183 tonnellate di soia non possono certo provenire da una cartiera ... ma la società venditrice lo è davvero?

Il giudice non ha indicato come, in base alla documentazione presentata, la merce potesse non provenire dalla società apoditticamente identificata come cartiera, né ha illustrato le fonti della pretesa evidenza della fittizietà soggettiva.

Lo ha rilevato la Corte di Cassazione con la sentenza n. 5505/13, depositata il 4 febbraio. Il caso. A seguito di istanza di riesame, il Tribunale riduce il valore del sequestro disposto dal GIP su beni mobili ed immobili di un indagato che, quale legale rappresentante di una società di mangimi, avrebbe evaso le imposte sui redditi e l’Iva avvalendosi di fatture e altri documenti per operazioni inesistenti. Il mangime è stato acquistato fittiziamente da una cartiera? Il Tribunale rileva, in particolare, che l’acquisto di 183 tonnellate di soia biologica indicato in una fattura non corrisponderebbe ad alcuna operazione commerciale effettivamente intercorsa con la presunta venditrice quest’ultima sarebbe in realtà una cartiera e sarebbe priva di una struttura organizzativa idonea a supportare un simile movimento di merci. Le produzioni dell’indagato, però, risulterebbero idonee a contrastare l’ipotesi della fittizietà assoluta dell’acquisto il reato contestato, secondo il Tribunale, è dunque configurabile sotto il diverso profilo della inesistenza soggettiva delle operazioni commerciali, in quanto il prodotto non poteva provenire dalla società indicata poiché questa fattispecie rileva solo per le imposte indirette, nel caso in questione si configura la sola evasione dell’Iva. Il provvedimento è illogico. La questione è posta al vaglio della S.C., che rileva la mancanza di logicità dell’ordinanza impugnata infatti questa, da un lato, cita gli elementi fattuali che effettivamente potrebbero porsi in contrasto con la fittizietà dell’operazione, attestando tra l’altro l’addebito dell’assegno al ricorrente e l’accredito di pari importo alla pretesa cartiera dall’altro, interpreta questo contrasto nel senso che la fittizietà è solo soggettiva. Il giudice di merito, però, non ha indicato come in base alla documentazione presentata la merce potesse non provenire dalla società identificata come cartiera, né ha illustrato le fonti della pretesa evidenza della fittizietà soggettiva, limitandosi ad affermazioni apodittiche. Per questi motivi la Cassazione annulla con rinvio l’ordinanza impugnata.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 7 novembre 2012 4 febbraio 2013, n. 5505 Presidente Mannino Relatore Graziosi Ritenuto in fatto 1. Con ordinanza dell'8 marzo 2012 il Tribunale di Pesaro, in parziale riforma del decreto del 10 febbraio 2012 del gip dello stesso Tribunale che aveva disposto sequestro preventivo di beni mobili e immobili di G F. fino a Euro 33.062,40, a seguito di istanza di riesame dello stesso F. a carico del quale si procede per il reato di cui all'articolo 2 comma 3 d.lgs. 10 marzo 2000 n. 74 perché, quale legale rappresentante di F.A. Zoo Mangimi S.r.l., nell'anno 2009 per evadere le imposte sui redditi Ires e l'Iva, avvalendosi di fatture e altri documenti per operazioni inesistenti, indicava nella dichiarazione annuale relativa a tali imposte elementi passivi fittizi , ha ridotto il valore del sequestro sino alla concorrenza dell'importo di Euro 8816,64. Il Tribunale ha dato atto che a seguito di una verifica fiscale presso la suddetta S.r.l. e di una ispezione a carico di B. di A. C. & amp C. s.a.s., erano emersi elementi di reità per il delitto di dichiarazione fraudolenta. La B. era sospettata di essere una cartiera aveva avuto un enorme aumento del volume di affari nel 2006, 4 milioni di Euro nel 2007, 27 milioni nel 2008, 59 milioni di Euro ed era priva di una struttura organizzativa idonea a supportare un simile movimento di merci vi erano gravi anomalie nella sua contabilità, e precisamente nei documenti di trasporto. A seguito di controlli sui fornitori la Guardia di Finanza aveva concluso che tale società non aveva mai movimentato alcuna delle merci oggetto delle fatture di vendita. Quindi anche 183 tonnellate di soia biologica indicate nella fattura n. 665 del 19 giugno 2009 di cui all'imputazione non corrispondevano a un'operazione commerciale effettivamente avvenuta di qui il sequestro preventivo impugnato. F. aveva prodotto a supporto della sua istanza i documenti di trasporto, gli scontrini di pesatura, l'estratto conto bancario della società con l'addebito dell'assegno e l'accredito di pari importo alla venditrice, le analisi chimiche fatte eseguire sulla soia acquistata, il contratto di mediazione, i registri di carico della mercé e le fatture di vendita a terzi del prodotto lavorato. Il Tribunale ha rilevato la mancanza dei verbali delle ispezioni eseguite presso i fornitori della pretesa cartiera o delle eventuali sommarie informazioni testimoniali acquisite da essi in relazione agli specifici lotti di soia biologica cui afferisce la fattura del capo d'imputazione le produzioni dell'indagato, per contro, sono idonee a contrastare l'ipotesi della fittizietà assoluta dell'acquisto. Il reato contestato è quindi configurabile sotto il diverso profilo della inesistenza soggettiva delle operazioni commerciali in quanto il prodotto effettivamente fornito non proveniva evidentemente da B Poiché la giurisprudenza insegna che il reato di utilizzazione fraudolenta in dichiarazione di fatture per operazioni inesistenti è integrato quanto alle imposte dirette dalla sola inesistenza oggettiva, mentre per l'Iva comprende anche la inesistenza soggettiva, è configurabile nella fattispecie solo evasione in materia di imposte indirette di qui la riduzione del valore del sequestro dato che la confisca per equivalente investe il profitto coincidente con l'ammontare dell'imposta evasa. 2. Contro l'ordinanza ha presentato ricorso il difensore di F.G. rilevando che il Tribunale ha affermato inspiegabilmente che il prodotto non proveniva da B Ciò costituisce non solo un difetto di motivazione ma anche una violazione di legge in rapporto all'articolo 321 c.p.p. che esige quale presupposto della cautela il fumus commissi delicti . Inoltre il Tribunale avrebbe dovuto tenere conto anche degli elementi offerti dall'indagato, e comunque la misura cautelare non poteva essere disposta sulla base di un'ipotesi criminosa configurabile solo in astratto, ma anche considerando la conformazione concreta della vicenda. Il Tribunale non tenta nemmeno di spiegare perché le prove fornite dall'indagato non sono sufficienti a testimoniare la provenienza della mercé e quindi non motiva il fumus commissi delicti , bensì si basa sull'asserzione, quasi dogmatica, che la B. è una cartiera. La partecipazione criminosa dell'indagato al fatto, infine, viene esclusa anche dall'assenza di rapporti diretti da lui e il venditore, essendosi F. avvalso di un mediatore. Considerato in diritto 3. Il ricorso è fondato. Invero, la motivazione dell'ordinanza impugnata patisce una indubbia soluzione di continuità logica laddove, dopo aver riassunto gli elementi fattuali emergenti dagli atti, incluse le produzioni dell'attuale ricorrente - produzioni che effettivamente potevano ben porsi in contrasto con la fittizietà dell'operazione, trattandosi di documenti di trasporto, scontrini di pesatura, documenti bancari attestanti l'addebito dell'assegno al ricorrente e l'accredito di pari importo alla pretesa cartiera, le analisi chimiche sulla soia acquistata, il contratto di mediazione, i registri di carico della mercé e le fatture di vendita a terzi del prodotto lavorato - e avere affermato anche che la documentazione fornita dall'indagato in questa sede appare idonea a contrastare l'ipotesi della fittizietà assoluta dell'acquisto , ha interpretato il contrasto appena riscontrato nel senso che la fittizietà è solo soggettiva. Non ha però indicato come la documentazione appena richiamata potesse essere compatibile con la non provenienza della merce dalla B., non provenienza qualificata evidente la difesa dell'indagato ha fornito documentazione che in questa sede appare idonea a contrastare l'ipotesi della fittizietà assoluta dell'acquisto È pertanto configurabile il reato ipotizzato ma sotto il diverso profilo della inesistenza soggettiva delle operazioni commerciali dal momento che la soia effettivamente fornita non proveniva evidentemente da B. né ha illustrato le fonti della pretesa evidenza della fittizietà soggettiva, limitandosi, come si è visto dal passo riportato, ad una affermazione apodittica e, sul punto, aggiungendo alla illogicità la carenza motivazionale. In accoglimento del ricorso, dunque, l'ordinanza deve essere annullata, con rinvio per nuovo esame al Tribunale di Pesaro. P.Q.M. Annulla l'ordinanza impugnata e rinvia al Tribunale di Pesaro per nuovo esame.