“Ho l’Aids”, ma non è vero: extrema ratio per la donna evitare il rapporto. Plausibile l’accusa di violenza sessuale al partner

Rimessa completamente in discussione la pronunzia di secondo grado che aveva assolto l’uomo. Erronee, superficiali e minime le contestazioni evidenziate rispetto alla credibilità dei racconti fatti dalla giovane donna. Di chiaro valore probatorio, invece, lo stato d’animo della donna, non solo dopo la violenza ma anche nel racconto di quei momenti, e il tentativo estremo di fingersi malata per evitare un rapporto assolutamente non consensuale.

Stress, sofferenza semplicemente a riandare colla mente all’episodio , prostrazione e pianto. Troppi e troppo evidenti i segnali di malessere manifestati da una giovane donna, e legati alla forzatura’ da parte del partner per ottenere soddisfazione’ sessuale. Per questo, la credibilità dei racconti fatti dalla donna è da ritenere solidissima, e assolutamente plausibile la contestazione dei reati di violenza sessuale e di sequestro di persona nei confronti dell’uomo Cassazione, sentenza n. 2289, Terza sezione Penale, depositata oggi . Fatti non credibili? Eppure, secondo il Giudice dell’udienza preliminare, nessun dubbio è possibile sui rapporti sessuali forzati’ per ben due giorni raccontati dalla donna ecco spiegata la condanna dell’uomo a ben tre anni di reclusione. A staccarsi da questa visione, però, è, a sorpresa, la Corte d’Appello, che, valutando il materiale probatorio, mette in dubbio la coerenza logica del racconto fatto dalla vittima, arrivando a sostenere che esso risulta smentito quasi totalmente e che unico elemento di riscontro alle dichiarazioni accusatorie rimane la circostanza che la persona offesa stava piangendo . Conseguenze? Assoluzione totale per l’uomo, secondo i giudici secondo grado. Stato d’animo. A ribellarsi alla pronunzia d’Appello è non solo la donna, costituitasi parte civile, ma anche il Procuratore Generale della Repubblica. E a finire nel mirino sono le valutazioni dei giudici di secondo grado, duramente contestate come chiaro nel ricorso in Cassazione per avere erroneamente sancito la inattendibilità delle dichiarazioni della donna, fondandola su semplici imprecisioni o su elementi privi di significato soprattutto alla luce della situazione di shock della vittima. Eppoi, in questa linea di pensiero, non possono essere secondari dati concreti quali dolori e lesioni manifestati dalla vittima, e l’ affermazione , all’epoca dei fatti, di quest’ultima di essere malata di Aids , spiegabile solo con l’intento di impedire il rapporto sessuale , e, infine, il pianto , a più riprese, della donna. Secondo la donna e secondo il Procuratore, è assurdo parlare di rapporto consensuale . Ebbene, questa visione viene condivisa dai giudici di Cassazione, che circoscrivono elementi, già evidenziati dal Gup, di coerenza nel racconto delle violenze, ossia l’evidenza di uno stress da trauma che si unisce alla ritrosia e sofferenza con cui le dichiarazioni sono state rese . Senza trascurare, poi, riscontri esterni decisivi , come, ad esempio, gli esiti della visita ginecologica e la condizione di prostrazione e pianto, che può definirsi una condizione di vero e proprio shock . Per i giudici di Cassazione, quindi, il quadro è chiarissimo, mentre non è assolutamente comprensibile l’ottica adottata in Appello, centrata su elementi di messa in discussione del racconto della donna, anche con una lettura palesemente riduttiva della condizione di prostrazione e di pianto della giovane, manifestatasi fin dai primi momenti successivi ai rapporti sessuali e protrattasi per tutta la prima fase delle indagini . Eppoi, si domandano ancora i giudici, come si può spiegare il fatto che una giovane consenziente avrebbe dovuto riferire al proprio partner la circostanza non vera di essere affetta da Aids ? Evidentissimi gli errori compiuti in Appello, errori che dovranno essere emendati proprio dai giudici di secondo grado.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 21 novembre 2012 16 gennaio 2013, n. 2289 Presidente Lombardi Relatore Marini Ritenuto in fatto 1. Con sentenza del 23/1/2009 il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Ravenna al termine di giudizio svoltosi con rito abbreviato condizionato assunzione delle dichiarazioni della parte lesa e dell’imputato ha condannato il sig. V. alla pena di tre anni di reclusione per il reato ex artt. 81 cod. pen., 609-bis e 605 cod. pen., commesso nei giorni 28 e 29 giugno 2006, nonché al risarcimento dei danni in favore della parte civile, da liquidarsi in separata sede, e al versamento di una provvisionale di 15.000,00 euro. 2. La Corte di appello con la sentenza qui impugnata ha operato una valutazione diversa del materiale probatorio ed è pervenuta all’assoluzione dell’imputato. La motivazione, dopo avere ampiamente esposto i fatti e gli elementi di prova pagg. 2-6 e ritenuto corretti i principi interpretativi adottati dal primo giudice in tema di valutazione della prova costituita dalle dichiarazioni della persona offesa, passa ad affrontare pag. 8 e ss. la coerenza logica del racconto della persona offesa, evidenziando una pluralità di elementi che escludono una valutazione tranquillante della credibilità intrinseca della fonte. Le dichiarazioni sono state, quindi, valutate anche alla luce degli elementi esterni, dai riscontri medici alle dichiarazioni testimoniali, giungendo così a concludere pag. 11 che il racconto della persona offesa risulta smentito. E, così, accertato che l’unico elemento di riscontro alle dichiarazioni accusatorie rimane la circostanza che la persona offesa al rientro presso l’abitazione stava piangendo, la motivazione conclude per la inadeguatezza del quadro probatorio e la necessità di applicare la seconda parte dell’art. 530 cod. proc. pen. 3. Avverso tale decisione hanno proposto ricorso il Procuratore generale presso la Corte di appello di Bologna e la persona offesa costituitasi parte civile. Il Procuratore generale lamenta a. Vizio motivazionale ai sensi dell’art. 606, lett. e cod. proc. pen. con riferimento al giudizio di intrinseca inattendibilità delle dichiarazioni rese dalla persona offesa nelle diverse sedi. A parere del ricorrente la Corte di appello ha compiuto una diagnosi sintetica e travisante delle emergenze processuali. Il fatto che la giovane sia crollata nel pianto non solo dopo i fatti, ma anche ogni volta che ha dovuto ripercorrere la vicenda visita ginecologica dichiarazioni in sede processuale e il fatto che il giovane imputato abbia mentito sulle condizioni della ragazza quando si lasciarono definendola felice costituiscono elementi ignorati dalla sentenza b. Vizio motivazionale ai sensi dell’art. 606, lett. e cod. proc. pen. con riferimento agli elementi probatori esterni che smentirebbero il racconto della persona offesa non solo la Corte di appello fonda la intrinseca non credibilità della giovane su imprecisioni o su elementi privi di significato alla luce della situazione di shock in cui ella ebbe a trovarsi, ma omette di considerare il radicale mendacio dell’imputato c. Vizio motivazionale ai sensi dell’art. 606, lett. e cod. proc. pen. con riferimento ai riscontri medici e travisamento della prova con riferimento agli esiti della visita ginecologica pagg. 8 e 9 del ricorso e con riferimento alla lesione presente sul polso destro dell’imputato d. Vizio motivazionale ai sensi dell’art. 606, lett. e cod. proc. pen. con riferimento alle dichiarazioni testimoniali in atti. La parte civile, tramite il Difensore, in sintesi lamenta a. Vizio motivazionale ai sensi dell’art. 606, lett. e cod. proc. pen. con riferimento sia alla valutazione di illogicità del racconto pp. 3-5 sia alla valutazione sulla carenza di precisione del racconto e sui radicali mutamenti apportati al racconto stesso pp. 5-7 sia alla pretesa genesi delle accuse pp. 8 e ss. b. Errata applicazione di legge ai sensi dell’art. 606, lett. b cod. proc. pen. con riferimento all’art. 609-bis cod. pen. e vizio motivazionale ai sensi dell’art. 605, lett. e cod. proc. pen. con riferimento all’elemento volitivo della vittima, posto che i dolori manifestati dalla vittima in sede di accertamento medico, le lesioni presenti sul collo della vittima stessa, la sua affermazione di essere malata di Aids, spiegabile solo con l’intento di impedire il rapporto sessuale, i successivi episodi di pianto sono tutti elementi incompatibili con un rapporto consensuale. Considerato in diritto 1. La Corte ritiene che la sentenza impugnata non abbia superato in modo logicamente coerente i profili argomentativi che il primo giudice aveva posto a fondamento della condanna dell’imputato, così che la sentenza deve essere annullata con rinvio per un nuovo esame. 2. L’esame dell’ampia motivazione della sentenza del Giudice dell’udienza preliminare costituisce a parere della Corte il punto di riferimento per valutare la solidità logica della sentenza di appello. Il primo giudice ha evidenziato alcuni profili essenziali di coerenza intrinseca delle dichiarazioni della persona offesa l’evidenza di uno stress da trauma che si unisce alla concordanza e coerenza nel tempo delle dichiarazioni e alla ritrosia e sofferenza con cui le dichiarazioni sono state rese, tutti indicatori di credibilità e una serie di riscontri esterni che nel complesso risultano decisivi lesioni al collo moto marcate esiti della visita ginecologica che evidenziano una diffusa dolenzia condizione di prostrazione e pianto che può definirsi una condizione di vero e proprio shock il messaggio sms che l’amico dell’imputato invia con un contenuto che conferma lo stato di shock e di pianto, messaggio che successivamente è stato spiegato in modo non credibile in termini favorevoli all’imputato . 3. Il quadro coerente che emerge dalla motivazione così sintetizzata è stato radicalmente rivalutato dalla Corte di appello con argomenti che in parte paiono cogliere profili di incertezza della ricostruzione operata dal primo giudice si pensi al profilo legato alla riferita incapacità della giovane di cercare aiuto quanto l’imputato uscì di casa per acquistare i preservativi , ma che per altra parte appaiono contraddittori. E’ questo il caso della lettura palesemente riduttiva della condizione di prostrazione e di pianto della giovane manifestatasi fin dai primi momenti successivi ai rapporti sessuali e protrattasi per tutta la prima fase delle indagini, ma anche il caso della non rilevanza attribuita alla condizione complessiva accertata dal medico ginecologo a poche ore dai fatti e alla lesione subito al braccio dall’imputato. Difetta, poi, del tutto una ragionevole spiegazione delle ragioni per cui una giovane consenziente avrebbe dovuto riferire al proprio partner la circostanza non vera di essere affetta da Aids, così come non risulta valutata in modo logico la incompatibilità della versione difensiva dell’imputato con la condizione psicologica e fisica della persona offesa che tutti i testimoni ebbero a rilevare fin dai primi momenti. 4. Si versa, dunque, in ipotesi di motivazione che presenta profili di carenza e di contraddittorietà in ordine ad aspetti essenziali della vicenda e questo impone l’annullamento della sentenza con rinvio al giudice di merito affinché proceda, tenuto conto dei principi affermati con la presente decisione, ad un nuovo giudizio. 5. Per quanto concerne la posizione della parte civile, la Corte ritiene che il contenuto della presente decisione e la specificità del caso impongano di collegare la decisione sulle spese sostenute alla valutazione del giudice di merito in ordine alla soccombenza, così che non appare opportuno assumere una determinazione in questa sede. P.Q.M. Annulla la sentenza impugnata e rinvia ad altra Sezione della Corte di appello di Bologna.