione della regolarità e completezza della complessa procedura prevista per la fruizione del beneficio né della sussistenza delle condizioni stabilite per l'ammissione al pagamento rateale. 3. Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento. PQM La Cs di Cassazione visti gli articoli 607, 615 e 616 Cpp rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.